Sul confine

Si muovevano, neri e agitati, in balia del vento, tra nubi nere e fluttuanti. Come un aquilone. Erano neri i suoi capelli, come le nubi sopra di noi. Neri anche gli occhi, come l’orizzonte che cercavano, sfuggendo ai miei. La sua chioma si agitava. La faceva armonicamente, come volesse seguire il ritmo del flusso e riflusso dell’onda sulla battigia. La melodia del mare era assordante, furente, un fortissimo di quelli che sullo spartito troviamo solitamente nel rigo finale. Ma qui siamo alla fine o all’inizio? Desideravo tenere saldamente il filo di quell’aquilone. Lo desideravo ora con tutte le mie forze. Ma ogni cosa opponeva resistenza: quegli occhi sfuggenti, il vento che rendeva imprendibili e incontrollabili quei capelli, l’onda fragorosa. Quanto avevo amato quei capelli! Quante volte li avevo accarezzati! Quante volte le mia mani avevano obbedito ai suoi ordini, mentre glieli pettinavo come voleva lei, o meglio, come voleva lei assecondando un desiderio che era tutto mio e affidandomeli con un atto di fiducia che richiedeva rispetto. Ma il vento aveva il sapore del sale in quel momento. Tutto sapeva di sale. I nembi neri oscuravano il sole e, in quel nero che avanzava con naturale semplicità, il nero dei suoi capelli era la cosa più congrua e naturale, più semplice e conveniente, come il nero degli occhi. Semplicità: era la parola che mi veniva in mente, e lo faceva in un momento in cui nulla sarebbe apparso semplice. Non lo era parlare, non lo era sentirsi, non lo era camminare. Ma semplicità poteva significare anche ricerca di un’occasione naturale. E dunque? se lei mi aveva dato appuntamento lì, in spiaggia, in una gelida giornata di fine autunno, nell’unico bar che rimane aperto tutto l’anno, per lei era naturale e semplice che ci vedessimo lì? Naturale e semplice. Dovevo sentirmi ancor più semplice dei suoi piedi nudi che danzavano sulla sabbia bagnata dalla schiuma, più semplice del sorriso che cercava di nascondersi da troppo tempo, senza riuscirci, più semplice degli occhi che sfuggivano alla ricerca di un orizzonte, di un fine indistinguibile. Si era alzata dal tavolino del bar dove eravamo le uniche persone, oltre al titolare che sfogliava un quotidiano. Mi prese per mano. Era naturale anche quel gesto. Mi portò verso la spiaggia, al di là della duna di sabbia, oltre l’esile fascia della pineta costiera. Arrivata alla battigia, si fermò e si sedette per terra. Lasciò che l’onda le bagnasse i piedi. Avevo lasciato la presa della sua mano. Ero rimasto un po’ indietro, per ammirarla. Ero in balia di lei e della sua naturale e disinvolta semplicità; ero in balia di quel paesaggio furioso. Non le volli rubare la scena. Sollevò l’abito lungo nero, quanto bastava perché non si bagnasse e perché il semplice e naturale candore delle sue gambe si illuminasse ancora di più. Mi invitò a sedermi accanto a lei.

La raggiunsi in quella semplice solitudine. Non mi curai di aver lasciato l’auto aperta nel parcheggio del bar e nemmeno di aver lasciato la borsa del lavoro sul tavolino del bar, su cui avevamo appena scambiato quelle parole di convenienza tipiche di quando due persone non si vedono da tempo; neppure di essere in una specie di divisa da lavoro con un completo grigio, mocassini lucidi, cravatta e camicia. Non mi curai, insomma, di essere una forma cittadina del tutto incongruente in quel contesto. Non ero il prescelto protagonista di quella scena. Mi sentivo comparsa. Mi tolsi soltanto scarpe e calze per poter condividere con lei quella fragile posizione di confine tra terra e mare, che lei aveva scelto. Mi tolsi la giacca, allentai il nodo della cravatta e sbottonai il colletto della camicia. E allora mi lasciai coinvolgere dal turbinare a mulinello della sabbia, dall’accatastarsi disordinato delle conchiglie, portate, riprese e riportate dallo sciabordio ritmico della risacca, mentre l’orizzonte univa acqua e aria in un informe magma grigio, agitato dalla bora scura: rinforzava di minuto in minuto e scuoteva tutto, sconvolgeva tutto, mescolava tutto quanto per troppo tempo era stato ordinatamente separato. Iniziavo a capire che non ero una più una comparsa in quel gioco. E quello non era più un gioco.

Avevo ancora trenta minuti di pausa pranzo. Mi parvero un’eternità. Non c’era tempo in quello spazio senza tempo. Non c’era certezza in quel confine, ricco della sua naturale semplicità, un confine che con sicura e beffarda disinvoltura negava ogni certezza.

“Non sai nulla veramente della mia vita.” Pronunciò quella frase appoggiando la testa sulla mia spalla, lei alla mia sinistra, io alla sua destra. Mi dovevo stupire? Con le braccia avvolse le proprie gambe. La imitai assumendo la stessa posizione. L’acqua fredda ci bagnava i piedi. “Credevi di sapere qualcosa, ma non sai nulla.” All’orizzonte le nubi si facevano sempre più nere. Ma lei non se ne curava. Io ancora meno. Il freddo dai piedi cercava di salire dentro di noi. Freddi erano i ricordi. Gelido il passato. Ma intesi la situazione che si creava su quel confine come una necessaria espiazione, in attesa che tutto il caldo conservato dal tempo malato potesse uscire e disinfettarsi. Non parlai. Parlò lei.

“Mi presero in ufficio per la sostituzione di una maternità. Avevano tanto lavoro da sbrigare. Non potevano restare con una persona in meno per così tanto tempo. Forse al direttore piacqui. Chissà. Spero che mi abbia scelta perché brava, ma temo che lo abbia fatto perché gli piacqui.” Era veramente gelido quel ricordo. Sapevo che non era vero quello che aveva appena detto. Il titolare dello studio per cui allora lavoravo anch’io aveva preso informazioni su di lei e sapeva che era brava. Una violenta ventata improvvisamente le scompigliò del tutto la chioma, prima raccolta in uno chignon frettolosamente eseguito, a cui mancava l’amore che un tempo avrei potuto dedicare a quei capelli. La bora li aveva liberati completamente. Li portò sul mio viso. Un’energia e una vitalità che ben conoscevo. Uno schiaffo. Una sberla del vento. Una lezione di quella natura che lì non amava essere contraddetta. Ne afferrai una ciocca e iniziai ad accarezzarli. “Lo facesti quel giorno in cui uscimmo a prendere il caffè dopo la riunione. Lo ricordi?”. Non esitai a rispondere “Sì”. La testa di lei era sempre appoggiata alla mia spalla. Era tutto semplice e naturale.

“Tu pensi che io sia una ragazza dal sud, una di quelle che, come tante, è venuta in cerca di un mondo migliore al nord. Tu pensi che questi occhi neri, questi capelli neri, questo carattere deciso e determinato siano tipici di una donna di origini meridionali. Tanti lo pensano. Donata non è un nome che circoli molto da queste parti. Il mio non è un cognome di queste terre fredde e umide.” Anche questo ricordo era freddo. Stava giocando con il tempo. Avrei risposto dicendo una cosa scontata; avrei risposto dicendo che tante città del nord, soprattutto quelle più industriali come la nostra, hanno una popolazione ormai mescolata, in cui le distinzioni tra nord e sud si sono attutite con il passare delle generazioni; avrei risposto che quella città in cui vivevamo era un grande paese prima della costruzione dell’area industriale, prima dello sviluppo dell’indotto nell’entroterra, avrei potuto anche dire che ormai di quell’immigrazione, che un tempo aveva dato sviluppo e ricchezza, restava solo un ricordo in tanti capannoni che la crisi aveva visto chiudere; avrei potuto ricordarle, sempre per rispondere con freddi ricordi alle sue altrettanto fredde provocazioni, che di quelle tante famiglie, che avrebbero portato la ricchezza proprio con la loro povertà, restano ormai solo nuclei di anziani che vivono di solitudine nei quartieri popolari; avrei potuto dirle che neanche la mia famiglia poteva vantare un pedigree puro, che mio padre era un militare che si era spostato per lavoro in mezza penisola e che mia madre era un’insegnante che cercava di seguirlo dove poteva; avrei potuto annoiarla in tanti modi, rispondendo al freddo con altro freddo, ma risposi con poche parole: “Sapere tutto di una persona può essere impegnativo.” Strozzata dalla bora uscì solo quella risposta. E continuavo ad accarezzarle i lunghi capelli neri che mi avevano fatto sognare, con i miei piedi nudi accanto ai suoi, con la sua testa sempre dolcemente poggiata sulla mia spalla sinistra, con la bora che rinforzava, con le onde che, tagliando di traverso la linea della spiaggia, si accavallavano le une sulle altre. Una risacca cattiva, arrabbiata, che serviva a scuotere il caos del tempo, a rimescolare tutte quelle false certezze che avevano portato solo errori e tanto, troppo dolore. Avevo sempre dato tutta la colpa a me di quegli errori. Il mio ruolo era davvero soltanto quello della comparsa? Avevo letto bene quel copione?

“Ogni tanto ci penso, sai? Penso alle nostre radici.” Disse scandendo le parole. Scuffiai. Non so perché. Mi venne un assalto d’ansia a quel ricordo delle radici. Mi infastidiva. Eppure dovevo assecondarla. Stava per dire qualcosa di importante e, se mi aveva dato appuntamento lì, in quel posto e in quel contesto così particolare, dove solo i suoni della natura dettavano regole, era perché aveva una storia da raccontare. Ormai era evidente. Dimenticare la mia storia e lasciare che protagonista fosse solo la sua. Solo quello dovevo fare. Troppo spesso avevo preteso di imporre le mie scelte. Quell’abisso tutto mio andava trattato con delicatezza. Come il marinaio  abbiscia in ampie spire la cima perché poi, si sa, deve essere riutilizzata in modo veloce e agevole, così io feci tesoro delle mie parole. Non parlai.

