Insegnare qualcosa, senza volerlo, discretamente, è da autori che potrebbero diventare grandi

Una base autobiografica. Una cornice storica, quegli degli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, che offre una quinta importante, ma non determinante, alla struttura narrativa. Un personaggio principale, che, senza esprimere esplicitamente un’accusa, è come se lo facesse in modo discreto, vivendo in modo assolutamente normale una condizione che il mondo esterno etichetta come diversa e a-normale. Chi della convivenza con la differenza fisica qualcosa dalla vita ha dovuto imparare non potrà rimanere insensibile a questa lettura. Non capita spesso di leggere opere prime le cui parole ti attraversano e, in alcune pagine e in alcuni momenti della storia narrata, riescono a farti anche male, come avviene in Tu non ci credere maidi Alessandro Marchi (Libro/mania 2018). Aldo va in guerra nel 1935 senza sapere cosa sia l’Africa, dove sia, confondendo Libia e Abissinia, lui che, nato in un paese dell’Appennino emiliano, vede come persona lontana e appartenente a un altro mondo l’abitante della valle limitrofa (e spesso è ancora così in montagna …), che parla un dialetto diverso, talvolta addirittura difficile da comprendere. Aldo vive serenamente la meravigliosa semplicità della vita del piccolo paese, dove le sagre sono le occasioni per avvicinare le ragazze. Aldo vive il dramma della diversità dovuto alla malattia, ma senza mai capire perché venga ritenuto diverso, trattato come diverso, lui che della vita subisce ogni disavventura senza mai poter reagire. Aldo, che si innamora di una ragazza, sorvolando su un difetto fisico di lei che è nata con una malformazione a una gamba che la rende zoppa, diventa lui stesso un monumento vivente alla difficoltà di accettare la differenza, quando deve affrontare, senza armi per poter combattere, una struttura sanitaria, che lo relega in manicomio sulla base di un certificato redatto da un medico militare. Aldo perde Caterina nelle tragiche vicende del passaggio del fronte, ma questo non gli impedisce di mantenerne il ricordo nei tre figli da lei avuti, che continuerà ad amare, ma che sarà ritenuto incapace di accudire. Aldo vede girare con il fazzoletto rosso persone che pochi giorni prima esibivano la camicia nera e non riesce a darsene una ragione, ma riesce a capire una cosa tanto elementare quanto importante: che quelle persone resteranno in piedi, mentre lui precipiterà piano piano nell’abisso. Così descritto Aldo sembrerebbe un eroe. E lo è, in certo senso. Ma la scrittura di Alessandro Marchi lo tratta come un uomo che vive una condizione assolutamente comune, che vive come comunemente vivevano gli abitanti dei paesi dell’appennino, che vive la guerra senza trascinamenti ideologici e come qualcosa che gli passa attraverso la vita sopprimendo l’unica persona che aveva veramente amato, che subisce una burocrazia sanitaria disumana e asettica, in cui la sua vicenda è quella di un numero tra tanti. Il capitolo dell’incontro tra Aldo, in permesso di uscita provvisorio dal manicomio bolognese, e il piccolo Marino, l’ultimo dei figli, nato subito dopo la morte della mamma, e che di lui aveva solo sentito parlare, colloquio che si svolge nell’orfanotrofio di Arezzo, meriterebbe davvero un posto in un’antologia scolastica. E se ve lo dice un insegnante che odia l’antologia come principio in sé … Alessandro Marchi, Tu non ci credere mai, Libro/mania 2018, per leggere imparando o imparare leggendo, se preferite. Imparare cosa? Potrei rispondere con una retorica sfilza di paroloni come quelli che si leggono nei tanti provvedimenti e nei tanti verbali di riunioni dedicati all’inclusione, all’accoglienza e cosi via. Mi limito a una sola parola: ‘ascoltare’; e farlo farlo farlo mille volte questo esercizio, senza mai stancarsi, senza mai pretendere di incasellare la differenza in schemi, prima di parlare.

Il falco di Hernan Diaz (Neri Pozza, 2018) e l’indefinibile immensità della natura e dell’uomo

Non si dimentica facilmente un personaggio come questo. Non si dimentica facilmente una scrittura che riesce a raffigurarlo con una tale efficacia linguistica. Håkan Söderström è un personaggio che domina la scena con l’imponenza della sua essenza genuina, fetale, quasi primordiale. La storia che attorno a lui tesse Hernan Diaz si svolge in un paesaggio le cui forme non sono mai contenute, debordano sempre dai confini della ragione, non possono mai essere identificate su una carta. Håkan, dopo una vita in viaggio in un nulla solo apparente (per lui non esiste un futuro, esiste un passato che sfuma piano piano, resta alla fine solo un presente ‘prendere o lasciare’), alla ricerca di un fine, il ricongiungimento con un fratello smarrito, che con gli anni sfuma lentamente, non possiede altra concezione del passaggio del tempo se non il cambiamento delle forme del suo corpo smisuratamente grande, che si ripiega su se stesso e incanutisce; così come smisuratamente grande, immenso e deserto è ciò che vive, ciò che attraversa, ciò che dà sostanza alla sua persona. Ogni incontro lo mette di fronte a una dimensione estrema, che lo costringe a valicare questi confini di una ragione a lui ormai ignota, dopo anni di peregrinazioni, in ogni sua forma: non conosce una scrittura, apprende solo le parole di un linguaggio basico della lingua dell’America in cui si trova quasi per caso, dimentica piano piano quella lingua materna, lo svedese, che solo l’incontro, alla fine della sua vita e del suo viaggiare con un altro che la parla, richiama dal profondo, non conosce alcuna regola condivisa, se non quella dell’istinto di difendersi dal male. Ecco, il punto: Håkan non conosce altra legge se non quella della sopravvivenza: e questo rende immensa la sua raffigurazione. In nome del sopravvivere Håkan conserva per tutti gli anni, del cui numero lui non sa rendere conto, gli oggetti essenziali per mangiare, bere, difendersi e coprirsi. Håkan sopravvive a paesaggi estremi che hanno una comune caratteristica: sono tutte rappresentazioni in forme diverse di un medesimo deserto, il deserto in cui si attua la sua vita. Storpiato dall’inglese, il suo impronunciabile nome diventa “The Hawk”, il falco. E mentre il falco sopravvive in deserti e canyon, tra arsura e gelo, dove ogni essere è preda e dove ogni forma di umanità è, fino a prova contraria, infida, di lui nasce, in un altrove appena abbozzato, in città dominate da fenomenologie della disumanità tratteggiate in modo narrativamente perfetto (fanatici religiosi, sceriffi sadici, minatori accecati dalla febbre dell’oro, pionieri disperati, bande criminali) un’epopea che lui non conosce, che lui non vive, ma di cui lui è protagonista a sua insaputa. Una scatola di metallo con gli attrezzi per cucire e curare, una pelle di puma, un cavallo: la vita ad Håkan non ha altro da insegnare, se non che, per arrivare al traguardo, tutto questo è bastato. Il gigante, il falco, il mostro, l’essere quasi mitologico che appare ai viaggiatori rimasti intrappolati nel ghiaccio dell’Alaska dà forma a una narrazione che alla fine ricorda che i viaggi sono tanti, le direzioni possono essere le più diverse, ma alla fine si torna dove si è partiti. Senza un lamento. Nel rispetto di quelle uniche regole che è giusto apprendere dalla vita: quelle del sopravvivere. Potrebbe essere interpretato come un messaggio negativo? Qualcuno potrebbe dire che Il Falco è l’elogio della sconfitta? Non credo di poter rispondere a queste domande. Leggendo il libro, percorrendo il viaggio di Håkan ed essendo costretti a leggere la natura sempre dal suo punto di vista tanto basico quanto elementare, tanto essenziale quanto primitivo (questo riesce a realizzare Diaz dalla prima all’ultima pagina, senza mai scadere stilisticamente con scelte lessicali mai controllate, volutamente ‘estreme’) vi assicuro che non lo sarà affatto. Viaggiare con Håkan in fondo non è altro che un conferire una dimensione narrativa e quasi epica al significato della vita, che ho individuato nel sopravvivere, che altri potranno interpretare diversamente. Ma questo, alla resa dei conti, non credo debba interessare alla letteratura.

La palla

“C’era una volta una palla, un po’ rossa e un po’ gialla, che la corrente teneva a galla …” non dormiva ancora Umberto. Il babbo si era seduto sulla sedia a dondolo accanto al lettino e, con una mano sulla sponda, iniziò, come tutte le sere, la sua cantilena. Lo faceva per addormentarlo. Quelle parole lente, quasi un canto in sordina, ipnotizzavano. Il bimbo, sveglio in apparenza, volava già altrove. Si vedeva nella dimensione senza spazio e senza tempo che quelle parole cercavano di raffigurare. Non capiva la differenza tra l’andare avanti e l’andare indietro. La palla andava avanti, la mente indietro. E la sedia a dondolo riproduceva quel movimento alternato, in avanti e indietro.

Il cigolio della sedia a dondolo non era più coperto dal traffico della strada; un gracchiare lungo e stridulo quando andava indietro, il suono di colpo secco quando tornava in avanti; entrambi i movimenti, così diversi nel loro alternarsi cadenzato, accompagnati da una cantilena regolare baruffavano con altri rumori che l’arrivo del silenzio aveva, come miracolosamente, risvegliato dal cacofonico e fastidiosamente fragoroso frastuono urbano: i corali garriti delle rondini e il canto solitario dell’usignolo ci saranno sicuramente stati anche prima, come il cigolio della sedia, ma lui non li poteva ascoltare. Quel lento e blando dondolare coccolava una vita in quell’imbrunire che un tempo avrebbe avuto il sapore acido della malinconia temuta e sempre stornata, ma ora assumeva quello rasserenante della quiete, voluta e tenacemente tenuta stretta.

Un movimento indietro e uno in avanti, per ore. Un bicchiere di tè freddo al limone. Una vespa tardiva, che sfiorava i gerani. Lo zampirone acceso accanto alla ciabatta consunta. Il libro caduto per terra e non raccolto. La centralina dell’irrigazione che lampeggiava con la sua batteria scarica. Un tavolino troppo vissuto, su cui da tempo non passava più quella stagionale mano di copale che gli dava il colore vivo dell’ambra. Sei sedie richiuse, due rotte da anni. La griglia elettrica, che conservava il fetore del recente uso. Il grasso della scadente carne di castrato, che era colato fuori. Due cartoni di pizze, di cui uno con residui di mozzarella e gorgonzola. Il gatto che li leccava, unica presenza apparentemente soddisfatta e viva in quella natura morta, di cui lui, Umberto, avrebbe preferito non far parte; il suo ruolo era unicamente quello di strumento indispensabile per consentire i movimenti cantilenanti di quella sedia: un indietro e uno in avanti, per ore.

Lo zampirone era acceso anche quella sera, su un altro poggiolo, con le verdi chine del Càrpano, gli opulenti castagneti e i bianchi scalacci del Nocicchio come quinta, non le cimase e i lastrici dei tetti, né le plastiche ondulate dei bassocomodi, quando il viaggio era appena iniziato e le fondamenta di quell’edificio, ormai alto, che qualcuno, non lui, riusciva a chiamare vita, erano ancora robuste. Umberto progettava tappe. Lei ascoltava. Le poltrone erano due. Le gambe di lui sul legno del poggiolo, quelle di lei su quelle di lui. Le mani di lui, che lievemente stuzzicavano le gambe di lei, quelle di lei attorno al collo di lui. Due bicchieri di prosecco. E dietro, sul tavolo, i piatti vuoti da cui ancora proveniva l’odore del ragù che aveva condito le tagliatelle, che insieme avevano preparato. Il prato, appena bagnato, copiosamente, dai numerosi irrigatori, diffondeva diversi effluvi, profumo d’erba, fragranze che inebriavano. Il viaggio era all’inizio. E all’inizio tante cose sembrano più belle di come poi si riveleranno. Non lo sapevano. Neanche avrebbero voluto saperlo. Bastava quel profumo, bastavano quei colori, bastava quel poco che allora pareva tanto.

Un’auto dei carabinieri squarcia il silenzio, sfrecciando nella strada deserta con la sirena accesa. Una seconda la segue a poca distanza. Passano pochi minuti e l’elicottero del 118 atterra nel piazzale del vicino ospedale. Due ragazzini in bici si inseguono sulla ciclabile. Un anziano rovista nel cassonetto della carta. Un gatto gli passa accanto. Si ferma un attimo. Prosegue verso un altro cassonetto. La luce scema in un cielo sanguigno, pieno di cattiveria, graffiato da striature grigie. E ritorna il cigolio della sedia, a coccolare una memoria quotidianamente tormentata in quelle rituali e ossessive rievocazioni vespertine, malvagie, ma cercate con autolesionistico cipiglio, dannoso, frustrante, ostinato, una memoria che vorrebbe essere soltanto lasciata in pace. Un movimento indietro, uno in avanti, per ore.

I gerani coloravano quel poggiolo di allora, quando le piogge pomeridiane, una certezza di elvetica puntualità, li rendevano orgogliosi dei loro petali rosa, bianchi, rossi. E non appena due cadevano, dieci ne rinascevano. Non appena una pianticella sfioriva, altre cinque ne ricrescevano. Senza sosta. Senza debolezze. Senza quei dubbi e quelle esitazioni, che forse erano già sotto il terriccio, ma nessuno le vedeva. E se avesse anche avuto un sospetto, si sarebbe ben guardato dal cercarle. Umberto passeggiava nel prato, sotto il poggiolo, per raggiungere lei, sullo sdraio, a godere gli ultimi respiri di un paesaggio che si stava lentamente lasciando assopire nel pacifico torpore dei suoi declivi, nello sfrigolio delle prime stelle, nello sciabordare del sottostante rivo, laggiù in fondo al prato. “Ci è caduta la palla, laggiù in fondo. Credo sia finita nel ruscello.” Attraversò il prato, tra gli ornelli e frassini, i carpini e l’antico, alto noce. Arrivò in fondo. Si tolse le scarpe. Vide la palla, imprigionata tra i sassi del rigagnolo. A piedi nudi la raggiunse, la prese. E lei fu felice, quando lui arrivò con le scarpe in una mano e la palla tra l’altro braccio il fianco. Gliela prese, mirò il canestro. Centro. E si baciarono. E mentre si baciavano, la palla ruzzolò giù, tornò dov’era, tra i sassi. Pronta per essere reclamata, ripresa e incoraggiare un altro bacio. L’inizio dei viaggi, di tutti i viaggi è fatto di riti, come questi o molto simili. Li vivevano con una passione fluente, leggera, che scivolava nel tempo, solleticandolo come la piuma d’oca, che soffice lui le faceva scorrere sulla pianta di un piede, sulla pelle di una spalla, su quella del collo, mentre la brezza serale portava i capelli di lei sul viso di lui. Non tutti erano stati ligi agli ordini e tanti erano sfuggiti alla lunga coda di cavallo, che lui adorava farle e lei adorava farsi fare da lui. “Partiamo domani?” “Sì, appena pronti,” le aveva risposto.

Non mutava il ritmo del dondolare della sedia. L’illuminazione pubblica aveva annullato quella fasulla magia di un imbrunire che nel paesaggio urbano non avrà mai l’energia che riesce a infondere altrove. Coni di luce che impedivano di nascondersi al furtivo gatto sempre alla ricerca di cibo tra i cassonetti, all’anziano che non rovistava più nel rusco, ma ora sonnecchiava su una panchina seminascosta tra le sterpaglie mai sfalciate in quell’angolo di verde pubblico sistematicamente dimenticato, alla ragazza con le cuffie nelle orecchie che, svogliata, obbediva all’ordine dei genitori di portare fuori il cane, alla coppia sovrappeso che tutte le sere passava per camminare e non calava mai di peso, al poliziotto municipale in auto che si scaccolava al semaforo, senza accorgersi che Umberto lo stava ammirando. In attesa del verde, guardava spesso l’orologio al polso. Non vedeva l’ora di finire e tornare a casa. Accanto a lui un altro agente con la testa penzoloni, che sobbalzò alla ripartenza dell’auto. Spicchi di una vita che muore come la luce e palesa tutta la fatica di arrivare a quell’ora, così tanta da non riuscire nemmeno a godere della gioia di esserci arrivata. L’auto della polizia municipale partì, mentre Umberto beveva il tè freddo e la sedia dondolava sempre con il suo stridulo canto: un movimento indietro e uno in avanti, e così sarebbe stato per ore.

L’auto era pronta per partire, alle otto del mattino. Lei e Umberto erano felici. Attendevano quel viaggio da tempo. Non li avrebbe portati lontano. Non desideravano visitare luoghi lontani, non avevano velleità turistiche, non avevano neanche una meta precisa, a dire il vero. “Andiamo al sud,” era l’unica certezza rimasta, dopo aver percorso con le mente mezzo continente e averlo citato capitale per capitale, regione per regione, stato per stato. A loro piaceva stare insieme. Umberto prima di partire ebbe un pensiero. Scese dall’auto. Tornò nel giardino. Andò sul prato. Lo ripercorse. Fece una sosta sotto l’antico noce. Andò sull’altro fianco del tronco, quello opposto al prato, appartato e segreto. E vide la targhetta che aveva da poco collocato alla base, senza chiodi, senza ferire quella saggezza di vita che il noce evocava. Sei mucchietti di sassi la tenevano ferma. Ogni albero del prato che si trovava lì era stato piantato dal babbo per una persona cara, per la nascita di un figlio, di un nipote, per l’ultimo viaggio della mamma, per un matrimonio, per i nonni. Solo al noce non era stato dato un nome. Ci aveva pensato Umberto due settimane prima, quando per l’ultimo viaggio era partito il babbo. Il grande albero, il più bello di tutti, spettava a lui. Aspettava lui. Umberto si chinò e lesse la frase che il babbo gli aveva detto in uno degli ultimi, sempre lucidissimi, attimi di vita e che, pazientemente, aveva scalpellato e poi rubricato, come un’antica epigrafe: “Il tempo è un viaggio fatto per essere goduto tutto, fino all’ultimo. Non sprecarlo. Non pensare di fare di testa tua, oltre un certo limite. Lui ne sa sempre più di te. Si tratta di un bene troppo prezioso. Un giorno lo capirai.” Si rialzò. Arrivò in fondo al prato. Si tolse le scarpe. Scese nel ruscello a piedi nudi. Recuperò la palla. E tornò in auto. “Avevamo dimenticato questa,” disse mettendola sul sedile posteriore. E mise in moto. La palla gialla e rossa aveva una bella storia. Un sera, sul poggiolo, nel consueto rituale dell’imbrunire, gliel’aveva raccontata. A lei era piaciuta e le sembrava una bella favola.

