Abbarbicati

Resto qui di Marco Balzano (Einaudi 2018) racconta una storia di radici, di gente di montagna, di abbarbicati, che attraversano la guerra, che vivono una delicata realtà di confine, gente che soffre per quelle lacerazioni e per quelle divisioni su cui già per decenni si è scritto e che, in forme diverse, tutte le nostre famiglie in Italia hanno vissuto, metabolizzandole chi in un modo chi nell’altro, talora superandole, talora no. Dietro la vicenda di Trina c’è quella di un paese cancellato da una diga, di una storia che vede passare guerre, governi e ideologie totalitarie e altre che pretendono di presentarsi democratiche cambiando le forme a sostanze che restano quelle di prima, forme di potere ‘vissute dal basso’, dal punto di vista di semplici valligiani, forme di potere che nelle teorie politiche si dichiarano avversarie, ma che per i montanari producono alla fine lo stesso risultato: a Roma cambia chi comanda, ma gli amministratori, dopo la sosta della guerra, riprendono tutti i progetti di prima, come se nulla fosse successo. Cambiano le uniformi di chi fa rispettare una legge lontana, ma le tute da lavoro di chi realizza quelle leggi sono le stesse di prima. Il libro presenta una narrazione fluida dall’inizio alla fine, senza mai una caduta di tensione, senza mai scadere in eccessi, senza dover mai usare la tecnica dell’elastico della tensione che, se troppo tesa, occorre che sia allentata, perché l’elastico non si rompa; di forte impatto emotivo risulta la forma quasi epistolare che il racconto assume nel dialogo a distanza tra madre e figlia emigrata. Manca, nondimeno, un elemento per me. E chi ama la montagna e ha imparato negli anni a viverla avverte questa carenza. Non si può parlare di persone di montagna senza dimostrare di amare quel paesaggio in un modo diverso da quello del turista che di Curon oggi vede solo il campanile, che spunta dalle acque del lago di diga, il bacino artificiale che di quel paese ha di fatto cancellato radici secolari. E anche quella copertina, con la foto del noto campanile della chiesa del paese sommerso, purtroppo offre una sgradevole sensazione ‘turistica’, quasi da home page di un sito che pubblicizza vacanze. Si poteva graficamente fare di meglio. Quell’immagine appare in certo senso appiccicata lì, come se non si fosse voluto fare lo sforzo di trovare altro: quell’immagine non riesce a rendere la profondità del dramma di una comunità che noi, passando disattenti e distratti, sulla strada del passo Resia, meritiamo di conoscere come sicuramente Marco Balzano ha fatto prima di scrivere il libro (lo dichiara nella postfazione). La figura di Trina e quella di Erich, i paesani, i loro figli, i parenti, la vita del piccolo paese, la resistenza di Trina fino alla fine, il suo antieroismo che assume le forme di un eroismo più vivo di quello del più coriaceo e combattivo Erich, tutto viene raccontato attraverso personaggi ben caratterizzati, ma che si muovono su una quinta sostanzialmente inerte. Non dovrebbe essere così: quella quinta è un paesaggio vivo, quel paesaggio viene colpito e stravolto, quella valle viene completamente snaturata; meriterebbe uno spazio maggiore, diverso, più vivo e meno anonimo questo contesto ambientale, non foss’altro per il ruolo narrativo che svolge dietro e sotto tutta la vicenda. Un buon voto al libro, ma alla fine della lettura resta l’impressione che qualcosa manchi.

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