“Ci lasciammo, o meglio, ti lasciai un giorno di giugno. Eravamo usciti due sere prima. Forse hai dimenticato tutto.” Non avevo dimenticato nulla, ma non parlai, tenendo fede al ruolo di finta comparsa che mi ero imposto. “Andammo a cena in un ristorante di collina. Veramente molto bello. Era sui primi colli. Un posto meraviglioso, di quelli che solo tu sai scegliere. Ricordo come si vedevano chiare e distinte le luci delle città della pianura. Era una serata fresca e limpida. Tanto limpida quanto fu la decisione che presi, ma non ebbi il coraggio di esprimerti.” La sua testa si alzò dalla mia spalla. I suoi capelli sfuggirono alla presa delle mie mani. Il vento li dominava portandoli ovunque intorno a noi due. La bora dava voce alla pineta, poche decine di metri alle nostre spalle: tra quei rami di pino, solitamente placidi, ora agitati e sconvolti, uscivano rumori orribili, fischi acuti; per lei erano voci di divinità dimenticate da secoli che forse chiedevano di essere ridestate. Me lo disse convinta un giorno. Solo la natura aveva di quei poteri, mi disse un altro giorno, uno di quelli in cui la passione invitava a quelle riflessioni. “Finì tutto due giorni dopo. Finì in un’illusione tremenda. Mi illusi di aver chiuso un capitolo, semplicemente come se ne apre un altro, voltando pagina, come quando si fa mentre si legge un libro. Ma non era così che funzionava la vita. Non lo sapevo. Mi illusi che la vita fosse come un romanzo. Ma …” Quella frase incompleta chiedeva forse che io la finissi? Il vento aumentò d’intensità. Un’onda più lunga arrivò oltre i nostri piedi. Il velo nero delle nubi all’orizzonte si aprì per un attimo. Filtrò una luce. Fu come un flash. Poi il vento ricompattò i nembi. La parole che avrei potuto dire ondeggiavano nella mente cercando di uscire, ma, come l’acqua sciaguatta in una bottiglia non ben chiusa durante un viaggio su strada sconnessa, alla fine restarono al sicuro. “Ma …” La vita non è un romanzo. Sì, ne ero convinto anch’io; dovevo darle conferma? Ma era evidente che la vita non è un romanzo. Avrei detto quello che lei stessa avrebbe potuto dire. La vita forse non è un romanzo, ma è l’insieme di tanti romanzi, di tanti stili, di tanti generi; la vita è un po’ noir, un po’ romanzo rosa, un po’ thriller, un po’ anche fantasia e creatività; più o meno delicatamente e pericolosamente condotta su un gioco di psicologie difformi, sempre in bilico, sempre indecisa tra la certezza di un passato, che, bello o brutto, è pur sempre una realtà che ti salta addosso quando meno te l’aspetti, e l’incertezza di un futuro che, quasi sempre, riesce solo a fare tanta, tantissima paura. C’è un tempo per tutto nella vita, per ridere e per piangere. L’importante è sapere che quei due tempi vanno vissuti entrambi, perché l’unico possa essere compreso e vissuto grazie alla consapevolezza dell’altro. Alcuni ne raccolgono tutto il peggio, altri tutto il meglio. E vengono fuori vite più belle e vite più brutte. Fu questo, in tutta la più naturale semplicità, che ci dicemmo quel giorno, quando lei prese la decisione di andarsene. Avrei fatto bene a dirlo? Non lo feci. Le avrei fatto del male? Forse sì. Mi lasciai accarezzare i piedi da quell’acqua gelida che dava l’impressione di una forza più sicura e pulita, più incessante e determinata di quanto fosse il mio animo in quel momento. E, tenendo fede al mio intendimento, non parlai.

“Non sai proprio nulla della mia vita. Ho vissuto una guerra, una vera guerra, una di quelle a cui tuo padre per una vita si è sempre esercitato, ma non ha mai combattuto.”

Pronunciò quelle parole con la voce come strozzata. Lo sciabordare ritmato e regolare del mare vinse e lasciò incompiuta anche quella frase. Sollevai la mano sinistra. Stavo per appoggiarla sul ginocchio destro di lei che continuava a tenersi le gambe strette tra le braccia. Poi la ritrassi. Non appena la mia mano fu di nuovo lontana da lei, la sua mente fu come attratta da un mondo di ricordi e sovrastata da una mole di immagini che sembravano evocare solo dolore. Questo dicevano quegli occhi neri, che io conoscevo molto bene. “Non sai proprio nulla della mia vita.” Era ancora più strozzata quella voce. Mi voltai. I nostri sguardi si incontrarono. I suoi occhi erano lucidi. Di scatto girò la testa verso il mare che lontano mugghiava contro i massi delle barriere frangiflutti. Ascoltai il seguito non più nel ruolo di comparsa presa dalla strada, ma in quello direttamente coinvolto nella trama. Adesso ero un attore vero.

“Sono nata a Mogadiscio. I miei sono del sud. Mio padre era andato a insegnare ingegneria all’università. I rapporti della Somalia con l’Italia erano buoni allora. All’università tutti parlavano italiano. Nessuno di noi voleva sapere cosa ci fosse dietro a quegli accordi. Si lavorava. Si studiava. Dopo la caduta del presidente i miei decisero di restare, quando tutti gli italiani invece lasciarono il paese. Mio padre trovò un lavoro come ingegnere per una società inglese con sede in Kenya. Mia madre perse ovviamente il suo posto. Ci trasferimmo in una zona a sud di Chisimaio, ritenuta dagli inglesi sicura. Una mattina mi svegliai da sola. Erano entrati in casa. Avevano ucciso le tre guardie che ci proteggevano. Dei miei genitori e di mia sorella, più grande di me di due anni, non seppi più nulla. Non so perché mi lasciarono lì. Avevo tredici anni. Fui presa in casa da una famiglia inglese chi mi mise in contratto con la mia ambasciata. Mi trasferirono a Nairobi, in Kenya, dove vennero a prendermi gli zii che vivevano a Milano. Crebbi con i miei cugini, che furono più che fratelli per me. Lo zio venne poi trasferito in questa città, in un ufficio del porto. Per anni siamo vissuti nella speranza che il babbo, la mamma e mia sorella fossero stati rapiti da una banda che ci avrebbe chiesto un riscatto. E invece non si è più saputo nulla. Non hai idea di cosa possa significare convivere con il ricordo dei tuoi genitori e di tua sorella, a cui non puoi nemmeno versare una lacrima in un camposanto. Quella che ho vissuto fu una guerra. Una guerra vera. Una delle più brutte. E per me non è ancora finita.”

Quando si sente il cuore balzare in gola si vorrebbe dire qualcosa, ma non ci si riesce. La mia bocca tentò di aprirsi. Ma le mie parole rimasero dentro. ‘Non dire nulla’: avevo fatto un patto con me stesso. Lei mi prevenne con grande tempismo e accortezza. Ma, anche se avessi parlato, non avrei detto nulla di banale. Pensai solo ai bei momenti passati insieme. Sei anni. Per cinque anni anche colleghi di lavoro. Poi lei si licenziò. Mi lasciò per un altro con cui credo che le cose non siano andate mai bene. Di lei non persi mai traccia. Con una scusa passavo davanti all’uscita del suo nuovo ufficio. Andavo a fare la spesa dove sapevo che andava lei. Quando mi vedeva, non si dimostrava mai irritata per la mia presenza. Al contrario. Mi sorrideva e quei capelli neri, sciolti o raccolti che fossero, quei vivaci occhi neri, mi facevano poi sognare per ore, perché ne ero sempre innamorato, come il primo giorno. Mi convinsi del fatto che il mio errore sia stato quello di non averglielo mai detto abbastanza. Forse nemmeno quando stavamo insieme ero riuscito a farle veramente capire l’intensità del mio amore per lei. Non saprei. Se lei mi ha chiamato qui è per farmi quella rivelazione sul suo passato. E se ha sentito il bisogno di farla, significa forse che esiste un altro bisogno? quello di riaprire un dialogo? Non parlai. Mi aveva appena detto di non dire nulla. Non dissi nulla. Il pensiero andò allora all’altro capo del filo, dove tutto ebbe inizio. E allora tutto mi fu chiaro. Ero sul punto di farla uscire allo scoperto, quando fu lei ad aprir bocca: “Le guerre nascono dall’odio e ne seminano ancora di più nelle generazioni che seguono. Chi le ha vissute da vicino conosce meglio di chiunque altro la forza dell’amore.” Un acuto sibilo di vento interruppe quelle parole. Un tuono molto lontano rafforzò la convinzione che tutto quel passato pieno di putredine e marciume dovesse essere sciacquato via da quella tempesta in atto. Una sferzata di bora le scosse il vestito e le scoprì una gamba. Non se ne curò. Un altro colpo di vento le gettò sul viso la mia cravatta. Sulle mie mani e sulle sue l’aria salmastra deponeva salsedine. Era una sensazione meravigliosa. Un altro tuono. E poi una veloce sequenza di altri lampi e altri tuoni in lontananza, laggiù dove tutto si confondeva, in quell’abisso dove lo spazio era tempo e il tempo spazio.

Era stata assunta da una settimana, ma tutti in ufficio eravamo rimasti colpiti dalla sua bellezza. Succede. Una bellezza speciale, semplice e naturale, come tutto lì era semplice e naturale. Oggi come allora. Era bella. Certo. Aveva tutte le curve al posto giusto. Certo. Avrebbe dimostrato di dare anche nell’amore una soddisfazione che poche sarebbero riuscite a dare. Certo. Tutto era naturale. Di più: per me tutto era semplice. Ma non era quello il sentimento che s’insinuò nella mia vita dalla bellezza che si diffondeva dalla sua. Era altro; era un atteggiarsi della sua persona ora dolce ora vagamente nobile, ora semplice e naturale ora malinconico e misterioso. Fu quello che fece scoccare la freccia. Eppure, non era così misteriosa quella movenza. Aveva dei caratteri definiti. Era un modo di eseguire i lavori ordinati dal suo capo con una naturalezza alla quale erano ignote stanchezza, noia e contrarietà. Era un sentirsi sostanzialmente felice, a proprio agio e serena in quell’ufficio dove rimbrotti e lamentele erano invece assai frequenti. Questa era la sua bellezza, alimentata dalla semplicità: sorridere, sorridere, sorridere. Sorridere facendosi la coda di cavallo. Sorridere leggendo una mail appena arrivata nel computer. Sorridere quando le veniva chiesto di finire un lavoro, che forse avrebbe richiesto un po’ di straordinario. Sorridere quando le veniva chiesto di andare in posta o dal notaio sotto la pioggia. Sorridere al direttore, quando le veniva chiesto come mai era arrivata dieci minuti in ritardo: “Domani arriverò venti minuti prima, se necessario,” rispose un giorno, disarmando in un attimo l’acidità del rimbrotto. Il resto non contava. Un giorno inviammo dai nostri due computer una stampa di un documento alla stessa stampante. Ci trovammo nella situazione più normale che può capitare in un ufficio: davanti al cassetto d’uscita della stampante con due fogli da prendere. Ma non guardammo i fogli. Io guardai gli occhi di lei. Lei guardò i miei. E io presi il documento di lei, lei prese il documento mio. Il fatale sbaglio. L’orario del mattino stava terminando. Appena tornati nei nostri uffici, mi arrivò una mail nella casella personale: “Pausa pranzo al bar sul molo del porto? Ho un documento che forse è tuo e tu forse hai un documento mio. Ce li possiamo scambiare lì, se vuoi.” “Va bene. Andiamo con la mia auto,” le risposi. E fu così che, oltre ai documenti, ci saremmo scambiati i numeri di telefono. E ci lasciammo, senza che io rimanessi fulminato da quei due occhi neri, di cui non avevo conosciuto nulla di più energico e vitale, semplice e naturale. Ricordo solo una cosa di lei. Una sola frase mi rimase impressa: “Ho un futuro che voglio vivere solo nella gioia.” Ora, solamente ora, posso dire di capire quella frase, pensai lì sulla battigia. Ma non parlai.