Pensava alla favola bella, mentre la sedia rallentava il suo blando dondolio, che infido lusingava la memoria, un periglioso trastullarsi in una malinconia che era amata, desiderata e apprezzata, in quelle ore di dolce e rasserenante languore, proprio perché sempre temuta. Per lui non era un paradosso. Era lo specchio di una vita vissuta sempre sul ciglio del burrone, di un viaggio sempre rimasto incompiuto, di una memoria che aveva sempre qualcosa da dire, ma solo per tradire. Come una favola, che con la sua infantile bellezza e le sue creature fatate, con i suoi gnomi buoni che vincono sempre il male e le sue streghe cattive che finiscono sempre male, affascina e lusinga, ma, proprio per questo, spesso tradisce. Pensava a quella favola bella, trapassando con lo sguardo le aree lasciate buie dai coni di luce, tra un lampione e l’altro, e cercando lì, nelle ombre, quelle verità che la luce nascondeva, come le lusinghe di una favola. Non era possibile. Erano ombre. E nelle ombre al più si intravvede, non si vede. Si intravvede una siepe scossa, si avverte l’acre fortore di resina che trasudano i tanti fitti pini, si sente la civetta, che la sua prof di greco definì “il più umano tra tutti gli animali”. Cercò di concentrarsi su uno di quegli angoli di tenebra, alla ricerca del significato di quella favola bella, che da sempre desiderava. La memoria era la guida dei sensi in quel momento. Ne era in balia. L’animo oscillava, come sospeso, come quello di un pescatore intontito dalla tempesta, in mezzo al mare, incapace di distinguere beccheggio da rollio, il nord dal sud, una buona rotta da un’altra che invece lo avrebbe allontanato dalla quiete del porto. Nell’angolo di tenebra vide solo un oggetto chiaramente. Era una palla bucata, lasciata lì dai bambini che avevano strillato per tutto il pomeriggio, sbucciandosi ginocchia, insultandosi, costringendo i genitori a intervenire per mancanza di un arbitro con i cartellini gialli e rossi. Ogni strillare finì, quando la palla si bucò. E rimase lì, sotto la siepe scossa dalla brezza che montava ora da terra ora dal mare. Avanti e indietro, come la sedia.

E avanti andava l’auto, su per valichi, ignoti ai più, mentre il sonno aveva avvolto il volto di lei, mentre il dubbio iniziava a insinuarsi, infido, nell’animo di lui, mentre la palla, rossa e gialla, pareva tentare di attivare con la sua storia bella, da dietro, dal sedile posteriore dell’auto che ansimava su per l’erta, una comunicazione in quello spazio esiguo, dove nulla poteva sfuggire, dove tutto sarebbe destinato a rivelarsi autentico e sincero e, proprio per questo, malefico e cattivo. Paesaggi da favola facevano da sfondo a quel dramma oscuro, privato e segreto, che aveva assunto la blanda forma di un viaggio gioioso: alture dal sinuoso profilo, poggi aprichi, radure mai essiccate dalle sguaiate, afose canicole del piano, clivi ammantati di grandi castagni e secolari roverelle, che hanno sorriso ai più duri inverni, che hanno patito senza farsi scalfire. Umberto rispettava il silenzio che il sonno di lei chiedeva. E l’auto andava avanti, guidata da lui, mentre la mente, non guidata da lui, cercava sempre di tornare indietro. Un movimento indietro e uno in avanti.

C’era un tempo in cui aveva adorato anche lui le favole. Non quelle della nonna, né quelle della mamma. Era il babbo che gliele raccontava. Le inventava. Poi le cambiava. Poi un giorno ebbe un’idea: le raccolse e le scrisse. E la memoria ebbe allora un sostegno, veramente valido. Tra quelle favole una era quella da lui preferita. Una folata di vento scosse la siepe più di quanto avevano fatto le lievi brezze precedenti e il cono di luce arrivò fino alla palla bucata, e la bella favola, la più bella delle favole, ebbe un sussulto laggiù in quell’abisso dove di bello assai poco era rimasto.

“C’era una volta una bella palla, rossa e gialla, che un bimbo aveva perso e che nel fiume ora stava a galla,” era la sua voce, la voce del babbo, forte e sicura, che risuonava cristallina sul sottofondo del gracidio della sedia a dondolo. “La palla si lasciava cullare dalla corrente, quando il ruscello attraversava un piano, combatteva contro i sassi, quando le rapide lo facevano scendere più ripido tra le forre. Un giorno arrivò ai lati di un prato e la lenta corrente la dimenticò in una secca di mota. Rimase lì per giorni e giorni, nella mota. Era triste vederla. Tutto passava, tutto scorreva, i pesci nemmeno la guardavano. Nessuno si curò di lei, che piano piano si sporcò tutta. La mota portata dalla corrente aumentava, con l’erba e i rami che in quell’angolo dimenticato si accumulavano piano piano, tra flessuosi giunchi e alti canneti. Quand’ecco che un bel giorno due bambini su una barca, risalendo il fiume, si fermarono proprio lì, stanchi del lungo remeggio controcorrente. E videro la palla, rossa e gialla, ma sporca e sgonfia. La presero, la pulirono con l’acqua del fiume e la misero nella barca. Risalirono ancora il fiume e tornarono alla loro casa, che era proprio su quel fiume, chiedendosi quale bimbo avesse potuto perdere una palla così bella, rossa e gialla. La gonfiarono e giocarono a lungo con lei. Ma la palla non era felice. E in un’altra casa un altro bimbo era ancor meno felice di averla perduta. Un giorno, mentre i bambini giocavano con lei, scoppiò un temporale improvviso, che allagò il campo in cui stavano giocando. Scapparono in casa, lasciando la palla. Venne talmente tanta acqua che portò via la palla che ritornò nel fiume. E si affidò di nuovo al movimento della corrente. Tornerà la nostra palla dal bimbo che l’aveva smarrita per farlo felice?” Le favole del babbo avevano quello di bello. Non finivano. Toccava a lui farle finire. “La corrente porta la palla. Se la casa del bimbo è sotto, potrebbe anche tornarci, ma se è sopra, no.” La sedia andava avanti e indietro. Ecco cosa stonava con quella favola. Si può andare solo avanti? Qualcosa impedisce di tornare indietro? Perché la corrente del fiume non si può fermare e invertire? Cosa ci costringe ad essere sudditi di una forza che non ci consente di scegliere la direzione del nostro viaggio? Umberto non voleva guardare avanti. Aveva paura.

Lui le disse di fermarsi e di non andare più avanti un giorno, dopo tante tappe di un viaggio veramente bello. “Basta. Siamo scesi già abbastanza a sud. Ora vorrei tornare indietro.” Lei gli disse che non era d’accordo. Si era lasciato guidare da un progetto che non conosceva. L’auto seguiva i dettami di un navigatore ignoto a entrambi. Non programmarono tappe e le soste si fecero dove capitava. Sempre avanti, mai indietro. Ma ora si doveva decidere.

Si alzò dalla sedia e scese in giardino. Andò alla siepe e prese la palla.

Si alzò dal sedile. Era tornato solo. Aprì lo sportello. Prese la palla, rossa e gialla. Corse sul prato, come un aquilone senza filo, oltrepassò la frase scolpita nel legno, con un grave senso di colpa. Arrivò in fondo al prato e affidò la palla al ruscello.

Trovò la palla bucata, sotto la siepe. La prese. La portò in casa. La pulì. Era rossa e gialla. E se la mise accanto. Aveva paura, troppa paura che gliela portassero via.

A ritroso


Un fiore di colore giallo molto intenso attirò la sua attenzione sul sentiero che portava al lago di conca, ormai ridotto nelle sue dimensioni a una grande pozzanghera. Si fermò e scattò la fotografia. Era un ciuffetto di quattro fiori. Non era sicuro che fosse il raro papavero retico, ma la consultazione della rete, possibile ormai anche a quelle altitudini, gli diede conferma: era lui, il papavero retico, che, con le sue robuste radici che si diffondono tra detriti e pietraie in zone soggette a frane, là dove la vegetazione ad alto fusto ha ormai ceduto il posto ai sassi e ai mughi, è utile a mantenere ferme e sicure le rocce. Lui, seppur così piccolo, così importante: dieci-quindici centimetri di stelo peloso dal peduncolo in giù; quattro soli petali in una corolla appena visibile soltanto grazie al suo colore giallo intenso; e invece quel ciuffo di fiorellini sa esprimere, laggiù dove nessuno lo può vedere, tra le rocce, una forza e una potenza fondamentale per garantire stabilità nel fragile equilibrio di cui quel sistema vive. Si fermò. Quel ciuffetto di papaveri retici meritava una sosta. Non le faceva in luoghi casuali. Avvertiva il bisogno di sentire suoi quei simboli, come se fossero feticci. Slacciò lo zaino. Si sfilò la maglia termica restando a torso nudo. Si tolse anche le pedule, antiche calzature che furono del babbo e che aveva come riesumato da un armadio che non apriva da anni (altro simbolo, altro feticcio); e poi si sfilò le calze per dare respiro ai piedi, che avevano lavorato davvero tanto in quelle tre ore di salita e meritavano il guadagnato riposo. Anche il suo sistema viveva di una fragilità che imponeva i suoi riti di rispetto. Si sedette su un sasso e, approfittando dello stesso buon segnale che gli aveva consentito di avere la conferma della specie del fiore, iniziò a consultare vecchie foto di diversi anni prima. Un rito a cui non poteva resistere. Un rito a cui cedeva immancabilmente in quei momenti in cui i sensi si lasciavano sopraffare dallo spirito, o forse facevano arrivare i propri impulsi fino a regioni sulle quali non riusciva più a esercitare un controllo. Aveva pazientemente digitalizzato tutte le più vecchie tra le tante foto che aveva ritrovato qua a là; e poi si era creato uno spazio su internet in cui aveva deciso di tenere soltanto quella preziosa parte dell’archivio della memoria. Erano ormai migliaia, non tutte sue; alcune erano state scattate da Silvia prima che nascessero le bambine; ma la maggior parte erano foto in cui erano presenti anche Elena e soprattutto Luce, la più piccola e la più fotografata di tutti. Era lei che da piccola chiedeva ossessivamente di esserlo; le piaceva essere fotografata e passava tanto tempo a riguardarsi in quelle foto, spesso scattate soltanto per metterla in pace. A casa, quando quelle foto sarebbero state sviluppate e stampate, Luce avrebbe passato ore a sfogliarne gli album. Lassù, di rientro da una faticosa escursione, che aveva previsto anche un tratto esposto, molto panoramico, su sentiero attrezzato, quel riandare indietro nel tempo assumeva il valore della ricerca di conferme per poter imbastire sulle certezze di un passato – e che bel passato fino a un certo punto! – progetti per un futuro che spesso erano destinati a restare soltanto tali. Ormai era diventato un gioco dal sapore un po’ masochistico, se lo si vuole chiamare con un vocabolo dal retrogusto un po’ acre che quel viaggio a ritroso puntualmente lasciava; e forse per questo non aspettava altro che quelle pause per poter riannodare i fili che lo riportavano laggiù, dove tutto un giorno si era improvvisamente fermato e da dove erano partiti tutti quei vani progetti, di cui nemmeno uno era stato realizzato. Uno di quei viaggi della memoria che per qualcuno sono sterili occasioni di malinconia, per altri, e lui era tra questi, sono un modo come un altro nel tentativo, più disperato che altro, di dare un qualche sostegno al futuro, per dare sostanza a un disordinato coacervo di illusioni che aveva il coraggio di chiamare ancora speranza, per tentare di convincersi che, se qualcosa di bello era potuto accadere prima, perché non dovrebbe accadere anche in avvenire? In queste vacue illusioni amava cullarsi lassù dove il vento non modellava soltanto le rocce, ma aveva una propria voce che sembrava cercare una comunicazione con chi lo sapeva ascoltare, con chi ne sapeva decrittare i tanti e mutevoli codici.

Luce era piccola in quella foto. Non camminava ancora. Era nello zaino sulle sue spalle. Silvia avrà scattato quella foto. Non ricordava. Sullo sfondo i ghiaioni del Pelmo. Si intravvedeva a destra un bosco di pini e larici. La foto forse era stata scattata nelle ore centrali della giornata: la forza del sole abbagliava i loro occhi. Erano tutti e quattro animati da un sorriso molto particolare, insolito per i più, un sorriso di quelli che non sono tipici di chi si mette in posa per una foto. C’era qualcosa di vivo, spontaneo e sincero in quel sorriso, si avvertiva una forma singolare di forza, più che di voglia, di vivere. Altra foto della stessa giornata. Silvia aveva preso in spalla lo zaino con Luce e camminava china. Elena guardava verso sinistra in una direzione misteriosa, incurante della fatica della mamma e della gioia della sorella che non doveva ancora sopportare la fatica del camminare in salita. Incurante anche della fatica del babbo, sulle cui spalle gravava un altro zaino, non contenente bambini, ma bevande e vivande, giacche a vento, cartine, binocolo e altro. Non ricordava chi avesse scattato quella foto. Erano rare quelle in cui erano presenti tutti e quattro, perché non aveva mai avuto l’abitudine di chiedere ad altri di scattare foto che poi sarebbero state viziate da quel difetto della posa non spontanea. C’era qualcosa di speciale in quello scatto. Soprattutto in quello sguardo di Elena, molto attento. Non riusciva a capire cosa la attirasse. Aveva un libro in mano. Elena era sempre stata affascinata dai libri. Lo era già allora. Appena sarebbe stata lei a poterli leggere ne sarebbe stata accanita divoratrice. Proseguì con le foto, mentre il vento rinforzava e, coprendo il sole, faceva precipitare la temperatura. Ma per il suo torso nudo e i suoi piedi scalzi il freddo non era mai stato un problema: era soltanto una delle tante forme che aveva scelto quando voleva mettere alla prova i propri limiti. Quasi sempre era quello l’obiettivo delle uscite, che fossero a piedi o in bicicletta, che la fatica gravasse sui piedi o sui polpacci. Non avrebbe preferito trascorrere sempre lassù le sue vacanze, lui che abitava a due passi dal mare e dalla spiaggia, se non ci fosse stata una motivazione forte come questa. Non avrebbe mai scelto un luogo e un paesaggio che consentisse, meglio di qualsiasi altro, di capire quali fossero quei limiti, se non fosse stato sempre  guidato da una forza abbarbicata alle rocce come quel ciuffo di fiori che gli aveva imposto la sosta. Ma erano domande come tante. Se le faceva, poi dimenticava di cercare la risposta. Lassù, a 2200m, qualche risposta forse si poteva avere. Ma era giusto? Aveva le sue buone ragioni per pensare che non lo fosse.

Adesso Luce camminava e stava raccogliendo un fiore giallo. Era un botton d’oro. Forse non si potevano raccogliere. Forse sarà stata anche sgridata per averlo fatto. Era china sui sassi e allungava la mano verso il ciuffo di fiori. Non era in posa. La foto aveva un nome: CapannaAlpiniLuglio97-64. Stavano salendo sul versante est dell’Antelao, diretti al rifugio Galassi. Tante erano le foto scattate nel corso di quella passeggiata, di cui quella con Luce che raccoglieva il fiorellino giallo era la numero 64. Luce era la più piccola. E i più piccoli, succede spesso, sono i più coccolati: lo dimostrava il suo assoluto protagonismo in quella cartella di foto. Silvia appariva poco, ma, quando presente, sorrideva. Elena era presente solo in cinque o sei scatti. Lei non sorrideva mai. Non guardava mai verso la macchina fotografica. Non guardava mai verso la mamma, né considerava la sorellina. Non c’era la luce del sole in quella serie di foto scattate durante la passeggiata in ombra. Ma il verde delle fronde dei pini, dei larici e degli abeti era quasi devastante, campeggiava con tutte le sue tonalità, uno sfondo che diventava personaggio e poi piano piano protagonista della scena: non c’era la forza della luce in quegli scatti; ma il paesaggio esprimeva ugualmente la sua energia attraverso quel verde e quell’ombra e i silenzi del bosco che quel verde e quell’ombra non potevano non richiamare. Erano i silenzi di Elena. In nessuna foto lui appariva con loro. Solo in una, forse scattata da Elena e un po’ mossa, appariva con Luce sulle spalle. La bambina esprimeva il meglio del suo sorriso; il vento le agitava sul viso una ciocca bionda sfuggita alla coda di cavallo, che le avrà fatto sicuramente la sorella maggiore; le braccia erano sollevate in alto, come in segno di vittoria. Sullo sfondo la macchia di colore verde scuro del bosco e dei suoi sempre affascinanti silenzi. Per lui hanno sempre avuto un fascino singolare i silenzi del bosco. Un fascino diverso da quello che lo attraeva in quel momento lassù, fuori del bosco, tra i mughi, i prati e le pietraie. Non ci possono essere categorie e schemi nel fascino: attrae senza una motivazione, sfugge a una razionale spiegazione, vive di una differenza che è essa stessa monumento attraverso i referenti del paesaggio di cui si serve per esercitare la sua irresistibile energia attrattiva. Finita la vegetazione ad alto fusto iniziava un altro fascino. Quello del bosco era il fascino di Silvia, di Luce e di Elena, ma soprattuto di Elena. Non ha mai detto che lo preferisse; ma lo ha sempre fatto capire. Elena non aveva bisogno di parole per comunicare. Quelle foto erano le sue parole, quegli sguardi che nella loro apparente assenza erano invece, per lui che li aveva saputi sempre interpretare, di una particolare intensità; c’era sua mamma in quegli occhi, in quello sguardo tanto profondo e intenso, quanto apparentemente sfuggente.

Suo babbo, che lo aveva iniziato all’escursionismo di montagna, gli diceva che il bosco non era il suo regno, che lui si sentiva aspirante re della roccia, dopo il bosco, sopra il bosco; gli diceva che il bosco era il regno della mamma, perché nel bosco domina il silenzio e che il mistero della vita, della maternità, della ciclicità della natura si coglie nel silenzio del bosco; lassù, oltre il bosco, tra i sassi e i mughi, non era più il regno della mamma, diceva il babbo: “Quello è il mio regno e sarà il tuo un giorno.” Per il babbo la roccia era una forza primordiale, maschia e indefinibile, violenta e iraconda, imprevedibile e mutevole; aveva bisogno di essere sempre guardata a vista e tenuta a freno, rispettata, temuta; e, nonostante questo, quando avesse voluto tradirti, niente glielo avrebbe mai potuto impedire; quando avesse voluto farti del male, nessuna intelligenza umana avrebbe avuto energia sufficiente a impedirlo. Non c’è nel fragore della roccia, dove un’eco sguaiata squarcia orizzonti senza confini, quella razionalità sagace e avveduta che regna tra i silenzi del bosco. I più sagaci li interpretano, ma non hanno bisogno di parole per esprimerli. Come Elena in quelle foto.

