Una storia tra le tante

Come mai un aquilone può diventare un’ossessione e dar vita ad un’intensa e appassionata affabulazione narrativa e spirituale? La memoria di un nonno che gioca in spiaggia insieme ad un bambino con un aquilone può generare nel tempo un processo di sedimentazione di immagini che si caricano di valori allegorici? La conoscenza di una persona affetta da disabilità e costretta a lottare come un leone nella vita può insegnare il valore della Differenza e capire la gravità dell’insensibilità generale di fronte a questa stessa Differenza? La conoscenza di alcune forme particolari della spiritualità orientale può aiutare a fornire chiavi di lettura utili anche in questa cultura immanentistica e  ormai anodina in cui quella occidentale è precipitata, fino a negare la Differenza in nome dell’Uguaglianza eretta a sistema addirittura istituzionale? Il valore che con il passaggio del tempo assumono queste allegorie può essere condizionato dall’ambiente, dagli incontri, dalle esperienze di vita? Quanto la psicologia può essere in grado di decifrare il valore che un’allegoria finisce per assumere nella memoria a distanza di tempo? Non potrebbe invece il neuropsichiatra interpretarlo meglio? Ma se si tratta di allegorie, anche il poeta può dare il suo contributo. Per non parlare del filosofo che può comprendere meglio di altri il rapporto che l’allegoria ha con gli ingranaggi del pensiero. Da non trascurare nemmeno lo studioso di linguistica che lavora sui segni e sui codici di comunicazione. E infine, il magistrato: non potrebbe dare un suo contributo quando si tratta di sofferenze dei bambini, insieme al pediatra e all’insegnante che avranno dalla loro professione altri punti di vista da poter utilizzare? Insomma un sogno che diventa allegoria ha bisogno di essere capito. E nulla nella nostra esperienza di esseri umani, che siamo storicamente cresciuti in civiltà condizionate dallo spazio, dal clima, dalle idee, dalle filosofie, dalla politica, dalle letture, dalla scelta di maestri di pensiero, qualche volta azzeccata, qualche altra sbagliata di brutto, nulla ci consente ancora di capire come mai un’ossessione, un’emozione, un sogno possono assumere certe figure nella nostra mente, esprimersi in certi segni, diffondersi in precisi codici di comunicazione. Non lo sappiamo. Punto. E questo ci obbliga a passare alla seconda parte del ragionamento.

Ho scritto un libro, che è arrivato alla revisione finale, insomma pronto per la bozza di stampa. So che nulla di ciò che l’uomo produce è mai perfetto, perché la nostra esperienza professionale e umana ci rende inevitabilmente limitati e la nostra memoria ha un potere selettivo diverso da persona a persona. Questa memoria ci rende esperti chi dell’una chi dell’altra materia, chi dell’una chi dell’altra esperienza. Sono di quelli oltretutto che invitano non solo a diffidare di chi dice che sa tutto, ma che proprio non sopportano i tuttologi. Perciò tutte queste esperienze non solo professionali ma anche umane sono state chiamate a dare ognuna un proprio apporto in termini di consigli, osservazioni, critiche. Mi aspetto tanto da questa collaborazione singolare.

Fare un gruppo in chat con psicologi, poeti, filosofi, narratori, magistrati, pediatri, insegnanti, psichiatri e narratori, per leggere la bozza di un libro, è dunque una scommessa intrigante, se vogliamo innovativa e comunque inusuale, dovuta alla semplice ragione che lo stesso che ha scritto quel libro non sa che cosa ha scritto, se un romanzo psicologico, se un romanzo di formazione, se una storia d’amore, se una favola, se … mah … chissà … forse può aver ragione anche l’amico che semplicemente, in una boutade, ha detto “chiamiamolo uno sfogo”. Spero che dalla chat venga fuori una risposta, su cosa ha guidato la mano sulla tastiera per tanti mesi. Ora queste persone stanno leggendo, alcuni hanno già finito, altri appena iniziato; alcuni hanno già mandato tante osservazioni; altri le manderanno. Forse qualcuno si fermerà e non riuscirà a procedere. Forse qualcuno sarà preso dalla lettura e non vedrà l’ora di sapere come finisce la storia. Questo non mi interessa. A me interessa che nessuno abbia delle pretese; perché? Perché se non le ha avute chi ha scritto il libro, è giusto che non le abbia nemmeno chi lo legge. Il narcisismo ha fatto tanti danni, ma, se ben guidato, può dare anche buoni risultati. Mi tocca dire una cosa che sento molto forte dentro di me adesso: ecco quello che forse manca al libro: una giusta dose di narcisismo. Si rifiuta di essere difficile. Si rifiuta di rivolgersi ad un pubblico dotto. Si rifiuta di essere rivolto allo specialista di quello o di questo. Manca un’ambizione? Come si può scrivere senza un’ambizione? Si può. E l’ho fatto. Perché non volevo nemmeno pubblicarlo. È stato su sollecitazione di alcuni di quelli che sono stati inseriti nella chat che sono stato spronato a pubblicarlo. Alcuni di loro sanno che lo avevo addirittura già cestinato, in preda a quella sindrome dell’Ultimo Chilometro, di cui in un racconto su questo stesso sito già ho parlato. Altrimenti non l’avrei mai fatto. È una cosa brutta la sindrome dell’Ultimo Chilometro. Sì, tanto brutta. Vedi il traguardo, ma resti paralizzato a due passi. E senza aiuto non lo passeresti mai. Dunque? Dunque è una congiunzione conclusiva e una congiunzione conclusiva richiederebbe una conclusione. Non so fare. Non sono in grado di concludere. Gli invitati alla chat leggano e poi concluderemo insieme. Forse questa incapacità di scrivere una conclusione è la prova della mancanza di ambizione e della carenza di sufficiente narcisismo. “Senza narcisimo nessuno può scrivere un libro”, mi disse un’ex collega. Mah … Non ci credo. Ma non sono certamente io quello che deve avere gli strumenti per dirlo. Forse … Comunque quella chat è stata voluta anche per questo. I componenti sono stati adeguatamente selezionati, non scelti a caso. A loro affido la conclusione. Non so neanche che cosa ho scritto. Figuriamoci se posso tirare delle somme su quello che ho scritto.

E, se alla fine vi ho annoiato, credetemi, non l’ho fatto intenzionalmente. Avrò scritto comunque una storia tra le tante. Che male c’è? Vi confido in tutta onestà questo: aver scritto una storia tra le tante in un mondo di pseudoeroi, dove una tastiera ci fa credere di aver un potere che di fronte ai problemi veri della vita si squaglia come neve al sole, dove chi è convinto di contare di più è chi urla di più o chi fa più post sui social, dove chi crede di aver più seguito è chi ha più ‘amici’ o ‘follower’, sarebbe già un grande successo, perché, quando avrete letto, allora forse avrete finalmente capito che questa è veramente, né più né meno, una storia tra le tante.

La favola di un aquilone

Imminente è l’uscita del mio ultimo libro, che è nelle fasi finali della sua revisione. Non è esattamente un’opera prima, perché ho già pubblicato per diversi anni nel settore della saggistica storica. E non è nemmeno un esordio nel settore della narrativa, avendo su questo sito pubblicato già diversi racconti. Ma è il primo romanzo che propongo ai lettori, sperando di riuscire nell’intendimento che è quello di concentrare l’attenzione sul tema della Differenza: ho infatti avuto nella mia esperienza professionale la fortuna di incontrare alcune persone, che hanno saputo insegnare tanto su questo tema della Differenza; tra queste una in particolare, che è quella che ha ispirato la protagonista della narrazione. Di questo romanzo di imminente uscita propongo qui di seguito la Prefazione.

Un dialogo con il Tempo può essere un utile esercizio. Dialogare con il Tempo, la cui esistenza molti filosofi avrebbero addirittura escluso, consente proprio di riflettere anche sulla sua caratteristica di fattore che sa informare la vita dell’uomo in modo assolutamente unico. Se non esiste il Tempo, come mai esiste il cambiamento, la differenza, il progresso, il regresso, tutti atti che hanno uno sviluppo diacronico, dunque nel Tempo?

