Saggezze inascoltate … da sempre

Εἰ πάντες ἤθελον οἱ παιδεύειν ἐπιχειροῦντες ἀληθῆ λέγειν, καὶ μὴ μείζους ποιεῖσθαι τὰς ὑποσχέσεις ὧν ἔμελλον ἐπιτελεῖν, οὐκ ἂν κακῶς ἤκουον ὑπὸ τῶν ἰδιωτῶν· νῦν δ’ οἱ τολμῶντες λίαν ἀπερισκέπτως ἀλαζονεύεσθαι πεποιήκασιν ὥστε δοκεῖν ἄμεινον βουλεύεσθαι τοὺς ῥᾳθυμεῖν αἱρουμένους τῶν περὶ τὴν φιλοσοφίαν διατριβόντων. Τίς γὰρ οὐκ ἃν μισήσειεν ἅμα καὶ καταφρονήσειε πρῶτον μὲν τῶν περὶ τὰς ἔριδας διατριβόντων, οἳ προσποιοῦνται μὲν τὴν ἀλήθειαν ζητεῖν, εὐθὺς δ’ ἐν ἀρχῇ τῶν ἐπαγγελμάτων ψευδῆ λέγειν ἐπιχειροῦσιν;
Se tutti quelli che si impegnano ad insegnare come professare la verità desiderassero fare delle promesse non più grandi di quelle che potrebbero realizzare, non godrebbero di cattiva reputazione da parte dei privati cittadini; ma oggi coloro che hanno l’audacia di vantarsi con eccessiva sconsideratezza si comportano in modo che sembra che quelli che preferiscono vivere da infingardi adottino deliberazioni migliori di quelli che praticano la sapienza. Chi, infatti, non odierebbe e allo stesso tempo disprezzerebbe in primo luogo quelli che vivono sempre in mezzo a vane discordie, che fingono di indagare la verità, ma poi subito all’inizio delle loro pubbliche dichiarazioni si ingegnano a professare menzogne?
Isocrate, Contro i sofisti, 1 1-2

Un consiglio all’aspirante candidato

Quando ci sono troppi candidati presi dalla cosiddetta “società civile”, che poi si fanno illusioni, che non hanno esperienza dei meccanismi della politica, succedono queste cose che leggiamo oggi sui siti e sui giornali. Sono sempre successe. Ma prima erano in numero inferiore queste persone e apparivano come “indipendenti”, se non iscritte al partito di cui usavano il simbolo, una o due per lista, raramente di più. Oggi forse sono i più e servono come “raccattavoti”, senza che se ne rendano conto. Vengono blanditi da chi ha lunga esperienza, gli viene detto “con la fama che ha lei sarà sicuramente eletto …”, “è un grande prestigio per noi averla in lista …”; se poi l’ignaro ha quello che si chiama un ruolo pubblico, sei per loro una specie di raro francobollo da collezione, da trattare sempre con i Lei con la maiuscola. Il gioco è fatto. Il pollo becca e il candidato di belle speranze inizia a fare la sua campagna elettorale, ci mette anche dei soldi, sottrae tempo al suo lavoro (se ce l’ha) e alla sua famiglia (se ce l’ha). Non si rende conto che, mentre vive nel suo beato mondo di vane illusioni, da una parte, nel suo lavoro (se ce l’ha) si fa nemici e si crea invidie e la famiglia (se ce l’ha) soffre le sue lunghe e non sempre comprese assenze (anche la morosa può mollarlo, come ho appena saputo di uno!); dall’altra parte invece, il partito o il movimento o la lista civica, dove ci sono sempre volpi esperte e navigate da anni, lavora indefessamente per i suoi uomini già decisi e di cui sa di fidarsi, anche perché spesso lavorano per il partito; e lo fa raccogliendo i voti per “pacchetti”, cioè gruppi, associazioni ricreative, culturali, assistenziali, professionali, società sportive, sindacati, ordini professionali, grandi imprese e così via. Purtroppo l’identikit del candidato “usa e getta” è questo, né più né meno: raccoglierà tra le 40 e le 60 preferenze, del tutto inconsapevole del fatto che il rapporto tra contattati e voti è di 1/10 per un libero battitore come lui. Il partito invece, quando trova l’accordo con un gruppo organizzato, riesce a far convergere almeno un centinaio di voti su un nome, dirigenti e capolista a parte, che prendono voti perché oggettivamente conosciuti. Vi rendete conto che la gara è impari! Un consiglio, se mi leggete: prima di mettere la firma nel famoso modulino che i segretari dei partiti vi fanno firmare, parlate con qualcuno che ne sa di più, studiate l’ambiente, analizzate la situazione. Oppure, molto candidamente, prestatevi al gioco e sappiate sin da subito che correte per portare voti alla lista, solo voti alla lista. Sono anni che lo dico. Ma non mi ascoltano. Bah. Non servirà e niente neanche questo post.