Il babbo. Con il babbo aveva imparato la parte spirituale della filosofia della montagna. Con la mamma aveva imparato le ragioni della montagna. Filosofie diverse, complementari forse, anche se il punto in cui avveniva quella congiunzione e in cui si mostrava quella compartecipazione a esprimere un linguaggio unico gli sfuggiva. La mamma gli insegnava a riconoscere vestigia di animali selvatici, anche dagli escrementi di una volpe, dalla traccia lasciata dalle zampe di un cervo sui tronchi (“si è svegliato troppo presto, faceva già caldo, ma c’era ancora tanta neve; non trovava da mangiare e ha grattato la corteccia degli alberi”, gli disse scendendo con le ciaspole dalla diga di Ridracoli in alta val Bidente); gli insegnava a riconoscere fiori, erbe e alberi. Per mezzora parlò dell’aglio ursino, attraversando un lembo della foresta della Lama nei pressi del Nocicchio, mentre l’olfatto, nel silenzio del bosco, ne era totalmente dominato e mentre un picchio sembrava voler scandire il loro passo, prima che diventasse lui l’oggetto della successiva mezzora di cammino. Era il suo mestiere. Insegnava ai bambini. E non c’era un confine per lei tra quando lo faceva, in busta paga del ministero, da una cattedra in classe o quando la faceva sul posto con lui, a diretto contatto con gli elementi del paesaggio. Con il babbo invece non si parlava in passeggiata; al più, in ferrata, si riceveva una dritta su quale gamba fosse meglio stendere per raggiungere un piolo. La roccia era il suo regno. Lì nessuno lo contraddiceva. Comunicava per metafore. E il termine di riferimento era sempre un animale o una pianta; il comportamento migliore da tenere era sempre quello che teneva un animale o una pianta. Quando si era in roccia con lui ci si doveva sentire animali tra gli animali. Questa era la sua filosofia. Per questo il babbo non aveva ragioni da insegnare come la mamma. Gli animali sono àlogoi, dicevano gli antichi greci. Non hanno il lògos, la parola ragionata. Lo ricordava dagli studi scolastici. Il regno del babbo era lassù, dove la ragione finiva e dove da un temporale ci si difendeva senza farsi domande. Sento che bisogna tornare, capisco che bisogna accelerare il ritorno, mi rendo conto che non conviene proseguire oltre quel rifugio: così diceva, ma non bisognava mai chiedergli perché. Non glielo avrebbe mai detto, perché lassù, dopo il bosco, tra sassi e mughi e poi solo sassi, dove non esiste una ragione, non può esistere un perché.

Altre foto. Gennaio 2001. Neve. Verso la cima del monte Falco. Neve di casa. Paesaggio di confine tra Romagna e Toscana. Quanta neve! Luce è cresciuta. Si stava facendo una ragazzina. Ha le amiche questa volta. Elena non appare nelle prime immagini. Nemmeno Silvia. C’è solo Luce che scende con la slitta, Luce che sale con le ciaspole verso l’osservatorio, Luce che mangia le tagliatelle ai funghi al rifugio. Un’inondazione di sorrisi in quella cartella. Quant’è bella! I suoi capelli biondi sempre lunghi. Spesso con la coda di cavallo alta che lei amava tanto farsi. Luce una sera al rifugio Carbonile, prima di gettarsi sul sacco a pelo, volle uscire nel bosco di notte; voleva sentire i lupi. La mamma le aveva detto che in quella zona erano numerosi. Non avevano sentito lupi, ma avevano visto quattro luci che si muovevano ai lati del sentiero: gli occhi di due cervi, aveva detto la mamma. Non si discuteva la sua autorità in quel contesto: era la foresta. C’era la mamma in alcune foto al rifugio con Luce e le sue amiche. Amava uscire con le sue nipoti e sentiva di dover proseguire la missione dell’iniziazione a quella filosofia della montagna, rimasta ormai priva di un pilastro per la mancanza del babbo. Il babbo non c’era più. Ed era giusto così. Quello non era più il suo regno. Era il grande bosco. Erano le foreste casentinesi. Era il regno della mamma e dei mille perché di Luce, per cui lei aveva sempre avuto la risposta. Il babbo era salito più in alto, là dove certe ragioni non hanno bisogno di domande e là dove con le gambe non si arriverà mai.

Le nubi avevano lasciato posto di nuovo al sole, facendo salire la temperatura. Accanto a lui si era illuminato il ciuffo di papaveri retici. Il loro giallo adesso era più vivo. Non aveva voglia di rialzarsi. Avanti con le foto! Avanti nel viaggio a ritroso! Era schiavo. Sì, tanti gli dicevano che era ormai succube di quelle foto e di quei ricordi. E gli dicevano anche quello che lui sapeva che era vero: che quella sudditanza che si era autoimposto era un ostacolo alla realizzazione di tutti quei progetti rimasti sulla carta, di tutti i suoi mille ‘mi sarebbe piaciuto ma …’. Scavare negli abissi più dolorosi alla ricerca di un grande piacere, di una grande gioia e di un grande amore. Ritrovare nella malinconia degli scatti più autentici, ritrovare nei volti e nei gesti, nei flash di una vita immortalata sempre in modo che non fosse quasi mai in posa. Tutto questo occupava ore del suo tempo da quel giorno in cui tutto finì, senza un perché. Anche se sapeva che procedere avrebbe significato avvicinarsi a zone molte pericolose. Pericolose e sicuramente temibili; avevano sempre una singolare forza attrattiva le cose che incutevano paura, soprattutto in quei momenti in cui scavare nell’abisso del tempo sembrava che non assumesse un significato particolare e non rispondeva nemmeno a una precisa volontà. Del resto era fuori del bosco, fuori del tempio della ragione, dove la mamma aveva per anni dato responsi. Lì dov’era non potevano esserci risposte alle domande, tanto meno alle più difficili come quelle sul perché della conservazione della memoria, sul perché di una consultazione di archivi di foto divenuta ormai ossessiva, sul perché si provava una strana forma di piacere nel vedere e rivedere ciò che, lo sapeva bene, avrebbe recato indubbiamente dolore. Eppure quel ciuffo di papaveri retici incuriosiva; la curiosità non veniva dalla la sua rarità. No. Veniva da altro. Poneva domande ben diverse da quelle sulla sua natura e lo faceva in uno spazio dove le domande non potevano avere risposte dettate da una logica. Era il regno del babbo. Lui sapeva tutto di quel regno. Ma come lui non ne aveva mai parlato se non per immagini e per metafore, era alle immagini che ci si doveva affidare in quel particolare codice di comunicazione: un ciuffo di rari papaveri retici.

Anche la mamma non appariva più nelle immagini successive. Aveva terminato di dare insegnamenti e si era affidata a quelle regole che scandiscono le tappe di uno dei percorsi più difficili da pianificare, quello che si chiama vita. Elena continuava a non sorridere e a non guardare mai verso l’obiettivo, attratta sempre da qualcosa che la distraeva in un altrove indefinibile in quegli scatti, distratta da qualcosa che la attraeva e la costringeva a porsi delle domande che lei non faceva mai ad alta voce. 2006. Era la sua laurea che si celebrava in quella cartella di foto in cui adesso era entrato. E il sole di nuovo era coperto da nubi, questa volte alte e nere, che i venti, immagine perfetta di una vita dilaniata sempre da forze contrapposte in eterna lotta tra di loro, cercavano di chiudere sopra di lui. Per il momento una lotta senza né vinti né vincitori. Sul suo petto nudo caddero due pesanti gocce d’acqua. Non se ne curò. Le persone passavano sul sentiero con le giacche a vento, di passo frettoloso per arrivare a fondo valle prima della pioggia, spaventate da quelle rade, innocue gocce; e lo guardavano quanto meno stupite. Ma lui non aveva fretta. Non temeva la pioggia, che faceva parte di un ordine naturale delle cose che non doveva mai essere temuto, solo ascoltato. Il tuono che si sentì era dall’altra parte del passo. I venti stavano concentrando altrove le nubi. Il babbo si sarebbe fermato a guardarle, senza paura alcuna, mentre gli altri correvano preoccupati, imbacuccati, o, meglio ancora, incapaci e privi di strumenti per sentirsi parte di quell’ordine naturale, affascinante con le nubi nere, tanto quanto lo era stato con il sole. Ed Elena, elegante nel suo vestito a fiori, misteriosa con i suoi enigmatici e grandi occhi neri, veramente sensuale con i suoi sciolti capelli mossi di colore castano scuro, con le sue amiche popolava lo schermo, qualche volta cinta di quell’orrenda corona d’alloro che lei non sopportava e le amiche le mettevano sul capo prima che lui scattasse la foto. Ogni tanto appariva Silvia, lui mai. Erano foto che aveva scattato soltanto lui.

Un tuono molto forte fece rimbombare tutto il vallone ai suoi piedi, un’improvvisa ventata fresca scosse i rami dei mughi, ma il cielo era sgombro di nubi e il sole dominava su di lui, infondendo una serenità e una sicurezza, che non c’erano sicuramente di là dal valico, ad appena venti minuti di cammino da quella pietraia risultato di antiche e più recenti frane, in cui aveva deciso di fare quella pausa, tra grandi massi erratici, ottimi divani naturali. Non farti domande, sentiva la voce dentro di lui salire da quel passato che da solo occupava ormai sconfinate regioni della sua anima. Tuona, ma c’è il sole. Il vento si è raffreddato e agita tutto intorno a te, ma il sole ti scalda ed entra dentro di te come non ha mai fatto. Non farti domande. Tutti corrono giù a precipizio, avvolti nelle loro coloratissime giacche a vento e i loro variopinti pantaloni da montagna, ma tu resti lì scalzo e seminudo con l’abbronzato rosa della tua pelle come unico colore che ravviva di una nota diversa quel paesaggio che soltanto di diversità vive, come unico vestito di un corpo che non necessita di altro. Non farti domande. Guarda loro e impara: volse gli occhi verso il ciuffo di papaveri retici, ora gialli, ora arancioni. Sfumavano secondo la luce. Ed erano l’unico fiore lì presente, tra mughi e sassi. Un altro tuono, anch’esso lungo e forte, ebbe questa volta un suono quasi metallico, come di lamiere che si accartocciavano su se stesse; fu seguito da un rimbombo di rantoli acuti che sembravano lamenti che non finivano mai, disperate richieste di aiuto. Il cielo viveva di contrasti forti tra il nero di là dal valico e l’azzurro di qua. In mezzo tonalità di rosso sangue e un’iride beffarda. E il viaggio nel tempo s’interruppe. Come sempre. In un attimo. Quando il sentiero stava prendendo la forma dell’asfalto dell’autostrada, quando le nubi quella della nebbia e le persone che correvano spaurite quella dei primi soccorritori, in un batter di ciglio tutto si fermò. Procedere avrebbe significato vedere immagini di una grande solitudine: avrebbe rivisto foto di paesaggi senza persone, sentieri senza escursionisti, boschi senza più un’anima, rocce senza più una vita. I sorrisi di Luce non ci sarebbero stati più; non più gli sguardi segreti di Elena; non più la dolcezza infinita di Silvia. Tutto era finito in un attimo, ingoiato sull’asfalto, tra le fauci di un banco di nebbia.

Procedere nel viaggio avrebbe richiesto una nuova energia. Decise di non cercarla nemmeno. Spense il cellulare, che avrebbe solo richiamato icone di un dolore che non avrebbe avuto più confini. Chiuse gli occhi con una sola immagine viva. Era un’immagine di energia e di grande vitalità. Di quella sentiva il bisogno. Aveva appena scattato quella foto. Aveva un valore inestimabile adesso: esprimeva forza e vitalità là dove nessuno aveva il diritto di farsi domande su quanto accadeva di là dal valico, sotto i nembi sempre più scuri. Lui era rimasto di qua. Era rimasto solo lui. Lui con una foto che mai avrebbe cancellato. Un ciuffo di papaveri retici, forti e robusti nella loro maestosa solitudine, ricchi nelle diffuse radici di un’energia che non si vede, che non scialacquano alla vista del primo sconosciuto, incuranti del vento gelido, incuranti del freddo, incuranti di tutto quanto potesse far loro del male. Incuranti, soprattutto, perché lì non ci si deve mai porre domande.

Le donne di Alice Munro

Sono personaggi a-valoriali. Per questo oggi piacciono. Acquistano spessore per la loro voluta mancanza di spessore. Non esiste indagine introspettiva che li porti a scavare nel passato. Non ci sono speranze che li conducano verso un traguardo futuro. Vivono di un tempo presente quasi agostiniano, che non si può definire. Saltano irrequieti attraverso il tempo, questi personaggi. Ma attraversano anche tutti gli spazi noti a chi ne tiene i fili: le città con le loro anonime periferie che hanno smarrito ogni correlato di identità, i piccoli centri separati da enormi distanze dove tutti devono, per forza di necessità, saper fare tutto. Saltano di qua, saltano di là. Fanno tanti lavori e non ne fanno nessuno. Cercano tanti affetti e ne trovano pochi, instabili ed effimeri. E sfuggono a ogni definizione. Come definire ciò che appare narrativamente costruito per non essere definito? Come descrivere ciò che intenzionalmente manca di un contorno, appare sfumato, colpisce e resta impresso proprio per il carattere indefinito delle sue morfologie indescrivibili? Sono nomi che non si declinano, perché esprimono un’idea tanto universale quanto impalpabile. Chi vi cerca modelli, non li trova. Chi vi cerca una traccia di sentiero su cui impostare un itinerario, si smarrisce. Così facendo, agisce come loro, come quei personaggi. E forse così facendo, rinunciando a ogni pretesa di critica, rinunciando a ogni categoria adusa, rinunciando persino ai consueti canoni del recensire, esercita nel modo migliore il suo semplice mestiere di lettore.

La teoria dei paletti

I fiori gialli di tarassaco realizzavano forme perfette ai suoi piedi . Non erano frequenti sui rivali dei fiumi. Aveva aromatizzato il miele con quelle erbe. “Li devi utilizzare sempre in una dieta equilibrata e associata a uno stile di vita sano”, gli aveva detto Serena. Stava correndo sul rivale di un fiume e il giorno prima aveva percorso novantacinque chilometri in bicicletta di cui più di venti in salita: lo stile di vita doveva essere di quelli sani. Non era a lui che quelle frasi andavano certamente rivolte. La farmacista era sua ex compagna di scuola e lo conosceva bene. Le aveva chiesto qualcosa contro la stipsi e lei gli aveva detto che i prodotti a base di tarassaco davano buoni risultati. Ora era lì ai suoi piedi, con le foglie lucide di rugiada e i cerchi perfetti dei sui fiori che realizzavano nei cespugli cupole altrettanto perfette. “Non pensare che le medicine risolvano tutto, Claudio. Affidati a qualcuno. O meglio, fidati di qualcuno, una buona volta.” Non aveva risposto. Aveva comprato, pagato e salutato. Non sopportava più che tutti gli dessero consigli. Serena gli aveva dato un altro di quei consigli. Lo aveva fatto dentro un camice bianco e dall’altra parte di un bancone, un camice e un bancone che le conferivano evidentemente la convinzione di avere una sorta di autorità. Così almeno lui credeva. Ma forse sbaglio, pensava. Serena, tra i tanti consigli, gliene aveva spesso dato uno che lui non sopportava, non tanto perché lo ritenesse ingiusto, quanto perché pensava che fosse ottimo alibi ritenerlo difficile e quasi impossibile da realizzare, perché lui non fosse tenuto a seguirlo. Correva sempre, con ritmo regolare, pensando al fatto che Serena avesse ragione, ma non dovesse avere la soddisfazione di sentirselo dire. La ricaduta della scarpa sullo stabilizzato aveva l’impegnativo compito di scaricare ogni bruttura su quel terreno, di liberare il corpo, la dimora dell’anima, dal rusco che si accumulava notte dopo notte. “Vedrai che ti rifarai una nuova vita”, gli aveva detto Pierpaolo. Le stiance si susseguivano fitte ai suoi lati. Quattro di quelle erano state usate come ornamento all’ingresso della villetta al mare in cui Pierpaolo passava i mesi estivi. Era il suo medico, anche lui amico d’infanzia, lo aveva invitato a una grigliata estiva in una delle poche sere in cui era uscito da sei anni a quella parte. Aveva invitato solo lui. Sapeva che amava le grigliate e che anche lui era bravo a farle. Ricambiò un altro invito di anni prima a casa sua, con la sua famiglia ancora unita, le tre bambine che giocavano, Valentina avvolta in un sorriso forzato. “Sono cose che capitano ormai a tanti. Anche a me è capitato. E tutto è ricominciato da capo. Vedrai. Ricomincerà da capo anche per te.” Pierpaolo parlava sempre generalizzando. L’archivio delle cartelle dei suoi assistiti era per lui la cartina di tornasole dell’umanità. Pensava di averne talmente tanti e così diversi da poter realizzare un casellario: qui ci metto tizio, qui caio, qui sempronio. Punto. Tutto doveva stare lì dentro. Non si accettano deroghe. Claudio si chiedeva da tempo in quale di quelle maledette caselle fosse finito. Sicuramente in quella sbagliata. Anzi, no. Tutte erano sbagliate. Correva ora adirato. Il suo respiro non era più al passo con la corsa. Non riusciva più ad accordarlo. “Quando Giulia ed io decidemmo di comune accordo di chiudere tutto, mi riproposi di ascoltare. La prima che avesse fischiato sarebbe stata mia.” In effetti, gli era bastato un mese per riempire quella casella. Le maledette caselle di Pierpaolo non erano mai rimaste vuote. “Sei hai bisogno, vieni qui da me quando vuoi”, gli diceva sempre Serena, la dispensatrice di consigli umanitari, con quel sorriso costruito da animatrice di parrocchia che deve dare consigli anche se non richiesti, un sorriso che Claudio però le aveva sempre un pochino invidiato, senza sapere esattamente perché. Serena, tutto sommato, aveva un grande pregio: regalava filosofie semplici e sapeva farlo molto bene dentro quel camice bianco. Non era giornata. Correre non gli piaceva come andare in bici. Lo faceva per stare bene, ma era proprio piegato sulle ginocchia e il respiro era affannoso. Dunque, non funzionava, perché non stava bene. Il vento rinforzava e il profumo dei tigli che veniva dalle spalle di un altro, che il camice bianco lo indossava sì e no, lo pervase con forza. “Adesso, Claudio, sei pronto per entrare da protagonista nella vita e, dopo tutto quello che hai sofferto, lo farai da lottatore.” Aveva ascoltato le parole del medico che aveva seguito la sua lunga riabilitazione dopo l’incidente, ma Claudio non aveva capito chi dovesse essere il lottatore, con quali armi avrebbe dovuto agire questo lottatore e soprattutto, cosa ben più importante, contro quale nemico questo lottatore avrebbe dovuto combattere. Tutti gli avevano sempre dato consigli ispirati. Tutti pretendevano di pontificare sulla sua anima, conoscendo di lui appena una parte del corpo a testa. Il suo errore era stato quello di averli sempre ascoltati, di aver preteso che, mettendo insieme le conoscenze delle parti del corpo di competenza, ne uscisse un quadro esaustivo. E invece no. Era sempre stato costretto ad ascoltare. Non aveva mai potuto veramente agire, né tanto meno reagire. Si era lasciato riempire fino all’orlo di consigli di vita. Per nove anni, del resto, cos’era stata la sua vita? Come poteva pretendere chi aveva curato il suo corpo di ergersi al ruolo di vate della sua anima? Allora non poteva correre. Adesso sì. E, se lo poteva fare, era proprio grazie a chi si era preso cura del suo corpo. Avevano fatto il loro dovere. Basta. I consigli di vita non competevano loro. Eppure li aveva lasciati parlare, li aveva ascoltati, riascoltati, spesso con l’attenzione che si dedica a una lima sorda. Li aveva persino accolti tra gli amici. Parola impegnativa. No. Non aveva amici. Conoscenti, meglio. Persone che con un ruolo o un altro avevano casualmente visto la loro vita incrociare la sua, meglio ancora. Eppure queste persone avevano, per diverse ragioni, avuto a che fare con la sua intimità, avevano lavorato il suo corpo, avevano visto tutte le sue nudità, quelle fisiche e quelle altre, quelle che pretendevano di incasellare e trattare come le quotazioni dei titoli in banca. Perché non le aveva volute tra gli amici? Loro si consideravano suoi amici. Lui non li considerava suoi amici. Erano amici o no? Cos’è un amico? Un confidente? Uno che deve sapere tutto? Nessuno di loro sapeva tutto. Uno sapeva questo, un altro quest’altro. Ma nessuno sapeva tutto. E la somma degli addendi non era mai una certezza e non dava mai lo stesso risultato. La fisiatra aveva fatto i capelli bianchi e le rughe in quei nove anni di lavoro su di lui che le avevano permesso di dirgli che sarebbe tornato da lottatore e da protagonista nell’arena della vita. Il profumo dei tigli che con le sue parole entrava in lui era qualcosa di indescrivibile. Il nonno gli faceva passare ore nel cortile tra i tigli, quando a giugno, terminate le lezioni, veniva portato da lui, nella sua casa in campagna. In cortile aveva iniziato a leggere. Quello spazio non aveva recinti, non era una casella: si apriva in tutte le direzioni verso i coltivi ed era lambito da una gora che una chiusa poche centinaia di metri più avanti rendeva sempre lenta e placida. Non poteva correre. Non era ancora stato effettuato l’intervento che glielo avrebbe consentito e gli avrebbe permesso di ritornare da ‘grande protagonista’ e da ‘lottatore nell’arena della vita’. Leggeva. Leggeva di tutto. Usciva con il nonno, che lo portava in libreria e lo lasciava lì finché non avesse scelto. Adorava i libri di avventura, di viaggi in terre lontane, anche di fantasia. Adorava leggere di persone che facevano grandi cose e lo facevano sognare. Non poteva fare altro nelle sue condizioni. Poteva solo sognare. Conoscersi e uscire dall’adolescenza significa anche prendere atto delle più scomode verità sulla tua vita, mentre il profumo dei tigli ti illude che in quella vita tu possa assaporare anche qualcosa di buono. E allora perché correre se farlo non ti ha mai sconfinferato? Mai che ne facesse una buona.

Claudio non voleva che un altro lo vedesse piegato sulle ginocchia. Si rialzò. Chiuse gli occhi nell’illusione che il groppo sarebbe andato giù. Si voltò. E decise di tornare indietro. Lo fece camminando, fiero del fatto che il poterlo fare non era affatto scontato, per chi conosceva la sua storia. Pochi potevano dirlo. Lui era di quelli. Il groppo non andava giù. E il cuore sembrava che volesse scappare, cercare un’altra vita e abbandonare lì tra le canne e le stiance quella ormai inutile che lo aveva tenuto per tanti anni prigioniero, incapace di esprimersi, di conoscere un vero piacere, di gustare una vera gioia. Correva anche per quello. Andava a fare chilometri e chilometri in bici da corsa anche per quello. Il cuore non doveva lasciarsi prendere da quell’insano desiderio di andarsene altrove. Doveva essere tenuto sempre impegnato. Se il cuore lavorava, chissà, forse anche l’anima sarebbe stata meglio. Quante volte avrebbe voluto sapere dove stava quell’anima? Nel cuore? Nella testa? No, ‘sta nei sensi’, gli disse un giorno una collega. No, troppo materialistico. Claudio non era mai stato un materialista. Eppure i sensi avevano un ruolo importante. E anche lì in quel momento lo avevano: il ritmico e cadenzato tonfo della scarpa che batteva sul suolo della strada bianca come arrivava alla sua mente? E il giallo dei fiori di tarassaco? E il profumo dei tigli? E questi sensi perché mettevano in atto ingranaggi che riavvolgevano la bobina del tempo? E perché quel film appariva ora bello ora brutto? Tra quei lacerti disordinati che di quando in quando, soprattutto di notte, venivano recuperati e rivissuti qualcuno infondeva serenità e diventava sogno, altri subdolamente s’intrufolavano tra i primi e trasfiguravano tutto, e la serenità diventava paura, e il sogno incubo. Cercò il cellulare, accese la musica e si mise le cuffie. I sensi potevano essere distratti.

Era la stessa musica che aveva sentito il giorno prima nell’uscita in bici e che aveva impresso la cadenza alle frequenze della pedalata. Era una musica ossessiva, ripetitiva. Carmina Burana: “è pseudodoping: non vale!”, gli diceva Lele, un suo compagno di uscite in bici. Si era ripromesso di non ascoltarla più, perché aveva l’impressione che lo trasformasse in un essere innaturale. Ma quante promesse erano cadute nel vuoto! Il giorno prima ne aveva parlato con Pierpaolo. In sala d’attesa non c’era nessuno. “C’è l’insegnante che dopo una brutta esperienza in una gita scolastica, dice che non ne farà più e l’anno dopo puntualmente la ritroviamo in gita. C’è il fumatore che promette che non fumerà più, lo dichiara coram populo e si fa sorprendere con la sigaretta in bocca. C’è il bevitore che accusa dolori di fegato, assicura che non toccherà più niente di alcolico e di nascosto riprende presto a scolar bottiglie. Con lo stesso spirito anch’io avevo fatto il mio solenne proclama: avevo deciso di non scrivere più.” Pierpaolo gli aveva risposto: “ Fai bene. Tanto chi legge quello che scrivi ci fa solo risatine sceme sopra.” Lui lo aveva corretto: “Forse sarebbe meglio dire che queste persone spesso non hanno proprio strumenti per intendere, perché non leggono; oppure, se lo fanno, si dedicano a quelle che comunemente si chiamano letture da ombrellone. (Mi è piaciuta la tua espressione quando hai detto che chi legge tende spesso a commentare animato da ‘vampirismo pettegolesco’). Oppure, peggio ancora, esce con le sentenze di mia cugina, quando le consigliai la lettura di Palazzo Soglianodella Casati Modigliani (roba di qualità …): ‘Non sopporto leggere libri che parlano solo di tristezza. Voglio roba allegra. Meglio la Settimana enigmistica.'” Pierpaolo gli aveva detto che non era facile restare a un livello alto: “Dopo il successo della prima raccolta di racconti, ti sei convinto di non essere riuscito a tornare a quel livello. E hai perso motivazione. Per me sbagli.” “E infatti, come vedi, ci sono ricascato. Lingua batte dove dente duole, del resto, si sa. Mi sono rimesso a scrivere. Ed eccomi qua. Stanotte mi sono svegliato alle due in preda a un incubo, uno dei più cattivi e anche dei più ricorrenti, purtroppo. Facciamo il gioco del dottore: io parlo, tu ascolti. Dovresti essere bravo a fare la parte del dottore.” Pierpaolo conosceva quegli incubi da tempo. Del resto tanti racconti di Claudio, forse i più belli, erano scaturiti da lì. Ma non sapeva che quello nuovo, che si stava accingendo ad ascoltare e che per questo ancora non aveva preso forma narrativa, forse li avrebbe battuti tutti. Claudio aveva sospirato, chiuso gli occhi come per riordinare le idee e poi aveva iniziato a narrare il sogno. “Sei pronto? Guarda che è roba forte questa.” “Sono pronto. Vai!”

Sono in classe, sono alle medie, forse la seconda media, è suonata la campanella dell’intervallo e mi tocca alzarmi, perché mi scappa. Per farlo devo mettermi o lo scarpone con la zeppa alta più di 15 cm (il ‘trampolo’ lo chiamava mio babbo) o andarci zoppicando vistosamente mettendo la scarpa normale che avevo nello zaino. Comunque, in un modo o nell’altro, con una scarpa o l’altra, mi prenderanno ugualmente tutti per il culo. Inevitabile. Tanto vale farlo senza trampolo. Mi alzo e, quando ho trovato l’equilibrio giusto fra la flessione della sinistra e la lunga discesa della destra, mi accingo ad andare in bagno; per farlo ci sono le Forche Caudine: bisogna attraversare quel corridoio affollato dove si sono dati convegno tutti i minus habentesdella scuola che rideranno come sempre del maiale emiliano storpio con una gamba più corta. Ci ero abituato. Infatti, ridevano solo loro; io non ridevo mai. Stavo sempre da solo in un angolo in classe. Persino se interrogato, aprire bocca per parlare era motivo di terrore. Appena metto il muso fuori dell’aula, uno urla subito ‘eccolo il secchione, il maiale emiliano storpio’. Uno, il capobranco (non saprei se più ammirato o temuto dagli altri), mi si avvicina e mi fa il verso della camminata, poi mi dà uno spintone e mi fa cadere; e infine, ridacchiando insieme a tanti altri – il bullismo è democratico e sa unire tutti, maschi e femmine, ricchi e poveri -, si mette a urlare: ‘adesso rialzati e corri se ci riesci, maiale emiliano storpio. Facci vedere come fai a correre. Avete mai visto un maiale zoppo?’ E tutti ridono, tranne me; non è mai stato nel mio repertorio. Lì vicino c’è una sedia metallica. Nessuno ci si siede, perché corre voce che l’ultimo ad averlo fatto sia stato bocciato per tre volte di fila. Inutilizzata da anni, pare. Ho un’idea: usarla finalmente. Mi rialzo, la prendo e la fracasso in testa al capobranco con tutta la mia forza. Mi rendo conto che questa volta l’ho fatta grossa per davvero. Cola sangue dappertutto. Il bidello arriva, mi prende e mi porta dal preside, un altro chiama l’ambulanza, urla e spintoni a destra e a manca, una ragazza si mette a piangere impressionata dal rivolo di sangue che ha colorato il pavimento; ho osato colpire Lapo Claudio Lorenzo Antonioli Dell’Impruneta, diretto discendente della nobile casata, che conserva un’incalcolabile ricchezza e può permettersi lusso in ville medicee, vendendo vini adulterati o taroccati in tutto il mondo. Lo sanno tutti. Firenze è una città molto più piccola di quanto si creda. Vengo portato in presidenza. Non mi oppongo. Sono abituato anche a quello. Il preside mi fa domande a cui ovviamente non do alcuna risposta. Silenzio. Una mummia sarebbe il prototipo della loquacità al mio confronto. Mio babbo arriva a scuola di corsa. Ascolta. Cerca di spiegare. Non serve a nulla. Sospensione.”

Pierpaolo aveva ascoltato immobile: “Caspita! Roba proprio pesante quella di oggi. Per fortuna che è un sogno.” “Non lo è affatto, amico mio.” “Ah, lo dovevo immaginare, come se non ti conoscessi ancora.”

E così – riprese Claudio – passo le notti da allora, amico mio, come ben sai. Di giorno si cerca di non pensarci. Ma di notte è difficile. Ti prende sempre a tradimento. E se ti impedisce di dormire, che fai? Ti metti al computer e cerchi di passare in un altro modo le ore. Di soluzioni alternative ho una certa esperienza dal mio particolare punto di vista. Ho sempre scritto. Scrivendo vinco l’ansia che mi provoca il parlare. Di giorno fai passare il tempo montando sulla bici: lì nessuno ti vede camminare e ti senti come tutti. Credo sia impossibile capire quanto è bello sentirsi come tutti. La bici fu il vero riscatto. Mio nonno e mio babbo furono veramente due grandi, immensi, veri uomini. Seppero ascoltare il mio silenzio. Me la fecero fare da Gastone Nencini, vincitore di un Tour, amico e compaesano del nonno, con le pedivelle su misura (e una cassetta pignoni che arrivava al 34! …), per venire incontro alla minore forza che avrei avuto inevitabilmente dalla parte destra.” Pierpaolo avrebbe voluto chiedere della mamma, che ruolo aveva avuto in quella storia. Fu letto nel pensiero: “Mia mamma sapeva tutto; conosceva tutti i perché, ma non parlava di queste cose. Se lo faceva, era per sgridare. Non era un bel modo per sfogare il senso di colpa, avrei pensato con il senno di poi. Non ho mai capito se per scelta sua o perché così avesse voluto il babbo. La mia era la famiglia dei silenzi inquietanti. Sarà, tuttavia, difficile per me perdonarle silenzi che hanno rovinato una vita, che hanno fatto sì che desiderassi rompere quanto prima quel legame con quell’ambiente che avvertivo malato più di me. Oggi sto meglio, amico mio. Non ho preso l’antidolorifico.” Senza rendersene conto, nel camminare aveva iniziato a buttare di lato il piede destro: il tempo che non passa. Per questo decise di riprendere a correre. La musica continuava a dare il ritmo. Come lo aveva dato in bici il giorno prima. C’era sempre quel messaggio sul cellulare. Era arrivato ieri, mentre era in salita. Lo aveva letto in cima, al valico. Era di Pierpaolo, preoccupato perché non avrebbe dovuto fare quegli sforzi, dopo i dolori che aveva iniziato a patire e sotto l’effetto di quel forte antidolorifico che gli aveva somministrato nei mesi del recupero postoperatorio dopo l’incidente. Claudio gli aveva risposto.

Tranquillo, mi fa quasi da doping. Non sento la fatica. Sono in bici. Ho finito la salita e ora torno. Sono soddisfatto. A me in fondo è sempre bastato questo da allora. Quassù mi sento un altro. Mi è bastato allora, mi deve bastare anche adesso. Non posso avere purtroppo altre gioie, perché qualcuno ha pensato bene che non bastasse avere una gamba più corta e un occhio inutile. Ho queste. Ho i libri, per cui un occhio basta e avanza, e ho le bici, che sono l’unica cosa veramente miracolosa: mi fanno sentire bene perché non mi sento sguardi addosso. Mi tengo quello che ho. La solitudine è un falso problema. La separazione non l’ha provocata; l’ha solo acuita. Quando mai sono stato socievole? Ma soprattutto, perché mai sarei dovuto esserlo? Ecco cosa significa la bici e perché lì, sulla bici, ho cercato il riscatto. Forse non te l’avevo ancora detto. O forse l’avevi già capito, perché tu non hai un intelletto comune e ti elevi ben oltre la media, amico mio. In bici non devo difendermi dagli occhi di nessuno. E quando monto sui pedali per affrontare una salita, non solo non mi sento diverso dagli altri, ma, concedimelo, qualche volta mi sento addirittura un pochino migliore. Soltanto sulla sella della bici mi capita. Non è forse giusto che ognuno cerchi il suo posto nell’ordine naturale? Perché obbligarmi ad andare in una spiaggia e dare in pasto alle iene e agli sguardi che sbavano solo cattiveria quello che odio io stesso per primo guardare? Perché obbligarmi a mettere quello scarpone che odiai talmente tanto e che ancora popola incubi? Quanto male facevano quelle cinghie! ‘Deve tenere dritto il piede, Claudio’, diceva mia mamma. Ma quel piede era nato storto e serviva storto per arrivare meglio a toccare terra con le dita; ‘ne ha solo tre; non reggeranno il peso del corpo’. Chissenefrega! Per camminare bastano. Il corpo si adatta a tutto. Non farmelo soffrire di più, mamma, per favore. Non serviva a niente. Lei ascoltava solo i medici. E invece … anni di dolore, di isolamento, di torture del corpo per essere uguale, sapendo che quell’uguaglianza aveva una data di scadenza. Quelle torture del corpo, prima o poi, avrebbero fatto male anche altrove. Non mi si può rimproverare di non essermi liberato del passato. Come si fa a liberarsi di un passato pesante e ingombrante come questo? Un passato così non si metabolizza; al più si cerca una forma di convivenza con lui e si tenta di domarlo. Ma non è facile, perché non sei tu a decidere quando farlo tornare in superficie. Lo decide lui. Non credo, pertanto, di essere un pusillanime per non essermene liberato. Mi colpisce a tradimento. E devo difendermi. Qualche volta, giocando in difesa, si riesce anche a vincere. Qualcosa ho vinto anch’io, non devo dimenticarlo. Ho tenuto per me le mie vittorie. Non mi è mai interessato che altri condividessero sentimenti che non avrebbero mai inquadrato nel contesto giusto. Le ho sempre gelosamente custodite; le tengo per me; e quassù, ogni volta che arrivo in cima a un passo o al termine di una salita, me le godo. Non avrà mai sapore amaro una vittoria che devi solo ed esclusivamente a te stesso e a forze che mai un tempo avresti creduto di poter avere. Non è forse bello tutto questo? Posso avere questo. Non posso avere altro. Ma non è poco quello che mi sono conquistato. Non mi interessa a questo punto il ridacchiare altrui per quello che scrivo. Quassù lo sento lontano anni luce. E quello che scrivo quassù non è mai scritto a vanvera. ‘Quasi tutti i grandi libri sono tristi’ tu hai scritto, più o meno con queste parole, un giorno. Non credo che sia triste quello che ho scritto. Non sarà di sicuro grande. Ma a me piace, perché sento che possiede un valore profondo, ha un significato speciale, affonda le sue radici in un terreno di cui conosco, solo io, ogni sentiero. Oggi è di moda fare pubblicità inserendo negli spot un disabile, per attirare l’attenzione sul problema. Torniamo ai circhi e ai baracconi dove i freaks, gli scherzi di natura, facevano fare soldi? Chi si riempie la bocca di resilienza in tv o su internet, venga quassù e faccia due chiacchiere con me. Parlerebbe molto meno a vanvera. Anzi, forse non parlerebbe proprio più e si vergognerebbe di tante boiate sparate a destra e a manca. E se sapesse ascoltare e spogliarsi di quella superbia che lo fa parlare troppo e lo tiene al centro dell’attenzione sui social trattando di ciò che non sa, imparerebbe, vedendomi salire quassù, che una grande storia si può raccontare anche con quello che qua domina incontrastato: il silenzio. Quel silenzio che allora mi relegava nel ruolo del perdente senza speranza, adesso, quassù, prende un sapore completamente diverso. È un sentimento ineffabile, amico mio. Solo quassù in questo spazio, solo dopo la sedimentazione del dolore in quel tempo (anche gli incubi come quello di questa notte paradossalmente servono), prende una forma e si lascia rappresentare. Forse non spetta a me dare giudizi che escono dal campo del metodo ed entrano in quello del merito; ma non credo che tu pensi che io esageri se ti dico che quassù avverto il sapore, per me inconfondibile, della vittoria.” E Claudio, infatti, memore di quello scambio di messaggi del giorno prima, correva pensando a quando il correre era un sogno, ma soprattutto era motivo di rancore nel bambino che ancora non capiva perché gli altri potessero farlo e facendolo si divertissero, mentre lui invece non poteva. Forse avrebbe dovuto smettere.

Il referto del radiologo era finito nelle mani della sua fisiatra: “Dia a me il dischetto; il radiologo non capisce niente di queste cose.” Poi in quelle dell’ortopedico: “Dia a me il dischetto: non deve ascoltare la fisiatra. Ascolti me, se vuole guarire.” Quel ‘se vuole guarire’ suonava singolarmente beffardo per come era stato pronunciato. Da quando era nato doveva ‘guarire’, ma non aveva mai capito esattamente da cosa. “Ma cosa significa guarire? Essere come gli altri? Ma allora perché per farmi ‘guarire’ mi hanno fatto più male? E perché adesso quel ‘guarire’ significa dover tornare come ero prima? Non ricordo di essere stato male prima che qualcuno si fosse messo in testa che dovevo ‘guarire’. La causa di tutto non è stato forse in un farmaco che è stato messo in vendita per ‘guarire’?” Il medico, che aveva ascoltato seduto nel suo studio in ospedale, era stato spiazzato da quelle argomentazioni. Sapeva che non era quello della parola usata come frutto di passione il terreno in cui avrebbe vinto e ricorse pertanto alla parola scientifica, al linguaggio gergale della sua specialità, al lessico tecnico. Claudio aveva ascoltato per anni quelle parole. Non le sopportava più. Mentre il medico ancora stava parlando, si era alzato, aveva salutato ed era uscito. Non aveva sbattuto la porta, perché quel medico non aveva alcuna colpa e non stava facendo niente di male. Non stava semplicemente facendo nulla di utile.