Il Tempo con le sue corse e le sue pause accompagna passo dopo passo la vita dell’uomo; le corse non interesseranno molto, ma la pause sì. Nelle pause si collocano gli snodi importanti della vita. Con il Tempo noi tutti giochiamo una scommessa che, come tutte le scommesse, affascina per la sua forte carica attrattiva di rischio, di pericolo, di cimento, di misura del limite. Il tempo, però, si divora anche spazi significativi di quella vita, di quella storia, di questi uomini, di questi sconfinati paesaggi interiori che si chiamano con una parola bellissima: Anima.

Anima, dal greco ànemos, richiama il soffio, il vento, l’alito di vita che muove, agita, che dà forza e vigore alla natura e all’uomo, che ne è parte non solo attiva, ma protagonista. Questo soffio vitale qualche volta urla dentro di noi, sente il bisogno di esprimersi, di farsi capire, interpretare, leggere, immaginare, sognare. E lo fa in tanti modi: lo fa con le percezioni dei sensi e con quelle dell’intelletto; lo fa con i sentimenti e gli affetti, che, come ci insegna meravigliosamente la storia della parola dal latino, sono ciò che, colpendoci, ci caratterizza e ci plasma; lo fa con i sogni e le emozioni, che sono ciò che ci distoglie da noi e ci sposta, ci muove, ci porta altrove, come ancora una volta ci insegna la storia di questa parola “e-mozione”, un movimento di allontanamento per uscire da qualcosa. Lo fa, facendo danzare nel vento un aquilone.

Ed eccoci subito al punto fondamentale: i sogni e le emozioni, che nella nostra vita avranno un ruolo non secondario nel formare immagini che percepiamo, nella caratterizzazione dei vari personaggi che vivono intorno a noi e nelle scelte linguistiche e stilistiche che adottiamo per comunicare tra di noi, hanno un terribile potere ipocrita sul nostro vivere e sul nostro tentativo, mai uguale, sempre particolare, di dare una personale ed auspicabilmente plausibile interpretazione di quel soffio, di quell’ànemos. Possono portarci lontano, possono farci volare nelle dimensioni, inimmaginabili e imponderabili, proprio perché oniriche, di una fantasia che noi coartiamo troppo nelle gabbie della ragione; possono farci vivere come trasposti in quella sostanza impalpabile di affetti e sentimenti, di sensazioni e argomentazioni che, arricchiti della forza del sogno e dell’emozione, diventano talvolta l’illusoria quadratura del cerchio per il nostro ànemos, la cui curiosità è, per forza di natura, illimitata.

Ma, al di là di questo enorme potenziale di dolcezza e tenerezza, di cui l’uomo ha bisogno, essi possono essere anche la nostra schiavitù.

Quando ci si confronta su questi temi sia ha l’occasione per riflettere su aspetti fondanti della nostra esistenza: per esempio, su quale importanza nella nostra vita abbia veramente il dialogo con il Tempo, da cui siamo partiti. Si ha soprattutto l’opportunità di riflettere sul significato di tanti aspetti, su cui il nostro ignavo e accidioso operato quotidiano spesso non consente di fare quelle intermittenze di pensiero, quelle pause di riflessione, quelle analisi attente a cogliere dettagli in tutto quanto ci circonda.

Il Tempo è infido.

Il Tempo è fugace.

Il Tempo è fallace.

Ma il tempo è tutto. Senza il Tempo, la Vita non c’è, perché la Vita è cambiamento, evoluzione o involuzione: tutti processi che hanno uno sviluppo, come si è detto, diacronico. Banalità? Non tanto dopo aver seguito l’evoluzione di tanti di quei protagonisti della natura, che vorrebbero poter vivere una vita senza Tempo; e invece sono costretti a subirne gli effetti.

Abbiamo bisogno di studiarne le intermittenze, perché è lì, è in quelle soluzioni di continuità, ora benevole, ora foriere di sventura, è in quell’attimo che sfugge alla individuale previdenza e alla provvidenza della ragione, della logica, del parlare sempre studiato e argomentato, della dialettica fatta di mosse e contromosse dettate da calcoli strategici, che si cela il segreto della storia di noi uomini in questo contesto spaziale che si sviluppa nel Tempo. Ogni intermittenza del Tempo è un punto interrogativo. Ma, siccome dopo quell’intermittenza nulla sarà più come prima, avvertiamo in modo abbastanza categorico il dovere di cercare in qualche modo una risposta. Con umiltà e semplicità.

E solo chi pratica l’arte dell’ascolto, la più nobile e più difficile di tutte, tanto fondamentale quanto rara perché la dialettica porti ad un risultato, sa sperimentare questa umiltà e questa semplicità. Nutro nel mio animo la radicata convinzione che chi sa ascoltare saprà anche capire il senso di tutte quelle pagine di invenzione e di realtà, che spesso vivono dell’intendimento di utilizzare come paradigma un personaggio semplice, una sorta di anti-eroe, che, se combatte, lo fa perché costretto da forza di necessità.

Nella stesura di queste righe, in cui non potrà non avvertirsi una certa passione e anche un po’ di sofferenza, si arriva ad apprendere piano piano anche una verità decisamente interessante, che bisogna conservare stampata nella pagina principale dell’archivio della memoria. Si tratta di una verità per la quale si avverte la necessità, forse addirittura una sorta di fatale inevitabilità, di riflettere: se vogliamo evitare di cadere in quella trappola di schiavitù che è il cullarsi nell’universo delle emozioni, ma se vogliamo anche fare sì che quel fascio di sogni e di aspirazioni, di aneliti e di speranze, che fanno parte integrante dei nostri vitali bisogni e che ci tiene avvinti e avvolti nel suo tenace abbraccio, non si esaurisca nell’inane e algido razionalismo della contemporaneità, allora non abbiamo che un dovere: quello di costruire la nostra libertà passo dopo passo, anche nella materica e anodina concretezza dell’oggi, consapevoli dei passi compiuti, ma soprattutto fiduciosi in due cose: 1) nell’avvenire, 2) nella condivisione del viaggio della vita con le persone, che gli incontri di ieri, di oggi e di domani, ci hanno messo, ci mettono e ci metteranno lungo il percorso, ciascuno di essi dotato di valori suoi peculiari, nessuno mai uguale all’altro. Anche per questo i personaggi che vengono proposti come protagonisti del viaggio nel Tempo ambiscono spesso ad essere paradigmi e latori di un messaggio di solidarietà.

Dare alla vita un significato, secondo il modello espresso da questi che abbiamo definito i protagonisti della narrazione della vita, significa esercitarla nella pratica quotidiana avendo sempre di mira pochi e semplici fondamenti. È nel rispetto consapevole di questa sorta di ordine naturale delle cose, che si chiama in tanti modi e con tante belle e varie sfumature che la lingua italiana può offrire: differenza, alterità, divergenza, diversità, peculiarità, particolarità, individualità, personalità. Ognuno di noi ha la sua carica di Differenza. Questa è un’arma potente da maneggiare con rispetto e che esige onore, deferenza, dignità. Chi ne ha congrua consapevolezza è sui binari giusti nel suo irrefrenabile volo verso la libertà: questo ci vorrebbero insegnare ancora una volta i protagonisti di quella narrazione. E le pagine di vita vogliono essere un tentativo di dare una risposta a questa continua, incessante, talvolta spasmodica, talvolta eccitante ricerca di libertà.

Proviamo ad immaginare di vivere calati in una finzione letteraria che consiste nell’ipotizzare che il libro della nostra vita sia stato scritto da una persona che recita come personaggio secondario solo nei capitoli finali: questo espediente può consentire a chi porta avanti e conduce per mano la narrazione di concentrare l’attenzione sul ruolo didascalico del modello di vita e della visione del mondo che sono rappresentati sulla scena dai protagonisti del viaggio stesso. Ma risponde anche ad un altro fine, che è quello di evidenziare il ruolo solidale dell’amicizia, tema presente dall’inizio alla fine, perché la protagonista della narrazione è il personaggio che si trova al centro di un gruppo di amiche, che costituiscono, insieme a colui che subentrerà con la funzione di introdurre nell’amicizia anche l’amore, i personaggi solo apparentemente minori dell’opera. Quella che si sviluppa, nel rapporto a quattro, se vogliamo a cinque con l’inserimento di questa figura, è un’amicizia particolarmente solida, perché cementata proprio da dolore e amore, i due principi attivi attorno ai quali si organizzano tante riflessioni, i due elementi antitetici che meglio rappresentano quel dualismo spirituale tra forze del Bene e forze de Male, tra i quali combatte l’anima. Un dualismo che riporta nelle pagine del racconto indietro nei secoli, che ci riporta a riflettere su quei fondamenti culturali, in cui affondano le radici della nostra civiltà, di cui la matrice giudaico-cristiana per secoli dominante è solo uno di pilastri. Ecco allora che si chiarirà pagina per pagina anche il ruolo di quello che possiamo considerare il coprotagonista, al centro di un processo di dolorosa meditazione sul tema della memoria e sulla funzione che questa assume inserita nell’altra grande riflessione sul significato delle intermittenze del Tempo: l’aquilone sarà il suo Leit Motiv.

