Due di noi

Mi affaccio alla finestra dello studio che dà sulla strada principale. I turisti passano in lunga fila diretti su alle piste, e all’incrocio girano tutti su per la strada del passo. È molto freddo oggi; è sereno, ma l’uscita del sole renderà piacevole la loro giornata di sabato sulle piste. Mia moglie con i bambini sono scesi giù in città, loro per andare a scuola, lei per fare acquisti. Per me è una delle rare occasioni per riposarmi. Il lavoro in comune in queste giornate, nel pieno della stagione turistica, lascia poche di queste pause di riposo. Musica e lettura: null’altro mi riposa veramente. Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen con il sottofondo di Eine Alpensymphonie di Richard Strauss. E mi viene da riflettere non tanto sulla musica e sulla letteratura che la montagna ha espresso, quanto piuttosto sul silenzio della montagna stessa. È un curioso scherzo dell’anima questo improvviso interesse per il silenzio, proprio mentre parole e note, la negazione del silenzio, lo stanno combattendo, qui nello studio pieno di libri, che sono fatti di parole, e di musica, che è fatta di note. Alcuni hanno scritto belle pagine sulla montagna e sulla sua essenza spirituale, pagine che spesso son frutto di amore e passione. Altri sono riusciti addirittura a comunicare qualcosa di profondo, talvolta senza nemmeno viverlo da vicino, conoscendolo, quel silenzio, solo da turisti o da frequentatori occasionali. Altri ancora hanno scritto meravigliose pagine spirituali sul significato dell’ascesa, della conquista, della fatica e del sacrificio. Alcune di queste pagine sono diventate classici della letteratura. Non è mancato persino chi ha conosciuto una sua vera e propria via di Damasco dopo un’esperienza di montagna. Che tristezza rendersi conto di tutto questo da un sito internet! La rete è piena di citazioni e aforismi, che spesso purtroppo finiscono per intridersi dello stesso algido sentire delle pubblicità in mezzo alle quali appaiono sul video. L’atto d’amore, credo, non è più bello grazie agli aforismi che condividiamo in rete, anche quando chiama la nostra montagna e il suo paesaggio a sua testimone. L’atto d’amore verso un paesaggio intensamente vissuto e autenticamente amato prende vita da testimonianze reali, che diventano ricordi, che poi diventano immagini, che poi diventano sogni, che poi diventano monumenti nell’anima. E restano. Restano nelle forme più difficili da immaginare, talvolta. Ma restano. E insegnano.

Ebbene, se tanti hanno scritto del silenzio della montagna e sugli effetti che quel silenzio può avere nell’anima, se tanti, anche grandi scrittori, hanno provato a scrivere opere dedicate a questo silenzio, sono pochi, tuttavia, per me che quassù vivo da sempre, quelli che sono riusciti a comunicare qualcosa di forte, di sentito, qualcosa di condivisibile per imparare ad ascoltare e rispettare quel silenzio, che cambia secondo le più bizzarre sintonie dell’anima che lo capta ed entra in empatia con chi vuole secondo regole, spesso beffarde, che non sono scritte in nessun canone. Scendendo nell’anima, questo sentimento ineffabile, privo di parole, privo di suoni, privo di immagini, ma pieno di evocazioni e di emozioni, ha il potere, più di tante parole, di infondere linfa nuova ad un amore che nasce, oppure di dare forza eterna ad un amore di cui resta il monumento nella memoria. Ebbene, essendo ora assessore in un paese di montagna, essendovi nato e vivendo da sempre quassù, mi crederete se vi dico che in questa impresa così difficile è riuscito un giorno un gruppo di ragazzi di una scuola? Sì, ci è riuscito e vi dirò di più: non lo ha fatto con la tastiera di un computer, di uno smartphone o di un tablet; non lo ha fatto scrivendo poesie o romanzi, o girando video, né pubblicando post su un social network. Lo ha fatto con un coltellino e un pezzo di legno, deposto insieme a un fiore in un mucchio di sassi nella neve alla fine di un sentiero che esce dal bosco.

Ma dovete avere pazienza, se vi interessa conoscere la storia. Nel momento in cui il brano musicale arriva al passo indicato nella partitura come Eintritt in der Wald, il tema della marcia, affidato alle pastose e voluttuose sonorità dei corni e dei tromboni, assume per me, pensando a loro due, a loro cui penso spesso in questi momenti, un nuovo significato. Per me è una storia molto dolce e uno dei suoi momenti finali, il Sonnenuntergang, il tramonto del sole nelle note straussiane, ne riesce a comunicare parte dei sentimenti in modo molto intenso, con una malinconia che è però davvero molto originale. Abbandono il libro e il viaggio di Matthiessen nella sua alaya della hima, ossia nella sua casa delle nevi, e mi sprofondo nella mia casa della neve, la mia montagna, che a loro due, cui è andato il mio pensiero, e alla loro storia oggi deve tanto rispetto. Come sempre succede in questi casi, mi tocca tornare un po’ indietro. E nel farlo, credetemi, la commozione mi prende, come prende chiunque di noi qui in paese, nel riandare a quei giorni di alcuni anni fa. Furono i suoi amici a convincermi a scrivere queste pagine, raccogliendo testimonianze, messaggi dai telefonini, qualunque cosa, persino messaggi dalla chat che usiamo per i momenti di emergenza. Tutto mi fu mandato. Ho provato a mettere insieme una storia da quel materiale immenso di parole, che da tanti amici allora mi arrivò: per qualcuno sicuramente sarà una storia di due persone come tante di quelle che vivono questi paesaggi. Forse sì. Non lo posso negare a chi lo afferma. E forse proprio questo è il suo bello; forse proprio questa è la ragione che mi ha convinto a procedere e a comporre.

