La palla

“C’era una volta una palla, un po’ rossa e un po’ gialla, che la corrente teneva a galla …” non dormiva ancora Umberto. Il babbo si era seduto sulla sedia a dondolo accanto al lettino e, con una mano sulla sponda, iniziò, come tutte le sere, la sua cantilena. Lo faceva per addormentarlo. Quelle parole lente, quasi un canto in sordina, ipnotizzavano. Il bimbo, sveglio in apparenza, volava già altrove. Si vedeva nella dimensione senza spazio e senza tempo che quelle parole cercavano di raffigurare. Non capiva la differenza tra l’andare avanti e l’andare indietro. La palla andava avanti, la mente indietro. E la sedia a dondolo riproduceva quel movimento alternato, in avanti e indietro.

Il cigolio della sedia a dondolo non era più coperto dal traffico della strada; un gracchiare lungo e stridulo quando andava indietro, il suono di colpo secco quando tornava in avanti; entrambi i movimenti, così diversi nel loro alternarsi cadenzato, accompagnati da una cantilena regolare baruffavano con altri rumori che l’arrivo del silenzio aveva, come miracolosamente, risvegliato dal cacofonico e fastidiosamente fragoroso frastuono urbano: i corali garriti delle rondini e il canto solitario dell’usignolo ci saranno sicuramente stati anche prima, come il cigolio della sedia, ma lui non li poteva ascoltare. Quel lento e blando dondolare coccolava una vita in quell’imbrunire che un tempo avrebbe avuto il sapore acido della malinconia temuta e sempre stornata, ma ora assumeva quello rasserenante della quiete, voluta e tenacemente tenuta stretta.

Un movimento indietro e uno in avanti, per ore. Un bicchiere di tè freddo al limone. Una vespa tardiva, che sfiorava i gerani. Lo zampirone acceso accanto alla ciabatta consunta. Il libro caduto per terra e non raccolto. La centralina dell’irrigazione che lampeggiava con la sua batteria scarica. Un tavolino troppo vissuto, su cui da tempo non passava più quella stagionale mano di copale che gli dava il colore vivo dell’ambra. Sei sedie richiuse, due rotte da anni. La griglia elettrica, che conservava il fetore del recente uso. Il grasso della scadente carne di castrato, che era colato fuori. Due cartoni di pizze, di cui uno con residui di mozzarella e gorgonzola. Il gatto che li leccava, unica presenza apparentemente soddisfatta e viva in quella natura morta, di cui lui, Umberto, avrebbe preferito non far parte; il suo ruolo era unicamente quello di strumento indispensabile per consentire i movimenti cantilenanti di quella sedia: un indietro e uno in avanti, per ore.

Lo zampirone era acceso anche quella sera, su un altro poggiolo, con le verdi chine del Càrpano, gli opulenti castagneti e i bianchi scalacci del Nocicchio come quinta, non le cimase e i lastrici dei tetti, né le plastiche ondulate dei bassocomodi, quando il viaggio era appena iniziato e le fondamenta di quell’edificio, ormai alto, che qualcuno, non lui, riusciva a chiamare vita, erano ancora robuste. Umberto progettava tappe. Lei ascoltava. Le poltrone erano due. Le gambe di lui sul legno del poggiolo, quelle di lei su quelle di lui. Le mani di lui, che lievemente stuzzicavano le gambe di lei, quelle di lei attorno al collo di lui. Due bicchieri di prosecco. E dietro, sul tavolo, i piatti vuoti da cui ancora proveniva l’odore del ragù che aveva condito le tagliatelle, che insieme avevano preparato. Il prato, appena bagnato, copiosamente, dai numerosi irrigatori, diffondeva diversi effluvi, profumo d’erba, fragranze che inebriavano. Il viaggio era all’inizio. E all’inizio tante cose sembrano più belle di come poi si riveleranno. Non lo sapevano. Neanche avrebbero voluto saperlo. Bastava quel profumo, bastavano quei colori, bastava quel poco che allora pareva tanto.

Un’auto dei carabinieri squarcia il silenzio, sfrecciando nella strada deserta con la sirena accesa. Una seconda la segue a poca distanza. Passano pochi minuti e l’elicottero del 118 atterra nel piazzale del vicino ospedale. Due ragazzini in bici si inseguono sulla ciclabile. Un anziano rovista nel cassonetto della carta. Un gatto gli passa accanto. Si ferma un attimo. Prosegue verso un altro cassonetto. La luce scema in un cielo sanguigno, pieno di cattiveria, graffiato da striature grigie. E ritorna il cigolio della sedia, a coccolare una memoria quotidianamente tormentata in quelle rituali e ossessive rievocazioni vespertine, malvagie, ma cercate con autolesionistico cipiglio, dannoso, frustrante, ostinato, una memoria che vorrebbe essere soltanto lasciata in pace. Un movimento indietro, uno in avanti, per ore.