Ci sarebbe stato bisogno di tante parole. Fu sufficiente una folata di vento. Fu sufficiente che quel vento mi avvolgesse il viso con quei capelli. Fu sufficiente che quel sorriso ritornasse con tutta la sua energia. E allora la mia mano sinistra non ebbe più titubanza. Si protese verso di lei, che non strinse più le ginocchia.

“Credo di avere una cosa da darti ancora. Qualcosa ci deve aver distratto allora.” Estrasse dalla borsa un foglio. Era una fotocopia di un libretto di spese di carburante di un cliente dello studio in cui eravamo stati colleghi. Era il documento di quella stampante di tanti anni prima, quello che avevo stampato io, ma che aveva preso lei. “Forse anche il mio documento è rimasto a me,” le dissi “No, tu me lo hai dato. Io invece mi sono dimenticata. Sono troppo distratta.”

Nubi sempre più nere e mare sempre più infuriato. Il vento sollevava sabbia ovunque. Ci alzammo. Prendemmo le nostre cose e corremmo a sederci al riparo, al tavolino del bar dove avevo lasciato la borsa. Le prime gocce, ancora innocue. Non parlammo di noi, ma di lavoro, di vita di tutti i giorni, di spese, di progetti futuri. Ridemmo tanto. Non c’era bisogno di romanticherie. Il suo modo di parlare, di muoversi, di agire, di comunicare era già tutto plasmato dal sorriso. A me bastava quello. Ammiravo solo quello che per tanto tempo avevo sognato. Conoscevo le radici di quel sorriso. Tornammo insieme in città. Ognuno al suo ufficio. Ma con una promessa. Quella di non essere più distratti. Prima di mettere in moto, presi in mano quella stampa di vecchia fotocopia. E mi sfuggì un sorriso. La piegai con cura e la misi nella borsa.

Ero alla tv quando arrivò un suo messaggio: “Viviamo tutti in bilico, tutti sul confine. Prima eravamo tra acqua e mare, tra sabbia e onde, che si confondevano nel vento di bora. E nemmeno di fronte a noi il grigio del cielo e quello del mare erano distinti. Mi ero illusa che la vita avesse degli scompartimenti, che fosse come un mobile fatto a scaffali, dove i sentimenti, le esperienze, i sogni, gli errori, le emozioni, i ricordi dovessero stare ognuno in un cassetto o in uno scaffale diverso. E invece che non è così.”

“C’è un tempo per tutto,” le risposi. E poi aggiunsi: “E il tempo confonde tutto. Occorre il coraggio di aprire tutti quei cassetti e tutti quegli scaffali. E rimescolare tutto.”

“Va bene. Aiutami.”

Abbarbicati

Resto qui di Marco Balzano (Einaudi 2018) racconta una storia di radici, di gente di montagna, di abbarbicati, che attraversano la guerra, che vivono una delicata realtà di confine, gente che soffre per quelle lacerazioni e per quelle divisioni su cui già per decenni si è scritto e che, in forme diverse, tutte le nostre famiglie in Italia hanno vissuto, metabolizzandole chi in un modo chi nell’altro, talora superandole, talora no. Dietro la vicenda di Trina c’è quella di un paese cancellato da una diga, di una storia che vede passare guerre, governi e ideologie totalitarie e altre che pretendono di presentarsi democratiche cambiando le forme a sostanze che restano quelle di prima, forme di potere ‘vissute dal basso’, dal punto di vista di semplici valligiani, forme di potere che nelle teorie politiche si dichiarano avversarie, ma che per i montanari producono alla fine lo stesso risultato: a Roma cambia chi comanda, ma gli amministratori, dopo la sosta della guerra, riprendono tutti i progetti di prima, come se nulla fosse successo. Cambiano le uniformi di chi fa rispettare una legge lontana, ma le tute da lavoro di chi realizza quelle leggi sono le stesse di prima. Il libro presenta una narrazione fluida dall’inizio alla fine, senza mai una caduta di tensione, senza mai scadere in eccessi, senza dover mai usare la tecnica dell’elastico della tensione che, se troppo tesa, occorre che sia allentata, perché l’elastico non si rompa; di forte impatto emotivo risulta la forma quasi epistolare che il racconto assume nel dialogo a distanza tra madre e figlia emigrata. Manca, nondimeno, un elemento per me. E chi ama la montagna e ha imparato negli anni a viverla avverte questa carenza. Non si può parlare di persone di montagna senza dimostrare di amare quel paesaggio in un modo diverso da quello del turista che di Curon oggi vede solo il campanile, che spunta dalle acque del lago di diga, il bacino artificiale che di quel paese ha di fatto cancellato radici secolari. E anche quella copertina, con la foto del noto campanile della chiesa del paese sommerso, purtroppo offre una sgradevole sensazione ‘turistica’, quasi da home page di un sito che pubblicizza vacanze. Si poteva graficamente fare di meglio. Quell’immagine appare in certo senso appiccicata lì, come se non si fosse voluto fare lo sforzo di trovare altro: quell’immagine non riesce a rendere la profondità del dramma di una comunità che noi, passando disattenti e distratti, sulla strada del passo Resia, meritiamo di conoscere come sicuramente Marco Balzano ha fatto prima di scrivere il libro (lo dichiara nella postfazione). La figura di Trina e quella di Erich, i paesani, i loro figli, i parenti, la vita del piccolo paese, la resistenza di Trina fino alla fine, il suo antieroismo che assume le forme di un eroismo più vivo di quello del più coriaceo e combattivo Erich, tutto viene raccontato attraverso personaggi ben caratterizzati, ma che si muovono su una quinta sostanzialmente inerte. Non dovrebbe essere così: quella quinta è un paesaggio vivo, quel paesaggio viene colpito e stravolto, quella valle viene completamente snaturata; meriterebbe uno spazio maggiore, diverso, più vivo e meno anonimo questo contesto ambientale, non foss’altro per il ruolo narrativo che svolge dietro e sotto tutta la vicenda. Un buon voto al libro, ma alla fine della lettura resta l’impressione che qualcosa manchi.

Non è bello esultare per la sconfitta della ragione, ma talvolta occorre

Saper scrivere mescolando stili e generi è cosa solitamente gradita al lettore appassionato di oggi. Matt Haigh lo fa in Come fermare il tempo (Edizioni e/o 2018): quello che ha come protagonista Tom può essere un esempio di letteratura di viaggio nel tempo, la presenza della società segreta degli Albatros e del personaggio, sicuramente ben riuscito, di Hendrich ne fa per certi aspetti una spy story; ma questo libro è anche una storia d’amore, un amore impossibile per la sindrome di cui soffre il protagonista costretto a lasciare l’amata Rose, un viaggio nel dolore alla ricerca della figlia Marion, affetta dalla sua stessa disfunzione, se vogliamo anche un romanzo storico, nel momento in cui il protagonista è costretto a vivere dall’età elisabettiana fino ai nostri tempi; ma il fatto che Tom sia insegnante di storia non è una scelta casuale, nella misura in cui il Tempo, che è il protagonista multiforme della Storia, diventa il vero referente delle pagine forse più dense e meglio riuscite di questo libro. E la sua professione gli tende quelle trappole che il senso di colpa puntualmente dissemina nella vita di ognuno: Tom deve parlare da professore di momenti della storia di cui è stato protagonista e che non ha dovuto studiare sui libri; e il modo in cui riesce a rendere viva la Storia non deve tradirlo. Questa è tra tutte le situazioni paradossali che Tom vive forse la più tragica. L’autore nella postfazione arriva, in questo contesto di paradosso in cui si vive inseriti sin dalla prima pagina, a parlare del libro quasi come se fosse il risultato di una seduta nello studio di uno psicoterapeuta. Una lettura plausibile. Sì, perché il libro affronta il delicato tema del valore educativo del tempo, della memoria, delle rispetto della differenza, di chi avrebbe qualcosa da insegnare ma non lo fa; e questa analisi avviene in modo profondo, rendendo il personaggio di Tom sempre più complesso e sofferente per questa sua condizione, che lui è costretto a vivere in modo sempre paradossale, sempre in bilico tra un presente che non prende mai forma e un passato ingombrante e doloroso che di forme ne ha fin troppe. Ed è per questo che vorrei che l’analisi del volume si concentrasse sul destino del protagonista condizionato dalla sindrome dell’anageria, invenzione letteraria che rappresenta il contrario della sindrome dell’invecchiamento precoce. Tom ha una possibilità che pochi possono avere, quella di vivere attraverso la Storia, fino al punto di poterla insegnare. La sua vita è come controllata da Hendrich, che nella prime righe presenta subito senza mezzi termini, con tutto il lessico del paradosso e con toni che oserei definire quasi pirandelliani, cosa significa soffrire di questa disfunzione, rivolgendosi a Tom: «Bene. Naturalmente hai il permesso di amare il cibo, la musica, lo champagne e i rari pomeriggi soleggiati di ottobre. Puoi amare lo spettacolo delle cascate e l’odore dei vecchi libri, ma l’amore per gli esseri umani è vietato. Siamo intesi? Non creare legami con il tuo prossimo, e vedi di affezionarti il meno possibile alle persone che incontri. Perché altrimenti finirai col perdere lentamente la ragione.” Tom dunque deve decidere tra l’amore e la ragione. Per secoli ha scelto la ragione, per secoli ha obbedito a Hendrich, per secoli è vissuto secondo la logica ferrea degli ‘alba’, incompatibile con quella dei comuni mortali, le ‘effimere’, arrivando a dover abbandonare la donna che aveva amato, un’effimera, e la figlia che aveva avuto, un alba come lui. Un atto d’accusa a tutto il male che la superstizione nei secoli ha riversato su ogni persona che avesse una qualche carica di differenza. Lui non invecchia e come tale è differente, e questa sua natura differente ne fa, quasi automaticamente e senza alcuna possibilità di appello, una delle raffigurazioni popolari che il demoniaco può assumere nella vita; la madre che, facendolo nascere, lo ha reso affetto da questa disfunzione, è naturalmente una strega e come tale deve essere giustiziata. Si può cantare un inno alla differenza in tanti modi; Haigh lo fa attraverso l’invenzione letteraria del paradosso dell’anageria.

Insomma, per tornare al punto di partenza, questo libro intende percorrere una strada intermedia tra il romanzo psicologico e il romanzo d’amore, con inserti di altri generi, senza poter essere incasellato. Ed è un suo merito, evidenziato del resto da tanti altri che lo hanno già recensito. Ma quello che resta alla fine dopo questa lettura, composta di frammenti di memoria e di intersezioni nel passato, è proprio la riflessione sul Tempo, che nel suo aspetto paradossale di lungo viaggio nella storia termina con un elogio di un presente tanto effimero quanto inconsistente. Una sorta di sconfitta della ragione in nome dell’amore. Non so cosa succederà a voi dopo averlo letto; vi dico quello che è successo a me: ho ripreso in mano l’undicesimo libro delle Confessioni di Agostino.

Il nascondiglio

Bisogna avere moglie, figli, sostanze e soprattutto la salute, se si può; ma non attaccarvisi in maniera che ne dipenda la nostra felicità. Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là noi dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi, e tanto privatamente che nessuna conversazione o comunicazione con altri vi trovi luogo; ivi discorrere e ridere come se fossimo senza moglie, senza figli e senza sostanze. Noi abbiamo un’anima capace di ripiegarsi in se stessa; essa può farsi compagnia; ha i mezzi per assalire e difendere, per ricevere e per donare, non dobbiamo temere di marcire d’ozio noioso in questa solitudine.

Michel de Montaigne, Saggi

Qualcuno mi ha chiesto quale sia il significato del nome di questo blog. Ecco. C’è qualcuno più importante di me che ve lo può spiegare, sicuramente meglio di come ve lo avrei detto io.

Basta non pretendere mai che sia troppo veritiero quello che in partenza ha già il germe della finzione, la premessa di una metamorfosi, la tendenza al cambiamento. Nascondiglio, dunque, non per scomparire, ma nell’intendimento di ricomparire altrove, meglio ancora se con le tre B, più belli, più bravi e più buoni di prima.

Ancora un viaggio, ancora un’anima in viaggio

Soltanto un lessico nautico troppo tecnico e forse anche un po’ troppo esibito rende ostici alcuni passi di quest’opera, i cui pregi però alla fine s’impongono, grazie alla maestria con cui si dipana il rapporto di rivalità a distanza tra il protagonista e l’antagonista, nei più semplice degli schemi narrativi, che vogliono la presenza di un buono e di un cattivo. Ma quel buono, il dottor Patrick Sumner, e quel cattivo, il marinaio Henry Drax, si trovano insieme sulla stessa nave, in balia della stessa umanità disperata che porta una baleniera a solcare i mari del nord. Due figure che la scrittura di Ian McGuire pennella in tutte le loro sfumature. Di meno particolari ha sempre bisogno il cattivo. E così alla fine è. La sua turpitudine non conosce quel limite che nemmeno la sua raffigurazione letteraria riceve: il che è una nota di merito che il lettore appassionato riconosce allo scrittore. Ma è soprattutto la complessità della figura di Sumner a rimanere scolpita con la sua bellezza delicata e un po’ misteriosa e a riportare spesso avanti e indietro la lettura per meglio comprenderla. Un senso di colpa, generatosi in un passato trascorso come medico militare in India, un dolore dell’anima che assilla e travolge fino al punto di accettare il lavoro considerato più inutile: medico di bordo di una baleniera dove si lotta per sopravvivere e dove chi non è degno di combattere per sopravvivere non è nemmeno degno delle cure di un medico. Quasi un’espiazione diventa la scelta di Sumner. Del resto, è noto che le ricette migliori sono quelle che amalgamo gli ingredienti: e così, dal sapere realizzare con indubbia sagacia espressiva una commistione tra racconto d’avventura e di viaggio, in un ambiente caratterizzato narrativamente sempre come estremo, dominato dalle bettole e dai porti prima, dal mare e dal ghiaccio dopo, e romanzo psicologico, dalla somma di caratteri umani spesso impossibili da coniugare, improbabili da trovare insieme, esce una lettura di quelle che risulta sempre difficile interrompere. E un libro che non si vorrebbe mai interrompere come lo si giudica di solito? Le acque del norddi Ian McGuire (Einaudi 2018) sono una rotta sicuramente assai agevole da percorrere tra le pagine del libro da parte di un lettore dal palato abbastanza affinato alla buona letteratura, sicuramente più agevole di quanto non lo sia stato per la ciurma dei suoi personaggi.

Insegnare qualcosa, senza volerlo, discretamente, è da autori che potrebbero diventare grandi

Una base autobiografica. Una cornice storica, quegli degli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, che offre una quinta importante, ma non determinante, alla struttura narrativa. Un personaggio principale, che, senza esprimere esplicitamente un’accusa, è come se lo facesse in modo discreto, vivendo in modo assolutamente normale una condizione che il mondo esterno etichetta come diversa e a-normale. Chi della convivenza con la differenza fisica qualcosa dalla vita ha dovuto imparare non potrà rimanere insensibile a questa lettura. Non capita spesso di leggere opere prime le cui parole ti attraversano e, in alcune pagine e in alcuni momenti della storia narrata, riescono a farti anche male, come avviene in Tu non ci credere maidi Alessandro Marchi (Libro/mania 2018). Aldo va in guerra nel 1935 senza sapere cosa sia l’Africa, dove sia, confondendo Libia e Abissinia, lui che, nato in un paese dell’Appennino emiliano, vede come persona lontana e appartenente a un altro mondo l’abitante della valle limitrofa (e spesso è ancora così in montagna …), che parla un dialetto diverso, talvolta addirittura difficile da comprendere. Aldo vive serenamente la meravigliosa semplicità della vita del piccolo paese, dove le sagre sono le occasioni per avvicinare le ragazze. Aldo vive il dramma della diversità dovuto alla malattia, ma senza mai capire perché venga ritenuto diverso, trattato come diverso, lui che della vita subisce ogni disavventura senza mai poter reagire. Aldo, che si innamora di una ragazza, sorvolando su un difetto fisico di lei che è nata con una malformazione a una gamba che la rende zoppa, diventa lui stesso un monumento vivente alla difficoltà di accettare la differenza, quando deve affrontare, senza armi per poter combattere, una struttura sanitaria, che lo relega in manicomio sulla base di un certificato redatto da un medico militare. Aldo perde Caterina nelle tragiche vicende del passaggio del fronte, ma questo non gli impedisce di mantenerne il ricordo nei tre figli da lei avuti, che continuerà ad amare, ma che sarà ritenuto incapace di accudire. Aldo vede girare con il fazzoletto rosso persone che pochi giorni prima esibivano la camicia nera e non riesce a darsene una ragione, ma riesce a capire una cosa tanto elementare quanto importante: che quelle persone resteranno in piedi, mentre lui precipiterà piano piano nell’abisso. Così descritto Aldo sembrerebbe un eroe. E lo è, in certo senso. Ma la scrittura di Alessandro Marchi lo tratta come un uomo che vive una condizione assolutamente comune, che vive come comunemente vivevano gli abitanti dei paesi dell’appennino, che vive la guerra senza trascinamenti ideologici e come qualcosa che gli passa attraverso la vita sopprimendo l’unica persona che aveva veramente amato, che subisce una burocrazia sanitaria disumana e asettica, in cui la sua vicenda è quella di un numero tra tanti. Il capitolo dell’incontro tra Aldo, in permesso di uscita provvisorio dal manicomio bolognese, e il piccolo Marino, l’ultimo dei figli, nato subito dopo la morte della mamma, e che di lui aveva solo sentito parlare, colloquio che si svolge nell’orfanotrofio di Arezzo, meriterebbe davvero un posto in un’antologia scolastica. E se ve lo dice un insegnante che odia l’antologia come principio in sé … Alessandro Marchi, Tu non ci credere mai, Libro/mania 2018, per leggere imparando o imparare leggendo, se preferite. Imparare cosa? Potrei rispondere con una retorica sfilza di paroloni come quelli che si leggono nei tanti provvedimenti e nei tanti verbali di riunioni dedicati all’inclusione, all’accoglienza e cosi via. Mi limito a una sola parola: ‘ascoltare’; e farlo farlo farlo mille volte questo esercizio, senza mai stancarsi, senza mai pretendere di incasellare la differenza in schemi, prima di parlare.

Il falco di Hernan Diaz (Neri Pozza, 2018) e l’indefinibile immensità della natura e dell’uomo

Non si dimentica facilmente un personaggio come questo. Non si dimentica facilmente una scrittura che riesce a raffigurarlo con una tale efficacia linguistica. Håkan Söderström è un personaggio che domina la scena con l’imponenza della sua essenza genuina, fetale, quasi primordiale. La storia che attorno a lui tesse Hernan Diaz si svolge in un paesaggio le cui forme non sono mai contenute, debordano sempre dai confini della ragione, non possono mai essere identificate su una carta. Håkan, dopo una vita in viaggio in un nulla solo apparente (per lui non esiste un futuro, esiste un passato che sfuma piano piano, resta alla fine solo un presente ‘prendere o lasciare’), alla ricerca di un fine, il ricongiungimento con un fratello smarrito, che con gli anni sfuma lentamente, non possiede altra concezione del passaggio del tempo se non il cambiamento delle forme del suo corpo smisuratamente grande, che si ripiega su se stesso e incanutisce; così come smisuratamente grande, immenso e deserto è ciò che vive, ciò che attraversa, ciò che dà sostanza alla sua persona. Ogni incontro lo mette di fronte a una dimensione estrema, che lo costringe a valicare questi confini di una ragione a lui ormai ignota, dopo anni di peregrinazioni, in ogni sua forma: non conosce una scrittura, apprende solo le parole di un linguaggio basico della lingua dell’America in cui si trova quasi per caso, dimentica piano piano quella lingua materna, lo svedese, che solo l’incontro, alla fine della sua vita e del suo viaggiare con un altro che la parla, richiama dal profondo, non conosce alcuna regola condivisa, se non quella dell’istinto di difendersi dal male. Ecco, il punto: Håkan non conosce altra legge se non quella della sopravvivenza: e questo rende immensa la sua raffigurazione. In nome del sopravvivere Håkan conserva per tutti gli anni, del cui numero lui non sa rendere conto, gli oggetti essenziali per mangiare, bere, difendersi e coprirsi. Håkan sopravvive a paesaggi estremi che hanno una comune caratteristica: sono tutte rappresentazioni in forme diverse di un medesimo deserto, il deserto in cui si attua la sua vita. Storpiato dall’inglese, il suo impronunciabile nome diventa “The Hawk”, il falco. E mentre il falco sopravvive in deserti e canyon, tra arsura e gelo, dove ogni essere è preda e dove ogni forma di umanità è, fino a prova contraria, infida, di lui nasce, in un altrove appena abbozzato, in città dominate da fenomenologie della disumanità tratteggiate in modo narrativamente perfetto (fanatici religiosi, sceriffi sadici, minatori accecati dalla febbre dell’oro, pionieri disperati, bande criminali) un’epopea che lui non conosce, che lui non vive, ma di cui lui è protagonista a sua insaputa. Una scatola di metallo con gli attrezzi per cucire e curare, una pelle di puma, un cavallo: la vita ad Håkan non ha altro da insegnare, se non che, per arrivare al traguardo, tutto questo è bastato. Il gigante, il falco, il mostro, l’essere quasi mitologico che appare ai viaggiatori rimasti intrappolati nel ghiaccio dell’Alaska dà forma a una narrazione che alla fine ricorda che i viaggi sono tanti, le direzioni possono essere le più diverse, ma alla fine si torna dove si è partiti. Senza un lamento. Nel rispetto di quelle uniche regole che è giusto apprendere dalla vita: quelle del sopravvivere. Potrebbe essere interpretato come un messaggio negativo? Qualcuno potrebbe dire che Il Falco è l’elogio della sconfitta? Non credo di poter rispondere a queste domande. Leggendo il libro, percorrendo il viaggio di Håkan ed essendo costretti a leggere la natura sempre dal suo punto di vista tanto basico quanto elementare, tanto essenziale quanto primitivo (questo riesce a realizzare Diaz dalla prima all’ultima pagina, senza mai scadere stilisticamente con scelte lessicali mai controllate, volutamente ‘estreme’) vi assicuro che non lo sarà affatto. Viaggiare con Håkan in fondo non è altro che un conferire una dimensione narrativa e quasi epica al significato della vita, che ho individuato nel sopravvivere, che altri potranno interpretare diversamente. Ma questo, alla resa dei conti, non credo debba interessare alla letteratura.

La palla

“C’era una volta una palla, un po’ rossa e un po’ gialla, che la corrente teneva a galla …” non dormiva ancora Umberto. Il babbo si era seduto sulla sedia a dondolo accanto al lettino e, con una mano sulla sponda, iniziò, come tutte le sere, la sua cantilena. Lo faceva per addormentarlo. Quelle parole lente, quasi un canto in sordina, ipnotizzavano. Il bimbo, sveglio in apparenza, volava già altrove. Si vedeva nella dimensione senza spazio e senza tempo che quelle parole cercavano di raffigurare. Non capiva la differenza tra l’andare avanti e l’andare indietro. La palla andava avanti, la mente indietro. E la sedia a dondolo riproduceva quel movimento alternato, in avanti e indietro.

Il cigolio della sedia a dondolo non era più coperto dal traffico della strada; un gracchiare lungo e stridulo quando andava indietro, il suono di colpo secco quando tornava in avanti; entrambi i movimenti, così diversi nel loro alternarsi cadenzato, accompagnati da una cantilena regolare baruffavano con altri rumori che l’arrivo del silenzio aveva, come miracolosamente, risvegliato dal cacofonico e fastidiosamente fragoroso frastuono urbano: i corali garriti delle rondini e il canto solitario dell’usignolo ci saranno sicuramente stati anche prima, come il cigolio della sedia, ma lui non li poteva ascoltare. Quel lento e blando dondolare coccolava una vita in quell’imbrunire che un tempo avrebbe avuto il sapore acido della malinconia temuta e sempre stornata, ma ora assumeva quello rasserenante della quiete, voluta e tenacemente tenuta stretta.

Un movimento indietro e uno in avanti, per ore. Un bicchiere di tè freddo al limone. Una vespa tardiva, che sfiorava i gerani. Lo zampirone acceso accanto alla ciabatta consunta. Il libro caduto per terra e non raccolto. La centralina dell’irrigazione che lampeggiava con la sua batteria scarica. Un tavolino troppo vissuto, su cui da tempo non passava più quella stagionale mano di copale che gli dava il colore vivo dell’ambra. Sei sedie richiuse, due rotte da anni. La griglia elettrica, che conservava il fetore del recente uso. Il grasso della scadente carne di castrato, che era colato fuori. Due cartoni di pizze, di cui uno con residui di mozzarella e gorgonzola. Il gatto che li leccava, unica presenza apparentemente soddisfatta e viva in quella natura morta, di cui lui, Umberto, avrebbe preferito non far parte; il suo ruolo era unicamente quello di strumento indispensabile per consentire i movimenti cantilenanti di quella sedia: un indietro e uno in avanti, per ore.

Lo zampirone era acceso anche quella sera, su un altro poggiolo, con le verdi chine del Càrpano, gli opulenti castagneti e i bianchi scalacci del Nocicchio come quinta, non le cimase e i lastrici dei tetti, né le plastiche ondulate dei bassocomodi, quando il viaggio era appena iniziato e le fondamenta di quell’edificio, ormai alto, che qualcuno, non lui, riusciva a chiamare vita, erano ancora robuste. Umberto progettava tappe. Lei ascoltava. Le poltrone erano due. Le gambe di lui sul legno del poggiolo, quelle di lei su quelle di lui. Le mani di lui, che lievemente stuzzicavano le gambe di lei, quelle di lei attorno al collo di lui. Due bicchieri di prosecco. E dietro, sul tavolo, i piatti vuoti da cui ancora proveniva l’odore del ragù che aveva condito le tagliatelle, che insieme avevano preparato. Il prato, appena bagnato, copiosamente, dai numerosi irrigatori, diffondeva diversi effluvi, profumo d’erba, fragranze che inebriavano. Il viaggio era all’inizio. E all’inizio tante cose sembrano più belle di come poi si riveleranno. Non lo sapevano. Neanche avrebbero voluto saperlo. Bastava quel profumo, bastavano quei colori, bastava quel poco che allora pareva tanto.

Un’auto dei carabinieri squarcia il silenzio, sfrecciando nella strada deserta con la sirena accesa. Una seconda la segue a poca distanza. Passano pochi minuti e l’elicottero del 118 atterra nel piazzale del vicino ospedale. Due ragazzini in bici si inseguono sulla ciclabile. Un anziano rovista nel cassonetto della carta. Un gatto gli passa accanto. Si ferma un attimo. Prosegue verso un altro cassonetto. La luce scema in un cielo sanguigno, pieno di cattiveria, graffiato da striature grigie. E ritorna il cigolio della sedia, a coccolare una memoria quotidianamente tormentata in quelle rituali e ossessive rievocazioni vespertine, malvagie, ma cercate con autolesionistico cipiglio, dannoso, frustrante, ostinato, una memoria che vorrebbe essere soltanto lasciata in pace. Un movimento indietro, uno in avanti, per ore.

I gerani coloravano quel poggiolo di allora, quando le piogge pomeridiane, una certezza di elvetica puntualità, li rendevano orgogliosi dei loro petali rosa, bianchi, rossi. E non appena due cadevano, dieci ne rinascevano. Non appena una pianticella sfioriva, altre cinque ne ricrescevano. Senza sosta. Senza debolezze. Senza quei dubbi e quelle esitazioni, che forse erano già sotto il terriccio, ma nessuno le vedeva. E se avesse anche avuto un sospetto, si sarebbe ben guardato dal cercarle. Umberto passeggiava nel prato, sotto il poggiolo, per raggiungere lei, sullo sdraio, a godere gli ultimi respiri di un paesaggio che si stava lentamente lasciando assopire nel pacifico torpore dei suoi declivi, nello sfrigolio delle prime stelle, nello sciabordare del sottostante rivo, laggiù in fondo al prato. “Ci è caduta la palla, laggiù in fondo. Credo sia finita nel ruscello.” Attraversò il prato, tra gli ornelli e frassini, i carpini e l’antico, alto noce. Arrivò in fondo. Si tolse le scarpe. Vide la palla, imprigionata tra i sassi del rigagnolo. A piedi nudi la raggiunse, la prese. E lei fu felice, quando lui arrivò con le scarpe in una mano e la palla tra l’altro braccio il fianco. Gliela prese, mirò il canestro. Centro. E si baciarono. E mentre si baciavano, la palla ruzzolò giù, tornò dov’era, tra i sassi. Pronta per essere reclamata, ripresa e incoraggiare un altro bacio. L’inizio dei viaggi, di tutti i viaggi è fatto di riti, come questi o molto simili. Li vivevano con una passione fluente, leggera, che scivolava nel tempo, solleticandolo come la piuma d’oca, che soffice lui le faceva scorrere sulla pianta di un piede, sulla pelle di una spalla, su quella del collo, mentre la brezza serale portava i capelli di lei sul viso di lui. Non tutti erano stati ligi agli ordini e tanti erano sfuggiti alla lunga coda di cavallo, che lui adorava farle e lei adorava farsi fare da lui. “Partiamo domani?” “Sì, appena pronti,” le aveva risposto.

Non mutava il ritmo del dondolare della sedia. L’illuminazione pubblica aveva annullato quella fasulla magia di un imbrunire che nel paesaggio urbano non avrà mai l’energia che riesce a infondere altrove. Coni di luce che impedivano di nascondersi al furtivo gatto sempre alla ricerca di cibo tra i cassonetti, all’anziano che non rovistava più nel rusco, ma ora sonnecchiava su una panchina seminascosta tra le sterpaglie mai sfalciate in quell’angolo di verde pubblico sistematicamente dimenticato, alla ragazza con le cuffie nelle orecchie che, svogliata, obbediva all’ordine dei genitori di portare fuori il cane, alla coppia sovrappeso che tutte le sere passava per camminare e non calava mai di peso, al poliziotto municipale in auto che si scaccolava al semaforo, senza accorgersi che Umberto lo stava ammirando. In attesa del verde, guardava spesso l’orologio al polso. Non vedeva l’ora di finire e tornare a casa. Accanto a lui un altro agente con la testa penzoloni, che sobbalzò alla ripartenza dell’auto. Spicchi di una vita che muore come la luce e palesa tutta la fatica di arrivare a quell’ora, così tanta da non riuscire nemmeno a godere della gioia di esserci arrivata. L’auto della polizia municipale partì, mentre Umberto beveva il tè freddo e la sedia dondolava sempre con il suo stridulo canto: un movimento indietro e uno in avanti, e così sarebbe stato per ore.

L’auto era pronta per partire, alle otto del mattino. Lei e Umberto erano felici. Attendevano quel viaggio da tempo. Non li avrebbe portati lontano. Non desideravano visitare luoghi lontani, non avevano velleità turistiche, non avevano neanche una meta precisa, a dire il vero. “Andiamo al sud,” era l’unica certezza rimasta, dopo aver percorso con le mente mezzo continente e averlo citato capitale per capitale, regione per regione, stato per stato. A loro piaceva stare insieme. Umberto prima di partire ebbe un pensiero. Scese dall’auto. Tornò nel giardino. Andò sul prato. Lo ripercorse. Fece una sosta sotto l’antico noce. Andò sull’altro fianco del tronco, quello opposto al prato, appartato e segreto. E vide la targhetta che aveva da poco collocato alla base, senza chiodi, senza ferire quella saggezza di vita che il noce evocava. Sei mucchietti di sassi la tenevano ferma. Ogni albero del prato che si trovava lì era stato piantato dal babbo per una persona cara, per la nascita di un figlio, di un nipote, per l’ultimo viaggio della mamma, per un matrimonio, per i nonni. Solo al noce non era stato dato un nome. Ci aveva pensato Umberto due settimane prima, quando per l’ultimo viaggio era partito il babbo. Il grande albero, il più bello di tutti, spettava a lui. Aspettava lui. Umberto si chinò e lesse la frase che il babbo gli aveva detto in uno degli ultimi, sempre lucidissimi, attimi di vita e che, pazientemente, aveva scalpellato e poi rubricato, come un’antica epigrafe: “Il tempo è un viaggio fatto per essere goduto tutto, fino all’ultimo. Non sprecarlo. Non pensare di fare di testa tua, oltre un certo limite. Lui ne sa sempre più di te. Si tratta di un bene troppo prezioso. Un giorno lo capirai.” Si rialzò. Arrivò in fondo al prato. Si tolse le scarpe. Scese nel ruscello a piedi nudi. Recuperò la palla. E tornò in auto. “Avevamo dimenticato questa,” disse mettendola sul sedile posteriore. E mise in moto. La palla gialla e rossa aveva una bella storia. Un sera, sul poggiolo, nel consueto rituale dell’imbrunire, gliel’aveva raccontata. A lei era piaciuta e le sembrava una bella favola.