Damnatio memoriae

Pillole da lettura. L’antica Roma era molto avanti anche in questo: nelle strategie politiche il modo migliore per colpire un avversario non era parlar male di lui o farci ironia sopra, ma non parlarne proprio, dimenticarlo, lasciarlo marcire lentamente e senza scrupoli di sorta nel dimenticatoio. Così gli si faceva il vuoto attorno, anche se già trapassato con la “damnatio memoriae”. La filosofia del “passa oltre e non degnarlo di uno sguardo” allora premiava. La lettura di alcune pagine dell’epistolario ciceroniano fa capire come la famiglie potenti del Senato, se solo volessero, riuscissero ad essere metodiche e sistematiche nel portare avanti questa sottile e poco visibile guerra psicologica, fatta di cenni e di occhiate e che richiedeva, per vincere e dominare, silenzio, condivisione di poche parole chiave facili da imparare e memorizzare, frasi quasi in codice e fedeltà assoluta alla causa. E l’avversario in poco tempo diventava un nulla e scompariva dalla memoria. Che i grandi poteri della Storia si siano costruiti anche così? mettendo cioè il lettore, il ricercatore, lo storico nell’assoluta impossibilità di capire come, con un enorme castello di indizi, ma nella totale mancanza di prove? Per ritrovare strutture mentali di questo genere bisognerà attendere la metà del XIX secolo, quando la politica ritroverà quella stessa forte carica ideologica e dialettica che fu propria del I sec. a.C. a Roma e, mutatis mutandis, dello scorcio del IV sec. a.C. in Grecia.

Provinciale alacrità

L’iperattività degli uomini del vicinato è commovente tra le 6 e le 8 del mattino, soprattutto nel fine settimana. Chi lava in strada il furgone con compressore e idropulitrice; chi taglia la siepe e pota arbusti e alberi con motosega rigorosamente elettrica; chi lava l’auto, cantando “O’ Sarracino”; chi lavora alle biciclette, oliandole e gonfiandole, ovviamente non con la banale pompetta dell’uomo comune, ma con compressore professionale; chi riordina e pulisce il furgone del lavoro, già pensando, alacremente e previdentemente, alla prossima settimana; chi in giardino sfalcia con il rasaerba, o spazza il cortile e/o il marciapiede con lodevole senso civico; chi apre il garage, fatto in altri tempi per le 126 e le 127 e quindi inservibile oggi per la funzione per cui è nato, per fare vedere al mondo quale vera e impressionante officina esso è in effetti, autentica meraviglia di ordine e completezza negli attrezzi, esposti come in teche da museo: la fucina di Efesto gli fa un baffo! Come a partecipare della gioia e dell’euforia collettiva per questa appassionante laboriosità e commovente alacrità non abbiamo le campane a festa, ma le sirene degli antifurto, che il resto della famiglia gioiosamente fa suonare, per dare il proprio segnale di condivisione del comune gaudio. Tra le 6 e le 8 del sabato e della domenica qui in zona Stadio l’attività del nuovo homo faber dei tempi moderni, rappresentato dall’operoso maschio ravennate (e non solo), cui manca terribilmente il lavoro e che al mondo intero intende dare esempio di abnegazione e spirito di sacrificio, è encomiabilmente febbrile. L’ennesima dimostrazione del fatto che noi “Ravenna Stadio” siamo avanti anni luce nei confronti degli spocchiosi “Ravenna Ravenna” sempre con la puzzetta sotto al naso e che adesso, da infingardi e desidiosi quali per natura sono, sicuramente sonnecchiano ancora nell’abbraccio di Morfeo, abominevole paradigma di ozio per gli epigoni dell’avvenire.