Intanto i due protagonisti. Lei era insegnante di matematica giù in città. Lui era un impiegato della nostra banca e veniva anche lui dalla città, pur essendosi trasferito qua. Quante volte mi sono arrabbiato quando alcune persone del paese non lo consideravano nei primi tempi ‘uno di noi’. Le nostre comunità sono piccole. Non pochi sono gli sforzi che devono fare per accettare persone che vengono dalla città. Ma ogni tanto ci riescono. Quanto devo combattere, quando scendo in città e mi devo sempre difendere da questa accusa! Nel suo caso ci siamo riusciti: lo abbiamo accettato come uno di noi, seppur non immediatamente. Ma la cosa bella della storia, forse la cosa più bella di tutte, è stata un’altra: anche lei, pur non essendo mai venuta in paese, se non a casa di lui, pur non essendosi mai trasferita quassù, è diventata piano piano ‘una di noi’. E questo sì che ha veramente dell’incredibile. Ecco perché la loro storia rimarrà come una dolce pausa di tenerezza nella storia di questo paese, che ha conosciuto sacrifici e povertà, emigrazione e separazioni, lutti e tragedie, ma che ha vissuto ben pochi episodi che ci hanno pervaso dell’intensità dell’amore, come quella che da loro due con veemenza si espandeva, con la forza di un irrefrenabile contagio che in quegli anni ci coinvolse tutti. Ci siamo conosciuti, lei ed io, tanti anni fa come colleghi, entrambi ancora precari, non di ruolo, al liceo scientifico giù in città, dove lei insegnava matematica, io italiano e latino. In quel caso ero io, che scendevo dalle valli, a dover esser accettato come uno di loro. E non ho mai capito perché noi, gente di montagna, quando, secondo la vulgata comune, ‘discriminiamo’ e veniamo descritti come poco propensi ad aprirci a chi non vive da noi, immediatamente diventiamo famosi come modelli negativi di chiusura e di arretratezza, mentre loro, quelli di città, se fanno la stessa cosa con noi, non discriminano. Vorrei provare ad andare un po’ oltre questi luoghi comuni, perché – ecco, questo è per me molto importante – il bello di questa storia è proprio anche nel fatto che ha dimostrato che si può andare oltre queste idiozie e queste assurde paranoie. Quell’incisione su quel tronchetto di legno che resta lassù al passo, al termine della ciclabile, che un tempo fu una carrareccia forestale e d’inverno una pista per sci di fondo, quell’incisione che è per tutti noi il più bel ricordo di quella stessa storia d’amore e di passione, non è stata scritta da ‘uno di noi’, ma molto probabilmente da un ragazzo o da una ragazza, o da più ragazzi insieme di una classe di una scuola di città, che quassù vengono a divertirsi, ad arrampicarsi, a camminare, a ciaspolare, a sciare. Eppure alla loro anima quel silenzio, evidentemente, ha saputo parlare con la stessa forza con cui parla alle nostre.

Ma torniamo alle persone. Siccome lei nei primi anni guadagnava poco come supplente e spesso non riusciva nemmeno ad avere la cattedra completa, cercava lavoretti per poter pagare l’affitto. La sua famiglia era lontano, nel sud, e non aveva disponibilità economiche per mantenerla, qua dove oltretutto la vita costa molto di più. Sapeva sciare, perché veniva da una regione di montagna, dove la neve non è certamente una rarità. E venendo su nel nel fine settimana, imparò che la società che gestiva gli impianti del passo e il noleggio dei materiali aveva bisogno di più personale in quelle giornate di superlavoro, persone da tenere agli casse delle biglietterie e degli skipass o nel negozio dove si effettuava il noleggio di sci da discesa, da fondo, ciaspole, slitte. Fu così che si conobbero. Lui veniva con gli amici e i colleghi del paese o anche di città il sabato e la domenica a trascorrere qualche ora sulle piste. Fu singolare il modo in cui fecero conoscenza. Lui si mise in fila per fare un abbonamento giornaliero. Lei commise un errore nel calcolo di un biglietto, in cui avrebbe dovuto applicare uno sconto, che viene praticato ad alcune persone del posto, tra le quali, giustamente, i dipendenti della banca che sponsorizza tante nostre iniziative sportive e ci porta tante persone sulle piste con la sua pubblicità. Il direttore fu molto maleducato e duro con lei, che era alle primissime armi in quel lavoro e la sgridò di fronte ai clienti in fila. Lui chiese di entrare nell’ufficio della biglietteria e parlando con il direttore riuscì a fargli capire quanto era stato esageratamente duro con quella ragazza, che aveva commesso un errore, che chiunque nella sua posizione avrebbe potuto commettere. Non solo. Riuscì a convincere il direttore a scusarsi con lei. L’uomo ammise che nella foga dello stress della giornata di superlavoro nel fine settimana aveva ecceduto e i tre si ritrovarono a pranzare insieme per suggellare un’amicizia nuova. Quando il direttore degli impianti per primo si alzò da tavola, lasciandoli soli, i loro occhi si incontrarono per un attimo. Lei sorrise. Lui mise la sua mano su quella di lei e le chiese quando avesse un po’ di tempo libero per provare il nuovo tracciato della pista di sci di fondo, di cui lui era più appassionato. Quel giorno era lì sulle piste di discesa solo per far compagnia agli amici della sede centrale che erano venuti su dalla città. Era un sabato. L’indomani lei non avrebbe lavorato e fu così che si diedero appuntamento alla casetta di legno, che fungeva da biglietteria per l’ingresso nel centro di sci di fondo. Nacque tutto lì. Sul nostro passo. E per anni noi li vedevamo lì. Lei veniva su anche durante la settimana e spesso andavano insieme a sciare negli anelli di fondo in inverno o a ciaspolare per i sentieri che lui conosceva come le sue tasche, oppure, in primavera e in estate a camminare su quegli stessi sentieri, che conoscevano alla perfezione. La cosa che contagiò tutti noi fu la potenza dell’amore che emanava il solo vederli insieme. Ovunque fossero, erano abbracciati. Appena poteva, lui se la stringeva e la baciava in modo appassionato, che fossero su un sentiero con le ciaspole, dove li vide un giorno Luigi, il responsabile del soccorso alpino, o che fossero nel parcheggio di un rifugio, dove li vide tante volte Guido, il titolare di quello situato a metà della strada per il passo, dove d’estate partono i sentieri che portano su al valico. Quando scrissi la pagina di presentazione all’ultima edizione della guida escursionistica, gran parte delle informazioni sulla descrizione dei percorsi proposti ai turisti era venuta proprio da loro due. Mancava solo la passione di quei baci e di quegli abbracci in quella guida. A me mancava davvero tanto. E non solo a me.