I gerani coloravano quel poggiolo di allora, quando le piogge pomeridiane, una certezza di elvetica puntualità, li rendevano orgogliosi dei loro petali rosa, bianchi, rossi. E non appena due cadevano, dieci ne rinascevano. Non appena una pianticella sfioriva, altre cinque ne ricrescevano. Senza sosta. Senza debolezze. Senza quei dubbi e quelle esitazioni, che forse erano già sotto il terriccio, ma nessuno le vedeva. E se avesse anche avuto un sospetto, si sarebbe ben guardato dal cercarle. Umberto passeggiava nel prato, sotto il poggiolo, per raggiungere lei, sullo sdraio, a godere gli ultimi respiri di un paesaggio che si stava lentamente lasciando assopire nel pacifico torpore dei suoi declivi, nello sfrigolio delle prime stelle, nello sciabordare del sottostante rivo, laggiù in fondo al prato. “Ci è caduta la palla, laggiù in fondo. Credo sia finita nel ruscello.” Attraversò il prato, tra gli ornelli e frassini, i carpini e l’antico, alto noce. Arrivò in fondo. Si tolse le scarpe. Vide la palla, imprigionata tra i sassi del rigagnolo. A piedi nudi la raggiunse, la prese. E lei fu felice, quando lui arrivò con le scarpe in una mano e la palla tra l’altro braccio il fianco. Gliela prese, mirò il canestro. Centro. E si baciarono. E mentre si baciavano, la palla ruzzolò giù, tornò dov’era, tra i sassi. Pronta per essere reclamata, ripresa e incoraggiare un altro bacio. L’inizio dei viaggi, di tutti i viaggi è fatto di riti, come questi o molto simili. Li vivevano con una passione fluente, leggera, che scivolava nel tempo, solleticandolo come la piuma d’oca, che soffice lui le faceva scorrere sulla pianta di un piede, sulla pelle di una spalla, su quella del collo, mentre la brezza serale portava i capelli di lei sul viso di lui. Non tutti erano stati ligi agli ordini e tanti erano sfuggiti alla lunga coda di cavallo, che lui adorava farle e lei adorava farsi fare da lui. “Partiamo domani?” “Sì, appena pronti,” le aveva risposto.

Non mutava il ritmo del dondolare della sedia. L’illuminazione pubblica aveva annullato quella fasulla magia di un imbrunire che nel paesaggio urbano non avrà mai l’energia che riesce a infondere altrove. Coni di luce che impedivano di nascondersi al furtivo gatto sempre alla ricerca di cibo tra i cassonetti, all’anziano che non rovistava più nel rusco, ma ora sonnecchiava su una panchina seminascosta tra le sterpaglie mai sfalciate in quell’angolo di verde pubblico sistematicamente dimenticato, alla ragazza con le cuffie nelle orecchie che, svogliata, obbediva all’ordine dei genitori di portare fuori il cane, alla coppia sovrappeso che tutte le sere passava per camminare e non calava mai di peso, al poliziotto municipale in auto che si scaccolava al semaforo, senza accorgersi che Umberto lo stava ammirando. In attesa del verde, guardava spesso l’orologio al polso. Non vedeva l’ora di finire e tornare a casa. Accanto a lui un altro agente con la testa penzoloni, che sobbalzò alla ripartenza dell’auto. Spicchi di una vita che muore come la luce e palesa tutta la fatica di arrivare a quell’ora, così tanta da non riuscire nemmeno a godere della gioia di esserci arrivata. L’auto della polizia municipale partì, mentre Umberto beveva il tè freddo e la sedia dondolava sempre con il suo stridulo canto: un movimento indietro e uno in avanti, e così sarebbe stato per ore.