Schiettezza

“Is est orator, qui de omni quaestione pulchre et ornate et ad persuadendum apte dicere pro dignitate rerum, ad utilitatem temporum, cum uoluptate audientium possit.”
“Oratore è colui che su ogni questione può parlare in modo raffinato e ricco e idoneo a convincere in rapporto alla dignità degli argomenti, per l’interesse delle circostanze, con il piacere di chi lo ascolta” (Dialogus de Oratoribus, attr. Tacito, 30, 5).
Le idee e i valori durano oltre le generazioni, anche se cambiano e si aggiornano. Le persone no. Qui sta per me la causa prima della crisi delle grandi democrazie occidentali: troppo culto dell’immagine, troppi protagonismi, troppe primedonne; e valori in cantina. Con i valori si litigava duramente e qualche volta si passava anche il segno, ma si cresceva e ci si sentiva forti; con i valori si convinceva e si serviva il proprio tempo, se rapportati ai fatti; con il culto delle persone si fanno inciuci e affari, forse si litiga meno, ma non si cresce e ci sente sempre più deboli.
E non va bene. Non va affatto bene così.

Disorientamento

Mi ha detto un collega oggi: ” Gli ignoranti si sentono deboli e fragili; perciò hanno paura di scelte decise che richiedono di essere motivate su base culturale e politologica …” “filosofica”, intervengo io, “sì, anche ma non necessariamente – riprende lui – La persona ignorante, che non sa, che non studia, che non legge, si colloca in genere al centro, mai troppo sbilanciata dall’una o dall’altra parte. Diverso è il discorso per chi riesce a dare pienezza di contenuti alle sue idee, ai suoi sogni, anche alle sue utopie. Lui osa anche scelte decise, perché sa di poterle motivare”.

“Quindi secondo te i nostri ragazzi che non stanno mai al centro, mai su posizioni di governo, ma sempre nell’area più marcatamente destra o sinistra, sono più maturi di noi?”.

“Assolutamente sì. Loro sono freschi di studi, di storia e di filosofia soprattutto, di confronti con le tante facce del prisma che si chiama sapienza. Noi, che pure pretendiamo di insegnarla, la sapienza, credo che l’abbiamo smarrita. Perché non ci rileggiamo qualcosa di Rousseuau insieme?”

Già. Rousseau … Eccomi stasera proprio su Rousseau.