Poi, dopo tanti anni in cui loro due erano come diventati l’immagine della gioia e della spensieratezza per tanti di noi in paese, qualcosa cambiò. Lei veniva su meno spesso. Lui andava giù più spesso. Nessuno seppe mai cosa stesse succedendo. Alle poche domande che qualcuno in banca o fuori gli faceva lui rispondeva in modo elusivo. Il silenzio delle nostre montagne ha tanti volti. Spesso assume quello del segreto. E quando il silenzio diventa immagine del segreto, facilmente finisce per essere tirato per la giacca. Non ho mai voluto ascoltare voci. Ho preferito mettermi in ascolto di quel silenzio, avendo, come tanti del resto, intuito che quello che nascondeva forse non sarebbe stato qualcosa di bello come quello che finora avevamo vissuto grazie al loro lungo e irrefrenabile contagio d’amore. Nicola o Lorenzo, i due finanzieri che hanno la sede della loro piccola stazione, proprio di fronte a casa loro, quante volte scherzosamente ci comunicavano il momento in cui in casa di lui si spegneva la luce della cucina al piano terra e si accendeva quella della camera al primo piano. Questo paese abitato ormai soprattutto da anziani, che vive di turismo e di lavoro pendolare, attendeva il messaggio di uno dei due finanzieri, anche loro provenienti da fuori, anche loro faticosamente ammessi e diventati ‘due di noi’. Qualcosa cambiò, insomma, e mi sembra giusto che la storia inizi da un momento particolare, un venerdì mattina. Lei riapparve dopo un lungo periodo di assenza. E la notizia della sua ricomparsa fece in un attimo il giro del paese. Il proteiforme silenzio della montagna prese in un attimo le sembianze di un cicaleccio mediatico, in cui assunsero forma narrativa le più fantasiose ricostruzioni.

Guido stava spazzando l’ingresso del bar e stava pulendo anche l’area del parcheggio. Il vento aveva portato lì ogni residuo dell’umana inciviltà: fazzoletti di carta lanciati dai finestrini, lattine di bibite abbandonate, bottigliette vuote di plastica che ruzzolavano qua e là, persino un pannolino lasciato per terra accanto ad un cassonetto. Iniziò a piovere, era acqua mista a neve, proprio quando i due scesero dall’auto nel parcheggio da dove partiva il sentiero. Era un venerdì mattina, giornata di lavoro. Si sarà preso un giorno di ferie, pensò di lui. Di lei già sapevano tutti da anni che il venerdì era il suo giorno libero. Guido, che li conosceva bene, come del resto tutti noi, da anni, li salutò da lontano e li sentì parlare tra di loro.

“Non credo che sarà un bella giornata per arrivare lassù. Andiamo lo stesso?”, chiese lei.

“Adesso ci prendiamo un caffè. Poi decidiamo”, rispose lui, mentre lasciava le scarpe da ginnastica e le calze con cui aveva guidato e indossava le pedule e le calze termiche. Lei, non dovendo guidare, aveva già le pedule ai piedi. Presero gli zaini e andarono verso il bar. C’erano solo loro. Era giornata feriale. Il tempo era brutto. Non era giornata da escursioni quella. Al bar presero due caffè macchiati. Si sedettero in silenzio. Lui guardava fuori. Lei guardava le proprie mani. Nessuno dei due osava incrociare gli occhi dell’altro.

Passarono i minuti in silenzio, lasciandosi avvolgere da quello che è il signore incontrastato di questi luoghi da sempre. Un silenzio che ha la peculiarità straordinaria di poter essere interpretato secondo le circostanze, secondo le giornate, secondo il clima, secondo le persone che lo ascoltano e ne restano pervase e spesso anche stregate. Guido aveva la sua interpretazione e, conoscendoli da anni, aveva il presentimento che quella sua interpretazione non fosse affatto lontana dal vero.

“Allora? Cosa facciamo?”, chiese lei, mentre ciò che dall’alto scendeva diventava sempre più neve.

“Andrei lo stesso”, disse lui.

“Sarà tutto fango e neve farinosa.”