Amico mio, aiutami,” aveva scritto a Pierpaolo, facendo una pausa nella corsa, con le asettiche parole di quel referto che andavano su e giù per il suo corpo, come se non avessero il coraggio di fermarsi nella mente. Sentì il bisogno di sedersi ed ebbe un primo conato di vomito. Non riuscì a trattenere il secondo. Uscirono da dentro anni di finta vita coniugale, anni di continui infingimenti nei rapporti con i colleghi e i conoscenti, anni di una finta volontà di riscatto tramutatasi presto nella rivalsa del ‘devo fargliela pagare’. Aveva macchiato una bianca distesa di convolvolo che si dipanava tra i pruni già pieni di more a grappoli e le verdi foglie appuntite dell’ortica. Vita. Vita ovunque, che si irraggiava allegra di colori per fare più male al grigio che imperava laggiù. Su quella vita aveva vomitato tutta la sua inutilità. Il sapore della vittoria, di cui tanto era andato fiero, lassù, in bici, alla fine della salita, sembrava ora un lontano ricordo.

Come posso aiutarti, Claudio?” Pierpaolo diceva sempre così quando non aveva tempo. Poi si pentiva e gli scriveva di nuovo, scusandosi della frettolosa risposta. Come sono prevedibili e scontate le persone! Qualche volta persino inutili. La solitudine poteva rivelarsi in certi momenti addirittura una salvezza, pensava in preda ad una pura pratica di autopersuasione, come uno che dicesse ‘ho freddo’ con quaranta gradi. Non corse più. Avrebbe dato almeno una piccola soddisfazione ai maestri dell’arte del ‘guarire’. Riprese a camminare. Di nuovo quel piede destro buttato di lato, senza accorgersene. Arrivò all’auto. Era infuocata. Dopo aver corso e anche vomitato, si sentiva asciutto. Aveva sete. Si diresse velocemente a casa. Ma prima ebbe bisogno di fermarsi in farmacia. Entrò. Prese il numero. Al suo turno si presentò al bancone e chiese di Serena. Arrivò da dietro, da una delle stanze dove si trovano gli uffici del servizio comunale. “Ciao, Claudio. Sono impegnata in ufficio. Se hai bisogno di parlare, mandami un messaggio e ti dico quando posso.” “Non ho bisogno di parlare. Ho bisogno di aiuto.” Serena sospirò. Poco prima in farmacia si era presentata Valentina, la sua ex, con le bambine. Aveva una ricetta del suo medico che le prescriveva psicofarmaci di due tipi. Stava male evidentemente anche lei. Gli occhi di Serena caddero per un attimo sulle bambine, che assomigliavano tantissimo a Claudio. Anche i suoi assomigliavano al babbo, che l’aveva lasciata sola per un’altra. La donna l’aveva salutata con un po’ d’imbarazzo, conoscendo il legame di amicizia che da anni legava Serena a lui. Non si erano guardate negli occhi. Le aveva messo la ricetta davanti sul piano del bancone con un mezzo sorriso. Tra le labbra era apparso un mezzo saluto. Non era certamente il modo di fare che aveva avuto nelle uscite, quando tutti insieme andavano a cena fuori con le loro famiglie, dei bambini c’erano solo i suoi e quelli di Claudio sarebbero arrivati dopo. Era un comportamento che Serena ormai dal quel privilegiato punto di vista aveva avuto l’opportunità di conoscere anche troppo bene. Solo un giorno su quelle labbra era apparso quel mezzo sorriso. Serena lo ricordava bene, perché Valentina e Claudio erano venuti in spiaggia con lei, che amava molto il mare, a differenza di Claudio che non lo amava per niente. Valentina quel giorno era apparsa assente. Felice di essere lì, ma poco di comunicare. Serena, che con lei aveva confidenza, le aveva chiesto se ci fossero dei problemi. Valentina naturalmente aveva negato. Quello che la preoccupava non era quello che solitamente è considerato un problema: Valentina – Serena lo avrebbe saputo da Claudio – era incinta. Eppure non trapelava alcuna gioia. Al contrario, Serena aveva avuto l’impressione che aleggiasse agitazione e nervosismo nel distacco tra loro due. Non aveva, sulle prime, indagato ulteriormente. Ma dopo, mentre Valentina era in acqua a fare il bagno, Serena e Claudio si erano trovati al bar e lui le aveva dato la notizia, con un sorriso e una felicità troppo di circostanza per essere autentici. Serena e Pierpaolo sapevano di Claudio cose che forse nemmeno Valentina conosceva. E sapevano entrambi che Claudio aveva sbagliato a tacere, glielo avevano anche detto più volte, ma lui, testardo, sempre aveva risposto che sapeva il fatto suo. Serena era stata più volte convinta che Claudio non avesse avuto il coraggio di dire tutto di sé alla moglie. Lo aveva saputo da Claudio stesso. A scuola erano stati compagni di banco, avevano fatto i compiti insieme per anni. Claudio allora ebbe interesse non ricambiato per Serena, ma dovette alzare bandiera bianca quando lei conobbe un altro. Rimasero buoni amici, ma la confidenza che li legava era ormai molto profonda, quasi fraterna. Valentina si era innamorata di Claudio durante una vacanza in barca. Erano in cinque: Serena con il marito, un amico e collega del marito, Valentina, Claudio. Serena era incinta e non poteva aiutare il marito nella conduzione della barca, per cui si prestarono a turno gli altri. Durante la traversata Valentina e Claudio si trovarono a fare insieme la notte al timone, che fu galeotto. Stavano bene insieme. Riservati entrambi. Timidi, li definiva Serena, che, memore degli studi classici, diceva a Claudio che timido ricorda di più il timore e la paura e che lui le dava l’impressione di aver paura nel rapporto con gli altri. Per cui se Claudio era timido, Valentina era timida lei pure per conseguenza. Quando al mattino Serena fu svegliata presto dal sole che alle 5,30 era già alto e li vide abbracciati al timone, con Valentina che si era addormentata con la testa sul petto di Claudio, dentro di sé fu felice. In effetti, non aveva mai immaginato che potesse succedere, non con Claudio. Di Valentina sapeva ancora poco. Era amica di amici di suo marito, arrivata nel gruppo per quelle vie molto traverse che per lei, assidua praticante della sua comunità parrocchiale, era lecito chiedersi se non siano frutto di un qualche disegno superiore. Con Claudio ne aveva parlato, ma con Valentina, che ostentava nel colloquiare un certo materialismo di fondo che a lei suonava talvolta anche acido, non aveva mai osato. Eppure quella persona che era arrivata in farmacia con la ricetta era diversa da quella solita, che conosceva abbastanza sicura di sé, benché decisamente poco espansiva. Quando si arrivava al punto di trarre conseguenze dalle medicine che si usano, non è più generica amicizia quella che lega due persone: è confidenza.

Mentre Claudio, che si era presentato in farmacia sudato dopo la corsa, tornava a casa, Serena stava partecipando alla riunione, ma non riusciva ad ascoltare il direttore che parlava seduto dalla sua sedia alle altre persone convocate. Pensava a quella frase e a quella richiesta di aiuto a cui aveva troppo frettolosamente risposto. “Scusatemi,” disse alzandosi con la borsa in mano. Nessuno la guardò. Tutti erano attenti alle parole del direttore. Serena si ritenne scusata e uscì dalla saletta riunioni. Aprì la porta dell’uscita di sicurezza e, sedutasi in cima alla scala antincendio dell’edificio che ospitava il magazzino farmaci, accese il cellulare. Mentre suonava a vuoto in quella casa di lui rimasta essa stessa vuota, ai suoi piedi pulsava febbrile l’attività dei magazzinieri sui muletti e degli addetti al trasporto con le liste delle consegne. Richiami ad alta voce partivano dai furgoni, altri rispondevano dall’interno dell’edificio, ilarità, allegria, risate persino sguaiate di una routine quotidiana che aveva come proprio referente materiale i farmaci, le medicine, strumenti per lenire il dolore di altre persone, che davano da mangiare a lei, ma avevano rovinato la vita a Claudio. Serena riprovò per una seconda e poi per una terza volta. Ma non ebbe risposta. Allora chiamò Valentina. Sapeva che il suo cellulare in casa aveva poco campo e la chiamò direttamente sul fisso. Rispose una voce di bambina: “Mamma! Telefono!” Un attimo di silenzio, poi arrivò il “Pronto! Chi parla?” “Ciao. Sono Serena. Cosa sta succedendo? Parla!” ”Adesso non posso. Ci sono le bambine. Scusa.” “Scusami tu allora. A presto. Ciao.” “Ciao, Serena.” Era stata diretta. Lei era così. Riprovò per l’ultima volta con Claudio, ma non ebbe risposta. Tornò in riunione. La collega accanto alla quale si era seduta, notata la sua espressione preoccupata, le chiese se fosse tutto a posto. Serena eluse la risposta con uno di quei cenni del capo passibili di una vasta gamma di interpretazioni. Gli altri prendevano appunti, lei scarabocchiava figurine senza senso sul suo tablet. “Scusami, Serena. Ero sotto la doccia e non ho sentito le tue chiamate.” Parole rassicuranti, finalmente, quelle che arrivarono e che Serena poté leggere nei dieci minuti di pausa che il direttore concesse ai convocati.

L’acqua della doccia scendeva su un corpo già abbastanza lavato. Claudio non l’avrebbe mai interrotta se avesse avuto la convinzione che sarebbe potuta entrare dentro e lavare via tutta l’immondizia depositata e mai gettata in anni di vita balorda. Lasciava scendere quell’acqua mentre il calcagno del piede destro toccava terra finalmente: a diciassette anni il miracolo della Santa Uguaglianza si è verificato. Nella doccia di casa sua per la prima volta aveva avuto quell’incredibile ebbrezza. Non ricordava che fosse successo in altre occasioni. Tutto lì? Anni di interventi, rinunce a stare con gli altri, isolamento e dedizione allo studio quasi monastica, eremitica, si può dire, perché un calcagno tocchi terra? A diciassette anni capiva bene il valore di tutto quanto gli era stato tolto e di cui quella gamba era solo il dettaglio più macroscopico nel quadro generale; non si vedevano gli altri danni che il farmaco maledetto aveva recato al suo corpo e che erano subdoli, perché, non vedendosi, ingannavano le persone e costringevano a spiegazioni spesso imbarazzanti, non solo per lui. A lui del proprio imbarazzo era sempre interessato ben poco; gli interessava assai di più l’imbarazzo di chi era imbarazzato dal suo imbarazzo. Fu lì sotto la doccia che per la prima volta prese forma la filosofia del ‘devo fargliela pagare’. Era una reazione puramente istintiva, perché non esisteva un nemico che dovesse essere combattuto, non aveva carne ed ossa; avrebbe dovuto combattere contro un’intera società che tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta era ubriaca di boom economico e faceva figli come conigli, le mamme erano sempre incinte, gli ospedali, che ora non sanno dove mettere gli anziani, traboccavano di neonati, e un farmaco che non faceva sentire le nausee alle puerpere avrebbe avuto un sicuro successo. E fu dato a larghe mani come caramelle a un bambino. Decine di migliaia di vittime sancirono quel successo e a lui era andata bene, tutto sommato. Eppure il riscatto divenne rivalsa e il ragazzo si apriva alla vita, per la prima volta, in modo sano con il corpo, ma in un modo ormai inevitabilmente insano con l’anima. Riprese la bici, che era la sua passione, e iniziò a registrare anno dopo anno migliaia e migliaia di chilometri, maciullando per ore, ma chissenefrega!, la sala macchine sulla sella. La rivalsa era con se stesso prima di tutto. Non sentiva il bisogno di riscattare alcunché. Tutto avvenne però in un modo che era sostanzialmente goffo, perché non aveva mai avuto esperienza di vita sociale: nessuno gli aveva mai insegnato la non facile arte del dosaggio delle emozioni nei colloqui, nel conversare, nello stare insieme.

Eri davvero ubriaco di uguaglianza in modo insano.” Pierpaolo, che gli aveva portato la spesa a casa poiché lui era immobilizzato dal tutore alla gamba, parlava seduto sulla poltrona della sua sala. “Ricordo come tutti fummo sbalorditi dalla tua reazione, Claudio. Nessuno capì. Ti buttasti a capofitto nella vita. O meglio, ti buttasti a capofitto in due cose: nello studio e nello sport.” “No. Non mi buttai a capofitto. Volli esprimere quel massimo che prima non avevo potuto dare. A scuola andavo a fasi alterne; quando ero presente, studiavo tanto e ottenevo voti altissimi; ma le assenze erano tante. Tante quante i triboli, che mi erano stati assegnati per sentenza dal Santo tribunale dell’Uguaglianza. Nello sport ovviamente facevo quello che potevo.” Claudio aveva ironizzato declamando. “Eri come un pulcino che non riusciva ad aprire il guscio e, quando ci è riuscito, lo ha fatto con il botto.” “Più o meno.” Pierpaolo aveva deciso di fargli visita, perché sapeva che quell’incidente era stato anche un motivo di abbattimento per l’amico, che si era seduto su una seconda poltrona vicino a lui, tenendo la gamba immobilizzata nel tutore postoperatorio appoggiata su una sedia. “Ti ho portato un po’ di spesa. Se manca qualcosa, dimmelo subito, che vado a prenderlo.” “Grazie. Non dovevi.” “Perché non avrei dovuto? Ti dirò di più: ho preso anche delle pizze surgelate e adesso ce le facciamo. Ricordi quante ne abbiamo mangiate in montagna quando andavamo a sciare?” Claudio non rispose. Pierpaolo era veramente un grande in quelle cose, anche se incasellava tutto. “Non ci voleva questa caduta, Claudio. Ma come hai fatto a fare tutto da solo?” “Sfortuna. Sono il campione del mondo. Non ero ancora nato che avevo già iniziato gli allenamenti. O no?” Il sarcasmo di Claudio non era mai gradito da Pierpaolo. Serena gli rispondeva e si arrabbiava quando usciva con quelle frasi, ma Pierpaolo taceva. E tacendo, confermava. “Sai, Claudio, che quando mi hanno detto che eri caduto, ho pensato che non doveva essere possibile? La prima cosa che mi è venuta in mente è stata proprio che tutti potevano cadere, ma tu non saresti mai dovuto cadere.”

Era rimasto solo. Quando i suoi compagni di uscita avevano scollinato, non si erano fermati alla fontana fuori del bar del passo, come lui invece era abituato a fare. ‘Li riprenderò in discesa’, aveva pensato, allentando il cinghietto del casco, togliendosi i guantini e sganciando la cremagliera degli scarpini. Aveva sciacquato con meticolosa diligenza la borraccia, come suo solito, e, come suo solito, l’aveva riempita e svuotata due volte. Riti antichi. Così faceva suo babbo e così faceva suo nonno. Lassù, tutto assumeva, per uno di quegli automatismi che lui non pretendeva mai di indagare, il valore del rito antico. Anzi, sorrideva in modo quasi caustico di chi saliva in cattedra e tentava di fornire delle spiegazioni a quei comportamenti. ‘Strutture di lunga durata’ le avrebbero chiamate gli storici della scuola francese che tanto lo avevano annoiato ai tempi dell’università, quando studiare era solo un modo per esprimere la rivalsa contro tutti e nessuno, in base al principio del ‘dovergliela far pagare’. E in effetti, lui, che di antropologia ammetteva di capire tanto quanto capiva di fisica nucleare, si divertiva a leggere testi altrui, apprendeva, spesso rielaborava. Ma non pretendeva di capire. ‘Il bello di un racconto è quando non dà chiavi di lettura, ma lascia a chi legge di essere capito’, aveva sentito dire durante la presentazione di un libro di un suo ex alunno. Non amava le presentazioni dei libri, cui partecipavano persone che non li avevano mai letti; preferiva leggere le recensioni di chi li aveva veramente letti, o, meglio ancora, parlare di persona con chi li aveva letti. Eppure, quel giorno non poté esimersi. E da allora decise di non dare più spiegazioni di atteggiamenti che fanno parte di una tradizione, di un tramandare di padre in figlio che non ha mai avuto un perché. Se le cause non gli interessavano, nutriva invece un forte interesse per i fini. Tutti quei gesti servivano a star bene con se stessi, a sentirsi in una gabbia di sicurezza, a trovare una certezza entro un confine ben delimitato. E lui di paletti e confini si intendeva molto bene; la sua vita era stata segnata sin dall’inizio dalla teoria dei paletti e dei confini, quando aveva troppo presto dovuto decidere cosa avrebbe e cosa non avrebbe potuto fare per colpa di quel farmaco che lo aveva indelebilmente marchiato alla nascita. Con la borraccia piena, lavata, spolverata e rifatta come nuova, era ripartito per la discesa, senza sapere di essere destinato a veder crollare in una frazione di secondo quel muro di certezze costruito dalla teoria dei paletti e dei confini. Quella bici era un simbolo di riscatto, non di rivalsa. In altri campi si era esercitato e manifestato l’acido rancore della rivalsa, non sulla bici. Lì tutto aveva il sapore della vittoria, soprattutto al termine di una salita e nella sosta sul punto di scollinamento. Tutto era amico lassù. Mai avrebbe immaginato di essere colpito a tradimento proprio su quel terreno, l’unico in cui si era sempre sentito al sicuro. A quell’entità indefinibile che tanti chiamano destino fu sufficiente il primo tornante; non ebbe bisogno, lui, il male, la bestia, il fato di pensarci troppo su come rivelare castello di carte quello che era stato fino ad allora guardato e difeso come un fortino di robuste pietre squadrate. Alla bestia bastò una curva, un gioco beffardo di luci che lasciò in ombra una macchia d’olio appena lasciata da un trattore. Claudio sul lettino dell’ospedale ricordava solo di aver scavalcato il confine della strada e disse al medico una frase che più volte avrebbe ripetuto da allora, ma nessuno avrebbe capito: “Non ho saputo mettere i paletti questa volta. Non mi era mai capitato.” Pierpaolo lo vedeva decisamente abbattuto in quella condizione di bisogno di aiuto altrui. Sapeva quanto avesse sempre odiato ricorrere agli altri. Aveva lottato per questo. Non voleva sussidi di invalidità, non aveva nemmeno voluto sostenere quelle visite medico-legali che Pierpaolo tante volte gli aveva consigliato. Aveva una fiducia incrollabile nella sua teoria dei confini e dei paletti: sapeva quali erano i confini e sapeva dove e come potevano essere spostati i paletti. Non più adesso. Quella macchia d’olio ha messo in un batter di ciglio in crisi un sistema costruito in una vita intera di sofferenze e di dolori e lui, medico da una vita, non si capacitava al pensiero di come una persona avesse potuto affrontare, tollerare e superare tali tormenti. “Quando venisti a trovarmi in ospedale mi dicesti una cosa che non dimenticherò mai: ‘ho tanti amici che vanno in bici e per tanti ho temuto, ma mai per te.’ Eri sconvolto quel giorno.” Pierpaolo non rispose subito. Dosò le parole della risposta: “Era impegnativo affrontare la teoria dei paletti. Sembrava che …” non riuscì a finire la frase “… che fossi stato un idiota io a formularla e a crederci,” concluse Claudio. “No. Non volevo dire questo.” “Non lo vuoi dire, ma lo hai pensato. Sai, ti voglio dire una cosa, amico mio: sei tu quello che ha ragione. Tu hai sempre stramaledettamente ragione.” Fu a quel punto che Pierpaolo capì che nulla sarebbe stato più come prima.