Il Toro di Mitra

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La vita nasce con l’uccisione del Toro da parte di Mitra. La tauroctonia è quindi un incontro tra l’alpha e l’omèga, che in un ciclo continuo, che è quello della natura, muoiono e rinascono, si rinnovano, si perfezionano, dando all’uomo la possibilità di nutrire speranza e fiducia, procurarsi benessere e ricchezza. Il mitraismo fece breccia nei cuori dei soldati romani per questo: non era il freddo contrattualismo del politeismo tradizionale, non era la religione dell’accordo, dell’armonia politica pattuita tra potenti caste sacerdotali e istituzioni civili e militari, non era la religione del formalismo asettico del rito dell’aruspice, non era una religione fondata sul ritualismo di un cerimoniale che si declinava in morfologie ormai avvertite come statiche e solo parte dell’ufficialità cerimoniale. Il mitraismo infondeva nel cuore di oggi una speranza nel domani; e questo per un soldato non è cosa secondaria. Il mitraismo non si ottiene per semplice e fideistica adesione ad un canone fissato su un testo, come avveniva per il giudaismo e per il cristianesimo e come sarà poi per l’islam. Il mitraismo si deve meritare attraverso esoteriche pratiche misteriche e iniziatiche, in cui viene saggiata la qualità del fedele, in modo che il futuro adepto possa condividerne i fondamenti insieme ad altri. Da questa condivisione si esprime quel quid pluris che il mitraismo riceveva agli occhi dei soldati che trascorrevano anni nei castra, soprattutto i più lontani limitanei, quei soldati che dopo la riforma di Diocleziano si trovarono in prima linea a difendere le terre di Roma con meno armi, meno mezzi, meno risorse finanziarie, meno agi urbani, in zone spesso malsane e climaticamente ostili, torride come in Siria e Mesopotamia o gelide come sul Reno o sul Danubio, esposti ad un nemico, quasi sempre numericamente superiore e più forte per il fattore campo, con il quale conveniva più spesso trattare che combattere, purtroppo. E proprio dalle terre di uno di questi ormai secolari nemici, dal regno dei parti, erede dell’impero persiano, veniva quel culto di Mitra che affascinò i soldati di Roma. Furono forse – se dobbiamo dar credito a quel mentitore seriale di Plutarco – le campagne pompeiane d’oriente a cavallo della metà del I sec. a.C. a far conoscere questo culto nuovo, che piano piano si consoliderà nell’esercito per le sue caratteristiche innovative, ma soprattutto perché al soldato che vive nella costante precarietà dava quella fiducia nell’avvenire, dai tratti un po’ soteriologici e un po’ escatologici, di cui avvertiva la mancanza in quel serioso e un po’ burbero mos maiorum che inutilmente il fondatore dell’impero avrebbe voluto ripristinare. Chissà: Ottaviano forse sapeva che si sarebbe rivelato alla prova dei fatti artificioso il suo operare e assurda chimera il suo anacronistico e ormai antistorico intendimento. Ma l’animo umano conserva nella sua parte subliminale tenaci tracce del passato. Quella tradizione del mos maiorum era incardinata su credenze religiose mutuate dal politeismo olimpico dei greci, che si era fatto strada in un mondo italico, dove la natura, vuoi con il duro lavoro nei campi, vuoi con le ristrette economie silvopastorali, vuoi con le rischiose pratiche mercantili, metteva quotidianamente di fronte alla dura legge del sacrificio e del merito, della virtù mai infusa dall’alto per adesione ad un credo, ma conquistata giorno dopo giorno nella lotta contro un ambiente fallace, sempre cangiante, multiforme. E il nome del dio confederale degli Etruschi ne esprime tutta la natura più autentica e profonda: Vertumnus, la stessa base etimologica vert-velt/vort-volt da cui il verbo latino verto, “rovescio, rigiro, ritorno”, ma anche volvo, “rotolo, ritorno”, come l’onda del mare, che avvolgendosi e riavvolgendosi su se stessa, rotolando fino alla battigia, muore e rinasce, e sempre ritorna uguale. I romani lo faranno proprio questo culto ancestrale, questo elemento primigenio, quando sull’Aventino, il colle dell’incontro con l’altro da sé, il colle del popolo, il colle che costituisce la parte complementare del Campidoglio, erigeranno il tempio di Voltumna. È la stessa idea della Forza che nasce dalla naturalità di un ciclo vitale e cosmico, in cui l’uomo è elemento tra gli elementi e, se il suo intendimento è quello di candidarsi ad un ruolo egemone, sa che deve lottare per affermarsi e meritarlo. Il soldato che sceglie Mitra, e che lo adora come un compagno di vita, come un vero amico che gli infonde quotidianamente pace, serenità e amore, altro non fa che rivangare nel fondo dell’animo, rastrellando dalla sua più profonda e lontana estremità questa reminiscenza primigenia, riportandola alla luce ammantata di iconografie aggiornate al mutare delle contingenze, ma senza mai perdere di vista il fondamento primo di tutto: ciò che sei è il risultato di un cimento e di una lotta che ti ha consentito di meritarlo e, se vuoi migliorare, dovrai lottare, superare un altro dei sette stadi mistici e iniziatici, avere un altro animale dopo il primo corvo che ti faccia da compagno, a te elemento tra gli elementi, a te soldato di Mitra. E poi, se meriti, anche tu esprimerai il valore religioso della Forza e ucciderai il tuo Toro; e così da Morte finalmente offrirai, come ulteriore atto di grande generosità verso i tuoi consimili, attraverso il sangue che alimenterà la terra, nuova Forza e soprattutto nuova Vita.