L’auto era pronta per partire, alle otto del mattino. Lei e Umberto erano felici. Attendevano quel viaggio da tempo. Non li avrebbe portati lontano. Non desideravano visitare luoghi lontani, non avevano velleità turistiche, non avevano neanche una meta precisa, a dire il vero. “Andiamo al sud,” era l’unica certezza rimasta, dopo aver percorso con le mente mezzo continente e averlo citato capitale per capitale, regione per regione, stato per stato. A loro piaceva stare insieme. Umberto prima di partire ebbe un pensiero. Scese dall’auto. Tornò nel giardino. Andò sul prato. Lo ripercorse. Fece una sosta sotto l’antico noce. Andò sull’altro fianco del tronco, quello opposto al prato, appartato e segreto. E vide la targhetta che aveva da poco collocato alla base, senza chiodi, senza ferire quella saggezza di vita che il noce evocava. Sei mucchietti di sassi la tenevano ferma. Ogni albero del prato che si trovava lì era stato piantato dal babbo per una persona cara, per la nascita di un figlio, di un nipote, per l’ultimo viaggio della mamma, per un matrimonio, per i nonni. Solo al noce non era stato dato un nome. Ci aveva pensato Umberto due settimane prima, quando per l’ultimo viaggio era partito il babbo. Il grande albero, il più bello di tutti, spettava a lui. Aspettava lui. Umberto si chinò e lesse la frase che il babbo gli aveva detto in uno degli ultimi, sempre lucidissimi, attimi di vita e che, pazientemente, aveva scalpellato e poi rubricato, come un’antica epigrafe: “Il tempo è un viaggio fatto per essere goduto tutto, fino all’ultimo. Non sprecarlo. Non pensare di fare di testa tua, oltre un certo limite. Lui ne sa sempre più di te. Si tratta di un bene troppo prezioso. Un giorno lo capirai.” Si rialzò. Arrivò in fondo al prato. Si tolse le scarpe. Scese nel ruscello a piedi nudi. Recuperò la palla. E tornò in auto. “Avevamo dimenticato questa,” disse mettendola sul sedile posteriore. E mise in moto. La palla gialla e rossa aveva una bella storia. Un sera, sul poggiolo, nel consueto rituale dell’imbrunire, gliel’aveva raccontata. A lei era piaciuta e le sembrava una bella favola.

Pensava alla favola bella, mentre la sedia rallentava il suo blando dondolio, che infido lusingava la memoria, un periglioso trastullarsi in una malinconia che era amata, desiderata e apprezzata, in quelle ore di dolce e rasserenante languore, proprio perché sempre temuta. Per lui non era un paradosso. Era lo specchio di una vita vissuta sempre sul ciglio del burrone, di un viaggio sempre rimasto incompiuto, di una memoria che aveva sempre qualcosa da dire, ma solo per tradire. Come una favola, che con la sua infantile bellezza e le sue creature fatate, con i suoi gnomi buoni che vincono sempre il male e le sue streghe cattive che finiscono sempre male, affascina e lusinga, ma, proprio per questo, spesso tradisce. Pensava a quella favola bella, trapassando con lo sguardo le aree lasciate buie dai coni di luce, tra un lampione e l’altro, e cercando lì, nelle ombre, quelle verità che la luce nascondeva, come le lusinghe di una favola. Non era possibile. Erano ombre. E nelle ombre al più si intravvede, non si vede. Si intravvede una siepe scossa, si avverte l’acre fortore di resina che trasudano i tanti fitti pini, si sente la civetta, che la sua prof di greco definì “il più umano tra tutti gli animali”. Cercò di concentrarsi su uno di quegli angoli di tenebra, alla ricerca del significato di quella favola bella, che da sempre desiderava. La memoria era la guida dei sensi in quel momento. Ne era in balia. L’animo oscillava, come sospeso, come quello di un pescatore intontito dalla tempesta, in mezzo al mare, incapace di distinguere beccheggio da rollio, il nord dal sud, una buona rotta da un’altra che invece lo avrebbe allontanato dalla quiete del porto. Nell’angolo di tenebra vide solo un oggetto chiaramente. Era una palla bucata, lasciata lì dai bambini che avevano strillato per tutto il pomeriggio, sbucciandosi ginocchia, insultandosi, costringendo i genitori a intervenire per mancanza di un arbitro con i cartellini gialli e rossi. Ogni strillare finì, quando la palla si bucò. E rimase lì, sotto la siepe scossa dalla brezza che montava ora da terra ora dal mare. Avanti e indietro, come la sedia.

E avanti andava l’auto, su per valichi, ignoti ai più, mentre il sonno aveva avvolto il volto di lei, mentre il dubbio iniziava a insinuarsi, infido, nell’animo di lui, mentre la palla, rossa e gialla, pareva tentare di attivare con la sua storia bella, da dietro, dal sedile posteriore dell’auto che ansimava su per l’erta, una comunicazione in quello spazio esiguo, dove nulla poteva sfuggire, dove tutto sarebbe destinato a rivelarsi autentico e sincero e, proprio per questo, malefico e cattivo. Paesaggi da favola facevano da sfondo a quel dramma oscuro, privato e segreto, che aveva assunto la blanda forma di un viaggio gioioso: alture dal sinuoso profilo, poggi aprichi, radure mai essiccate dalle sguaiate, afose canicole del piano, clivi ammantati di grandi castagni e secolari roverelle, che hanno sorriso ai più duri inverni, che hanno patito senza farsi scalfire. Umberto rispettava il silenzio che il sonno di lei chiedeva. E l’auto andava avanti, guidata da lui, mentre la mente, non guidata da lui, cercava sempre di tornare indietro. Un movimento indietro e uno in avanti.