Uscì dalla doccia e si mise solo un paio di jeans, perché aveva ancora torace e schiena bagnati. Amava sentirsi ancora un po’ di acqua sul corpo. Lo faceva sentire più pulito. Si stava sedendo davanti al suo computer, quando suonò il campanello. Andò a rispondere al citofono. Non rispose nessuno. Andò allo spioncino della porta e vide una persona che la scarsa illuminazione del pianerottolo per via di una lampadina fulminata, più volte segnalata all’amministratore del condominio, non consentiva di distinguere. “Chi è?” chiese ad alta voce. “Serena.” Aprì. Serena sorrise e gli mise le braccia al collo. Lo baciò affettuosamente. Lui mise le sue braccia tremanti sui fianchi di lei, che lo continuava ad abbracciare, accarezzandogli il petto nudo ancora bagnato. Non disse nulla. La porta si richiuse alle loro spalle. Aveva parlato con Valentina che le aveva detto che non doveva preoccuparsi di lei. ‘Sto bene. Ci sono persone che stanno peggio di me e hanno più bisogno di quanto ne abbia io,” le aveva detto al telefono, con un tono tra il distratto e lo scontroso, non pensando a nessuno in particolare; generica allusione. Lì non c’erano più risposte da cercare, pensò Serena. Restava allora solo quella frase che lui aveva pronunciato al bancone. A quella non aveva dato ancora risposta. Doveva darla. Si alzò sulle punte dei piedi e sfiorò le labbra di lui con le sue. Le mani di lui smisero di tremare sui fianchi di lei e la strinsero con forza.

Quando Claudio si rialzò dal letto, Serena stava uscendo dal bagno.

Credo di essere stato un idiota.”

Perché dici questo?”

La teoria dei paletti …”

Cosa?”

La teoria dei paletti è una grande boiata.”

L’idea

L’idea per un racconto è qualcosa che ti arriva nella mente, nei modi e nei tempi più disparati, e poi, quando hai finito di comporre il primo abbozzo del testo, ti chiedi che attinenza avesse quella cosa, per la quale hai osato persino scomodare la religione e chiamarla ‘ispirazione’, con la sequenza di parole che alla fine ne è uscita. Il bello di tutto questo è che quell’idea, proprio per questo, finisce per essere sempre valida all’inizio, ma cambia forma, si snatura, talvolta fallisce proprio nel suo intendimento alla prova dei fatti. Che sia proprio perché ha a che fare con la spiritualità? A lungo me lo sono chiesto, perché qualcuno mi ha messo, come spesso succede, la pulce nell’orecchio. Ora non mi interessa più: la parola la esprime e le dà una forma, che può piacere o non piacere, e quindi vive di una sua provvisoria e sempre perfettibile relatività. Alla fine dei giochi, se non ci fosse sempre un margine di miglioramento, sarebbe come se un atleta si allenasse per avere sempre le stesse prestazioni. Il bello dell’idea è proprio la sua plasticità, meglio se un po’ mimetica, all’uopo. Lasciatemela. A me basta questa. Per il resto, fate voi.

La favola della volpe e della panchina

La mia scuola elementare è piccola. Si trova in un paese di montagna, che è piccolo. Sono stato mandato a dirigerla tanti anni fa. Ho avuto tante opportunità di avvicinarmi alla città dove abito, che invece è grande. Ma sono rimasto quassù, in questo paese piccolo, che invece si è rivelato grande perché speciale. Non è stato facile per chi di noi in questo paese è arrivato dall’esterno comprendere il carattere particolare delle persone che lo abitano, un carattere grande in un paese piccolo. Un evento tragico ne ha spezzato in due la storia. E da allora le sue persone sono per me tutte in un modo o nell’altro anime speciali, perché direttamente o indirettamente collegate a quella tragedia. Queste persone hanno delle storie. Storie diverse, vissute da individualità l’una diversa dall’altra, che metterebbero a dura prova gli schematismi delle scienze umane, che costituiscono la formazione di tante persone che in questa scuola insegnano. Alcuni, le loro storie, te le raccontano senza pudicizia alcuna. Altri le vivono in modo diverso, più riservato e spesso addirittura quasi reticente. C’è anche chi parla dandoti quasi l’impressione di metterti alla prova, prima di capire se meriti di conoscere il modo in cui ha vissuto quei tragici eventi. Sono queste storie che con il passare degli anni mi hanno fatto amare le persone e hanno creato un tipo di legame che ancora, pur dopo tanto tempo, non trovo le parole precise per definire, tale è la frattura che quella tragedia ha scavato tra loro e gli altri, cioè noi, che veniamo da fuori e che, per quanti sforzi possiamo produrre, mai saremo parte di quella singolare condivisione del trauma, e loro, le persone della piccola comunità del posto, che non hanno mai elaborato in tutto questo tempo una modalità comune di vivere e condividere un dolore di tale entità, fatto di perdite, di lacerazioni di famiglie, di distruzione di oggetti, ma, come spesso accade in queste occasioni, anche di affezioni dell’anima. A me piace parlare con loro. Soprattutto con quelli che – lo capisci con gli anni, conoscendoli – hanno avuto bisogno di tempi più lunghi per metabolizzare un dramma di quelle dimensioni. Chi parla di più trova modo di far scaturire la rabbia che allora invase la comunità; chi invece è, per diversità di carattere, meno loquace, necessita di aiuto, ha bisogno di essere rispettato nel suo silenzio e, se possibile, ascoltato, qualora decida, prima o poi, di esprimere qualcosa del suo dolore. Dal marito di un’insegnante della mia scuola, impiegato in una delle tre banche del paese, un giorno, proprio qui nel mio ufficio, appresi, per caso (pioveva a dirotto alla fine delle lezioni; era sabato; la moglie, in dolce attesa, era senza ombrello e lui era a casa dal lavoro) forse quella che, tra tutte le storie che da quella tragedia traevano origine e ragione, è ancora per me la favola più bella. Lui non apparteneva alla prima delle due categorie, ma alla seconda, quella dei più silenziosi. E il fatto che si sia aperto qui con me, nell’attesa del suono della campanella, fu davvero singolare. Era noto in paese a tutti per la sua estrema riservatezza ed era quello che forse, tra tutti, aveva avuto più dolore da elaborare dentro la sua anima. Doveva essere successo davvero qualcosa di importante perché avesse deciso di parlare con me, il dirigente scolastico della scuola di sua moglie Chiara, uno di fuori, e di farlo soprattutto in modo così sereno. Occorse tempo perché capissi la motivazione di quell’inattesa confidenza. Fu necessario parlare con altri del paese, raccogliere informazioni, mettere a posto alcune tessere del puzzle che le parole di Sergio avevano lasciato fuori posto. Fu necessario riflettere a lungo, perché, come Sergio testualmente mi disse quel giorno, mentre la pioggia batteva sui vetri dell’ufficio, “quando con si ha a che fare con i sentimenti delle persone, si deve sempre essere molto cauti: non si deve mai giocare con le anime delle persone.” Ricordo che Sergio andò alla finestra che dà sulla piazza centrale del paese e consente di vedere il caffè Prati, luogo di incontro per tanti di noi, la banca dove Sergio lavora, la chiesa con il vicino camposanto che contiene tutte le vittime di quella tragedia e il monumento pubblico, eretto al centro della piazza, in onore di tutte quelle stesse vittime. ” … e chi lo ha fatto, spero se ne sia pentito”, concluse con l’indice puntato proprio al monumento, un gesto che solo alla fine del racconto capirete, come ho capito io stesso. Alla fine ne nacque una storia, si sviluppò una narrazione ordinata, ma penso di non fare torto a nessuno, soprattutto a suoi due protagonisti, se per voi la chiamo favola.

Non saprei quale ne sia l’inizio vero e proprio, se ci sia o no un “C’era una volta …”; ancor meno sono in grado di dire quale ne possa essere la conclusione. Posso solo dire che tanti dilemmi, tante domande rimaste senza risposta, tante reticenze spesso male intese si chiarirono in una notte autunnale di pioggia, lassù in quella casetta che si intravvede al limitare del bosco, dove quell’anima speciale decise di conservare a lungo, forse troppo a lungo, quei segreti che in pochi minuti, invece, mi aveva squadernato nel mio ufficio.

I rumori notturni lo mettevano sempre in agitazione. Era una notte di vento che preannunciava burrasca. Davvero tanti e diversi tra loro erano quei rumori. Aveva sempre avuto paura del buio, da quel giorno, o meglio, da quella notte. Eppure, l’aver deciso di abitare in quella casetta isolata fuori dal paese, da lui stesso scelta e pazientemente ristrutturata, anche insieme a Chiara, faceva parte di quelle che gli altri chiamavano le contraddizioni della sua vita. Lui semplicemente le accettava, senza pretendere di dar loro un nome. Aveva paura del buio, ma lo cercava. Si lamentava della solitudine: non solo ci stava bene, ma l’aveva scelta come sua fissa dimora. Era reso inquieto dalla notte, ma nulla aveva mai esercitato in lui fascino maggiore di una notte come quella, piena di vento, di rumori, di una vita che si sente dappertutto, ma non si lascia vedere, che per altri sarebbe inquietante, ma non per lui. Si era addormentato solo con i boxer. Il fuoco della stufa a legna aveva reso davvero tanto calda la sua piccola casa ed era veramente alta la temperatura, quando si era addormentato con la tv, come spesso capitava, accesa. Ma l’abbassarsi della temperatura esterna, l’alzarsi di quel vento forte in piena notte e lo spegnersi lento della stufa avevano piano piano, con il passare delle ore, raffreddato l’ambiente. Trovò solo una felpa leggera a portata di mano. Scalzo andò alla finestra di cui erano rimasti aperti gli scuroni esterni. Il cielo era terso; le stelle si vedevano bene. Le fronde erano scosse con violenza dal vento forte, che cercava ogni pertugio per inserirsi. Chiara amava la storia delle parole e diceva che i bambini a cui insegnava ne erano spesso affiascinati: “Pertundo. Dal suo participio pertusus, colpito con forza fino a creare un varco, viene molto probabilmente la parola italiana pertugio”. Da uno di quei pertugi che la sua anima, accortamente blindata e inchiavardata, aveva distrattamente dimenticato, Chiara era entrata nella sua vita. Da quei pertugi stava adesso entrando di tutto. Dai pertugi dell’assito di legno sulla pianta dei piedi nudi arrivava aria. Dai pertugi delle pareti di legno, intorno agli infissi, che non aveva completamente chiuso, arrivava aria fino al suo corpo; dai pertugi delle finestre a ribalta, rimaste parzialmente aperte per aerare i bagni, arrivava aria al suo viso. Si sedette su una poltrona in ascolto di quel vento. Era l’una di notte. Difficilmente con quel vento, con quei rumori, che invadevano e avvolgevano la casa, avrebbe ripreso sonno. Accanto alla poltrona c’erano ancora i due bicchieri vuoti e la bottiglia di rosso, rimasta a metà. Ne versò due dita nel bicchiere che aveva usato lui, ma con gli occhi su quello che aveva ancora le tracce del rossetto di lei. Il calore del vino corposo lo pervase velocemente. Chiuse gli occhi. Non appoggiò il bicchiere. Rimase per un attimo in ascolto. Poi decise di alzarsi. Con il bicchiere in mano andò alla porta d’ingresso. La aprì. Uscì nella veranda rialzata e si appoggiò alla balaustra. Il movimento delle fronde lasciava vedere ogni tanto qualche luce delle prime case del paese. Folate calde si alternavano ad altre fresche. Folate più violente si alternavano ad altre più carezzevoli. A quel vento aveva tante volte invano chiesto di ripulire, saccheggiare, sbarbarire e alla fine scozzonare la sua vita. Alle forze della natura aveva tante volte chiesto di fare quello che le sue non avevano più la possibilità, forse neanche la volontà, di portare a effetto. Ma la natura esitava. Sferzava con quel vento, ma, nel momento stesso in cui lo fustigava, lo ammansiva; nel momento stesso in cui lo flagellava, lo scoraggiava ancora di più. Eppure amarlo, amare quel vento, faceva parte di quel mondo di aporie, che gli altri ostinatamente chiamavano contraddizioni. Plasmava con il dolore forme di amore: le ombre disegnate delle fronde agitate contro la frangia rocciosa, a cui era appoggiata la casa, prendevano vita. Bevve un altro sorso di rosso e anche il suo sangue riprese vita. Scese dal loggiato del piano rialzato da cui si accedeva alla casetta e poggiò i piedi nudi sul prato; allora, solo allora, tutto riprese vita intorno a lui, si animò, assunse forme note e amiche. Bevve un ultimo sorso. Raggiunse la panchina di legno che insieme a Chiara aveva costruito un giorno con dei residui trovati nella segheria di suo zio: due grossi ceppi tondi come base, a cui era inchiodato un mezzo tronco appena scorticato, levigato e verniciato; ai due estremi due fioriere di gerani. Non c’era schienale, non c’erano braccioli. Non era fatta per sostenere un corpo stanco, sfibrato, snervato. Il piano che fungeva da seduta traballava. Ma era bella, perché nella sua dozzinale forma di manufatto abbozzato, esprimeva in quel momento la risposta alla domanda che lui esattamente le aveva posto, sedendocisi. Una domanda ossessiva, angosciosa, esacerbante. Una domanda senza risposta da anni. Un abbozzo come quella panchina: lo scartafaccio che non aveva ancora preso forma. Su quella panchina si era seduto sempre e solo lui; insieme non si erano mai seduti, benché insieme l’avessero voluta, costruita e messa lì, nell’unico lembo del prato da cui si vedevano i primi spioventi del paese. Era un cantuccio che per lui era bello proprio per quello, perché appartato, perché riservato, perché ricco della sua incompiutezza. Per lei era la panchina dei fiori. Lei aveva preso quelle fioriere. Lei aveva scelto i gerani. Lei, nondimeno, non si era mai seduta su quella panchina. Perché? Grovigli di memorie chiedevano di essere districati.

Era una pungente giornata di fine novembre. Era sabato. Alle 12 Chiara uscì da scuola e lo chiamò. Era eccezionalmente in ufficio a sistemare alcune pratiche, che una collega non aveva terminato il giorno prima alla chiusura, perché non stava bene. Vedendola pallida in viso, le aveva detto di andare a casa prima della chiusura, ché ci avrebbe pensato lui con calma nel fine settimana. “Andiamo a bere qualcosa da Prati?” gli aveva chiesto Chiara. Lui lasciò il lavoro quasi finito e la raggiunse da Prati, il caffè in piazza, alla base degli impianti, che da lì a qualche giorno, con l’inizio della stagione invernale, avrebbe totalmente cambiato fisionomia. Chiara era particolarmente felice in quei giorni. Lui la rendeva sicuramente felice, facendo la sua parte. Non aveva dubbi. Ma c’era qualcos’altro, che non riusciva a capire in Chiara, che contribuiva a questa gioia singolare. Presero due tramezzini e una birra e passarono più di due ore. Chiara era euforica. Lui le aveva più volte chiesto come mai quel giorno fosse così felice. Ma lei aveva sempre glissato e deviato l’argomento. Mentre erano in auto ed erano diretti a casa di lui, a lei venne quella singolare idea della panchina. Si fermarono nella segheria di suo zio, fratello del babbo di lui, dove lei vide i due grossi ceppi tondi, che fece solo tagliare, in modo che fossero della medesima altezza, e il mezzo tronco lungo quasi due metri, che insieme avrebbero sistemato e inchiodato ai due ceppi; questi dovettero essere anche svasati, per realizzare l’incavo, in cui posizionare il tronco orizzontale. Chiara e Sergio lavorarono tutto il pomeriggio: prima scorticarono il mezzo tronco, poi lo levigarono con la pialla, poi lo verniciarono e lo posizionarono sui due ceppi. Alla fine con quattro grossi chiodi lo fissarono. Chiara era euforica dall’entusiasmo. E lui continuava a non capire. Ma aveva deciso di non fare più domande.