La protagonista di questa narrazione, rischia di diventare a questo punto una terribile pretesa nelle mani di chi ne fa uso narrativo – e per questo può spaventare, ma intrigare al contempo – in quanto assurge al ruolo di una grande metafora della condizione umana. Grande perché semplice, grande perché fragile (come tutti siamo, anche quando non lo vogliamo riconoscere), grande perché sensibile, grande perché è una donna che con la sua semplice testimonianza quotidiana di persona costretta a combattere più di altri, esprime con forza quello a cui tutti noi aneliamo, a cui ogni uomo deve avere il diritto di anelare: la conquista della libertà, che non credo mi accusiate di essere retorico se dichiaro che è la cosa più bella e importante per l’uomo, a prescindere da come è nato; di questo ci rendiamo conto soprattutto quando la natura e la storia ci mettono nella condizione di dover lottare per averla, per vedercela riconosciuta, anche solo quando si deve affrontare uno sguardo lanciato di traverso, una parola scappata male, un gesto finito fuori controllo, un atto compiuto inavvedutamente, ma che, se avessimo provato ad ascoltare meglio, forse non avremmo commesso. Uno degli insegnamenti che da queste persone vengono sempre è che mai nulla dobbiamo dare per scontato, a partire proprio dalla libertà che possiamo esercitare.

La ricerca di questa libertà nasce allora da qui, dall’esercizio dell’ascolto.

Vi prego non di leggere, ma di ascoltare queste pagine. Se le leggete, potrete forse ammirarne o criticarne la forma; se le ascoltate, chissà, forse potreste imparare da Giulia quello che io ho imparato dalla sua ispiratrice.

Ci sarà sicuramente qualcosa di più grande da imparare, ma ancora non l’ho trovato.

Insomma, dopo aver messo la parola fine a quest’opera, dopo averla letta e riletta, limata e modificata, dopo un lungo lavorio di taglio e cucito, di studio sulle figure e sulle parole, un lettore potrebbe pensare che ci sia un messaggio spirituale di fondo; possiamo anche sbilanciarci e chiamarlo un messaggio religioso, se si preferisce. Non mi stupirebbe affatto se si determinasse una tale impressione. Quest’opera ha, come tante, la sua ispiratrice e ispirare significa infondere un soffio vitale, un’ànemos, o, come dicevano i latini, uno spiritus. Mi fermo. Non lo nego e non lo affermo questo possibile messaggio. Lascio a voi trarre le conclusioni su questa materia. Se alla fine della lettura del racconto si riuscisse anche soltanto a cogliere il semplice messaggio di ascolto e di rispetto della Differenza, sarebbe un gran bel risultato.

Ma se qualcuno, un giorno ancor più semplicemente, dicesse che in fondo questa è solo la storia di un aquilone, lo abbraccerei felice.

Questa in fondo è la storia o, meglio ancora, la ‘favola’ di un aquilone.

Ravenna, 13 gennaio 2018

È solo una questione di dosaggio …

Dedico questa mia odierna riflessione ai miei tanti studenti, che passano ore sui vocabolari, in cerca di parole.

Una parola è un insieme di lettere, di segni e di suoni. Bene: pensiamo innanzitutto al fatto che il vocabolo, che usiamo così spesso, viene dal greco παραβολή, dalla stessa radice del verbo παραβάλλω, che significa confrontare, paragonare; consideriamo poi che solo come significato più attestato nella letteratura ha quello di confronto, paragone, similitudine (come nelle parabole evangeliche), ma che può esprimere anche l’atto dell’incontrarsi e del dialogare. Ecco allora che ci rendiamo conto di quale immenso valore abbiamo in quell’apparentemente ingenuo, casuale, caotico insieme di segni e di suoni che si chiama parola. Ma non mi accontento. Sento che c’è di più e, siccome sono nato pignolo, sono andato a fondo e, consultando il Liddell-Scott, apprendo che nel procedere dei secoli, quando il greco era la lingua di uno dei tanti popoli che facevano parte dell’impero di Roma, seppur la più nobile, il termine παραβολή, in autori di quella letteratura che viene chiamata greco-romana, assume un altro significato, molto interessante: quello di percorso non rettilineo, tortuosità; da cui poi la metafora del giro di parole, fino ai significati di arguzia, dolo, inganno. Insomma, come tanti vocaboli delle lingue classiche anche il nostro παραβολή diventa con il tempo una vox media, ossia uno di quei vocaboli “neutri”, che possono, come il latino fortuna, che si cita sempre come esempio ai ragazzi alle prime armi, contenere in sé sia l’accezione positiva, sia quella negativa.

Quanto viene da pensare allora! Soprattutto se si nasce eternamente insoddisfatti di imparare e conoscere e se si è inclini a soddisfare questa sana cupidigia dell’intelletto proprio con confronti e comparazioni, insomma proprio con le nostre bellissime ma infide παραβολαί …

Ma com’è possibile? Sovviene dunque un noto passo del Vangelo, Mt 5 37: Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: ‘sì, sì’, ‘no, no; il di più viene dal Maligno”. Ma chi lo decide che che cosa è “di più”, se i vocabolari sono pieni di termini che hanno la possibilità di essere maneggiati esattamente come un farmaco? Fanno bene o fanno male secondo la dose che se ne impiega. Neanche gli antichi romani, che della fides, della lealtà alla parola data, al patto, al giuramento avevano fatto più che un fondamento etico di una società, addirittura una vera astrazione religiosa, sapevano stare nei binari e, se necessario, se nell’interesse della salvezza dello stato, il ricorso allo stratagemma e all’inganno, dunque al suo contrario, la perfidia, era tollerato. Come vedete, non è affatto facile muoversi in questo campo. Quando mi intrufolo con una certa innata curiosità in queste riflessioni, ho come l’impressione di trovarmi nelle sabbie mobili.

Dunque? Come ne usciamo dall’aporia? O forse anche le parole dovrebbero avere, non tanto un lemma sul dizionario, ma una sorta di loro bugiardino, che metta al corrente dei loro effetti collaterali? E ci risiamo! Ma perché il foglietto illustrativo di un medicinale si chiama bugiardino? Altre sabbie mobili: secondo un’ipotesi popolare, forse scorretta, ma comunque antropologicamente interessante, come quelle etimologie di Isidoro di Siviglia, che non ne ha azzeccata una ma sono bellissime, l’origine sarebbe da ricercarsi in una curiosa abitudine toscana, regione in cui un tempo la locandina dei quotidiani, esposta all’esterno delle edicole, si chiamava “il bugiardo”. Mi piace questa ipotesi. Giusta o non giusta che sia, mi piace, perché coglie in pieno la meraviglia di quello spirito indefinibile e dall’indole un po’ esoterica della comunicazione, che è geneticamente ambiguo – anche qui nel significato di incerto, dubbioso, esitante, come colui che si comporta (agere) girando intorno (ἀμφί) senza una meta – perché induce a riflettere sulla necessità di conoscere la posologia di quell’insieme di suoni e segni che chiamiamo parola, sull’impossibilità di coartarlo in gabbie come quelle di un vocabolario.