C’era un tempo in cui aveva adorato anche lui le favole. Non quelle della nonna, né quelle della mamma. Era il babbo che gliele raccontava. Le inventava. Poi le cambiava. Poi un giorno ebbe un’idea: le raccolse e le scrisse. E la memoria ebbe allora un sostegno, veramente valido. Tra quelle favole una era quella da lui preferita. Una folata di vento scosse la siepe più di quanto avevano fatto le lievi brezze precedenti e il cono di luce arrivò fino alla palla bucata, e la bella favola, la più bella delle favole, ebbe un sussulto laggiù in quell’abisso dove di bello assai poco era rimasto.

“C’era una volta una bella palla, rossa e gialla, che un bimbo aveva perso e che nel fiume ora stava a galla,” era la sua voce, la voce del babbo, forte e sicura, che risuonava cristallina sul sottofondo del gracidio della sedia a dondolo. “La palla si lasciava cullare dalla corrente, quando il ruscello attraversava un piano, combatteva contro i sassi, quando le rapide lo facevano scendere più ripido tra le forre. Un giorno arrivò ai lati di un prato e la lenta corrente la dimenticò in una secca di mota. Rimase lì per giorni e giorni, nella mota. Era triste vederla. Tutto passava, tutto scorreva, i pesci nemmeno la guardavano. Nessuno si curò di lei, che piano piano si sporcò tutta. La mota portata dalla corrente aumentava, con l’erba e i rami che in quell’angolo dimenticato si accumulavano piano piano, tra flessuosi giunchi e alti canneti. Quand’ecco che un bel giorno due bambini su una barca, risalendo il fiume, si fermarono proprio lì, stanchi del lungo remeggio controcorrente. E videro la palla, rossa e gialla, ma sporca e sgonfia. La presero, la pulirono con l’acqua del fiume e la misero nella barca. Risalirono ancora il fiume e tornarono alla loro casa, che era proprio su quel fiume, chiedendosi quale bimbo avesse potuto perdere una palla così bella, rossa e gialla. La gonfiarono e giocarono a lungo con lei. Ma la palla non era felice. E in un’altra casa un altro bimbo era ancor meno felice di averla perduta. Un giorno, mentre i bambini giocavano con lei, scoppiò un temporale improvviso, che allagò il campo in cui stavano giocando. Scapparono in casa, lasciando la palla. Venne talmente tanta acqua che portò via la palla che ritornò nel fiume. E si affidò di nuovo al movimento della corrente. Tornerà la nostra palla dal bimbo che l’aveva smarrita per farlo felice?” Le favole del babbo avevano quello di bello. Non finivano. Toccava a lui farle finire. “La corrente porta la palla. Se la casa del bimbo è sotto, potrebbe anche tornarci, ma se è sopra, no.” La sedia andava avanti e indietro. Ecco cosa stonava con quella favola. Si può andare solo avanti? Qualcosa impedisce di tornare indietro? Perché la corrente del fiume non si può fermare e invertire? Cosa ci costringe ad essere sudditi di una forza che non ci consente di scegliere la direzione del nostro viaggio? Umberto non voleva guardare avanti. Aveva paura.

Lui le disse di fermarsi e di non andare più avanti un giorno, dopo tante tappe di un viaggio veramente bello. “Basta. Siamo scesi già abbastanza a sud. Ora vorrei tornare indietro.” Lei gli disse che non era d’accordo. Si era lasciato guidare da un progetto che non conosceva. L’auto seguiva i dettami di un navigatore ignoto a entrambi. Non programmarono tappe e le soste si fecero dove capitava. Sempre avanti, mai indietro. Ma ora si doveva decidere.

Si alzò dalla sedia e scese in giardino. Andò alla siepe e prese la palla.

Si alzò dal sedile. Era tornato solo. Aprì lo sportello. Prese la palla, rossa e gialla. Corse sul prato, come un aquilone senza filo, oltrepassò la frase scolpita nel legno, con un grave senso di colpa. Arrivò in fondo al prato e affidò la palla al ruscello.

Trovò la palla bucata, sotto la siepe. La prese. La portò in casa. La pulì. Era rossa e gialla. E se la mise accanto. Aveva paura, troppa paura che gliela portassero via.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: