La paura

La politica è l’arte più nobile che esista. Politica significa occuparsi dello Stato, ossia della comunità di cui si è parte. Con questo significato il vocabolo nasce in Grecia, dove però non si dava affatto per scontato che affidare la politica interamente al popolo fosse la soluzione ottimale. Molti greci non si fidavano della democrazia e ritenevano che una gestione affidata ad una rigorosa selezione di “migliori”, meglio se anziani ed esperti, fosse una garanzia contro derive demagogiche, fideismi in figure effimere di capipopolo, giustizialismi che potevano diventare solo uno strumento per sfogo di rancori repressi, acrimonia, animosità interne di varia genesi e natura. Non mancava nemmeno chi era convinto che persino una guida individuale autorevole, come fu per Atene quella di Pisistrato, potesse essere un’alternativa migliore alla democrazia. Ma per loro la democrazia era diretta, non vi erano delegati deputati a rappresentare in alto le istanze dal basso: questo significava che un’assemblea plenaria di migliaia di persone, la più parte impreparata, poteva facilmente muoversi in modo ondivago, seguendo chi urlava di più e chi meglio maneggiasse la retorica, e non chi avesse più valori e sapienza logico-argomentativa. Non solo. Non vi era la separazione dei poteri: il che significava che, se tra i magistrati uno si fosse macchiato di una qualsiasi forma di oltraggio alla sua carica istituzionale, sarebbe stato giudicato da una giuria espressione dello stesso potere politico che lui incarnava con la sua persona. Insomma, la guerra del Peloponneso con la degenerazione demagogica degli ultimi anni mise a nudo tutte le imperfezioni della macchina di governo democratica, dando le leve del potere in mano a persone non solo inadeguate, ma il cui fine era più la soppressione del dissidio interno che la guerra a quello esterno. Da allora fu solo crisi della politica, fu solo elaborazione teorico-filosofica senza applicazione pratica, perché la guerra aveva impoverito tutto e tutti, aveva privato le città di uomini giovani e forti predisposti al futuro e aveva lasciato solo anziani rivolti al passato. Così la storia della pòlis, dopo aver vissuto stagioni di alti e bassi, finì schiacciata dalla monarchia militare macedone e da allora la Grecia fu solo una provincia tra le tante di imperi altrove governati. La democrazia, uno strumento politico tanto bello quanto difficile da usare, aveva fallito il suo obiettivo di mettere il popolo al centro e la Grecia era ritornata al punto di partenza: era partita dai principi micenei e dai loro potentati verticistici e autoritari ed era tornata nelle mani di re che si consultavano solo con un ristretto numero di consiglieri. La grande cultura che le diede gloria nel passato si rintanò nelle corti e nelle biblioteche, negli studi scientifici e filologici, nella poesia e nella letteratura per pochi amici, nei cenacoli: nessuno scriveva più per la gloria della patria, nell’interesse del suo popolo; si scriveva per se stessi o per pochi intimi. La politica era tornata nelle mani dei re-soldato, perché le alternative non avevano dato i frutti sperati.

Questa non è storia antica: questa è la stessa storia che descrive l’evoluzione della cosiddetta civiltà occidentale da quando realizza per la prima volta compiutamente la democrazia in Inghilterra e Francia a quando ritorna nelle mani dei politici-soldato proprio a causa del fallimento degli obiettivi democratici, per la disillusione del popolo negli strumenti della rappresentanza, per l’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di persone non elette, per la palese impreparazione della classe politica, per la burocrazia e la partitocrazia che danno vita a caste di arroganti e intoccabili. Le grandi democrazie occidentali sono in crisi per questo: non hanno saputo governare i processi di crescita dei poteri finanziari, delle lobby dell’energia e della comunicazione, che sono diventati dominanti e che manovrano come marionette i politici stessi.

Come sempre in questi casi, la mancanza di fiducia nella guida determina il sentimento di sbando della comunità; da qui la paura che, come mirabilmente scrisse Vittorio Alfieri, “è quella che governa il mondo”.

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