“Sì. Sarà tutto fango.” Ci fu una pausa. Lui continuava a guardare fuori. Lei continuava a tenere gli occhi bassi, fissi sulle proprie mani incrociate e poggiate sul piano del tavolino in legno del bar. Quando lei ebbe ricordato il fango, il suo pensiero aveva prodotto una frase. Stava per pronunciarla, ma si frenò. “Non era forse fatta di fango la loro relazione in quel momento? Non era forse stato volutamente gettato fango a manciate su quella vita. Da chi? Perché?” Stava per pronunciare la frase. Ma all’ultimo momento si frenò. Lei gli aveva chiesto di fare quell’escursione. Lui aveva accettato. Insieme erano partiti. Insieme si trovavano seduti allo stesso tavolino dello stesso bar. Insieme dovevano decidere se partire o no. Insieme dovevano decidere come affrontare quel fango. La pioggia aumentava. Le gocce disegnavano sul vetro della finestra, accanto alla quale si trovava il loro tavolino, tracce che si rincorrevano e alla fine, dopo una lunga rincorsa, si univano. Le dita di lei tamburellavano sul tavolino della sedia. Era nervosismo? Era indecisione? Era paura? Lui aveva paura. Non lo poteva dire. Aveva tanta paura. Forse anche nei gesti di lei c’era paura? Era stata in silenzio per tutto il viaggio in auto, muovendosi nervosamente accanto a lui.

“Andiamo”, decise lui alzandosi.

Lei lo seguì. Ringraziarono e salutarono Guido, che li seguì a sua volta con lo sguardo. Egli notò il gesto molto particolare con cui lui aveva aperto la porta a lei: aveva tossito, un colpo di tosse nervoso, aveva aperto la porta, aveva abbassato gli occhi, aveva invitato lei a passare e poi aveva lasciato richiudere la porta con un colpo di tosse, sempre di quelli che tradiscono nervoso. L’uomo andò alla finestra e li seguì. Lui controllò che la macchina fosse chiusa bene. Infilarono le pedule nelle ciaspole e misero le ghette. Indossarono i guanti e misero gli zaini in spalla. Impugnarono i bastoni e, senza mai profferire parola, partirono. Che coppia incredibile!, pensò Guido. Il vento girò. La temperatura si abbassò di quanto bastò per trasformare l’acquerugiola fine mista a neve, prima in nevischio e poi in neve. Li vide fermarsi per un attimo alla carta murale dei sentieri attaccata sotto la tettoia di legno. Parlarono a lungo. Parlarono animatamente. Lui sembrava molto preoccupato. Lei sembrava impegnata a tranquillizzare lui. Li vide partire. Lei davanti. Lui dietro. Tutti e due con la testa bassa. La nevicata s’infittì e la coppia scomparve alla vista, divorati dal silenzio complice della montagna. Il televisore era sintonizzato su un canale locale che diffuse un bollettino meteo: neve oggi e neve anche dopodomani.

“Che sentiero prenderanno?”, chiese Luigi a Guido, il barista.

“Di solito arrivano al rifugio. Sono venuti spesso. Era da tanto che non li vedevo.”

“Avranno i ramponi? Su in cima ci sono tratti ghiacciati.” Luigi era il responsabile del soccorso alpino. Sapeva di cosa preoccuparsi, quando c’erano escursionisti in cammino in condizioni climatiche un po’ particolari come quelle. Ieri la temperatura era improvvisamente salita. La neve in superficie si era sciolta. Ma il fondo ghiacciato, che si era formato sotto, era sempre un’insidia se la neve sopra non si compattava con quello che c’era sotto.

“Bisogna sapere usare bene i bastoni per capire cosa si ha sotto.”

“Sanno fare. Non è quello che mi preoccupa.”

“E cosa ti preoccupa, Guido?”

“Non hanno quasi detto una parola da quando sono scesi dall’auto a quando li ho visti prendere il sentiero. Hanno parlato del tempo previsto, dicendo due parole qui al tavolino. Li ho visti discutere animatamente all’inizio del sentiero. Poi sono partiti.”

“Persone silenziose. Il modo in cui si amano da anni qui in mezzo a noi è una delle cose più belle del nostro paese che sta morendo in questo silenzio. Il loro è un silenzio che ci anima.”

“Non sempre. Il silenzio è la cosa più difficile da interpretare.”

“Già. Fammi una spremuta d’arance, Guido!”

Salivano lentamente, alternando in modo ritmato bastoni e ciaspole. Lei davanti. Lui dietro. Camminarono così in silenzio per tre ore nella neve. Lei saggiava sempre il sentiero con il bastone prima di piantare i denti della racchetta nella neve. Erano esperti. Conoscevano bene quei sentieri. Lui le aveva insegnato a rispettare quel paesaggio.

“Quando si sono conosciuti? Ormai fanno parte così integrante della nostra vita che dimentico certi momenti,” chiese Luigi a Guido.

“Qualche anno fa. Lei veniva dalla città. Era insegnante di matematica. Lavorava saltuariamente su al passo agli impianti, un po’ in ufficio, un po’ allo sportello della biglietteria, pur essendo laureata e facendo delle supplenze con cui non riusciva però a mantenersi. Veniva su solo nel fine settimana, quando hanno bisogno di più personale. Lui aveva il pomeriggio libero e andava su con le ciaspole, oppure caricava gli sci in auto e andava a fare qualche pista. Dicono che si sono conosciuti così, su agli impianti. Lei fece un giornaliero sbagliato. Lui andò in ufficio skipass a protestare e il direttore dell’ufficio gli diede ragione. Quando lui vide che il direttore stava rimproverando duramente la ragazza allo sportello che aveva commesso l’errore, intervenne in sua difesa, dicendo che tutti possono sbagliare e che non riteneva giusto che una persona fosse umiliata così di fronte ai clienti. Non perse l’amicizia del direttore degli impianti, che ammise il suo errore, ma guadagnò l’amore di lei. Così si dice.”

“Poi?”

“Poi … boh … poi lo sai anche tu.”

“No. Non so proprio niente.”

