Insegnare qualcosa, senza volerlo, discretamente, è da autori che potrebbero diventare grandi

Una base autobiografica. Una cornice storica, quegli degli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, che offre una quinta importante, ma non determinante, alla struttura narrativa. Un personaggio principale, che, senza esprimere esplicitamente un’accusa, è come se lo facesse in modo discreto, vivendo in modo assolutamente normale una condizione che il mondo esterno etichetta come diversa e a-normale. Chi della convivenza con la differenza fisica qualcosa dalla vita ha dovuto imparare non potrà rimanere insensibile a questa lettura. Non capita spesso di leggere opere prime le cui parole ti attraversano e, in alcune pagine e in alcuni momenti della storia narrata, riescono a farti anche male, come avviene in Tu non ci credere maidi Alessandro Marchi (Libro/mania 2018). Aldo va in guerra nel 1935 senza sapere cosa sia l’Africa, dove sia, confondendo Libia e Abissinia, lui che, nato in un paese dell’Appennino emiliano, vede come persona lontana e appartenente a un altro mondo l’abitante della valle limitrofa (e spesso è ancora così in montagna …), che parla un dialetto diverso, talvolta addirittura difficile da comprendere. Aldo vive serenamente la meravigliosa semplicità della vita del piccolo paese, dove le sagre sono le occasioni per avvicinare le ragazze. Aldo vive il dramma della diversità dovuto alla malattia, ma senza mai capire perché venga ritenuto diverso, trattato come diverso, lui che della vita subisce ogni disavventura senza mai poter reagire. Aldo, che si innamora di una ragazza, sorvolando su un difetto fisico di lei che è nata con una malformazione a una gamba che la rende zoppa, diventa lui stesso un monumento vivente alla difficoltà di accettare la differenza, quando deve affrontare, senza armi per poter combattere, una struttura sanitaria, che lo relega in manicomio sulla base di un certificato redatto da un medico militare. Aldo perde Caterina nelle tragiche vicende del passaggio del fronte, ma questo non gli impedisce di mantenerne il ricordo nei tre figli da lei avuti, che continuerà ad amare, ma che sarà ritenuto incapace di accudire. Aldo vede girare con il fazzoletto rosso persone che pochi giorni prima esibivano la camicia nera e non riesce a darsene una ragione, ma riesce a capire una cosa tanto elementare quanto importante: che quelle persone resteranno in piedi, mentre lui precipiterà piano piano nell’abisso. Così descritto Aldo sembrerebbe un eroe. E lo è, in certo senso. Ma la scrittura di Alessandro Marchi lo tratta come un uomo che vive una condizione assolutamente comune, che vive come comunemente vivevano gli abitanti dei paesi dell’appennino, che vive la guerra senza trascinamenti ideologici e come qualcosa che gli passa attraverso la vita sopprimendo l’unica persona che aveva veramente amato, che subisce una burocrazia sanitaria disumana e asettica, in cui la sua vicenda è quella di un numero tra tanti. Il capitolo dell’incontro tra Aldo, in permesso di uscita provvisorio dal manicomio bolognese, e il piccolo Marino, l’ultimo dei figli, nato subito dopo la morte della mamma, e che di lui aveva solo sentito parlare, colloquio che si svolge nell’orfanotrofio di Arezzo, meriterebbe davvero un posto in un’antologia scolastica. E se ve lo dice un insegnante che odia l’antologia come principio in sé … Alessandro Marchi, Tu non ci credere mai, Libro/mania 2018, per leggere imparando o imparare leggendo, se preferite. Imparare cosa? Potrei rispondere con una retorica sfilza di paroloni come quelli che si leggono nei tanti provvedimenti e nei tanti verbali di riunioni dedicati all’inclusione, all’accoglienza e cosi via. Mi limito a una sola parola: ‘ascoltare’; e farlo farlo farlo mille volte questo esercizio, senza mai stancarsi, senza mai pretendere di incasellare la differenza in schemi, prima di parlare.

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