Pensava alla favola bella, mentre la sedia rallentava il suo blando dondolio, che infido lusingava la memoria, un periglioso trastullarsi in una malinconia che era amata, desiderata e apprezzata, in quelle ore di dolce e rasserenante languore, proprio perché sempre temuta. Per lui non era un paradosso. Era lo specchio di una vita vissuta sempre sul ciglio del burrone, di un viaggio sempre rimasto incompiuto, di una memoria che aveva sempre qualcosa da dire, ma solo per tradire. Come una favola, che con la sua infantile bellezza e le sue creature fatate, con i suoi gnomi buoni che vincono sempre il male e le sue streghe cattive che finiscono sempre male, affascina e lusinga, ma, proprio per questo, spesso tradisce. Pensava a quella favola bella, trapassando con lo sguardo le aree lasciate buie dai coni di luce, tra un lampione e l’altro, e cercando lì, nelle ombre, quelle verità che la luce nascondeva, come le lusinghe di una favola. Non era possibile. Erano ombre. E nelle ombre al più si intravvede, non si vede. Si intravvede una siepe scossa, si avverte l’acre fortore di resina che trasudano i tanti fitti pini, si sente la civetta, che la sua prof di greco definì “il più umano tra tutti gli animali”. Cercò di concentrarsi su uno di quegli angoli di tenebra, alla ricerca del significato di quella favola bella, che da sempre desiderava. La memoria era la guida dei sensi in quel momento. Ne era in balia. L’animo oscillava, come sospeso, come quello di un pescatore intontito dalla tempesta, in mezzo al mare, incapace di distinguere beccheggio da rollio, il nord dal sud, una buona rotta da un’altra che invece lo avrebbe allontanato dalla quiete del porto. Nell’angolo di tenebra vide solo un oggetto chiaramente. Era una palla bucata, lasciata lì dai bambini che avevano strillato per tutto il pomeriggio, sbucciandosi ginocchia, insultandosi, costringendo i genitori a intervenire per mancanza di un arbitro con i cartellini gialli e rossi. Ogni strillare finì, quando la palla si bucò. E rimase lì, sotto la siepe scossa dalla brezza che montava ora da terra ora dal mare. Avanti e indietro, come la sedia.

E avanti andava l’auto, su per valichi, ignoti ai più, mentre il sonno aveva avvolto il volto di lei, mentre il dubbio iniziava a insinuarsi, infido, nell’animo di lui, mentre la palla, rossa e gialla, pareva tentare di attivare con la sua storia bella, da dietro, dal sedile posteriore dell’auto che ansimava su per l’erta, una comunicazione in quello spazio esiguo, dove nulla poteva sfuggire, dove tutto sarebbe destinato a rivelarsi autentico e sincero e, proprio per questo, malefico e cattivo. Paesaggi da favola facevano da sfondo a quel dramma oscuro, privato e segreto, che aveva assunto la blanda forma di un viaggio gioioso: alture dal sinuoso profilo, poggi aprichi, radure mai essiccate dalle sguaiate, afose canicole del piano, clivi ammantati di grandi castagni e secolari roverelle, che hanno sorriso ai più duri inverni, che hanno patito senza farsi scalfire. Umberto rispettava il silenzio che il sonno di lei chiedeva. E l’auto andava avanti, guidata da lui, mentre la mente, non guidata da lui, cercava sempre di tornare indietro. Un movimento indietro e uno in avanti.

C’era un tempo in cui aveva adorato anche lui le favole. Non quelle della nonna, né quelle della mamma. Era il babbo che gliele raccontava. Le inventava. Poi le cambiava. Poi un giorno ebbe un’idea: le raccolse e le scrisse. E la memoria ebbe allora un sostegno, veramente valido. Tra quelle favole una era quella da lui preferita. Una folata di vento scosse la siepe più di quanto avevano fatto le lievi brezze precedenti e il cono di luce arrivò fino alla palla bucata, e la bella favola, la più bella delle favole, ebbe un sussulto laggiù in quell’abisso dove di bello assai poco era rimasto.

“C’era una volta una bella palla, rossa e gialla, che un bimbo aveva perso e che nel fiume ora stava a galla,” era la sua voce, la voce del babbo, forte e sicura, che risuonava cristallina sul sottofondo del gracidio della sedia a dondolo. “La palla si lasciava cullare dalla corrente, quando il ruscello attraversava un piano, combatteva contro i sassi, quando le rapide lo facevano scendere più ripido tra le forre. Un giorno arrivò ai lati di un prato e la lenta corrente la dimenticò in una secca di mota. Rimase lì per giorni e giorni, nella mota. Era triste vederla. Tutto passava, tutto scorreva, i pesci nemmeno la guardavano. Nessuno si curò di lei, che piano piano si sporcò tutta. La mota portata dalla corrente aumentava, con l’erba e i rami che in quell’angolo dimenticato si accumulavano piano piano, tra flessuosi giunchi e alti canneti. Quand’ecco che un bel giorno due bambini su una barca, risalendo il fiume, si fermarono proprio lì, stanchi del lungo remeggio controcorrente. E videro la palla, rossa e gialla, ma sporca e sgonfia. La presero, la pulirono con l’acqua del fiume e la misero nella barca. Risalirono ancora il fiume e tornarono alla loro casa, che era proprio su quel fiume, chiedendosi quale bimbo avesse potuto perdere una palla così bella, rossa e gialla. La gonfiarono e giocarono a lungo con lei. Ma la palla non era felice. E in un’altra casa un altro bimbo era ancor meno felice di averla perduta. Un giorno, mentre i bambini giocavano con lei, scoppiò un temporale improvviso, che allagò il campo in cui stavano giocando. Scapparono in casa, lasciando la palla. Venne talmente tanta acqua che portò via la palla che ritornò nel fiume. E si affidò di nuovo al movimento della corrente. Tornerà la nostra palla dal bimbo che l’aveva smarrita per farlo felice?” Le favole del babbo avevano quello di bello. Non finivano. Toccava a lui farle finire. “La corrente porta la palla. Se la casa del bimbo è sotto, potrebbe anche tornarci, ma se è sopra, no.” La sedia andava avanti e indietro. Ecco cosa stonava con quella favola. Si può andare solo avanti? Qualcosa impedisce di tornare indietro? Perché la corrente del fiume non si può fermare e invertire? Cosa ci costringe ad essere sudditi di una forza che non ci consente di scegliere la direzione del nostro viaggio? Umberto non voleva guardare avanti. Aveva paura.

Lui le disse di fermarsi e di non andare più avanti un giorno, dopo tante tappe di un viaggio veramente bello. “Basta. Siamo scesi già abbastanza a sud. Ora vorrei tornare indietro.” Lei gli disse che non era d’accordo. Si era lasciato guidare da un progetto che non conosceva. L’auto seguiva i dettami di un navigatore ignoto a entrambi. Non programmarono tappe e le soste si fecero dove capitava. Sempre avanti, mai indietro. Ma ora si doveva decidere.

Si alzò dalla sedia e scese in giardino. Andò alla siepe e prese la palla.

Si alzò dal sedile. Era tornato solo. Aprì lo sportello. Prese la palla, rossa e gialla. Corse sul prato, come un aquilone senza filo, oltrepassò la frase scolpita nel legno, con un grave senso di colpa. Arrivò in fondo al prato e affidò la palla al ruscello.

Trovò la palla bucata, sotto la siepe. La prese. La portò in casa. La pulì. Era rossa e gialla. E se la mise accanto. Aveva paura, troppa paura che gliela portassero via.

A ritroso


Un fiore di colore giallo molto intenso attirò la sua attenzione sul sentiero che portava al lago di conca, ormai ridotto nelle sue dimensioni a una grande pozzanghera. Si fermò e scattò la fotografia. Era un ciuffetto di quattro fiori. Non era sicuro che fosse il raro papavero retico, ma la consultazione della rete, possibile ormai anche a quelle altitudini, gli diede conferma: era lui, il papavero retico, che, con le sue robuste radici che si diffondono tra detriti e pietraie in zone soggette a frane, là dove la vegetazione ad alto fusto ha ormai ceduto il posto ai sassi e ai mughi, è utile a mantenere ferme e sicure le rocce. Lui, seppur così piccolo, così importante: dieci-quindici centimetri di stelo peloso dal peduncolo in giù; quattro soli petali in una corolla appena visibile soltanto grazie al suo colore giallo intenso; e invece quel ciuffo di fiorellini sa esprimere, laggiù dove nessuno lo può vedere, tra le rocce, una forza e una potenza fondamentale per garantire stabilità nel fragile equilibrio di cui quel sistema vive. Si fermò. Quel ciuffetto di papaveri retici meritava una sosta. Non le faceva in luoghi casuali. Avvertiva il bisogno di sentire suoi quei simboli, come se fossero feticci. Slacciò lo zaino. Si sfilò la maglia termica restando a torso nudo. Si tolse anche le pedule, antiche calzature che furono del babbo e che aveva come riesumato da un armadio che non apriva da anni (altro simbolo, altro feticcio); e poi si sfilò le calze per dare respiro ai piedi, che avevano lavorato davvero tanto in quelle tre ore di salita e meritavano il guadagnato riposo. Anche il suo sistema viveva di una fragilità che imponeva i suoi riti di rispetto. Si sedette su un sasso e, approfittando dello stesso buon segnale che gli aveva consentito di avere la conferma della specie del fiore, iniziò a consultare vecchie foto di diversi anni prima. Un rito a cui non poteva resistere. Un rito a cui cedeva immancabilmente in quei momenti in cui i sensi si lasciavano sopraffare dallo spirito, o forse facevano arrivare i propri impulsi fino a regioni sulle quali non riusciva più a esercitare un controllo. Aveva pazientemente digitalizzato tutte le più vecchie tra le tante foto che aveva ritrovato qua a là; e poi si era creato uno spazio su internet in cui aveva deciso di tenere soltanto quella preziosa parte dell’archivio della memoria. Erano ormai migliaia, non tutte sue; alcune erano state scattate da Silvia prima che nascessero le bambine; ma la maggior parte erano foto in cui erano presenti anche Elena e soprattutto Luce, la più piccola e la più fotografata di tutti. Era lei che da piccola chiedeva ossessivamente di esserlo; le piaceva essere fotografata e passava tanto tempo a riguardarsi in quelle foto, spesso scattate soltanto per metterla in pace. A casa, quando quelle foto sarebbero state sviluppate e stampate, Luce avrebbe passato ore a sfogliarne gli album. Lassù, di rientro da una faticosa escursione, che aveva previsto anche un tratto esposto, molto panoramico, su sentiero attrezzato, quel riandare indietro nel tempo assumeva il valore della ricerca di conferme per poter imbastire sulle certezze di un passato – e che bel passato fino a un certo punto! – progetti per un futuro che spesso erano destinati a restare soltanto tali. Ormai era diventato un gioco dal sapore un po’ masochistico, se lo si vuole chiamare con un vocabolo dal retrogusto un po’ acre che quel viaggio a ritroso puntualmente lasciava; e forse per questo non aspettava altro che quelle pause per poter riannodare i fili che lo riportavano laggiù, dove tutto un giorno si era improvvisamente fermato e da dove erano partiti tutti quei vani progetti, di cui nemmeno uno era stato realizzato. Uno di quei viaggi della memoria che per qualcuno sono sterili occasioni di malinconia, per altri, e lui era tra questi, sono un modo come un altro nel tentativo, più disperato che altro, di dare un qualche sostegno al futuro, per dare sostanza a un disordinato coacervo di illusioni che aveva il coraggio di chiamare ancora speranza, per tentare di convincersi che, se qualcosa di bello era potuto accadere prima, perché non dovrebbe accadere anche in avvenire? In queste vacue illusioni amava cullarsi lassù dove il vento non modellava soltanto le rocce, ma aveva una propria voce che sembrava cercare una comunicazione con chi lo sapeva ascoltare, con chi ne sapeva decrittare i tanti e mutevoli codici.