Guido trasalì. Aveva un’incredibile occasione per raccontare qualcosa di assolutamente vergine. Luigi, che non era del loro paese, ma abitava in un altro della vallata, in effetti non era uno che si impicciava molto dei fatti altrui. Guido si sedette ad un tavolino del bar ormai vuoto. Fuori nevicava in modo veramente forte e fitto.

“Ecco. Non è una storia come tutte le altre. Qua in montagna non siamo abituati a queste storie, come dire?, complicate.”

“Complicate in che senso?”

“Nel senso che non sembrano storie per gente come noi. Sembrano storie per gente di città.”

“Lei è di città.”

“Sì, ma lui non propriamente. Cioè, un po’ lo è, ma non proprio. È uno di noi, ma non del tutto.”

“Spiegati meglio, Guido.”

Luigi, che era stato in piedi in mezzo al bar, si tolse il giubbotto giallo catarifrangente e si sedette allo stesso tavolino. Il vento si stava alzando. Era preoccupato per quei due là in mezzo alla bufera.

“Non è nato qui da noi. Venne qui qualche anno prima che tu diventassi il responsabile del soccorso alpino. Ma tu qui in montagna eri nato, anche se non nel nostro paese, ti eri allontanato per studiare e poi sei tornato quando ti sei separato. Lui invece è venuto per trasferimento per motivi di lavoro dalla sua banca. Ha chiesto lui di venire qua. In banca dicono che non era mai successo che uno volontariamente volesse venire in una sede così decentrata, tanto che, per mandare qualcuno quassù, dovevano usare i giovani neoassunti. Nessuno ha mai saputo perché sia venuto qua. Ma la cosa che ha stupito tutti era la disinvoltura con cui viveva la montagna, proprio come se ci fosse nato.” Guido fece una pausa. Proseguì Luigi:

“Lunghe camminate da solo. Ore sugli anelli di fondo sempre da solo. Ore con le ciaspole da solo. Lo so. Ricordo bene. I carabinieri mi hanno detto più volte che temevano che prima o poi gli succedesse qualcosa nel fare tutte queste uscite da solo.”

“Sì. Ma io non sono mai stato preoccupato. È persona esperta e sicura. Quando lo vedo partire da qui mi pare sempre felice. Eppure oggi tutti e due abbiamo capito che qualcosa non va.”

“Tu l’hai capito.”

“Anche tu l’hai capito, Luigi. Lo vedo che sei preoccupato, pensando a loro due nella bufera di neve. O no?”

“Sì. Sono preoccupato. In banca non sembrava diverso. Ci sono stato due giorni fa.”

I due uomini si fermarono. Luigi finì di bere la sua spremuta d’arancia. Si alzò. Salutò Guido, nel momento in cui parcheggiò nella neve l’auto della Finanza. Scesero dall’auto i due sottufficiali, Nicola e Lorenzo, che Guido conosceva bene e a cui offrì il caffè.

“Si è messo d’impegno Giove questa mattina,” commentò uno dei due entrando.

“Sì, Nicola.”

“Poca gente, eh!”

“Niente gente, come vedi. Com’è la strada per venire su?” chiese Guido.

“Non male. C’è passaggio di auto e già 300 metri più giù diventa pioggia.”

“Cosa vi porta qua, Nicola?”

“Il vento forse,” rispose il finanziere. Classica risposta. Guido sorrise e disse: “Stanno chiudendo gli impianti su al passo. Da qui ad andare su credo che sia più difficile. Non ho visto passare ancora nessuno a pulire.”

“È appena iniziato. Lorenzo, prova a salire e guarda com’è la strada. Se c’è bisogno, facciamo una telefonata e vediamo di fare venire qualcuno.”

L’altro finanziere, con i gradi di brigadiere, uscì, riprese la fuoristrada e partì. Quel bar si trovava a metà della strada che da fondovalle portava al passo. D’estate era il punto di partenza di alcuni sentieri che, attraverso il bosco, arrivavano su al passo e da lì ai laghi alpini poco sopra, dove si trovava la stazione a monte degli impianti delle piste da sci.

Nicola commentò: “Aspettiamo cosa ci dice Lorenzo. Poi decidiamo se chiamare uno spazzaneve. Ma mi sembra che da qui in su non passi nessuno.” Poi vide l’auto dei due escursionisti parcheggiata all’esterno accanto a quella di Guido e chiese: “Hai ospiti nelle camere?”

“No. È l’auto di due escursionisti. Loro due.”

“Loro due?” Nicola sapeva che l’espressione si riferiva all’impiegato di banca, proprietario della casa di fronte alla sua stazione, e all’insegnante, che spesso veniva su dalla città in quella casa e che anni prima aveva lavorato anche agli impianti, per mantenersi l’affitto in città.

“Sì, loro due. E la cosa oggi non mi piace per niente, Nicola.”

“Spiegati meglio, Guido.”

“Erano diversi dal solito. Non hanno detto una parola. Ma soprattutto sono venuti qui dopo tanto tempo.”

“Lei non si vedeva in paese da qualche settimana, infatti. Quindi oggi è tornata?”

“Direi di sì. Hanno fatto colazione qui, si sono messi le ciaspe e sono saliti per il 103.”

“Sarà una fatica da minatore con questa neve fresca salire su un sentiero non battuto.”

“Più che la fatica mi preoccupa l’animo con cui sono saliti. Sembrava quasi come …”

Guido non trovò le parole. Nicola si era incuriosito, si girò nervosamente il berretto tra le mani e rimase in attesa di una continuazione che non ci fu.