Il vento stava rinforzando e qualche nube iniziava a celare la vista delle stelle. Non era un vento freddo. Al contrario. Poggiati i gomiti sulle ginocchia nude, si prese la testa tra le mani e lo sguardo si posò sui suoi piedi nudi e sull’erba, di cui essi avvertivano tutta la soffice morbidezza. Un sentimento di tenerezza salì dentro di lui. Chiuse gli occhi. Il vento aumentava di intensità. Il bicchiere, poggiato sulla panchina, cadde, ma era di plastica, di quelli da campeggio, e non si ruppe. Il prato era in leggera pendenza verso la casa. Il bicchiere iniziò a rotolare, dapprima lentamente; poi nella discesa prese velocità e andò a fermarsi, quando da ultimo sbatté contro il primo dei gradini che portavano al loggiato d’ingresso della casetta. Lo seguì in quella corsa, la cui accelerazione era regolare, esattamente come regolare era stata l’accelerazione della relazione con Chiara: un corsa proprio come quella del bicchiere. Nel momento in cui aveva assunto maggiore velocità, al primo ostacolo ebbe un brusco stop. Perché? Si alzò. Andò a raccogliere il bicchiere, tornò in casa, salì sul soppalco, infilò un paio di jeans vecchi, che usava da lavoro. Riempì di nuovo il bicchiere, incurante di un filo d’erba che vi era rimasto dentro. E tornò fuori. Volle conservare quel sentimento di dolcezza e di tenerezza, che la soffice erba gli trasmetteva attraverso le piante dei piedi e rimase scalzo. Il cielo si stava coprendo sempre di più. Il vento aumentava ancora l’intensità delle sue folate; sbuffava nervoso tra le fronde. Non si diresse subito alla panchina. Vide qualcosa muoversi proprio vicino ad essa. Sapeva cos’era: le antiche popolazioni di quei luoghi le invocavano come sagge protettrici e sapienti conoscitrici dei boschi in cui vivevano. Non doveva avere la sua tana lontana. E quella panchina le piaceva. Tante sere l’aveva vista fermarsi lì sotto. Era un dialogo a distanza quello tra lui e quella volpe rossa. In una leggenda che circolava tra i più anziani del posto erano l’incarnazione delle fate dei boschi. Era bello pensarla come Fata, che addita, propone e suggerisce la strada; bella o brutta che essa sia, lei non dice. Rimase lì ai piedi della scaletta, sul ciglio del prato, sull’orlo che disegna il confine tra la dolcezza della vita e la spigolosità di un legno morto, usato per costruire la dimora dei vivi. Era un ciclo che partiva dalla terra e tornava alla terra. Era l’ordine naturale delle cose. E in base a quell’ordine naturale era giusto che lui fosse lì e che la volpe restasse a custodire quell’oggetto così speciale e singolare, fortemente voluto da Chiara, ma il cui significato attendeva ancora una risposta. Si sedette sugli scalini. E non poté non pensare a lei, poco fa anima di quella casetta, di quello che da sempre era il guscio protettivo della sua vita, l’unica cosa che stava per essere veramente compiuta tra le tante abbozzate, pur non essendolo ancora. La amava, perché lì amava stare Chiara. La adorava, perché lì adorava incontrarlo Chiara. La venerava quasi come un feticcio, perché lì, tra rocce, boschi e prati, Chiara, lontana dalla scuola, assumeva quelle forme diverse, naturali, più autentiche e spontanee, che la facevano apparire a lui più simile. Lì si sentiva protetto dalla montagna. Era sul lato sicuro della valle, era lontano dal fiume, era difeso dalla foresta, era protetto da una massiccia e compatta rupe. A questa, come a larici, faggi, abeti e pini, aveva affidato la sua custodia. Se a loro si fossero affidati anche i suoi genitori, non sarebbe lì, non avrebbe bisogno di sentirsi forte proprio perché lontano dalle altre persone. Quella casetta era un simbolo di rinascita dopo la tragedia. La frana si era staccata dall’altra parte della valle; aveva travolto tre case; soltanto lui della sua famiglia si trovava dai nonni. Il nonno aveva detto più volte di non costruire lì, che l’autorizzazione del comune era stata data incautamente, che quella montagna si muoveva. Ogni sasso che cadeva per lui era un segno. Gli anziani sanno ascoltare meglio la montagna. Ogni albero che si spostava per lui era un segno; ogni sentiero che in primavera andava ridisegnato, prendendo una forma diversa da quella dell’anno precedente, era un segno. Il babbo, invece, aveva preferito ascoltare il geometra e si fidava di lui, che era suo amico d’infanzia. Ma il geometra non abitava più in quel paese da quando era bambino: non avvertiva più il respiro di quella montagna, che era viva come loro. Al babbo piacque il progetto e lì costruì la sua casa. Non era possibile dimenticare quel terribile boato. Lo sentiva di notte, lo sentiva di giorno, lo sentiva da solo, lo sentiva in compagnia; e l’effetto era sempre quello: ansia, paura, sensazioni di mancanza di respiro, mani sul viso, nel malcelato tentativo di nascondere le inevitabili lacrime. Sergio aveva quattordici anni, quando rimase l’unico superstite, perché non presente sul posto, di una famiglia di sei persone: babbo, mamma e tre fratelli aveva lasciato sotto quella massa di roccia e fango, che aveva sradicato e trascinato con sé tronchi e arbusti d’ogni genere. Da allora avrebbe dovuto avere paura della montagna. E invece no: Sergio non ebbe mai paura della montagna. Ebbe paura, piuttosto, dell’uomo che non la sapeva o non la voleva ascoltare e rispettare. Appena poté, coronò il suo sogno di uscire da quel paese maledetto, pieno dei segni di quella tragedia. Il monumento in piazza, le lapidi nelle scuole, in comune, il museo con le fotografie della tragedia. Ma perché l’uomo è così sadico? Perché non capisce che queste tragedie non hanno bisogno di monumenti pubblici, ma devono rimanere nella dimensione della memoria privata? Non sopportava questa autolesionistica mania di celebrare in pubblico una sofferenza che solo in privato per lui si doveva vivere e si poteva capire. Non rispondeva alle domande di chi chiedeva per curiosità particolari della frana, ma un giorno fece un’eccezione. Uscendo dall’ufficio, vide scendere una coppia di giovani da una macchina parcheggiata proprio sotto quell’odioso monumento pubblico eretto in piazza, opera d’arte commissionata a un grande scultore, inaugurata alla presenza di un ministro della Repubblica e di tutti i politici locali, più o meno vicini alle sorti del paese. La ragazza lo guardò, lesse la didascalia che ricordava l’occasione in cui fu innalzato e disse rivolta proprio a lui, che passava a piedi davanti alla loro auto, uscendo dalla banca: “Non le sembra una cosa tristissima questo monumento? Ma perché si fanno queste cose?” Sergio capì di avere di fronte una persona dotata di intelligenza sufficiente per cercare di capire qualcosa di quella tragedia e li invitò entrambi al Prati, lì in quella stessa piazza. Non entrò in dettagli sulla sua famiglia, ma volle che fosse chiaro questo concetto: “Tu hai capito una cosa importante: quanto pericoloso sia giocare con i sentimenti altrui, pensando principalmente a se stessi. Questo monumento, a tutte e tre le famiglie che quel giorno furono devastate, fa male; eppure, a noi cittadini, pur chiedendoci sempre il voto, nessuno ha chiesto mai un parere. Questo paese, tutto intero, è diventato da quel giorno un grande, collettivo monumento alla frana. Ma a loro interessa il monumento pubblico: per quello hanno pagato e per quello, che tutti vedono, hanno preso voti. Amo le persone, certe persone, ma non posso più dire da quel giorno di amare il paese. Se fosse rimasta una piccola memoria nel nostro cimitero, in un luogo segreto, appartato, frequentato solo da chi ha contezza del dolore di quel giorno, sarei contento e amerei ancora questo paese, ma avere dato in pasto in modo così plateale una tragedia come questa non è un comportamento da persone degne di questo nome. Del resto con i sentimenti che l’anima conserva gelosa voti non se ne prendono; si prendono da chi si squarcia i petti in piazza, da chi organizza i minuti di silenzio e le cerimonie con la banda, lo faccia o no con sincera partecipazione.” Il ragazzo ascoltò quelle parole forti, guardò la ragazza, le prese la mano, dopo che il dialogo era sempre stato tra Sergio e lei, per la prima volta aprì bocca e disse: “Immagino che lei ne sappia qualcosa – come dire? – da vicino.” Sergio non ebbe il coraggio di dire altro se non “Sì.” Li salutò, offrì loro la consumazione e uscì dal locale. Lui era uno dei pochi che tutti i giorni, uscendo dal lavoro, passando accanto alla chiesa, possibilmente senza dare nell’occhio, apriva il cancello metallico dell’adiacente piccolo cimitero, attento che cigolasse il meno possibile sui cardini arrugginiti, entrava e pregava. Non sapeva chi dovesse pregare dopo quella sciagura che lo aveva distaccato un po’ da tutto, anche dalla parrocchia, dalla chiesa e da chi la frequentava. Ma sentiva che qualcuno da pregare ci doveva essere da qualche parte. Non comprava fiori. Non dava neanche questa soddisfazione a chi – lo diceva sempre, tanto spesso che era quasi un’ossessione – faceva del lucro sui sentimenti altrui. Usava le rose o altri fiori di casa sua, secondo la stagione. Chiara adorava i fiori e con vasi di ogni forma e fioriere di ogni genere e materiale aveva dato un tocco molto personale alla casetta di legno. Ogni mattina Sergio se li portava in ufficio e ogni sera li depositava sulla tomba. Un rito che continuava ormai da trent’anni. Il vento ora parlava tra gli alberi. La voce di Silvano per gli antichi. Andava ascoltata. Perché lì, nella montagna, nei boschi e nelle tante forme di vita che li animavano era la risposta a tutto; nella terra, che i suoi piedi nudi interrogavano, era la ragione della frattura che aveva spezzato la sua vita, devastato la sua anima. La volpe rossa si alzò e con movimento lento si spostò altrove. Ma prima di andarsene, per nulla intimorita dalla sua presenza per lei ormai naturale, restò per un attimo con i suoi occhi puntati su di lui. E scomparve. Sergio bevve un altro sorso di rosso. Alzò gli occhi e vide una stella accendersi e spegnersi a intermittenza al passaggio delle nubi, ancora rade. Per un attimo la volpe riapparve nel punto in cui finiva il prato e iniziava la forestale che scendeva in paese. Ebbe come l’impressione che la sua Fata lo invitasse. Si alzò. Andò fino all’inizio della strada. La volpe stava scendendo proprio lungo la stessa sterrata. Ne percorse una decina di metri, poi bruscamente voltò a destra e con un balzo, uscita dal cono di luce dell’unico fioco lampioncino, s’immerse nel bosco. La Fata aveva detto abbastanza. Che il destino fosse segnato?

Non puoi pensare – aveva detto Chiara poco prima di uscire – che condividere la vita di chi vive immerso minuto per minuto nella memoria del passato sia esperienza che possa apprezzare oltre un certo ragionevole limite chi quell’esperienza passata conosce soltanto per sentito dire, da te come da altri, o la legge sui libri, anche se la rispetta profondamente.” Sergio ripensava a quelle parole, che erano state una sciabolata a tradimento per lui, che di quella tragedia aveva eretto il monumento nella sua anima, un monumento ben più importante di quello in piazza. In quel sacrario, costituito di memorie che avevano come interrotto per lui il procedere del tempo, non potevano entrare altri. E quando la mente si lasciava prendere dal vortice doloroso di quel flusso di memorie, il dolore diventava per lui esperienza quasi piacevole, placandosi in una dimensione lontana dalla realtà quotidiana. Da quella realtà Chiara ormai si sentiva fondamentalmente estranea. Aveva fatto tanti sforzi per cercare di capire come entrare in quella dimensione. Ma alla fine aveva ritenuto di dover prendere una decisione dolorosa. Quando, terminata la cena, sul letto, lì accanto a lei, lo aveva visto per l’ennesima volta ansimare e mettersi le mani sul volto, drizzandosi a sedere all’improvviso, aveva creduto di aver compreso tutto, si era rivestita ed era uscita, senza dire una parola, quasi innervosita e indispettita. Sergio, da come si era comportata, aveva buone ragioni per temere che non sarebbe più tornata. Il vento aveva fatto sbattere violentemente uno scurone non fissato bene alla parete della casetta. Sergio lo fermò.

Il dolore è una cosa che ti ha segnato in modo indelebile – aveva detto nel corso di quella serata Chiara, mentre cenavano giù nella sala riscaldata dal camino – ma non puoi pretendere che un sentimento individuale e tutto interiore come questo diventi una forma di esperienza universale, per quanto per te possa essere assolutamente totalizzante. Nella tua anima è giusto che viva la memoria del passato. Quello che non è giusto è che la tua anima sia rimasta abbarbicata a quella memoria e che il dolore che evoca sia l’unica cosa che dà un significato ai gesti della tua vita.” Sergio non aveva saputo dare risposta a quelle parole, come in altre occasioni invece era capitato. Aveva pensato al fatto che quelle stesse parole erano state pronunciate, in forma non molto dissimile, dal suo direttore, il 13 maggio precedente, anniversario della tragedia, quando tutto l’ufficio era sceso per partecipare al breve momento di raccoglimento in piazza, insieme a tante altre persone del paese, ma lui non era voluto andare con gli altri ed era rimasto in ufficio. Lo scurone non poteva più sbattere. Aveva fatto male alla casa, aveva fatto male all’unico nido che lo proteggeva. Ora quel legno era innocuo. Non lo era però quello della panchina, che esercitava sempre un singolare fascino.

Il fervore di Chiara di quel giorno lo aveva colpito. Era appassionata di medicina tradizionale cinese e, mentre lavorava alla realizzazione della panchina trattando il legno, parlava, parlava, parlava. Poi, interrompendo l’attività, fece un gesto particolare: gli disse di rialzarsi, gli tolse la polo che indossava, lo lasciò a torso nudo e disse una cosa che lo riguardava, passando e ripassando le mani sul suo torace: “La persona che incarna l’elemento ligneo, uno dei cinque elementi fondamentali, deve essere magra e armoniosamente proporzionati devono essere il suo portamento e la sua muscolatura, deve avere arti e addome slanciati e ampio torace, ma anch’esso proporzionato con l’insieme del corpo”. Poi gli prese le mani e continuò dicendo: “Deve avere mani allungate e magre con dita lunghe dalle articolazioni ben marcate.” Poi tornò sull’addome: “Può esserci un po’ di adipe, ma senza esagerare. Non è il tuo caso. Direi che tu potresti incarnare fisicamente il tipo ideale della persona lignea.” E lui alla fine, rimettendosi la polo, le chiese: “Ma avrà qualche difetto questa persona?” Chiara ci pensò un po’. Poi disse: “Maledettamente cocciuta.” Non parlò più, fino a quando non ebbero finito di lavorare insieme alla costruzione della panchina. Alla fine Chiara le girò attorno a lungo e poi, dopo aver pensato, disse: “Eppure, c’è qualcosa che non mi convince. Non riesco a capire che cosa, ma c’è qualcosa che mi lascia un po’ perplessa.” Sergio la ricordava in tutta la sua prorompente bellezza quel giorno: indossava una canottiera bianca e un paio di jeans; calzava un paio di sandali, di cui si era liberata lì sul prato e aveva i lunghi capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, che si agitava in modo direttamente proporzionale all’euforia con cui lavorava. Voci di animali notturni iniziavano a increspare di suoni le tenebre sempre più fitte e tormentate; suoni che mai Sergio aveva temuto, come ben poteva testimoniare il gufo che portava al collo, regalo di Chiara: infatti, tra quei suoni anche l’inconfondibile e sordo verso del gufo non poteva mancare. Lo portò il vento. Lo fece sembrare vicino. Era un verso fatto di richiami brevi ma acuti, nervosi: qualcosa non andava come sarebbe dovuto per il gufo, che mandava segnali da laggiù, in mezzo al bosco, tra i larici e i pini, tra gli abeti e i faggi. Voleva avvertire. Il cielo era ormai del tutto oscurato. Delle stelle più nessuna traccia in cielo. Il grande faggio, armoniosamente sviluppatosi con il suo manto fogliare, il più vicino alla casetta di legno, resisteva più degli abeti e dei pini, le cui cime ondeggiavano con nervosa, irrequieta e smaniosa agitazione. Un altro grande albero, il più vicino alla strada, un giovane larice, lasciò cadere una pigna, che arrivò vicina a lui. Un bagliore di luce lo illuminò. Gli antichi ritenevano quell’albero lo strumento attraverso cui Sole e Luna comunicavano con Terra: su di esso passavano bagliori e misteriosi animali e uccelli argentati e dorati. Un albero speciale. Il tecnico del comune lo voleva abbattere, perché pericoloso per il passaggio dei veicoli più alti sulla forestale. Sergio aveva lottato per quel larice, che costringeva in effetti la strada a una strettoia. Erano arrivati a un compromesso: di mezzi ne passavano pochi per quella forestale. Era stata un semplice sentiero per tanti anni, che fu allargato quando vennero costruiti gli impianti che dal paese portavano alle piste; poi quasi mai usata, anche perché il lavoro non fu completato per mancanza di fondi. Qualche chilometro più avanti, dove la sterrata terminava, c’era un vecchio capanno che era stato usato dalla società degli impianti come deposito attrezzi. Lo era ancora, ma a giudicare dai pochi mezzi che Sergio aveva visto passare in quegli anni, era arrivato alla conclusione che anche quegli attrezzi nel capanno dovevano ormai essere poco più che un ammasso di ruggine. Il larice sarebbe stato potato, per consentire a piccoli camion il passaggio, ma non abbattuto. Dei piccoli camion Sergio da allora non ne aveva visto passare ancora uno. Il larice nelle leggende del posto era spesso associato a storie in cui diveniva simbolo di amore. E tutto lì, con intensità maggiore o minore, alludendo più o meno esplicitamente, parlava di Chiara. Il prato era curato da Chiara con amore; i fiori erano innaffiati da Chiara con amore; la casetta era tenuta ordinata e pulita da Chiara con amore; la panchina, su cui Sergio non l’aveva mai vista seduta, era stata voluta da Chiara con amore. Il larice, che poi ricrebbe riprendendosi tutto lo spazio che gli era ingiustamente stato tolto, non fu forse lasciato lì, anche lui, per un gesto d’amore? Sergio raccolse la pigna. Bevve un altro piccolo sorso. Andò sulla panchina. Ancora il gufo. Il verso, se Eco non faceva scherzi, veniva dalla scaffa sopra la casetta, non più dal bosco. Un secondo bagliore. Il baleno illuminò tutta la foresta. Le prime grosse gocce d’acqua caddero sulle sue gambe, sui suoi piedi nudi; si tirò su il cappuccio della felpa. Non si alzò dalla panchina. La pioggia s’infittì. Le gocce divennero più fini e fitte, lacrime del cielo che con altre lacrime si confusero sul suo viso. Il gufo era sempre lì, incurante della pioggia. Cupo e malinconico era il messaggio che mandava. Per tre giorni era piovuto così, a gocce fini e insistenti, fino a quel 13 maggio di trent’anni prima.