E se anche, per avere scritto queste nugae, mi darete dello stupido, non sarò certo quello che si offenderà: lo stupidus, prima di essere un personaggio caratteristico del mimo, era semplicemente colui che rimaneva stupefatto, a bocca aperta, meravigliato, attonito. Si tratta solo di questione di dosaggio. Ogni parola ha il suo dosaggio; e l’effetto che produce dipende dall’uso che se ne fa, non dal suo significato stampato sul vocabolario. Per questo resterà sempre una meraviglia dell’intelletto, un’esperienza fantastica, un’ebbrezza intrigante saper giocare con le parole. Ammiratele, studiatele, lasciatevi prendere dalla loro superiore abilità di maneggiare il vostro cervello, ancor prima che voi cerchiate di tenere quest’ultimo sotto controllo! Non ce la farete mai! Perciò, viva gli stupidi!

E ricordate! È solo una questione di dosaggio …

Un’altra Firenze

Riuscire ad essere dissacranti e impietosi con la propria città e con chi la amministra non è dote di pochi, se lo si fa mantenendosi nei binari di un’ironia bonaria, anche un po’ acre talvolta, ma mai di cattivo gusto. Ebbene, leggere un romanzo di un autore fiorentino, che di professione è giornalista – e che quindi con le parole ha discreta consuetudine – il quale non manca di lanciare frecciate anche dirette alla sua città, al suo blasonato centro storico e persino ad alcuni centri nevralgici della sua importanza storico-artistica, santificati dalla gloria dei secoli e dai manuali di storia dell’arte, è una scoperta interessante per un impenitente lettore come sono io … e dal giudizio anche piuttosto severo.

Vorrei raccogliere alcuni punti.

Primo punto: Ponte Vecchio, famoso per le sue prestigiose gioiellerie. Di esso si dice che sia un peccato che dopo tanti secoli si sia mestamente ritrovato parte della “più grande bigiotteria del mondo”. Definizione fantastica per chi, come me, sa cosa significa avere avuto dimora nei pressi di un grande albergo e aver visto i turisti aggrediti da venditori di chincaglierie varie, oppure i mercatini del centro invasi da tali oggetti, spesso di dubbio gusto.

Secondo punto: ponte Santa Trìnita. Viene impietosamente ricordata la sua storia. Non solo vergognosamente crollato subito dopo la sua costruzione, per non aver retto il peso della folla al momento dell’inaugurazione, ma anche fatto saltare dai tedeschi in ritirata durante la guerra. Quando si trattò di ricostruirlo, utilizando le macerie finite nel fiume, comprese le statue delle Quattro Stagioni, che ne sono forse la nota dominante, la testa della Primavera non si trovò. Venne indetto un bando per la ricostruzione e fissato anche un premio per il ritrovamento del pezzo mancante; e fu uno di quei “renaioli”, spesso immortalati nei quadri dei Macchiaioli che li hanno particolarmente amati, che, nel raccogliere sabbia di fiume, trovò la testa mancante. Fatto sta che, forse per la fretta, forse per un errore, fu riattaccata allungando il collo. Come spesso pensavo anch’io, quando ci passavo accanto da ragazzo – e anche mio nonno puntualmente mi ricordava la singolare storia della testa – l’operazione di super-Attak al collo della povera Primavera mi rimandava più al mio libro di geografia e alla foto del collo delle donne Kayan birmane che ad un monumento del prestigioso Cinquecento fiorentino.

Terzo punto: sempre via Maggio. Onore all’amministrazione comunale, che ha reso così razionale la circolazione! l’unica amministrazione al mondo ad essere riuscita, in una strada talmente stretta che un tempo facevano fatica ad incrociarsi due birocciai del vicino San Frediano, a mettere pista ciclabile, parcheggio per le auto e corsia preferenziale per gli autobus, creando un traffico così meravigliosamente ordinato che manco a Bangkok …

Quarto punto: gli alti palazzi antichi del centro storico nella zona di Oltrarno, tutti altrettanto storicamente agghindati di impalcature, che fanno ormai parte del paesaggio urbano, e che per me sono ormai monumento esse stesse, essendo entrate nelle raccolte di foto dei computer e degli smartphone di turisti di tutto il pianeta. Malinconicamente abbandonati dal turista che raramente finisce da quelle parti, sembra che riescano a restare in piedi, solo fintanto che hanno la forza di reggersi l’un l’altro. Effettivamente, avendo frequentato anch’io nel percorso casa-scuola parte di quella parte di città, ho sempre avuto un sentimento tra la tenerezza e la malinconia per quei palazzi negletti da guide e siti turistici – talmente negletti che giustamente nemmeno Lonely Planet li cita … – oltretutto nel disinteresse di chi dovrebbe forse di loro occuparsi un po’ di più. Anche a me la malinconia di quell’abbraccio di impalcature ha sempre comunicato un grande sentimento di solidarietà … storica solidarietà.

La lettura del thriller di Gigi Paoli, Il rumore della pioggia, prosegue, chissà, forse portando altre perle, altre “chicche” di questo acre, caustico, impietoso e mordace, ma anche sagace sarcasmo, che quel 50% di sangue fiorentino che in me scorre non mancherà certo di apprezzare.

La forza delle radici

Sradicarsi. Che brutta cosa!

La storia di Lorenzo detto Meraviglia è la vicenda di un ragazzo costretto a sradicarsi dall’ambiente che amava, dalla sua montagna, dal suo Cadore, dal paese di Tai, per andare a vivere in una città, nemmeno una metropoli, certamente, trattandosi di Conegliano, ma che tale a lui sembrava. L’insuccesso scolastico e la descrizione di una gioventù di amici alla continua ricerca di una felicità tra eccessi e desideri inappagati è impietosa. La difficoltà nel rapportarsi con un contesto familiare che sente avulso alla sua crescita, il richiamo sempre più forte della montagna e del paesaggio che lo ha plasmato, la scoperta della lettura e poi della scrittura, tutto questo si intreccia con le figure femminili, soprattutto quella di Lavinia, forse vero protagonista di questa narrazione, una figura che è il vero “motore” del libro. La storia di Lavinia, letterariamente bella nel suo realistico squallore, è tratteggiata in modo quasi crudo, nel momento in cui si viene a delineare pagina dopo pagina la fragilità di questa ragazza e la sua irreversibile caduta nel dramma. Il bel finale riporta al tema delle radici, alla necessità di non perdere mai il rapporto con quello da cui parte il cammino della nostra vita, non sempre necessariamente un luogo. Meraviglia, romanzo di Francesco Vidotto, è stata una scoperta. Una scoperta veramente piacevole, proprio per come induce a riflettere sul tema delle radici e su come la scuola, qui condannata senz’appello nella figura della burbera professoressa di italiano che tempestava di quattro il giovane Lorenzo, ben pochi sforzi faccia spesso per capire cosa ci sia dietro un profitto negativo, un insuccesso, in questo caso, nel caso di “Meraviglia”, dettato proprio dall’essere costretti a vivere lontano dalle proprie radici.

L’affetto

Si può dialogare con il Tempo? Da tempo mi chiedo come sia possibile dialogare con il Tempo, dal momento che il personaggio di un mio romanzo ha questa particolare caratteristica di trascorrere momenti di riflessione in costante dialogo appunto con il Tempo, un dialogo ricco di ambigue complessità, come è giusto che sia. La riflessione mi ha riportato alle tante pagine che Sant’Agostino ha dedicato al tema, in cui sostanzialmente si arriva sempre ad una negazione del tempo; l’impressione che a me ne deriva è questa: è come se la memoria del passato proiettasse icone indefinibili in un futuro che sarà compito di chi avrà l’onore di raccoglierne l’eredità decifrare e interpretare. Eppure … Eppure qualcosa mi sfugge. La convinzione che un presente vivo e vegeto, condizionante e operante nella contingenza ci sia, nessuno me la riuscirà a togliere. Ed eccoci al punto: se qualcuno dichiara di aver trovato un amore perché ha saputo cogliere l’attimo, significa che quell’attimo esiste, è esistito, è stato attivo nella sua mente, nello spirito, nella materialità della sua quotidianità. Quell’attimo, quel punto, quell’impalpabile espressione del presente è un sogno? oppure un’emozione? oppure un sentimento? Che cos’è? Ma non è bellissimo cercare di porsi queste domande sulle cose più belle della vita! Andiamo avanti allora!