“Sono sempre state due persone particolari. Lui impiegato di banca, lei insegnante. Tutti e due vivono da soli, lui quassù in paese, lei giù in città. Lei che viene su la sera e nel fine settimana e che passa qua le vacanze. Persone particolari, ma che forse amano questi posti più di tanti di noi che ci viviamo. Questo va ammesso, no?” chiese il finanziere.

Guido non aveva ascoltato quelle parole. Cercava ancora la conclusione della frase che aveva lasciato a metà.

“Abbiamo il loro numero in caso di necessità?” chiese Nicola.

Guido guardò nel cellulare. Non aveva il numero. “Ma Luigi per me ne ha tanti di numeri di persone del paese. Forse lui ce l’ha. Vuoi che glielo chieda? Sei preoccupato?”

“Tu mi hai messo preoccupazione.”

Guido mandò un messaggio a Luigi, che rispose subito inviando il numero richiesto.

“Visto! Abbiamo un soccorso alpino efficientissimo”, commentò Guido.

Lorenzo intanto era arrivato al passo e chiamò Nicola dicendo che la strada si stava innevando e che forse era il caso di chiamare qualcuno a pulire, perché, anche se c’era poca gente a sciare nelle piste, c’erano diverse persone arrivate presto negli anelli di fondo e che presto sarebbero scese. Gente del posto, che approfittava delle neve appena battuta e delle piste ancora poco usate per allenarsi in condizioni migliori, cosa che anche lui, il nostro impiegato di banca, spesso faceva. Nicola, avvalendosi del suo grado superiore di maresciallo che comandava il piccolo comando, incaricò il brigadiere di chiamare lo spazzaneve.

Luigi intanto era arrivato al bar del rifugio situato alla stazione a valle degli impianti, dove terminava il sentiero che saliva su dall’altro rifugio, quello di Guido. Rimase in zona tutta la mattina. Il suo servizio durava tutta la giornata, praticamente fino alla chiusura degli impianti e alle prime ombre della sera. Verso mezzogiorno li vide arrivare, molto provati e affaticati. Apparentemente non erano infelici. L’intensità della nevicata non era calata. Il vento la portava a folate su al passo. Sulle piste la visibilità era compromessa e gli impianti erano stati fermati. L’addetto al gatto delle nevi aveva rinunciato a battere le piste e aveva parcheggiato il mezzo accanto all’auto del soccorso alpino dentro la quale era Luigi.

“Non c’è più una via di mezzo qua. O non nevica per due mesi. O in un giorno ne vengono due metri,” disse l’uomo scendendo dal gatto, con cui aveva cercato inutilmente di tenere battute le piste per i pochi temerari che ancora cercavano di scendere. In quel momento c’era solo qualcuno che scendeva a mangiare. La cabinovia e le quattro seggiovie erano state fermate.

Anche Luigi scese dall’auto. “Non lamentiamoci. Domani è sabato e faremo il pieno, Bob.” E lo seguì dentro al rifugio, accodandosi agli sciatori che erano già scesi e che avevano appena depositato gli sci sugli appositi supporti, sia discesisti che venivano dalle piste lì sopra, sia i fondisti che venivano dall’anello molto amato soprattutto dagli sportivi locali, situato dall’altra parte della strada. Anche questi ultimi si lamentavano per non aver potuto sciare. Roberto, detto Bob, li vide anche lui arrivare con le ciaspe e commentò: “Ecco una cosa da fare oggi: una bella passeggiata con le ciaspe. Loro due non se lo fanno certamente dire da noi, quando è il giorno ideale per venire su con le ciaspe. Era un po’ che non li vedevo. Mi fa piacere che siano tornati anche loro.” Anche Bob li conosceva bene.

“Lui non è mai andato via,”, corresse Luigi. “È lei che mancava da un po’.”

Entrarono nel rifugio. Non era grande come quella di Guido la sala bar e in più era affollata dai pochi sciatori che avevano sfidato le previsioni ed erano saliti lo stesso. Trovarono un solo tavolino libero e lo occuparono subito. Luigi si ricordò in quel momento che Bob aveva una figlia che a scuola come insegnante di matematica aveva proprio lei. E infatti la donna salutò con un cenno a distanza Bob, che aveva riconosciuto come genitore di una sua alunna.

“È sempre una persona sorridente. Oggi mi sembra triste. Hai visto come mi ha salutato?”

“Li abbiamo visti partire giù da Guido. Hanno preso il sentiero da lui. E lì hanno lasciato l’auto. Hanno fatto colazione da Guido senza dirsi una parola.”

Bob chiamò la figlia e le disse dell’incontro che aveva appena fatto: la sua prof di matematica. La figlia gli rispose che il venerdì era il suo giorno libero e che era tornata al lavoro proprio il giorno prima dopo una lunga malattia di quasi un mese. Lo riferì a Luigi, che lo riferì a sua volta a Guido. Nicola e Lorenzo i due finanzieri arrivarono per il pranzo al rifugio. Si sedettero con Luigi e Bob. Appresero anche loro la notizia della lunga assenza dal lavoro per malattia della donna.

I due erano seduti ad un tavolo non lontano da loro. Luigi e Bob davano loro le spalle, ma i due finanzieri li vedevano bene in faccia. Nicola disse:

“Lei in effetti pare molto affaticata. Lui meno. Hanno fatto una bella salita di quasi quattro ore. Hanno impiegato un’ora più del previsto. Sicuramente hanno trovato tratti con molta neve, che andava battuta bene e questo li ha rallentati. Di solito sono ciaspolatori veloci. Adesso stanno parlando. Lui sembra molto dolce con lei. Lei sorride poco adesso. In effetti pare che solo lui stia parlando.”

