Il Toro di Mitra

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La vita nasce con l’uccisione del Toro da parte di Mitra. La tauroctonia è quindi un incontro tra l’alpha e l’omèga, che in un ciclo continuo, che è quello della natura, muoiono e rinascono, si rinnovano, si perfezionano, dando all’uomo la possibilità di nutrire speranza e fiducia, procurarsi benessere e ricchezza. Il mitraismo fece breccia nei cuori dei soldati romani per questo: non era il freddo contrattualismo del politeismo tradizionale, non era la religione dell’accordo, dell’armonia politica pattuita tra potenti caste sacerdotali e istituzioni civili e militari, non era la religione del formalismo asettico del rito dell’aruspice, non era una religione fondata sul ritualismo di un cerimoniale che si declinava in morfologie ormai avvertite come statiche e solo parte dell’ufficialità cerimoniale. Il mitraismo infondeva nel cuore di oggi una speranza nel domani; e questo per un soldato non è cosa secondaria. Il mitraismo non si ottiene per semplice e fideistica adesione ad un canone fissato su un testo, come avveniva per il giudaismo e per il cristianesimo e come sarà poi per l’islam. Il mitraismo si deve meritare attraverso esoteriche pratiche misteriche e iniziatiche, in cui viene saggiata la qualità del fedele, in modo che il futuro adepto possa condividerne i fondamenti insieme ad altri. Da questa condivisione si esprime quel quid pluris che il mitraismo riceveva agli occhi dei soldati che trascorrevano anni nei castra, soprattutto i più lontani limitanei, quei soldati che dopo la riforma di Diocleziano si trovarono in prima linea a difendere le terre di Roma con meno armi, meno mezzi, meno risorse finanziarie, meno agi urbani, in zone spesso malsane e climaticamente ostili, torride come in Siria e Mesopotamia o gelide come sul Reno o sul Danubio, esposti ad un nemico, quasi sempre numericamente superiore e più forte per il fattore campo, con il quale conveniva più spesso trattare che combattere, purtroppo. E proprio dalle terre di uno di questi ormai secolari nemici, dal regno dei parti, erede dell’impero persiano, veniva quel culto di Mitra che affascinò i soldati di Roma. Furono forse – se dobbiamo dar credito a quel mentitore seriale di Plutarco – le campagne pompeiane d’oriente a cavallo della metà del I sec. a.C. a far conoscere questo culto nuovo, che piano piano si consoliderà nell’esercito per le sue caratteristiche innovative, ma soprattutto perché al soldato che vive nella costante precarietà dava quella fiducia nell’avvenire, dai tratti un po’ soteriologici e un po’ escatologici, di cui avvertiva la mancanza in quel serioso e un po’ burbero mos maiorum che inutilmente il fondatore dell’impero avrebbe voluto ripristinare. Chissà: Ottaviano forse sapeva che si sarebbe rivelato alla prova dei fatti artificioso il suo operare e assurda chimera il suo anacronistico e ormai antistorico intendimento. Ma l’animo umano conserva nella sua parte subliminale tenaci tracce del passato. Quella tradizione del mos maiorum era incardinata su credenze religiose mutuate dal politeismo olimpico dei greci, che si era fatto strada in un mondo italico, dove la natura, vuoi con il duro lavoro nei campi, vuoi con le ristrette economie silvopastorali, vuoi con le rischiose pratiche mercantili, metteva quotidianamente di fronte alla dura legge del sacrificio e del merito, della virtù mai infusa dall’alto per adesione ad un credo, ma conquistata giorno dopo giorno nella lotta contro un ambiente fallace, sempre cangiante, multiforme. E il nome del dio confederale degli Etruschi ne esprime tutta la natura più autentica e profonda: Vertumnus, la stessa base etimologica vert-velt/vort-volt da cui il verbo latino verto, “rovescio, rigiro, ritorno”, ma anche volvo, “rotolo, ritorno”, come l’onda del mare, che avvolgendosi e riavvolgendosi su se stessa, rotolando fino alla battigia, muore e rinasce, e sempre ritorna uguale. I romani lo faranno proprio questo culto ancestrale, questo elemento primigenio, quando sull’Aventino, il colle dell’incontro con l’altro da sé, il colle del popolo, il colle che costituisce la parte complementare del Campidoglio, erigeranno il tempio di Voltumna. È la stessa idea della Forza che nasce dalla naturalità di un ciclo vitale e cosmico, in cui l’uomo è elemento tra gli elementi e, se il suo intendimento è quello di candidarsi ad un ruolo egemone, sa che deve lottare per affermarsi e meritarlo. Il soldato che sceglie Mitra, e che lo adora come un compagno di vita, come un vero amico che gli infonde quotidianamente pace, serenità e amore, altro non fa che rivangare nel fondo dell’animo, rastrellando dalla sua più profonda e lontana estremità questa reminiscenza primigenia, riportandola alla luce ammantata di iconografie aggiornate al mutare delle contingenze, ma senza mai perdere di vista il fondamento primo di tutto: ciò che sei è il risultato di un cimento e di una lotta che ti ha consentito di meritarlo e, se vuoi migliorare, dovrai lottare, superare un altro dei sette stadi mistici e iniziatici, avere un altro animale dopo il primo corvo che ti faccia da compagno, a te elemento tra gli elementi, a te soldato di Mitra. E poi, se meriti, anche tu esprimerai il valore religioso della Forza e ucciderai il tuo Toro; e così da Morte finalmente offrirai, come ulteriore atto di grande generosità verso i tuoi consimili, attraverso il sangue che alimenterà la terra, nuova Forza e soprattutto nuova Vita.

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