La riflessione particolare che vorrei fare è sull’affetto, sul sentimento. Due parole che troppo spesso consideriamo sinonimi. Permettetemi di salire per un attimo in cattedra e spiegarvi. Se lo chiamiamo “sentimento”, dal latino sentio, il verbo della percezione più generica, facciamo riferimento al mondo di sensazioni, emozioni, percezioni, sogni, desideri, ispirazioni e aspirazioni che rimandano ad una sfera affatto individuale. Se lo chiamiamo invece “affetto”, da affectus, un sostantivo appartenente allo stesso campo semantico di afficio, “faccio qualcosa a qualcuno”, “colpisco qualcuno con qualcosa” (p. es. un provvedimento giuridico), i protagonisti diventano due, uno che manda e uno che riceve, uno che fa e uno che subisce, e da questa interazione può nascere una partecipazione. Chiamiamolo perciò affetto e non sentimento questo attimo vitale che può essere così importante nel bene, come nell’esempio appena fatto, ma potrebbe anche esserlo nel male.

Oggi ho vissuto un’esperienza di affetto, perché ho colpito, ho subito, ho partecipato ad una relazione di scambi di osservazioni, che ha coinvolto la memoria, la relazionalità interpersonale, le emozioni, le commozioni. E anche qui è emersa una profonda differenza, nel riflettere durante il dialogo, tra essere emozionato ed essere commosso. Quanta confusione facciamo! Ho cercato, come è mio solito, di usare le parole secondo la loro storia, non sul fondamento di quello che sembra facciano capire in base alla eco che hanno in quello o in quell’altro spirito. Ebbene, essere emozionati è ben diverso da essere commossi. Emozione viene da emoveo, “porto lontano”, “porto fuori”, “trascino via con la forza”; non evoca immagini così rasserenanti la condizione dell’emozionato, se mi tocca immaginarlo trascinato lontano con la forza, magari – e non è difficile immaginare che sia così – proprio là dove non desidera proprio essere portato.

Ma quanto è bello invece essere commosso, che viene da commoveo, “mi agito insieme”, “mi lascio portare dentro me stesso insieme agli altri”! L’emozionato si sente lontano, si sente agitato e sconnesso dalla realtà, perché il suo corpo è dilacerato rispetto al suo spirito, che vaga altrove, trascinato chissà dove, contro la sua volontà; l’emozionato vive una situazione innaturale, l’emozionato è solo anche in mezzo a cento persone, perché con esse non può avere empatia, in quanto il suo spirito è come se gli fosse stato rapinato. Soffre in un mare di imperturbabilità. Il commosso partecipa di una dimensione comunitaria e non ha spesso bisogno di dare spiegazione sul suo mondo di affetti; la sua persona, il suo sguardo, i suoi occhi, la sua autenticità espressiva necessita di poche parole, gode di fiducia e sa di poter contare sull’ascolto. Mi sento emozionato, se non mi sento all’altezza di un compito e mi è richiesta una prova superiore alle mie potenzialità, che mi lascerà l’amaro in bocca di un’Incompiuta. Mi sento commosso, quando so di aver raggiunto il traguardo con la fiducia di chi ha saputo interpretare l’affetto, con spirito di lealtà e pratica dell’arte dell’ascolto. L’emozionato ha prova di sentimenti, non di affetti. Il commosso ha lavorato insieme agli altri sui sentimenti, sulle e-mozioni, per farne affetti, com-mozioni.

Quando si torna a casa da esperienze come queste, si torna a casa sempre più ricchi e si può ringraziare questa natura che offre campi di esperienza sempre diversi, sempre più intriganti, sempre più educativi.

Quel dialogo sul Tempo ha prodotto una serie di commosse riflessioni e su quelle riflessioni, frutto di affetti, ora si può lavorare in due.

Ritorno

C’è un valico sull’appennino forlivese, in cima al quale si sviluppa un pianoro esposto, senza alberi. Uscendo dalla strada asfaltata, si possono trovare dei massi sparsi. Ad uno di quelli sono da anni affezionato: ha la forma di un divano naturale. Più volte anni fa, quando macinavo migliaia di chilometri sui pedali, ci sono salito in bici prima con un libro, poi con il Kindle nello zainetto; e poi su quel masso, lontano dal rumore della strada, mi sono seduto più volte a leggere. A leggere e ad ascoltare l’anima. Una volta mi sono anche addormentato e mi svegliò solo un’improvvisa ventata che fece cadere la bici. È un masso che ha una storia. Ieri pomeriggio ci sono passato in auto. Ho cercato un posto sul pianoro in cui poterla lasciare fuori della sede stradale. E l’ho ritrovato … il mio divano naturale. E mi sono seduto. Non avevo il Kindle, ma solo il cellulare, su cui ho raccolto quelle emozioni che certi luoghi più di altri sanno infondere.

Ho ripensato ad un vecchio racconto ispirato dalla salita verso quel punto di scollinamento, un salita lunga con tratti anche impegnativi. Di quel racconto era protagonista un leprotto. Lo scrissi per mia figlia che allora era ancora bambina. L’ho cercato e l’ho riletto. Nel rileggerlo la memoria andava a quelle sere nel letto di lei che, prima di dormire, come fosse una favola, voleva che glielo raccontassi. E non solo prima di dormire. Me lo chiese spesso anche durante il giorno. Quel leprotto, che appariva e spariva tornante dopo tornante e che infondeva allegria e vigore al colpo di pedale, voleva attirare l’attenzione su un mondo che appare sempre laterale, marginale al nostro. L’asfalto e la nuda terra. Al limite dell’asfalto salivo con la mia bici, al limite dell’erba lui mi attendeva curva dopo curva. E ora al limite di due mondi mi trovo a pensare a lui, su un valico che già di per sé simboleggia il limite, separa e congiunge due valli, che spesso sono due mondi per chi sa amare quell’universo di valori speciali che si chiama montagna.

La brezza autunnale, il rosseggiare delle foglie, la luce stessa rosseggiante del pomeriggio di inizio novembre, mi fa sentire ancora di più la magia di quella posizione al limite, che già allora avvertii nel rapporto speciale con quel leprotto. Il mio sguardo fa come una zoomata sui pendii del monte Trebbio, sul suo versante nord, di fronte a me.

Non c’è un albero che sia uguale all’altro, che abbia lo stesso colore del manto di foglie, che abbia la stessa altezza. Qua resiste il verde, qua il verde inizia a rosseggiare, qua è già rosso, qua il rosso cede al giallo. Eppure non si ha impressione di disarmonia; eppure l’idea che nel cuore s’infonde è quella di una Bellezza suprema nella Differenza. Il pensiero allora non può che andare sempre laggiù, in quegli scenari che il Tempo devastò e che mani laboriose cercarono di riordinare, in quel corpo che aveva cercato una sua Armonia, ma quelle stesse mani laboriose non intesero come tale, distrussero in nome di un altro concetto di armonia. La mente indaga su cosa significa progredire, migliorare, rendere più vivibile una vita. Gli occhi si chiudono, la memoria inizia a rovistare, a rivangare, il paesaggio si spegne nella sua Bellezza spirituale, altri paesaggi si accendono nella loro Sofferenza, che è essa stessa spirituale, ma ebbe un fondamento anche materiale. Ascoltare il Tempo quassù è possibile per questo, solo ed esclusivamente per questo. Quassù la natura ci dà una lezione che nessun “progresso” del pensiero ancora è riuscito a darmi: si può raggiungere la Bellezza anche nella disarmonia e quando la disarmonia si accorda produce Bellezza. La domanda perciò resta. Gli occhi chiusi la rendono ora ossessiva: perché l’uomo non sa ascoltare quel mondo di cui è parte, in cui tutto trova il suo posto? perché l’uomo non sa accettare il fatto che è parte di un ordine naturale in cui valgono principi flessibili, mutevoli, principi e fondamenti esistenziali che conoscono e potrebbero insegnare il significato del concetto di adattamento? Ascolto il Tempo e la memoria va a trovare immagini che non volevo trovasse. Ero andato alla ricerca di quel luogo guidato dallo spirito del Tempo. Sapevo che lo spirito del Tempo aveva qualcosa da comunicarmi. Ma ancora una volta altri fantasmi si sono agitati insieme a lui. O forse è lui, a cui spesso ho affidato tante mie riflessioni sul significato della vita e del dolore, che vive di una doppia natura, infìda, fallace, cangiante, camaleontica? Apro gli occhi, il cielo è azzurro. Contro il sole basso una forma assume piano piano contorni più nitidi: è un grande aquilone.