Luce era piccola in quella foto. Non camminava ancora. Era nello zaino sulle sue spalle. Silvia avrà scattato quella foto. Non ricordava. Sullo sfondo i ghiaioni del Pelmo. Si intravvedeva a destra un bosco di pini e larici. La foto forse era stata scattata nelle ore centrali della giornata: la forza del sole abbagliava i loro occhi. Erano tutti e quattro animati da un sorriso molto particolare, insolito per i più, un sorriso di quelli che non sono tipici di chi si mette in posa per una foto. C’era qualcosa di vivo, spontaneo e sincero in quel sorriso, si avvertiva una forma singolare di forza, più che di voglia, di vivere. Altra foto della stessa giornata. Silvia aveva preso in spalla lo zaino con Luce e camminava china. Elena guardava verso sinistra in una direzione misteriosa, incurante della fatica della mamma e della gioia della sorella che non doveva ancora sopportare la fatica del camminare in salita. Incurante anche della fatica del babbo, sulle cui spalle gravava un altro zaino, non contenente bambini, ma bevande e vivande, giacche a vento, cartine, binocolo e altro. Non ricordava chi avesse scattato quella foto. Erano rare quelle in cui erano presenti tutti e quattro, perché non aveva mai avuto l’abitudine di chiedere ad altri di scattare foto che poi sarebbero state viziate da quel difetto della posa non spontanea. C’era qualcosa di speciale in quello scatto. Soprattutto in quello sguardo di Elena, molto attento. Non riusciva a capire cosa la attirasse. Aveva un libro in mano. Elena era sempre stata affascinata dai libri. Lo era già allora. Appena sarebbe stata lei a poterli leggere ne sarebbe stata accanita divoratrice. Proseguì con le foto, mentre il vento rinforzava e, coprendo il sole, faceva precipitare la temperatura. Ma per il suo torso nudo e i suoi piedi scalzi il freddo non era mai stato un problema: era soltanto una delle tante forme che aveva scelto quando voleva mettere alla prova i propri limiti. Quasi sempre era quello l’obiettivo delle uscite, che fossero a piedi o in bicicletta, che la fatica gravasse sui piedi o sui polpacci. Non avrebbe preferito trascorrere sempre lassù le sue vacanze, lui che abitava a due passi dal mare e dalla spiaggia, se non ci fosse stata una motivazione forte come questa. Non avrebbe mai scelto un luogo e un paesaggio che consentisse, meglio di qualsiasi altro, di capire quali fossero quei limiti, se non fosse stato sempre  guidato da una forza abbarbicata alle rocce come quel ciuffo di fiori che gli aveva imposto la sosta. Ma erano domande come tante. Se le faceva, poi dimenticava di cercare la risposta. Lassù, a 2200m, qualche risposta forse si poteva avere. Ma era giusto? Aveva le sue buone ragioni per pensare che non lo fosse.

Adesso Luce camminava e stava raccogliendo un fiore giallo. Era un botton d’oro. Forse non si potevano raccogliere. Forse sarà stata anche sgridata per averlo fatto. Era china sui sassi e allungava la mano verso il ciuffo di fiori. Non era in posa. La foto aveva un nome: CapannaAlpiniLuglio97-64. Stavano salendo sul versante est dell’Antelao, diretti al rifugio Galassi. Tante erano le foto scattate nel corso di quella passeggiata, di cui quella con Luce che raccoglieva il fiorellino giallo era la numero 64. Luce era la più piccola. E i più piccoli, succede spesso, sono i più coccolati: lo dimostrava il suo assoluto protagonismo in quella cartella di foto. Silvia appariva poco, ma, quando presente, sorrideva. Elena era presente solo in cinque o sei scatti. Lei non sorrideva mai. Non guardava mai verso la macchina fotografica. Non guardava mai verso la mamma, né considerava la sorellina. Non c’era la luce del sole in quella serie di foto scattate durante la passeggiata in ombra. Ma il verde delle fronde dei pini, dei larici e degli abeti era quasi devastante, campeggiava con tutte le sue tonalità, uno sfondo che diventava personaggio e poi piano piano protagonista della scena: non c’era la forza della luce in quegli scatti; ma il paesaggio esprimeva ugualmente la sua energia attraverso quel verde e quell’ombra e i silenzi del bosco che quel verde e quell’ombra non potevano non richiamare. Erano i silenzi di Elena. In nessuna foto lui appariva con loro. Solo in una, forse scattata da Elena e un po’ mossa, appariva con Luce sulle spalle. La bambina esprimeva il meglio del suo sorriso; il vento le agitava sul viso una ciocca bionda sfuggita alla coda di cavallo, che le avrà fatto sicuramente la sorella maggiore; le braccia erano sollevate in alto, come in segno di vittoria. Sullo sfondo la macchia di colore verde scuro del bosco e dei suoi sempre affascinanti silenzi. Per lui hanno sempre avuto un fascino singolare i silenzi del bosco. Un fascino diverso da quello che lo attraeva in quel momento lassù, fuori del bosco, tra i mughi, i prati e le pietraie. Non ci possono essere categorie e schemi nel fascino: attrae senza una motivazione, sfugge a una razionale spiegazione, vive di una differenza che è essa stessa monumento attraverso i referenti del paesaggio di cui si serve per esercitare la sua irresistibile energia attrattiva. Finita la vegetazione ad alto fusto iniziava un altro fascino. Quello del bosco era il fascino di Silvia, di Luce e di Elena, ma soprattuto di Elena. Non ha mai detto che lo preferisse; ma lo ha sempre fatto capire. Elena non aveva bisogno di parole per comunicare. Quelle foto erano le sue parole, quegli sguardi che nella loro apparente assenza erano invece, per lui che li aveva saputi sempre interpretare, di una particolare intensità; c’era sua mamma in quegli occhi, in quello sguardo tanto profondo e intenso, quanto apparentemente sfuggente.

Suo babbo, che lo aveva iniziato all’escursionismo di montagna, gli diceva che il bosco non era il suo regno, che lui si sentiva aspirante re della roccia, dopo il bosco, sopra il bosco; gli diceva che il bosco era il regno della mamma, perché nel bosco domina il silenzio e che il mistero della vita, della maternità, della ciclicità della natura si coglie nel silenzio del bosco; lassù, oltre il bosco, tra i sassi e i mughi, non era più il regno della mamma, diceva il babbo: “Quello è il mio regno e sarà il tuo un giorno.” Per il babbo la roccia era una forza primordiale, maschia e indefinibile, violenta e iraconda, imprevedibile e mutevole; aveva bisogno di essere sempre guardata a vista e tenuta a freno, rispettata, temuta; e, nonostante questo, quando avesse voluto tradirti, niente glielo avrebbe mai potuto impedire; quando avesse voluto farti del male, nessuna intelligenza umana avrebbe avuto energia sufficiente a impedirlo. Non c’è nel fragore della roccia, dove un’eco sguaiata squarcia orizzonti senza confini, quella razionalità sagace e avveduta che regna tra i silenzi del bosco. I più sagaci li interpretano, ma non hanno bisogno di parole per esprimerli. Come Elena in quelle foto.

Il babbo. Con il babbo aveva imparato la parte spirituale della filosofia della montagna. Con la mamma aveva imparato le ragioni della montagna. Filosofie diverse, complementari forse, anche se il punto in cui avveniva quella congiunzione e in cui si mostrava quella compartecipazione a esprimere un linguaggio unico gli sfuggiva. La mamma gli insegnava a riconoscere vestigia di animali selvatici, anche dagli escrementi di una volpe, dalla traccia lasciata dalle zampe di un cervo sui tronchi (“si è svegliato troppo presto, faceva già caldo, ma c’era ancora tanta neve; non trovava da mangiare e ha grattato la corteccia degli alberi”, gli disse scendendo con le ciaspole dalla diga di Ridracoli in alta val Bidente); gli insegnava a riconoscere fiori, erbe e alberi. Per mezzora parlò dell’aglio ursino, attraversando un lembo della foresta della Lama nei pressi del Nocicchio, mentre l’olfatto, nel silenzio del bosco, ne era totalmente dominato e mentre un picchio sembrava voler scandire il loro passo, prima che diventasse lui l’oggetto della successiva mezzora di cammino. Era il suo mestiere. Insegnava ai bambini. E non c’era un confine per lei tra quando lo faceva, in busta paga del ministero, da una cattedra in classe o quando la faceva sul posto con lui, a diretto contatto con gli elementi del paesaggio. Con il babbo invece non si parlava in passeggiata; al più, in ferrata, si riceveva una dritta su quale gamba fosse meglio stendere per raggiungere un piolo. La roccia era il suo regno. Lì nessuno lo contraddiceva. Comunicava per metafore. E il termine di riferimento era sempre un animale o una pianta; il comportamento migliore da tenere era sempre quello che teneva un animale o una pianta. Quando si era in roccia con lui ci si doveva sentire animali tra gli animali. Questa era la sua filosofia. Per questo il babbo non aveva ragioni da insegnare come la mamma. Gli animali sono àlogoi, dicevano gli antichi greci. Non hanno il lògos, la parola ragionata. Lo ricordava dagli studi scolastici. Il regno del babbo era lassù, dove la ragione finiva e dove da un temporale ci si difendeva senza farsi domande. Sento che bisogna tornare, capisco che bisogna accelerare il ritorno, mi rendo conto che non conviene proseguire oltre quel rifugio: così diceva, ma non bisognava mai chiedergli perché. Non glielo avrebbe mai detto, perché lassù, dopo il bosco, tra sassi e mughi e poi solo sassi, dove non esiste una ragione, non può esistere un perché.

Altre foto. Gennaio 2001. Neve. Verso la cima del monte Falco. Neve di casa. Paesaggio di confine tra Romagna e Toscana. Quanta neve! Luce è cresciuta. Si stava facendo una ragazzina. Ha le amiche questa volta. Elena non appare nelle prime immagini. Nemmeno Silvia. C’è solo Luce che scende con la slitta, Luce che sale con le ciaspole verso l’osservatorio, Luce che mangia le tagliatelle ai funghi al rifugio. Un’inondazione di sorrisi in quella cartella. Quant’è bella! I suoi capelli biondi sempre lunghi. Spesso con la coda di cavallo alta che lei amava tanto farsi. Luce una sera al rifugio Carbonile, prima di gettarsi sul sacco a pelo, volle uscire nel bosco di notte; voleva sentire i lupi. La mamma le aveva detto che in quella zona erano numerosi. Non avevano sentito lupi, ma avevano visto quattro luci che si muovevano ai lati del sentiero: gli occhi di due cervi, aveva detto la mamma. Non si discuteva la sua autorità in quel contesto: era la foresta. C’era la mamma in alcune foto al rifugio con Luce e le sue amiche. Amava uscire con le sue nipoti e sentiva di dover proseguire la missione dell’iniziazione a quella filosofia della montagna, rimasta ormai priva di un pilastro per la mancanza del babbo. Il babbo non c’era più. Ed era giusto così. Quello non era più il suo regno. Era il grande bosco. Erano le foreste casentinesi. Era il regno della mamma e dei mille perché di Luce, per cui lei aveva sempre avuto la risposta. Il babbo era salito più in alto, là dove certe ragioni non hanno bisogno di domande e là dove con le gambe non si arriverà mai.

Le nubi avevano lasciato posto di nuovo al sole, facendo salire la temperatura. Accanto a lui si era illuminato il ciuffo di papaveri retici. Il loro giallo adesso era più vivo. Non aveva voglia di rialzarsi. Avanti con le foto! Avanti nel viaggio a ritroso! Era schiavo. Sì, tanti gli dicevano che era ormai succube di quelle foto e di quei ricordi. E gli dicevano anche quello che lui sapeva che era vero: che quella sudditanza che si era autoimposto era un ostacolo alla realizzazione di tutti quei progetti rimasti sulla carta, di tutti i suoi mille ‘mi sarebbe piaciuto ma …’. Scavare negli abissi più dolorosi alla ricerca di un grande piacere, di una grande gioia e di un grande amore. Ritrovare nella malinconia degli scatti più autentici, ritrovare nei volti e nei gesti, nei flash di una vita immortalata sempre in modo che non fosse quasi mai in posa. Tutto questo occupava ore del suo tempo da quel giorno in cui tutto finì, senza un perché. Anche se sapeva che procedere avrebbe significato avvicinarsi a zone molte pericolose. Pericolose e sicuramente temibili; avevano sempre una singolare forza attrattiva le cose che incutevano paura, soprattutto in quei momenti in cui scavare nell’abisso del tempo sembrava che non assumesse un significato particolare e non rispondeva nemmeno a una precisa volontà. Del resto era fuori del bosco, fuori del tempio della ragione, dove la mamma aveva per anni dato responsi. Lì dov’era non potevano esserci risposte alle domande, tanto meno alle più difficili come quelle sul perché della conservazione della memoria, sul perché di una consultazione di archivi di foto divenuta ormai ossessiva, sul perché si provava una strana forma di piacere nel vedere e rivedere ciò che, lo sapeva bene, avrebbe recato indubbiamente dolore. Eppure quel ciuffo di papaveri retici incuriosiva; la curiosità non veniva dalla la sua rarità. No. Veniva da altro. Poneva domande ben diverse da quelle sulla sua natura e lo faceva in uno spazio dove le domande non potevano avere risposte dettate da una logica. Era il regno del babbo. Lui sapeva tutto di quel regno. Ma come lui non ne aveva mai parlato se non per immagini e per metafore, era alle immagini che ci si doveva affidare in quel particolare codice di comunicazione: un ciuffo di rari papaveri retici.

Anche la mamma non appariva più nelle immagini successive. Aveva terminato di dare insegnamenti e si era affidata a quelle regole che scandiscono le tappe di uno dei percorsi più difficili da pianificare, quello che si chiama vita. Elena continuava a non sorridere e a non guardare mai verso l’obiettivo, attratta sempre da qualcosa che la distraeva in un altrove indefinibile in quegli scatti, distratta da qualcosa che la attraeva e la costringeva a porsi delle domande che lei non faceva mai ad alta voce. 2006. Era la sua laurea che si celebrava in quella cartella di foto in cui adesso era entrato. E il sole di nuovo era coperto da nubi, questa volte alte e nere, che i venti, immagine perfetta di una vita dilaniata sempre da forze contrapposte in eterna lotta tra di loro, cercavano di chiudere sopra di lui. Per il momento una lotta senza né vinti né vincitori. Sul suo petto nudo caddero due pesanti gocce d’acqua. Non se ne curò. Le persone passavano sul sentiero con le giacche a vento, di passo frettoloso per arrivare a fondo valle prima della pioggia, spaventate da quelle rade, innocue gocce; e lo guardavano quanto meno stupite. Ma lui non aveva fretta. Non temeva la pioggia, che faceva parte di un ordine naturale delle cose che non doveva mai essere temuto, solo ascoltato. Il tuono che si sentì era dall’altra parte del passo. I venti stavano concentrando altrove le nubi. Il babbo si sarebbe fermato a guardarle, senza paura alcuna, mentre gli altri correvano preoccupati, imbacuccati, o, meglio ancora, incapaci e privi di strumenti per sentirsi parte di quell’ordine naturale, affascinante con le nubi nere, tanto quanto lo era stato con il sole. Ed Elena, elegante nel suo vestito a fiori, misteriosa con i suoi enigmatici e grandi occhi neri, veramente sensuale con i suoi sciolti capelli mossi di colore castano scuro, con le sue amiche popolava lo schermo, qualche volta cinta di quell’orrenda corona d’alloro che lei non sopportava e le amiche le mettevano sul capo prima che lui scattasse la foto. Ogni tanto appariva Silvia, lui mai. Erano foto che aveva scattato soltanto lui.

Un tuono molto forte fece rimbombare tutto il vallone ai suoi piedi, un’improvvisa ventata fresca scosse i rami dei mughi, ma il cielo era sgombro di nubi e il sole dominava su di lui, infondendo una serenità e una sicurezza, che non c’erano sicuramente di là dal valico, ad appena venti minuti di cammino da quella pietraia risultato di antiche e più recenti frane, in cui aveva deciso di fare quella pausa, tra grandi massi erratici, ottimi divani naturali. Non farti domande, sentiva la voce dentro di lui salire da quel passato che da solo occupava ormai sconfinate regioni della sua anima. Tuona, ma c’è il sole. Il vento si è raffreddato e agita tutto intorno a te, ma il sole ti scalda ed entra dentro di te come non ha mai fatto. Non farti domande. Tutti corrono giù a precipizio, avvolti nelle loro coloratissime giacche a vento e i loro variopinti pantaloni da montagna, ma tu resti lì scalzo e seminudo con l’abbronzato rosa della tua pelle come unico colore che ravviva di una nota diversa quel paesaggio che soltanto di diversità vive, come unico vestito di un corpo che non necessita di altro. Non farti domande. Guarda loro e impara: volse gli occhi verso il ciuffo di papaveri retici, ora gialli, ora arancioni. Sfumavano secondo la luce. Ed erano l’unico fiore lì presente, tra mughi e sassi. Un altro tuono, anch’esso lungo e forte, ebbe questa volta un suono quasi metallico, come di lamiere che si accartocciavano su se stesse; fu seguito da un rimbombo di rantoli acuti che sembravano lamenti che non finivano mai, disperate richieste di aiuto. Il cielo viveva di contrasti forti tra il nero di là dal valico e l’azzurro di qua. In mezzo tonalità di rosso sangue e un’iride beffarda. E il viaggio nel tempo s’interruppe. Come sempre. In un attimo. Quando il sentiero stava prendendo la forma dell’asfalto dell’autostrada, quando le nubi quella della nebbia e le persone che correvano spaurite quella dei primi soccorritori, in un batter di ciglio tutto si fermò. Procedere avrebbe significato vedere immagini di una grande solitudine: avrebbe rivisto foto di paesaggi senza persone, sentieri senza escursionisti, boschi senza più un’anima, rocce senza più una vita. I sorrisi di Luce non ci sarebbero stati più; non più gli sguardi segreti di Elena; non più la dolcezza infinita di Silvia. Tutto era finito in un attimo, ingoiato sull’asfalto, tra le fauci di un banco di nebbia.

Procedere nel viaggio avrebbe richiesto una nuova energia. Decise di non cercarla nemmeno. Spense il cellulare, che avrebbe solo richiamato icone di un dolore che non avrebbe avuto più confini. Chiuse gli occhi con una sola immagine viva. Era un’immagine di energia e di grande vitalità. Di quella sentiva il bisogno. Aveva appena scattato quella foto. Aveva un valore inestimabile adesso: esprimeva forza e vitalità là dove nessuno aveva il diritto di farsi domande su quanto accadeva di là dal valico, sotto i nembi sempre più scuri. Lui era rimasto di qua. Era rimasto solo lui. Lui con una foto che mai avrebbe cancellato. Un ciuffo di papaveri retici, forti e robusti nella loro maestosa solitudine, ricchi nelle diffuse radici di un’energia che non si vede, che non scialacquano alla vista del primo sconosciuto, incuranti del vento gelido, incuranti del freddo, incuranti di tutto quanto potesse far loro del male. Incuranti, soprattutto, perché lì non ci si deve mai porre domande.

Le donne di Alice Munro

Sono personaggi a-valoriali. Per questo oggi piacciono. Acquistano spessore per la loro voluta mancanza di spessore. Non esiste indagine introspettiva che li porti a scavare nel passato. Non ci sono speranze che li conducano verso un traguardo futuro. Vivono di un tempo presente quasi agostiniano, che non si può definire. Saltano irrequieti attraverso il tempo, questi personaggi. Ma attraversano anche tutti gli spazi noti a chi ne tiene i fili: le città con le loro anonime periferie che hanno smarrito ogni correlato di identità, i piccoli centri separati da enormi distanze dove tutti devono, per forza di necessità, saper fare tutto. Saltano di qua, saltano di là. Fanno tanti lavori e non ne fanno nessuno. Cercano tanti affetti e ne trovano pochi, instabili ed effimeri. E sfuggono a ogni definizione. Come definire ciò che appare narrativamente costruito per non essere definito? Come descrivere ciò che intenzionalmente manca di un contorno, appare sfumato, colpisce e resta impresso proprio per il carattere indefinito delle sue morfologie indescrivibili? Sono nomi che non si declinano, perché esprimono un’idea tanto universale quanto impalpabile. Chi vi cerca modelli, non li trova. Chi vi cerca una traccia di sentiero su cui impostare un itinerario, si smarrisce. Così facendo, agisce come loro, come quei personaggi. E forse così facendo, rinunciando a ogni pretesa di critica, rinunciando a ogni categoria adusa, rinunciando persino ai consueti canoni del recensire, esercita nel modo migliore il suo semplice mestiere di lettore.

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