I due stettero poco seduti al rifugio. Mangiarono un piatto di pasta e ripartirono quasi subito, sicuramente sapendo di avere tanta strada da percorrere e desiderando arrivare all’auto prima del buio. La montagna li riaccolse con la stessa dolcezza e lo stesso incanto con cui li aveva sempre accolti in quegli anni, ma quel vento che cambiava spesso, quelle nubi che si alzavano e riabbassavano improvvisamente, volevano come comunicare qualcosa di anomalo. Luigi e Bob lo presagivano. I due finanzieri restarono in silenzio. Sapevano che la loro piccola stazione era troppo spesso stata usata dal paese come osservatorio privilegiato per avere notizie sulla presenza o sull’assenza di lei. A quello si limitavano le curiosità della vecchia, stanca e rispettosa anima di quel paese. E Nicola sapeva che il silenzio suo e di Lorenzo era stato vissuto con preoccupazione dalla piccola e sempre solidale comunità, che al suo impiegato di banca e alla sua amata compagna di viaggio era legata da un affetto che tutti davano per scontato, ma nessuno avrebbe mai saputo descrivere con parole. La montagna vive anche di queste recondite ineffabilità.

Per tutto il pomeriggio le notizie si rincorsero giù in paese su di loro. Tutti erano convinti che stessero rompendo e già erano partite le ricostruzioni sulle possibili motivazioni della rottura. Altri parlarono di problemi economici. Altri addirittura vociferarono di un trasferimento che lui avrebbe avuto altrove. Lui aveva preso un giorno di ferie dall’ufficio, all’ultimo momento, trovando le sostituzioni in fretta, adducendo come motivazione un problema personale molto importante. Il direttore non aveva creato difficoltà e gli aveva consentito di godere del giorno di ferie richiesto. Il suo vicino di casa disse che da alcune settimane non cenava a casa sua e che quasi tutti i giorni, appena uscito dal lavoro, scendeva in città e tornava solo la sera tardi. Un collega disse che da alcuni giorni lo vedeva parlare in modo molto animato al cellulare, con tono molto preoccupato. Usciva spesso dal suo ufficio, andava in strada e gesticolava molto, andando avanti e indietro. Al bar in piazza non lo si vedeva da tempo. Guido li vide ritornare all’auto parlando tra di loro. Notò un particolare che non mancò di segnalare in un messaggio a Luigi: lui aiutò lei a togliersi ghette e ciaspole, cosa mai fatta. Dopo avergliele tolte le accarezzò dolcemente il viso e lei rispose con un sorriso altrettanto dolce. Ogni illazione su un litigio si infranse dopo quel messaggio. Tutto sembrava di nuovo a posto tra i due nelle fantasticherie mediatiche del piccolo paese. Ma qualcosa che non andava ci doveva essere: di questo tutti erano convinti.

L’indomani ritornarono. Fu una meravigliosa giornata di sole. Era sabato. Arrivarono sulle piste centinaia di persone, dopo l’abbondante nevicata del giorno prima. Ma loro due andarono su direttamente al passo. Non avevano ciaspe, ma sci di fondo e rimasero sugli anelli a lungo, facendo spesso pause di riposo al rifugio. Nel primo pomeriggio scesero e si fermarono giù al bar dell’altro rifugio, quello di Guido, a metà strada, venendo su dal paese. Luigi era già sceso prima di loro e aveva informato l’amico, con cui non aveva potuto parlare molto, per via della mole di lavoro che impegnava il bar gremito sin dalle prime ore del mattino. Guido aveva cominciato con le colazioni. Poi da lui erano scesi a mangiare tutti quelli che non avevano trovato posto nei più piccoli locali su al passo, sia nella stazione a monte, sia in quella a valle degli impianti.

Loro due avevano trovato posto verso le 15,30 su un tavolino appartato in un angolo del locale ed erano rimasti lì seduti per lungo tempo. Il loro animo appariva molto diverso da quello della giornata precedente, quando erano stati visti parlare poco, un po’ al bar, alla partenza e poi all’arrivo del tratto in salita, e quando al momento della ripartenza era stato notato quell’aiuto che lui aveva offerto a lei e che Guido aveva registrato come episodio singolare, mai capitato prima. Lo stesso Guido notò un clima particolare tra loro due. Eravamo tutti abituati a vederli spensierati e sorridenti. In quel momento parlava solo lui. Lei appariva molto stanca e provata dalla giornata sugli sci, ascoltava lui, ogni tanto girava la testa come perdendosi fuori del locale con riflessioni incuranti di quello che lui le stava dicendo. Arrivò la sera e tra le persone del paese ricominciò il tam tam di messaggi, in cui si parlava ancora molto di loro due, della ricomparsa di lei dopo tanto tempo e così visibilmente cambiata, affaticata, singolarmente silenziosa.