Erano le lacrime più dolorose. Avevano quel particolare fascino di recare una paura, che lui non temeva; di evocare un dolore, in cui spesso trovava inattesa serenità; erano lacrime che ne richiamavano altre, indimenticabili, quelle che avevano impresso la direzione alla sua vita. Rivide l’auto della polizia municipale arrivare in serata davanti alla casa del nonno. Pioveva ancora a dirotto. Dal grande boato erano passati appena venti minuti e tante voci confuse si rincorrevano. Ma quei due agenti posero fine alla confusione. La nonna lo aveva portato via, trattenendo i singhiozzi. Aveva capito. Il nonno non voleva capire, non voleva pensare e non voleva immaginare nulla. Aprì la porta. Uno dei due agenti disse: “C’è appena stata una frana di grandi dimensioni. Ha travolto tre case, un capannone e la strada. Delle case una è quella di suo figlio. Speriamo di trovare qualcuno in vita, ma là non c’è più nulla. Ora dobbiamo tornare tutti là sul posto. Vi siamo vicini in questo difficile momento.” L’agente pose una mano sulla spalla del nonno, che infilò la tuta e disse: “Vengo con voi.” Sergio era rimasto per ore con la nonna, ammutolito, con gli occhi fissi alla finestra, che guardava verso la montagna che aveva cambiato forma, che aveva ridisegnato il paesaggio, che, soprattutto, aveva chiesto un sacrificio. Si fece notte. Dal luogo della frana si vedevano le luci dei grandi riflettori che illuminavano la zona dove i soccorritori cercavano superstiti. Il nonno rincasò alle quattro del mattino: una maschera irriconoscibile di fango. “Li abbiamo trovati tutti: dodici persone che erano nelle case, undici nel capannone e sette di passaggio nelle auto. Nessuno si è salvato. Erano sepolti da metri di fango.” Andò in camera. Si chiuse là dentro. La nonna lo strinse forte a sé. Sergio per sette giorni non parlò, non volle uscire dalla casa dei nonni; dimagrì in modo preoccupante, perché non mangiava quasi niente. I compagni di scuola e gli amici chiedevano di lui, ma lui non sarebbe più stato il Sergio di prima da quel giorno. Sergio, da allora, sarebbe cresciuto nel corpo, diventato aittante e sportivo, le ragazze parlavano molto di lui e alle ragazze lui sapeva di piacere; ma l’anima sarebbe rimasta inchiodata a quel maledetto 13 maggio. “Tu devi in qualche modo metabolizzare il passato. Non puoi rimanerne così shiavo�, gli aveva più volte detto Chiara. Sergio aveva studiato il greco a scuola e sapeva il significato di quella parola, che veniva da metabàllo, un nervo greco che significa ‘trasformo’, ‘lancio via in un’altra dimensione’, ‘supero’, ¡porto a compiuto sviluppo’. “Cosa intendi per ‘metabolizzare’?”, aveva chiesto a Chiara. “Intendo che devi passare oltre, superare quella data a cui sei rimasto inchiodato.” Sergio rifletté a lungo prima di rispondere, poi disse, con quel suo solito, e per Chiara irritante, modo di parlare lento, a basso volume e a occhi bassi: “Metabolizzare significa anche portare a compiuto sviluppo un processo.” E Chiara: “E tu cos’hai portato a compimento da allora?” Sergio aspettò ancora più a lungo, irritando ancora di più Chiara: “Il dolore. Ho portato a compimento un processo di elaborazione del dolore, l’unico ineluttabile e necessario firmamento della vita.” Chiara scosse la testa e disse “No” più volte, a ripetizione. Aveva meglio di lui stesso capito tutto di Sergio, ma lui era convinto che lei facesse così ,perché si rifiutava di ascoltare e comprendere il suo dolore, di condividere le regole che governavano la convivenza in quel mondo speciale di memoria in cui pochi eletti erano stati ammessi. Chiara era stata ammessa. Lei avrebbe preferito restarne fuori. Ma lui aveva preteso che lei entrasse. Errore. Stramaledetto errore. Amore e dolore devono reggere la volta, come due colonne: devono rimanere distanti uno dall’altro, devono alzarsi paralleli ed esattamente uguali, anzi perfetti nella loro uguaglianza di forme e dimensioni, senza toccarsi mai, se vogliono che la loro funzione sia svolta secondo la regola dell’arte. Così aveva sempre detto agli amici e ai conoscenti, che lo esortavano nei momenti di abbattimento, come dicevano loro con termine delicatamente edulcorato, di depressione e di ansia, come ben sapeva lui, fuori di ogni infingimento. Al momento in cui dalle parole si sarebbe dovuto passare ai fatti, si era reso conto che aveva parlato bene, ma razzolato malissimo. Errore. Pretendere che entrasse l’amore in quel mondo di dolore era stato un maledetto errore. Chiara sarebbe dovuta restarne fuori. La felpa era ormai intrisa d’acqua. Non distingueva più le lacrime del cielo da quelle degli occhi. Tutto era confuso. Un informe e caliginoso paesaggio notturno offuscava la vista nelle tenebre, dalla terra si alzava vapore, dal cielo scendeva pioggia. La terra si bagnava, diventava fango e lui sprofondò, inevitabilmente, sotto quel fango, che sognava a occhi aperti, mentre con fragoroso boato precipitava e distruggeva, devastava i corpi di alcuni e annichiliva le anime di altri, poneva fine ad alcune vite, rendeva un inferno quelle di altri. La pioggia aumentò d’intensità. Il vento non calava. Scuoteva le fronde degli alberi, che si agitavano come braccia di fantasmi disperati nella notte. Aveva tenuto il bicchiere protetto sotto la panchina. Lo prese. Entrò in casa. Si tolse la felpa fradicia. Si asciugò i piedi nudi. Salì sul soppalco, dove aveva camera e bagno. Fece la doccia. Aveva tanto fango da togliersi. Ma non era quella l’acqua che l’avrebbe pulito, benché più volte fosse passato e ripassato con la mano insaponata. Effimero sollievo fu quel trascorrere del flusso caldo sul suo corpo raggelato. Erano le tre del mattino. Il battito incessante della pioggia sul tetto, i fulmini con i loro subitanei bagliori attraverso i vetri, i tuoni, non uno uguale all’altro e perciò l’uno più inquietante dell’altro, dei quali tutta la valle rimbombava, il vento, che trovava ogni pertugio per intrufolarsi nel suo mondo, tutta quell’invasione nei sensi, da cui non poteva escludersi, faceva male, perché riavvolgeva il film della vita e lo riportava ineluttabilmente là dove il dolore aveva la sua scaturigine, là dove l’anima era ancora tenacemente allignata, là da dove erano partiti i silenzi, le riflessioni, le tante domande, i tanti perché, domande che aveva preteso di fare solo a se stesso, domande che non riteneva nessun altro in grado di intendere, domande che lo avevano segregato lassù, allontanato dal paese, isolato dai colleghi, dagli amici e dai conoscenti, indotto a perdere fiducia nel prossimo che l’avrebbe invece potuto aiutare. Quella casa al limitare della grande foresta, in una piccola radura che si apriva sulla abbandonata e mai finita forestale degli impianti, appoggiata al dorso di una grande frangia, protetta da un’altrettanto grande scaffa sporgente, non era solo un guscio, un nido, ma diventava in quei momenti il simbolo più eloquente dell’emarginazione, che solo lui pretendeva di comprendere. “Dovresti avere quarantaquattro anni e invece mi sono resa conto che nei hai solo quattordici e che questa casa sta diventando un malsano feticcio”, aveva detto pochi giorni prima Chiara proprio lì dentro, nella casetta che anche lei adorava. Eppure lei aveva amato quella casa, aveva con le sue mani contribuito a renderla più ridente e accogliente, aveva saputo apprezzarne e anche valorizzarne tanti aspetti esteriori. Alla fine era andata oltre quel sottile strato epidermico di bellezza tangibile, che ammaliava gli occhi con il paesaggio meraviglioso in cui lui avava saputo inserire la sua piccola dimora, che affascinava l’udito con i suoi pacifici silenzi interrotti solo dai suoni della foresta, che riportava a quell’ordine naturale che lei aveva inizialmente inteso come il recupero di una dimensione più atavica e semplice; e invece non era così. Riuscendo a penetrare quella patina superficiale, abilmente costruita da lui per coprire la parte brutta di tutto quel mondo di fascino, Chiara aveva avuto la possibilità di percepire un flusso di dolore e anche i suoi gesti, le sue parole, i suoi lavori per quella casetta piano piano si erano pervasi di questo flusso negativo. Chiara, insomma, con il protrarsi della relazione, aveva compreso che quella casetta mascherava con provetta accortezza un’angoscia devastante. Sergio appariva come l’impiegato di banca serioso e riservato, preciso nel suo lavoro, sempre corretto e sorridente con la clientela; si era costruito con sicura destrezza un personaggio pubblico, con il quale faceva a pugni quello che invece, senza farsi notare, portava ogni giorno un fiore sulla tomba di famiglia, nell’angolo del camposanto in cui erano state raccolte tutte le trenta vittime della frana, e poi, in punta di piedi, silenziosamente, si eclissava ai margini di quella vita, lassù, nella casetta di legno sulla forestale mai finita. Chiara aveva capito che quel 13 maggio di trent’anni prima non era più solo un momento di dolore; era una data sul calendario che possedeva, proprio grazie alla sua carica di dolore, un’irresistibile forza di attrazione. Il simbolo di tutto quello, il luogo in cui l’anima trovava la sua pace nell’ansia, era la casetta a margini della foresta. Come a quella casetta mancavano ancora tante cose, alla strada su cui si trovava mancava un traguardo: una grande incompiuta, proprio come quella vita che aveva conosciuto uno sviluppo nel corpo, una maturazione nello studio e nella carriera professionale, ma che nell’anima a quattordici anni aveva subito un trauma da cui non si era mai scossa. Chiara rimase affascinata dalla forza di quegli occhi neri, più neri dei suoi già neri, quel giorno in cui l’impiegato che la seguiva di solito in banca era assente per un corso di formazione e venne affidata a un suo collega, appunto a Sergio; con tre o quattro pretesti nei giorni successivi tornò da Sergio, anche quando era rientrato l’altro impiegato che l’aveva fino a quel momento seguita; le colleghe a scuola le avevano consigliato di informarsi per un fondo pensione, che a loro era sembrato migliore di quello proposto dai sindacati. E così si erano conosciuti; fu un attimo passare dall’sms, che fissava l’appuntamento di lavoro in banca, al messaggio in chat privata, che ne fissava un altro da Prati, quando la mano di lui si poggiò per la prima volta su quella di lei, trasmettendole quella parvenza di sicurezza, che sarebbe stata per anni al contempo l’inganno e il mistero di Chiara. Quanto inganno e quanto mistero ci fosse in quegli occhi vivi lassù nella casetta, ma spenti quaggiù in paese, Chiara ancora non sapeva quantificare. Quale rapporto intercorresse tra la passione che lo animava lassù e la depressione che lo schiacciava quaggiù Chiara non volle mai chiedersi. E c’era sempre quella panchina là fuori: anche lei avrebbe dovuto avere schienale e braccioli che mai ebbe. Era un oggetto su cui si stava solo sospesi, con la terra come unico sostegno, firmamento lo chiamava lui. Sergio non aveva mai chiesto a Chiara perché non si fosse mai seduta su quella panchina, che aveva voluto lei, ma che poi aveva preferito trasformare in fioriera. I lampi illuminavano ogni tanto anche la radura con il prato sempre tenuto accuratamente tagliato, che Chiara voleva curato alla perfezione, davanti alla casetta. Sergio si affacciò alla finestra della mansarda, che era stata recuperata come soppalco e camera da letto, e la vide: la volpe rossa era tornata sotto la panchina, dove l’acqua non arrivava. Da quando viveva lì era la prima volta che la vedeva in un giorno di pioggia. Il suo rosso era come un’insperata nota di vita in quella tenebra d’ansia, da ore agitata e scossa dagli elementi.

Si tolse l’accappatoio. Lo specchio rifletté un’immagine denudata di tutto, priva di ogni protezione, priva di ogni copertura, priva di tutto quanto la potesse rendere fallace. Era l’immagine di un ragazzino nudo e spaurito, a cui il destino aveva tolto ogni sicurezza, che aveva costretto negli angusti limiti di quello spazio marginale e incompiuto, dove tutto parlava di marginalità e incompiutezza, ma dove ogni alito di vita era quello dell’ordine naturale, non di quello imposto da un’umanità in cui aveva perduto ogni garanzia. “Devo essere sincera e dire le cose, così come veramente le sento. Mi piaci tanto e con te mi sento bene; sei un uomo decisamente bello, sportivo, atletico; sai apparire forte, quando vuoi dare questa impressione; c’è un indubbio fascino che emana dalla tua persona di lavoratore, in banca e in casa, che non conosce stanchezza e infonde sicurezza agli altri, come quando corri a piedi su questi sentieri o ti alleni con la bicicletta su per i passi; sei una persona che legge e sa tante cose e mi hai dato tanto nel momento in cui avevo bisogno di qualcuno al mio fianco; hai saputo darmi amore come nessuno ha mai fatto. Ma ogni tanto mi chiedo perché quassù ogni cosa sembri aver bisogno di un passo in avanti, di una mossa in più, di una spinta, di un aiuto che le è mancato.” Chiara lo aveva detto poche ore prima. Sentendo il bisogno di non coprire quella veritiera nudità riflessa dalla specchio, Sergio si lasciò cadere sul letto. E prese sonno.

Erano le nove del mattino, quando un rumore lo svegliò. Non era la sveglia, che di domenica non puntava mai. Il sole illuminava la radura e la panchina, per la sua posizione, era la prima ad essere raggiunta. Aprì la finestra che dava sul retro verso il paese. Il soppalco aveva due finestre, entrambe sui lati corti della casa: da una si vedeva la parte della foresta che declinava verso le prime case del paese, di cui si vedevano alcuni tetti lucidi della pioggia caduta copiosa nella notte; dall’altra si vedeva la parte del prato in cui era stata collocata la panchina. Solo allora si rese conto di cosa fosse il rumore che lo aveva svegliato. Veniva dal piano di sotto. Qualcuno bussava alla porta. Ma non c’erano auto.

Indossò velocemente il primo paio di calzoncini che trovò e scese ad aprire. Chiara era sulla soglia. Bella, bella come tutto non poteva non essere bello in quell’inondazione di luce dopo le tempeste notturne. Indossava un completo da corsa rosso con i bordi bianchi, con canottiera rossa, calzoncini rossi e scarpe da corsa bianche con bordi rossi. I lunghi capelli d’oro erano raccolti in una coda di cavallo. Era arrivata a piedi. I suoi occhi neri, con i quali aveva spesso saputo parlare meglio che con le parole, erano fissi sui suoi occhi ancor più neri. Non dissero nulla per un attimo. Avevano troppe parole da dirsi. Poi fu lei a prendergli la mano destra e a portarlo fuori, sul prato che attraversarono insieme. Chiara si però davanti alla panchina, rimase a guardarla a lungo, strinse forte la mano di lui come in cerca di un aiuto; Sergio rispose stringendo anche lui la mano di lei. Chiara allora si sedette sulla panchina e disse: “Aspetto un bambino. Ripartiamo da qui. Schienale e braccioli. Subito. Vestiti e andiamo a cercare il legno. Entro stasera la voglio completa e finita.” La volpe rossa, con le sue zampe di un grigio chiaro tendente quasi al bianco, aveva solo cambiato posto. Aveva lasciato la panchina e si era stesa a sonnecchiare sotto la legnaia. Ogni tanto apriva gli occhi. Poi discretamente li richiudeva. Li vide sedersi. Allora si alzò, li guardò da lontano e con passo lento riprese il posto a lei assegnato, nell’ordine naturale cui tutto lì doveva obbedire, tra i faggi, i pini e gli abeti.

Così finì quella che da allora in paese sarebbe stata per tanti di noi, ma soprattutto per i bambini e per gli insegnanti della mia scuola, la favola della volpe e della panchina: di una volpe sagace, premurosa e attenta, che andava e veniva, appariva e scompariva, ben sapendo quando comparire o quando congedarsi; di una panchina, per tanto tempo rimasta fragile e incompiuta, ma che di quella volpe da allora non avrebbe mai più potuto fare a meno.

Ma c’è una cosa che Chiara e Sergio sicuramente ancora non sanno. L’ho saputa per caso un giorno a un tavolino del Prati dallo zio di Sergio. Il legno del tronco, che fa da seduta della panchina, e quello dei due grossi ceppi, che ne formano la base, vengono da alcuni dei tanti alberi che furono sradicati dalla frana quel 13 maggio di tanti anni fa e poi raccolti nella sua segheria. Con quei legni sono stati fatti tanti altri lavori in paese. Quel legno è come se vivesse ancora. Quella notte è stato animato da una volpe e ha detto che vive. Ha parlato prima a Sergio e poi deve aver parlato anche a Chiara. Come non saprei dire; solo le Fate hanno di questi poteri, del resto. Chissà, forse un giorno la favola avrà bisogno di essere aggiornata e rivista. Ma a me piace così com’è, anche se resta un segreto che la lascia sospesa. In fondo, tante anime di questo paese hanno sofferto senza colpa e conservato in segreto i loro sentimenti.

E mentre dal mio ufficio esattamente di fronte alla chiesa sento cigolare sui suoi cardini arrugginiti quel cancello, so che il dono segreto e quotidiano del fiore è il modo che una di quelle anime ha trovato per conservare il suo sentimento. Ognuno ha la sua commozione e la sua percezione di quell’evento, qualcuno la esterna, altri no; tutto avviene assolutamente al di fuori di ogni schema e senza regole; lavorare in questo paese mi ha insegnato una cosa semplice: a nessuno spetta cercare regole, né tanto meno imporle, quando al fondamento di comportamenti superficialmente ritenuti stravaganti, fuori dei binari imposti, ci sono tragedie di queste dimensioni. Tenerne uno per me di questi sentimenti e di questi segreti e trattenermi quando vedo il piccolo Luigi giocare con le macchinine su quella panchina, completa di schienale e braccioli, significa sentirmi un po’ come una di queste anime e partecipare a mio modo a quel dolore che ognuno ha metabolizzato in modo diverso. E come la volpe, quando torna nel bosco, anch’io mi ritiro alla mia scrivania, nel posto a me assegnato e quel cigolio faccio finta di non averlo sentito.

I nostri Anni Ruggenti dal punto di vista di un veneto in terra di Romagna

Sono gli strani casi della vita che portano a leggere Il grande Gatsby, originale rivisitazione critica degli Anni Ruggenti del primo dopoguerra americano, e poi un libro scritto da un amico e pubblicato da un’associazione culturale romana: Ricordi una giovinezza troppo breve di Lorenzo Pagiaro (Campi di Carta, Roma 2017). Lorenzo è una persona che, sapendoci fare bene con le mani, ha deciso di mettere alla prova anche l’uso delle parole. Ne è uscito un libro che, ammantandolo di ironia, ci riporta agli anni del boom economico, i nostri anni ruggenti, quelli del secondo dopoguerra. Schietto è il quadro in cui si muovono quelli che sono i personaggi della vita di Lorenzo, negli anni in cui avviene la sua crescita; decisamente schietta è la rappresentazione che riceve il tormentato rapporto con il padre, su cui non vorrei soffermarmi. Ma soprattutto schietta è la rappresentazione degli oggetti della vita di quegli anni, le radio, i primi ciclomotori, i primi componenti elettronici; questi gli oggetti, autentici simboli di un’era, in cui trascorre la vita del giovane Lorenzo, figlio, come tanti di noi nati in quegli anni, di una terra che stava cambiando forse troppo in fretta. Ho apprezzato anche le pagine dedicate al servizio militare. Ma su un altro aspetto, più particolare, vorrei soffermarmi. Nelle famiglie si parlava allora un dialetto che ancora sapeva di vita contadina, ma questa stessa vita contadina, con i suoi ritmi che erano rimasti inalterati per secoli, si spegneva, si eclissava, scompariva, perdeva identità, nel momento in cui i giovani di quelle famiglie capivano che il futuro non era più tra i campi, ma sarebbe stato nell’industria, nella manifattura, nel meccanico, nel tessile, o, come dalle mie parti, nel chimico. I giovani studiavano e, se non fosse stato per quell’interessante rapporto con il padre – che non a me ma ad altri spetterebbe analizzare – anche Lorenzo forse avrebbe avuto un destino diverso. La sua vita, dalla provincia padovana, lo ha portato a Ravenna. Allora il Veneto era ancora molto povero e in Romagna il polo chimico di Ravenna attraeva a 360°: dalle campagne venete, soprattutto padovane, rodigine e veneziane (ancora si vedono nel ravennate le costruzioni in stato di abbandono di quello che fu l’Ente Delta Padano), dalle montagne forlivesi e marchigiane e da tutto il litorale adriatico, giù giù fino alla punta del Salento. La famiglia di mia mamma venne a Ravenna da Firenze (mio nonno era ufficiale pilota di Aeronautica) proprio per assistere a quella repentina trasformazione da cittadina a metà strada tra la campagna e il mare – che ancora non era il Divertimentificio della signora Coriandoli – in porto industriale al servizio di uno dei poli chimici più grandi d’Europa. Da meno di 30.000 abitanti in pochi anni la popolazione conobbe un’esplosione fino ad arrivare a poco più dei 100.000 attuali. Tutto questo in pochi anni. Come si può pensare che un processo di questo genere non abbia delle conseguenze all’interno delle famiglie? La sociologia studierà con le statistiche i dati delle migrazioni di quegli anni. Ma cosa potrà rendere meglio di un libro come quello di Lorenzo il mutare dei sentimenti che il boom economico determinò nelle famiglie, nelle singole persone. Questi libri sono sempre utili esercizi di memoria. Colmano un vuoto che le scienze umane non potranno mai riempire: dietro ai processi sociali ed economici ci sono le anime delle persone. Come quella di Lorenzo. Grazie, Lorenzo.

 

 

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