Per un uomo buono che sapeva donare il sorriso ai bambini, un uomo buono che ebbe un grande ruolo nella mia vita, un aquilone ha sempre rappresentato il modo di appagare un ossessivo, pressante, imprescindibile bisogno di volare. Nei momenti difficili, di stanchezza o paura, di ansia o di terrore, esce con un aquilone e l’aquilone ha ineffabili poteri taumaturgici. Per seguirne il volo deve tenere a lungo lo sguardo lontano dalla terra, per consentigli di volare deve concentrarsi nella totalità dell’azzurro, nella sua compiuta perfezione celeste. Ma c’è un filo che ci unisce a quell’oggetto perfetto nella perfezione del cielo, che unisce la mia disarmonica e terrena imperfezione a lui; grazie a quel filo l’aquilone armonizza il suo movimento al mio, grazie a quel filo il mio movimento si armonizza al suo. Ma quel filo potrà spezzarsi e spezzandosi darà una libertà che è sempre un’incognita.

L’aquilone atterra. Gli occhi si riaprono. La Bellezza della tavolozza di colori del monte Trebbio resta, scalpellata nel marmo del Tempo; l’Armonia di quel paesaggio resta, interpretata per l’anima da un artista che ne ha compreso l’immenso valore, l’originalità, la differenza. Mi alzo. Il piede destro duole nel dialogo con il Tempo. Trovò Armonia allora. La deve ritrovare anche adesso.

Non c’è l’aquilone, non c’è nemmeno il leprotto.

C’è una bambina che dolcemente dorme dopo aver ascoltato dalla voce del suo babbo per l’ennesima volta la favola che più le piace. Non si scrivono favole, non si raccontano favole, se non si ha qualcosa da insegnare. E siccome credo che la vita mi abbia messo nella condizione di avere qualcosa da insegnare, spero che qualcun altro, venendo quassù, ascoltando il paesaggio, possa imparare a capire l’immenso valore di quegli armoniosi accordi, intrisi di Differenza, che solo lo spirito del Tempo sa trasformare in Bellezza.

Segreti che furono

Fu lei a dirglielo. “Non devi tenere dentro. Parlane. Apriti al mondo. Disvela ciò che arde e tortura. Non dare più argomento agli spiriti del Male che ammorbano la tua anima.” La paura era forte. Aveva tentennato a lungo. A lungo era rimasto nell’incertezza più che sul se, sul quando e sul come, perché il problema del se era già risolto: la decisione di parlarne con franchezza era stata già presa. Troppo era il dolore. Troppa l’ansia cresciuta a dismisura in quei tempi. Lei lo aveva avvertito e aveva sofferto molto per lui.

Le domande sulle assenze dal lavoro cominciavano ad essere numerose, la città era troppo piccola per evitare che queste notizie fossero manipolate e distorte. Bisognava troncare al più presto dicerie e falsità, chiacchiere e illazioni. Vivere in provincia ha i suoi pro, ma ha anche i suoi contro. Malelingue e calunniatori vengono in queste città di provincia a prendere la patente. Ma la vera ragione era lui stesso: non c’era più ragione di nascondere. La visita medica gli aveva messo i sospetti, aveva fatto indagini d’archivio in ospedale a Ravenna, Padova, Bologna e Firenze sul suo passato, aveva ottenuto accesso ai documenti che gli servivano e li aveva fatti avere al suo amico medico che aveva avuto il sospetto per primo. “Talidomide. Non si scappa. Date, quadro clinico, cartelle e referti parlano chiaro”, fu la risposta che ebbe. E da allora ebbe anche il sostegno di un’associazione. Ma soprattuto ebbe il sostegno di lei, di un amore che – lo sapeva bene, perché lo diceva sempre – era anche finalizzato a quello: le erbe infestanti andavano sradicate. La condivisione della gioia di un’unione tra due anime, di un amore tra due corpi, di un progetto tra due spiriti parte dalla condivisione della verità. I segreti, gli diceva sempre lei, sono fatti per torturare l’anima. I segreti sono fantasmi mossi da spiriti del Male. Liberatene!

Quel giorno in auto lei gli prese la mano, che afferrava nervosamente un pomello del cambio che non serviva a niente tener stretto in quel momento, lì in quel parcheggio semideserto. Sapeva quanto lui aveva sofferto nei giorni precedenti. Ogni anno l’avvicinarsi di quella data terribile, di quel 7 ottobre, era vissuto da lui sempre peggio. Lei gli prese la mano destra posata sul pomello del cambio. Vide in lui una smorfia di dolore, nel momento in cui mosse la gamba destra, per sollevare il piede dal pedale dell’acceleratore. Comprendendo che quello non era soltanto un dolore del corpo, che pure c’era e innegabile, documentato e clinicamente certificato, ma era anche, forse soprattutto un dolore dello spirito, strinse la mano di lui più forte e ripetè l’invito: “Parlane!”

Lui pensava a sua madre, a quanto aveva sofferto nel silenzio e nel senso di colpa; pensava al suo passato, a quegli otto anni, a proposito dei quali aveva l’abitudine di dire spesso che furono “otto anni che è da criminali chiamare vita”; pensava a quel piede destro, risvegliatosi nel dolore dopo trentasette anni di “normalità” pagata a caro prezzo. Buttò violentemente indietro la testa, chiuse gli occhi, un fremito attraversò le sue labbra. Lei lo colse.

“Stavi dicendo qualcosa. Non aver paura.” La mano di lei passò dalla mano di lui al suo viso. Il dorso della sua mano calda sfiorò la guancia gelida del viso di lui. La nebbia stava avvolgendo il grande parcheggio; le ultime auto dei pendolari stavano lasciando la città; i lampioni segnavano un orizzonte sfumato, in cui i confini tra le dimensioni si perdevano come nella sua anima in bilico tra la sicurezza di un passato vissuto nel tacito e ostinato rifiuto della verità e l’insicurezza di un futuro in cui la verità sarebbe stata libera di volare senza limiti, con tutte le incognite di una libertà senza frontiere. Far sapere significava rendere di dominio pubblico argomenti vissuti con dolore, dare in pasto a chiunque temi delicati, senza sapere come sarebbero stati intesi, se sarebbero stati fraintesi, quali danni l’eventuale, ma possibilissima, miscomprensione di quello che per lui non era un semplice segreto, ma era un vero scrigno di tesori, avrebbe potuto recare ad una vita che meritava rispetto e dignità, per quello che aveva patito. E quanto aveva patito …

Sì. Stava dicendo qualcosa. Quel fremito delle labbra era stato un tentativo abortito di risposta. La mano di lei avvertì meno algida quella guancia. Gli occhi di lui si riaprirono, lasciando scendere una lacrima, che il fascio di luce del lampione sfuocato fece riflettere. Negli ultimi tempi ne aveva viste di lacrime su quelle guance. Le aveva sempre interpretate come il segno di qualcosa che in lui si stava muovendo. Qualcosa che faceva male, ma che stava uscendo. Non vedeva negatività in quelle lacrime di ieri e nemmeno in quella la vide.

Lei gli ripetè: “Devi uscire dal guscio, adesso che tua mamma te ne ha parlato liberamente. Devi interpretarlo come un segnale del fatto che, se lei ha metabolizzato, anche tu, che sei il protagonista principale della vicenda, non puoi non assorbire, non digerire finalmente il magone restato lì per più di cinquant’anni. Soffro io per te. Credimi.” Non c’era bisogno tra loro due di sottolineare la fiducia, il credito. Lui le credeva, senza bisogno che lei glielo ricordasse.

Gli prese il viso tra le sue due mani, lo girò lentamente verso di sé senza trovare resistenza, quasi avesse un manichino tra le mani, avvicinò lentamente il suo volto, avvertì di averlo in suo possesso, ma avvertì anche la necessità di rispettare quel momento di fragilità; si sfiorarono appena le loro labbra e, restando a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro, da quelle di lei uscì sottovoce: “Non hai idea di quanto io stia soffrendo. Ti voglio troppo bene e soffro troppo nel vederti soffrire.”