In ascolto con lo spirito

Dopo l’ascolto completo della versione wagneriana del Nibelungenlied (che diventa Der Ring des Nibelungen), supportato dalle pagine di Robert Gutman e di Quirino Principe, quella Tetralogia ancora oggi ritenuta dai popoli germanici il punto di riferimento e l’elemento fondante della loro mentalità intesa come struttura antropologica profonda, assolutamente opposta nei sui postulati di base a quella dei popoli latini e mediterranei, e dopo aver raccolto su pagine sparse centinaia di appunti e di riferimenti non solo alle saghe nordiche, ma anche a Novalis, Marx, Feuerbach, Schopenauer, Storm, Bretano, Uhland, von Chamisso, Eichendorff, mi è chiaro perché quei popoli abbiano nel sangue la convinzione della Überlegenheit, perché avvertano un’insaziabile sete di Vorherrschaft, perché siano così diversi nei comportamenti e soprattuto nel relazionarsi con gli altri, perché non sia possibile tradurre alcune loro parole che corrispondono a valori inesistenti nelle culture dei popoli del sud. I momenti di gioia non sono mai ambientati al sole o nella luce, ma sempre nelle tenebre di una notte quasi da romanzo gotico; l’euforia non è la gioia di una comunità che sbandiera vessilli in una piazza, come avviene nella coeva cultura risorgimentale nostrana, ma la deflagrazione di un fuoco interiore che a pochi è dato condividere e tra pochi intimi deve essere partecipato; il romantico Wanderer si arricchisce nelle statuarie individualità wagneriane di tutta l’ineffabile complessità del pastore errante leopardiano, evolvendosi però in paradigma di vittoria sulle forze del male; le negazione delle certezze positivistiche approda ad una spiritualità intensa e tipicamente germanica, in nome di una schopenaueriana idea di nostalgia; l’elogio marxiano della cultura popolare si coniuga perfettamente con l’idea di una pace intesa solo come tregua fra guerre, nelle quali sole si manifesta autenticamente la virtù e la nobiltà d’animo dei titanici personaggi; l’esaltazione dell’eroismo interiore di Siegfried contiene affermazioni che addirittura evocano le complesse pagine anarchiche di Max Stirner. C’è un mondo di idee e di valori che sottostà ad ogni verso, ad ogni parola, ad ogni Begriff (una parola che non riesco mai a tradurre in italiano), che aiuta a capire come e perché sia arduo comprendere una mentalità dalle strutture così peculiari, così autenticamente spirituale, così caratteristica di una terra e di una cultura ben precisa che ancora oggi la studia, la ama e la pratica. Re Ludwig, quando gli fu detto dai progettisti che non sarebbe stato possibile erigere a Monaco il Festspielhaus, il tempio ancora oggi dedicato esclusivamente alle opere del suo amico Wagner, e quando gli fu proposta come sede Bayreuth, volle espressamente che la struttura non fosse nel centro della cittadina, ma isolata su una collina che la dominava discretamente da lontano, perché in effetti “Wagner non si applaude con urla sguaiate, si medita in ascolto spirituale”, disse un giorno Piotr Ilic Ciajkowskij, che delle prime al Festspielhaus fu critico musicale, e che soprattutto tedesco non era.

