Il falco di Hernan Diaz (Neri Pozza, 2018) e l’indefinibile immensità della natura e dell’uomo

Non si dimentica facilmente un personaggio come questo. Non si dimentica facilmente una scrittura che riesce a raffigurarlo con una tale efficacia linguistica. Håkan Söderström è un personaggio che domina la scena con l’imponenza della sua essenza genuina, fetale, quasi primordiale. La storia che attorno a lui tesse Hernan Diaz si svolge in un paesaggio le cui forme non sono mai contenute, debordano sempre dai confini della ragione, non possono mai essere identificate su una carta. Håkan, dopo una vita in viaggio in un nulla solo apparente (per lui non esiste un futuro, esiste un passato che sfuma piano piano, resta alla fine solo un presente ‘prendere o lasciare’), alla ricerca di un fine, il ricongiungimento con un fratello smarrito, che con gli anni sfuma lentamente, non possiede altra concezione del passaggio del tempo se non il cambiamento delle forme del suo corpo smisuratamente grande, che si ripiega su se stesso e incanutisce; così come smisuratamente grande, immenso e deserto è ciò che vive, ciò che attraversa, ciò che dà sostanza alla sua persona. Ogni incontro lo mette di fronte a una dimensione estrema, che lo costringe a valicare questi confini di una ragione a lui ormai ignota, dopo anni di peregrinazioni, in ogni sua forma: non conosce una scrittura, apprende solo le parole di un linguaggio basico della lingua dell’America in cui si trova quasi per caso, dimentica piano piano quella lingua materna, lo svedese, che solo l’incontro, alla fine della sua vita e del suo viaggiare con un altro che la parla, richiama dal profondo, non conosce alcuna regola condivisa, se non quella dell’istinto di difendersi dal male. Ecco, il punto: Håkan non conosce altra legge se non quella della sopravvivenza: e questo rende immensa la sua raffigurazione. In nome del sopravvivere Håkan conserva per tutti gli anni, del cui numero lui non sa rendere conto, gli oggetti essenziali per mangiare, bere, difendersi e coprirsi. Håkan sopravvive a paesaggi estremi che hanno una comune caratteristica: sono tutte rappresentazioni in forme diverse di un medesimo deserto, il deserto in cui si attua la sua vita. Storpiato dall’inglese, il suo impronunciabile nome diventa “The Hawk”, il falco. E mentre il falco sopravvive in deserti e canyon, tra arsura e gelo, dove ogni essere è preda e dove ogni forma di umanità è, fino a prova contraria, infida, di lui nasce, in un altrove appena abbozzato, in città dominate da fenomenologie della disumanità tratteggiate in modo narrativamente perfetto (fanatici religiosi, sceriffi sadici, minatori accecati dalla febbre dell’oro, pionieri disperati, bande criminali) un’epopea che lui non conosce, che lui non vive, ma di cui lui è protagonista a sua insaputa. Una scatola di metallo con gli attrezzi per cucire e curare, una pelle di puma, un cavallo: la vita ad Håkan non ha altro da insegnare, se non che, per arrivare al traguardo, tutto questo è bastato. Il gigante, il falco, il mostro, l’essere quasi mitologico che appare ai viaggiatori rimasti intrappolati nel ghiaccio dell’Alaska dà forma a una narrazione che alla fine ricorda che i viaggi sono tanti, le direzioni possono essere le più diverse, ma alla fine si torna dove si è partiti. Senza un lamento. Nel rispetto di quelle uniche regole che è giusto apprendere dalla vita: quelle del sopravvivere. Potrebbe essere interpretato come un messaggio negativo? Qualcuno potrebbe dire che Il Falco è l’elogio della sconfitta? Non credo di poter rispondere a queste domande. Leggendo il libro, percorrendo il viaggio di Håkan ed essendo costretti a leggere la natura sempre dal suo punto di vista tanto basico quanto elementare, tanto essenziale quanto primitivo (questo riesce a realizzare Diaz dalla prima all’ultima pagina, senza mai scadere stilisticamente con scelte lessicali mai controllate, volutamente ‘estreme’) vi assicuro che non lo sarà affatto. Viaggiare con Håkan in fondo non è altro che un conferire una dimensione narrativa e quasi epica al significato della vita, che ho individuato nel sopravvivere, che altri potranno interpretare diversamente. Ma questo, alla resa dei conti, non credo debba interessare alla letteratura.

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