Lei seppe che aveva trovato la forza. Le aveva detto in un whatsapp: “Ce l’ho fatta, amore. Bisogna festeggiare!” Sapendo quanto lui avesse sempre ritenuto impegnativo e coraggioso parlare del proprio passato, sapendo la forza che sarebbe occorsa, perché lui aprisse il lucchetto, ormai arrugginito dal tempo, di quel bauletto di segreti, conservato così gelosamente, non poté non esserne fiera lei stessa. Si trattava di parlare di dolori, di sofferenze, di nominare persone care, di nominare suo fratello della cui morte si sentiva responsabile; si trattava di fare outing su un senso di colpa sopito per quasi quarant’anni, per il quale aveva sofferto e soffriva terribilmente tuttora, da quel 7 ottobre 1978. Lei sapeva che avrebbe prima o poi trovato la forza. La sofferenza di quei giorni era stata tanta; aveva visto trapelare sentimenti nuovi nei suoi occhi; aveva sentito forze nuove nelle sue mani che la avvolgevano; aveva sentito un ardore nuovo nell’amore che le dava, pur nel dolore, diceva lui, grazie al dolore, pensava lei.

Lo aspettava al tavolino del bar, quando arrivò il whatsapp con le figurine dell’auto e del cuore, che, tradotto dal loro personale codice, significava: “Sto arrivando, amore.” Di lì a poco vide arrivare la sua Citroën, che fu costretto a parcheggiare lontano, e lo vide scendere. Si era immaginata la sua contrarietà nell’aver trovato posto lontano e nel dover camminare per un lungo tratto, senza poter nascondere in mezzo alla gente la sua evidente zoppìa, risvegliatasi dopo trentasette anni di illusoria, fallace, posticcia ‘normalità’.

Era veramente elegante quella sera: indossava il paio di jeans nuovi che lei gli aveva regalato, un paio di scarpe nere, una camicia sbottonata azzurra e una bella giacca grigia con disegno a principe di Galles di buona sartoria. Sapeva il valore che quelle giacche e quelle camicie avevano per lui: erano quelle giacche e quelle camicie che erano state di suo babbo da poco deceduto e indossarle per lui significava quasi come andare a spasso con il suo povero babbo, a cui tanto era affezionato. Felice com’era di vederlo camminare finalmente sicuro, non notò nemmeno la sua pur vistosa claudicanza dalla parte destra. Non solo: non camminava nemmeno rasente al muro, come era tipico della sua natura appartata e riservata; camminava tra le auto, per arrivare prima al tavolino da cui lei, sbracciandosi, aveva fatto notare la propria presenza. Quando arrivò si baciarono. Fu un bacio diverso. Entrambi avvertirono un flusso nuovo in quel bacio. Lui la stringeva a sé con una sicurezza ignota ai precedenti incontri. Lei avvertiva in lui una voglia di comunicare ben lontana dalle tremende e nervose fluttuazioni dell’anima dei giorni precedenti.

Si sedettero. Lui le prese le mani e lei sorridendo gli chiese: “Sono in ansia di sapere com’è andata. Come ne hai parlato? Dove lo hai fatto?”

“L’ho fatto in classe con i ragazzi di quinta.”

“In classe! Ho sempre pensato che tu qualche volta potessi essere un po’ picchiatello, ma pazzo furioso non ti avrei mai detto.”

“No, no. Aspetta. Stai calma. Ti spiego. Niente pazzi furiosi. Anzi. Si è creata una condizione più normale di quanto tu possa credere. I ragazzi mi hanno chiesto come stessi dopo una settimana di assenza. Alcuni erano sinceramente interessati. L’ho capito dal loro tono. L’ho visto nei loro occhi.” Lei sapeva che lui era attentissimo scrutatore di sguardi e che raramente sbagliava quando analizzava un sentimento altrui dallo sguardo e dagli occhi. “E … beh … allora da lì ho spiegato come stanno le cose per quanto riguarda la gamba e da alcune domande sono venuti quei chiarimenti che hanno poi portato a trattare anche delle cause e di tante altre cose. Sono andato anche sul mio WordPress.”

“No? Non dirmi che gli hai letto dei tuoi pezzi? Sei pazzo furioso. Punto.”

“Ti dirò di più. Ho acceso il videoproiettore. Sono andato su internet. Li hanno letti loro. E sono stati bravissimi. Ne abbiamo letti tre.”

“Ma non possono capire dei ragazzi una vicenda complessa come la tua. Hai sbagliato!”

“No. Anzi. Si sono commossi. Alcuni piangevano. Anche alcuni maschi. Una non ha retto. Piangeva a dirotto. Alla fine tre di loro mi hanno anche ringraziato.”

Lei rifletté un attimo. “Evidentemente hai trovato un momento giusto. Si deve essere creata una congiuntura, come dire?, speciale. Una classe di scuola, in orario di servizio, un insegnante che racconta vicende private della sua vita … permettimi, ma non è cosa che si sente tutti i giorni. Non l’avrei mai fatto.”

“Si è creata una condizione particolare. Ho avvertito un clima in classe idoneo e mi sono lasciato andare. Anzi, ho lasciato che fossero i pezzi da me scritti a parlare. Sono ragazzi di quinta. Sono grandi. Capiscono. Hanno strumenti per comprendere.”

Lei gli gettò le braccia al collo, gli sorrise, un alito di vento le sollevò i lunghi capelli neri che sfiorarono anche il viso di lui. “Era ora. Sapevo che ce l’avresti fatta. Ma ora sono fiera di te, perché mai avrei immaginato che ce l’avresti fatta in questo modo.”

La vide più bella del solito. Per lui era sempre bella. Ma in quel momento la sua chioma nera mossa dal vento, il suo sorriso dai lineamenti delicatissimi, i suoi grandi occhi erano di uno splendore mai visto: “Grazie! Senza di te, non ce l’avrei mai fatta!” Erano parole sentite, perché dietro a quelle parole c’erano anni di un’esperienza che era tale che lui non l’avrebbe mai augurata a nessuno, nemmeno al più acerrimo avversario. Senza di lei, senza il suo sprone non ce l’avrebbe mai fatta. Era sacrosanta verità.

Lei fece indietro la testa. Un altro alito leggero di brezza le mosse i capelli. Lui li prese tra le sue mani e glieli accarezzò. Sapeva quanto lei amasse quel gesto. E dalle labbra di lei, sottovoce, percepibili appena, uscirono parole che il vento portò dirette nel suo cuore: “L’amore unisce, si sa. Ma il dolore ha un potere molto superiore. Se anche il dolore unisce, l’amore diventa qualcosa di ineffabile. Ricordi come ci lasciammo quella sera in auto?”

“Mi dicesti che soffrivi troppo nel vedermi soffrire.”

Il gufo del Torrazzo

Sono molto grandi gli occhi di un gufo, antico simbolo di saggezza, talismano che risolve problemi. Lo si nota da vicino, perché lui non ti rifiuta. Accetta che tu lo avvicini. Mi porto a pochi metri da lui, che è poggiato sul parapetto di un ponticello in muratura su un canale. Dietro, come fosse una quinta su una scena, il Torrazzo, antica torre d’avvistamento, quando il pericolo si chiamava Uscocchi e Saraceni. Tutt’intorno le strade bianche che dalla basilica di Classe portano alla pineta e alla foce del Bevano, tra campagne operosamente lavorate, maneggi di cavalli, case forestali, ciclabili su cui sfrecciano ciclisti, un dedalo di gore, chiuse, idrovore che regimentano quelle acque per gli usi dell’uomo, spiagge con campeggi e stabilimenti balneari. Un paesaggio in cui il selvaggio della pineta con i suoi daini e quello delle piallasse dell’Ortazzo con i loro fenicotteri rosa trova un raro pacifico connubio con le opere dell’uomo, connubio fragile, ma effettivo.