La paura

La politica è l’arte più nobile che esista. Politica significa occuparsi dello Stato, ossia della comunità di cui si è parte. Con questo significato il vocabolo nasce in Grecia, dove però non si dava affatto per scontato che affidare la politica interamente al popolo fosse la soluzione ottimale. Molti greci non si fidavano della democrazia e ritenevano che una gestione affidata ad una rigorosa selezione di “migliori”, meglio se anziani ed esperti, fosse una garanzia contro derive demagogiche, fideismi in figure effimere di capipopolo, giustizialismi che potevano diventare solo uno strumento per sfogo di rancori repressi, acrimonia, animosità interne di varia genesi e natura. Non mancava nemmeno chi era convinto che persino una guida individuale autorevole, come fu per Atene quella di Pisistrato, potesse essere un’alternativa migliore alla democrazia. Ma per loro la democrazia era diretta, non vi erano delegati deputati a rappresentare in alto le istanze dal basso: questo significava che un’assemblea plenaria di migliaia di persone, la più parte impreparata, poteva facilmente muoversi in modo ondivago, seguendo chi urlava di più e chi meglio maneggiasse la retorica, e non chi avesse più valori e sapienza logico-argomentativa. Non solo. Non vi era la separazione dei poteri: il che significava che, se tra i magistrati uno si fosse macchiato di una qualsiasi forma di oltraggio alla sua carica istituzionale, sarebbe stato giudicato da una giuria espressione dello stesso potere politico che lui incarnava con la sua persona. Insomma, la guerra del Peloponneso con la degenerazione demagogica degli ultimi anni mise a nudo tutte le imperfezioni della macchina di governo democratica, dando le leve del potere in mano a persone non solo inadeguate, ma il cui fine era più la soppressione del dissidio interno che la guerra a quello esterno. Da allora fu solo crisi della politica, fu solo elaborazione teorico-filosofica senza applicazione pratica, perché la guerra aveva impoverito tutto e tutti, aveva privato le città di uomini giovani e forti predisposti al futuro e aveva lasciato solo anziani rivolti al passato. Così la storia della pòlis, dopo aver vissuto stagioni di alti e bassi, finì schiacciata dalla monarchia militare macedone e da allora la Grecia fu solo una provincia tra le tante di imperi altrove governati. La democrazia, uno strumento politico tanto bello quanto difficile da usare, aveva fallito il suo obiettivo di mettere il popolo al centro e la Grecia era ritornata al punto di partenza: era partita dai principi micenei e dai loro potentati verticistici e autoritari ed era tornata nelle mani di re che si consultavano solo con un ristretto numero di consiglieri. La grande cultura che le diede gloria nel passato si rintanò nelle corti e nelle biblioteche, negli studi scientifici e filologici, nella poesia e nella letteratura per pochi amici, nei cenacoli: nessuno scriveva più per la gloria della patria, nell’interesse del suo popolo; si scriveva per se stessi o per pochi intimi. La politica era tornata nelle mani dei re-soldato, perché le alternative non avevano dato i frutti sperati.

Questa non è storia antica: questa è la stessa storia che descrive l’evoluzione della cosiddetta civiltà occidentale da quando realizza per la prima volta compiutamente la democrazia in Inghilterra e Francia a quando ritorna nelle mani dei politici-soldato proprio a causa del fallimento degli obiettivi democratici, per la disillusione del popolo negli strumenti della rappresentanza, per l’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di persone non elette, per la palese impreparazione della classe politica, per la burocrazia e la partitocrazia che danno vita a caste di arroganti e intoccabili. Le grandi democrazie occidentali sono in crisi per questo: non hanno saputo governare i processi di crescita dei poteri finanziari, delle lobby dell’energia e della comunicazione, che sono diventati dominanti e che manovrano come marionette i politici stessi.

Come sempre in questi casi, la mancanza di fiducia nella guida determina il sentimento di sbando della comunità; da qui la paura che, come mirabilmente scrisse Vittorio Alfieri, “è quella che governa il mondo”.

Amici

Il Fato sa essere anche garbato. Solo oggi, venendoti a salutare, ho scoperto che lì accanto a te, in uno di quei tumuli di terra sabbiosa sotto i pini del cimitero, è arrivato un tuo amico, partito l’11 gennaio, poche ore dopo di te. Che bello vedervi insieme! E oltretutto tutti e due con la stessa risata schietta, che esplodevate sotto i portici del centro, quando vi incontravate. Conservo ancora la Minolta manuale che Giulio ti consigliò e che mi procurò, quando volesti farmi il regalo per la maturità. Correva l’anno 1982. Anche oggi sei riuscito ad insegnarmi qualcosa: che il Fato sa essere riconoscente, mettendoti accanto una brava persona, appassionata come pochi del suo lavoro; per noi che lavoriamo in centro era un piccolo pezzo di storia, se vogliamo, della nostra piccola città. Chi non conosceva Giulio! Si fanno eco tra di loro nel mio cuore le vostre battute in romagnolo, anche se quello di Giulio era un romagnolo decisamente più urbanizzato, meno memore di quelle radici terragne che tu fieramente avevi conservato. Garbato e riconoscente sa essere il Fato. E anche oggi riesci a farmi ritornare a casa sereno. Grazie.

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