Non è bello esultare per la sconfitta della ragione, ma talvolta occorre

Saper scrivere mescolando stili e generi è cosa solitamente gradita al lettore appassionato di oggi. Matt Haigh lo fa in Come fermare il tempo (Edizioni e/o 2018): quello che ha come protagonista Tom può essere un esempio di letteratura di viaggio nel tempo, la presenza della società segreta degli Albatros e del personaggio, sicuramente ben riuscito, di Hendrich ne fa per certi aspetti una spy story; ma questo libro è anche una storia d’amore, un amore impossibile per la sindrome di cui soffre il protagonista costretto a lasciare l’amata Rose, un viaggio nel dolore alla ricerca della figlia Marion, affetta dalla sua stessa disfunzione, se vogliamo anche un romanzo storico, nel momento in cui il protagonista è costretto a vivere dall’età elisabettiana fino ai nostri tempi; ma il fatto che Tom sia insegnante di storia non è una scelta casuale, nella misura in cui il Tempo, che è il protagonista multiforme della Storia, diventa il vero referente delle pagine forse più dense e meglio riuscite di questo libro. E la sua professione gli tende quelle trappole che il senso di colpa puntualmente dissemina nella vita di ognuno: Tom deve parlare da professore di momenti della storia di cui è stato protagonista e che non ha dovuto studiare sui libri; e il modo in cui riesce a rendere viva la Storia non deve tradirlo. Questa è tra tutte le situazioni paradossali che Tom vive forse la più tragica. L’autore nella postfazione arriva, in questo contesto di paradosso in cui si vive inseriti sin dalla prima pagina, a parlare del libro quasi come se fosse il risultato di una seduta nello studio di uno psicoterapeuta. Una lettura plausibile. Sì, perché il libro affronta il delicato tema del valore educativo del tempo, della memoria, delle rispetto della differenza, di chi avrebbe qualcosa da insegnare ma non lo fa; e questa analisi avviene in modo profondo, rendendo il personaggio di Tom sempre più complesso e sofferente per questa sua condizione, che lui è costretto a vivere in modo sempre paradossale, sempre in bilico tra un presente che non prende mai forma e un passato ingombrante e doloroso che di forme ne ha fin troppe. Ed è per questo che vorrei che l’analisi del volume si concentrasse sul destino del protagonista condizionato dalla sindrome dell’anageria, invenzione letteraria che rappresenta il contrario della sindrome dell’invecchiamento precoce. Tom ha una possibilità che pochi possono avere, quella di vivere attraverso la Storia, fino al punto di poterla insegnare. La sua vita è come controllata da Hendrich, che nella prime righe presenta subito senza mezzi termini, con tutto il lessico del paradosso e con toni che oserei definire quasi pirandelliani, cosa significa soffrire di questa disfunzione, rivolgendosi a Tom: «Bene. Naturalmente hai il permesso di amare il cibo, la musica, lo champagne e i rari pomeriggi soleggiati di ottobre. Puoi amare lo spettacolo delle cascate e l’odore dei vecchi libri, ma l’amore per gli esseri umani è vietato. Siamo intesi? Non creare legami con il tuo prossimo, e vedi di affezionarti il meno possibile alle persone che incontri. Perché altrimenti finirai col perdere lentamente la ragione.” Tom dunque deve decidere tra l’amore e la ragione. Per secoli ha scelto la ragione, per secoli ha obbedito a Hendrich, per secoli è vissuto secondo la logica ferrea degli ‘alba’, incompatibile con quella dei comuni mortali, le ‘effimere’, arrivando a dover abbandonare la donna che aveva amato, un’effimera, e la figlia che aveva avuto, un alba come lui. Un atto d’accusa a tutto il male che la superstizione nei secoli ha riversato su ogni persona che avesse una qualche carica di differenza. Lui non invecchia e come tale è differente, e questa sua natura differente ne fa, quasi automaticamente e senza alcuna possibilità di appello, una delle raffigurazioni popolari che il demoniaco può assumere nella vita; la madre che, facendolo nascere, lo ha reso affetto da questa disfunzione, è naturalmente una strega e come tale deve essere giustiziata. Si può cantare un inno alla differenza in tanti modi; Haigh lo fa attraverso l’invenzione letteraria del paradosso dell’anageria.

Insomma, per tornare al punto di partenza, questo libro intende percorrere una strada a metà strada tra il romanzo psicologico e il romanzo d’amore, con inserti di altri generi, senza poter essere incasellato. Ed è un suo merito, evidenziato del resto da tanti altri che lo hanno già recensito. Ma quello che resta alla fine dopo questa lettura, composta di frammenti di memoria e di intersezioni nel passato, è proprio la riflessione sul Tempo, che nel suo aspetto paradossale di lungo viaggio nella storia termina con un elogio di un presente tanto effimero quanto inconsistente. Una sorta di sconfitta della ragione in nome dell’amore. Non so cosa succederà a voi dopo averlo letto; vi dico quello che è successo a me: ho ripreso in mano l’undicesimo libro delle Confessioni di Agostino.

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