Lì, in mezzo a tutto questo, lui stava immobile con i suoi occhioni fissi su di me. Perché gli antichi ti hanno associato al malocchio? Perché i sumeri e i persiani ti hanno chiamato angelo della morte? Quello era il paesaggio di confine che lui quotidianamente viveva e in cui io saltuariamente facevo capolino, che lui sontuosamente dominava e io discretamente cercavo di rispettare con la mia mountain bike. Che sia la mia divisa colorata bianca e azzurra, decisamente stonata in quel regno assoluto del verde, a tenere quei due grandi occhi su di me? Non si muove. Guarda fisso. Mi porto vicino. Resta lì. Estraggo il cellulare e scatto la foto. Niente. Sempre immobile. Che meraviglia! Sembra imbalsamato. Incurante della presenza della mia compagna d’uscita, che era rimasta sulla sterrata in stabilizzato, giù dal ponte e lontana dalla gora, su quella linea di demarcazione al margine della macchia di lecci, carpini, pini e farnie, incurante anche del sole di luglio che picchiava, malmenava e schiaffeggiava il mio animo decisamente poco amante del caldo, mi porto ad appena due metri da lui e mi siedo per terra, alla stessa altezza, che era di appena 35-40 cm del parapetto su cui lui era appollaiato. Nessun angelo della morte, nessun messaggero di sventure. Un amico con cui condividere.

Non so cosa sia successo esattamente, ma quei due occhi mi hanno trapassato e si sono come trapiantati subito in me. Una comunicazione si è attivata lì sul quel confine tra la macchia selvatica e la gora, che passava tra i coltivi di girasole e mais. In quel contesto estivo di silente e lenta pace pomeridiana il Torrazzo alle sue spalle si è piano piano come sfuocato, i colori del tardo pomeriggio sono diventati un tutt’uno con il verde delle sue piume a squame dalle molteplici sfumature. Non so perché, ma in quei momenti, rivisssuti anche in passato, anche in altri contesti geografici, mi par di cogliere sempre una sorta di messaggio circa la mia posizione nella natura. Una posizione da sempre cercata con ansia. Non saprei come spiegarlo, ma credo di avere un metodo di avvicinare gli animali diverso dalla maggior parte delle persone; mi sono, infatti, trovato in quel modo a tu per tu con due cervi al passo dei Mandrioli, con una volpe a S. Agata in Montalto, con un leprotto sul monte Chioda e con le marmotte al passo del Tonale insieme a Laura, mia figlia. E sempre si è instaurato un clima di simbiotica condivisione, che avvolge lo spirito in un modo che non è facile riuscire a descrivere, lo trascende in una dimensione di confine assolutamente singolare, lo traspone in un clima la cui serenità non sopporta parole e concetti razionali.

I due grandi occhi sono sempre piantati su di me, sui miei: due pupille nere nere, dal cerchio che sembra fatto con il compasso, su due iridi gialle altrettanto perfette nella loro circolarità. Nella natura si riesce a fare di queste cose senza dover studiare geometria. Iridi immobili. Fisse. Piantate su di me. Non un battito d’ala, non un fremito. La mia amica era andata intanto su internet e aveva cercato qualcosa: “Trovato! È un gufo di palude. Nome scientifico Asio flammeus. Tra i rapaci è uno dei rari predatori diurni. Qua dice che è particolarmente attivo nel tardo pomeriggio. Sono le quasi le 18: forse abbiamo preso l’unico pigro della categoria. Sembra finto. Oppure lo hai ipnotizzato tu … Sai che ogni tanto mi spaventi con gli animali.”

Ascoltai. Anzi ascoltammo, perché ormai io e lui condividevamo un territorio. Asio flammeus. Sarà tra i 35 e i 40 cm di altezza. È veramente molto bello. Il sole picchia. Mi tolgo il casco. I capelli e il viso sono madidi di sudore. Una sofferenza da interpretare forse come mònito alla mia innaturale presenza in quel contesto? Anche la parte interna del casco è fradicia di sudore.

Riprendiamo la nostra comunicazione, lì su quel ponte di cemento armato cadente, scrostato e con le anime di ferro ormai a nudo. Laggiù, sotto di noi, le acque basse e limacciose del canale iniziano la loro produzione di zanzare per la gioia dei villeggianti in vacanza sui lidi vicini e degli abitanti della città, le cui prime case da lì distano appena 6-7 km.

Quanto è bello entrare in quelle iridi. Vedo due ali spiegarsi e librarsi nell’azzurro. Vedo un grande aquilone verde come lui, con due cerchi gialli e un punto nero in mezzo, come i suoi grandi occhi. Da quell’aquilone si assapora una vita che nel suo procedere non deve soffrire per camminare, gode del vento e fiduciosa gli si concede, non conosce i limiti alla libertà di movimento posti da congiunture e sofferenze terrene. Volo io, vola il gufo che ora è in me. Vola lui come fosse il mio aquilone. Vola, vola, volta alto e maestoso, sicuro e fiducioso, grandioso e libero. Il verde e l’azzurro si confondono, come è giusto che sia, tra cielo e mare, nell’ordine naturale delle cose. Tutto è verde e tutto è azzurro. Tutto è vita, lassù. E quassù non si si avverte il dolore delle perdite terrene, delle mancanze corporee, dei limiti cogenti della vita che si vive laggiù. Laggiù si vedono ciglioni, si vedono ponti, si vedono cartelli, si vedono divieti, si vedono limiti … Quassù non esiste la Differenza …

Ebbro di libertà, ammaliato di pace, non considero il fatto che un filo mi richiama laggiù. Quaggiù esiste, invece, eccome se esiste la Differenza! E tu su questo ponte, a cavallo tra due mondi, tra la macchia con le querce, i lecci e le farnie, i daini e gli scoiattoli, le piallasse con i cavalieri d’Italia, i cormorani e i fenicotteri rosa e, di qua, i coltivi di mais e di girasole, le gore e i ponti vigilati dall’austero Torrazzo, tu su questo ponte, immobile, me lo ricordi che esiste; me lo ricordi tra l’impietoso e il generoso, sempre a metà strada tra due realtà, sempre incerto tra due intendimenti. Non vorrei mai staccare questo filo che, con i suoi dubbi, proprio grazie ai suoi dubbi, riesce a comunicare immensa Bellezza all’anima. Una comunicazione che si fa condivisione di esperienza.

“Facciamo tardi. Bisogna rientrare. Andiamo!”, dalla strada arrivò il richiamo di lei.

Il filo cede, sfugge di mano, l’aquilone vola via. Alzo lo sguardo. Lui si è librato verso est, verso il Torrazzo. Il sole opposto lo illumina. Una grande sapiente macchia verde nell’azzurro, lassù, che mi ha ancora una volta insegnato il significato della mia posizione, quaggiù.

Riprendo la mia impolverata mountain bike, lasciata sul limitare della sterrata, tra i sassi e l’erba. Riprendo il mio cammino pedalando più fiducioso su quel meraviglioso, unico, fantastico scenario di dialettica, su quel discrimine tra mondi diversi, su quel tempio di Differenza. Il piede sinistro pare più sicuro e il colpo che dà al pedale è più potente dalla parte della macchia; il piede destro, più malfermo, dalla parte della gora e dei coltivi, del Torrazzo e delle spiagge, dà il contributo che può, consapevole di vivere in una sapiente e ricca, serena e fiduciosa condizione di Bellezza e di Differenza. Due ali dall’alto vigilano sapienti e libere, fiere di aver insegnato.

E infondono sentimento di fiducia nell’anima, di libertà nello spirito.

Insonnia

Non dormire significa cedere alle lusinghe dell’ansia, sempre in agguato per devastare la mente, ai tanti fantasmi del passato, anch’essi sempre pronti a riprendere possesso della memoria, al panico in tutte le sue più molteplici forme. Non dormire, in un momento in cui si è soli in casa, senza nessuno accanto, senza nessuno con cui scambiare idee, può diventare pericoloso per chi non trova modalità per comunicare quello che sente di dover esprimere, anche uno sfogo.

Scrivere è una risposta. Scrivere significa combattere contro tutto questo male insidiosamente in agguato, cercare un’arma efficace per vincere ansia, memoria e panico, fantasmi vigliacchi e subdoli che possono inferire il colpo inavvedutamente.

Ma è nel momento in cui si sceglie il tema su cui scrivere che quegli spiriti maligni possono riprendere possesso della mente e guidare la mano con intenti pericolosi. La guardia non va mai abbassata. Tutt’altro: va sempre ricordato che la comunicazione è un’arma importante contro il male oscuro. E la notte con la sua pace e serenità può esprimere quanto di meglio abbiamo dentro di noi.

Di notte ho scritto le mie pagine più belle.

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