Per la domenica era prevista un’altra perturbazione e altra neve a partire dalle ore centrali della giornata. Come due giorni prima arrivarono con le ciaspole e lasciarono l’auto giù al rifugio di Guido, che notò che tra di loro c’era più comunicazione questa volta. Si fermarono a fare colazione, lo salutarono cordialmente entrambi, ma senza fermarsi a parlare con lui, cosa che in passato facevano regolarmente. Lui appariva sostanzialmente lo stesso di sempre; lei molto diversa. Era come, pensò Guido, se dieci anni le fossero saltati addosso in un attimo. Non li vide più nessuno quel giorno in giro. Non furono visti al passo. Per chi conosce quelle montagne, in giornate di neve che scende regolare, non di bufera come due giorni prima, la possibilità di addentrarsi in percorsi secondari offre opportunità meravigliose a chi sa ascoltare e rispettare quel paesaggio. Solo Guido li rivide tornare all’auto, senza fermarsi al bar come di consueto. Arrivarono: lei abbracciata a lui. Ma Guido, che era andato alla finestra e osservava attentamente la scena, aveva notato in quell’abbraccio un modo di volersi sentire vicini, che non sembrava dettato da amore. Vedeva sofferenza negli sguardi e nei lenti atteggiamenti di tutti e due. Forse per quello non erano voluti entrare nel rifugio. Accompagnò con lo sguardo l’auto, che ripartì nella neve, che continuava, debole ma incessante, a scendere sin dal mattino. Non si sarebbero più visti sui sentieri e sulle piste del passo. Bob disse solo che dalla figlia aveva appreso che lei era di nuovo assente da scuola e che nessuno sapeva niente. Chi sapeva forse taceva. Il silenzio, nelle sue tante metamorfosi, quella volta aveva preso quella nuova forma del sagace, reciproco rispetto. Nella vita di questa gente fiera e sempre solidale il rispetto è sempre stato un valore importante, un fondamento, un cardine della vita dell’intera comunità. Il silenzio di lui in banca. Il silenzio di Nicola e Lorenzo sulla sua casa. Il silenzio degli altri vicini. Il silenzio di chi non lo vedeva più al bar di piazza. Il silenzio di chi lo vedeva ansioso di chiudere l’agenzia della banca, per precipitarsi giù in città. Era una comunità intera precipitata in un silenzio da cui si era lasciata avvolgere nel segno di un antico rispetto tramandato di generazione in generazione. Un silenzio che era anche un’attesa di un segnale. Nessuno si esponeva in una direzione o nell’altra. Ma quello che non riusciva assolutamente a coprire con il suo manto quel silenzio era il sentimento di sofferenza generale, che si avvertiva in un paese che nel loro amore aveva addirittura visto la possibilità di rinascere.

Una domenica alla fine del sentiero che dal rifugio di Guido portava al passo, sul piazzale del parcheggio delle auto degli sciatori che vanno a prendere gli impianti della cabinovia e delle seggiovie delle piste, apparve un mucchietto di pietre a formare un piccolo cono. Tra due pietre una foto di lei e sotto la foto un piccolo tronchetto di legno spaccato longitudinalmente e recante un’incisione: “La tua anima vivrà sempre in queste pietre, in questo legno, in queste nevi, perché queste pietre, questo legno e queste nevi non sono solo qui, parte di questo paesaggio. Sono eternamente vive nella mia anima.” Luigi lo vide per primo. Fece la foto e la mandò agli amici più stretti.

Dal giorno successivo, ogni giorno nella pausa del pranzo, lui saliva al passo e aggiungeva un sasso in quel luogo, si sedeva per terra, ogni tanto depositava un fiore. Si rialzava e tornava al lavoro. Il paese del silenzio non gli chiese mai niente. Tutti avevano ovviamente capito il dolore che quel manto di silenzio aveva dovuto proteggere. Tanti privatamente, ma molto discretamente, gli manifestarono la loro vicinanza. Nessuno seppe nemmeno dove o se furono svolte le esequie. Il silenzio rimase sempre protetto dal rispetto che lui continuava ad emanare con la forza con cui tutte le mattine andava ad aprire la sua banca e la richiudeva la sera. Il silenzio rimase protagonista della tenacia con cui lui ogni giorno aggiungeva un sasso al monumento. Il sabato e la domenica saliva a piedi con un sasso e un fiore, fermandosi a lungo ad occhi chiusi in ascolto di qualcosa che a nessuno sarà mai dato sapere cosa fosse.

In estate il comune decise di risistemare il parcheggio e di realizzare una ciclabile sulla carrareccia che dal rifugio di Guido arrivava al passo, quella in fondo alla quale si trovava l’improvvisato monumento. Il progetto del geometra, realizzato in uno studio giù in città, prevedeva un intervento che avrebbe smantellato il ‘monumento’, che ormai era alto oltre un metro e in cui i sassi accumulati avevano creato come una cornice attorno alla foto e al tronchetto inciso. Appena la cosa si seppe, tutti, senza neanche doverselo comunicare, si trovarono davanti all’ufficio del sindaco a protestare, perché il progetto fosse cambiato: Guido, Luigi, Nicola, Lorenzo, Bob, i gestori dei due rifugi del passo, altri suoi amici. Mancava solo lui, come se sapesse che il paese avrebbe compreso il suo silenzio. Quando a giugno i lavori della ciclabile furono realizzati, il tracciato fu fatto deviare. Nessuno ora poteva evitare di fermarsi di fronte a quel meraviglioso atto d’amore. Tanti chiedevano ai due rifugi, quello a monte e quello a valle delle piste, il significato del singolare manufatto. La semplice storia di amore e dolore dei due sciatori ed escursionisti, appassionati di fondo e ciaspole, di due persone come tante, passò di bocca in bocca, arrivando fino al paese, fino in città. Qualcuno iniziò anche spontaneamente e depositare un fiore. Erano amici di lui, ma anche di lei che venivano su dalla città. Erano quelli che avevano capito, ascoltando quel silenzio, che per noi non erano due persone come tante.

L’inverno dopo arrivò un gruppo scolastico, accompagnato da un’insegnante di educazione fisica. Nessuno mai lo seppe chi fosse quell’insegnante. Luigi era lì di servizio con la sua auto del soccorso alpino quel giorno, quando il gruppo arrivò a piedi con le ciaspole. Si commosse per la scena che vide. E il racconto che ne avrebbe fatto poi in paese fu un contagio di commozione. I ragazzi si misero davanti al ‘monumento’. La loro insegnante disse due parole, forse una preghiera. Luigi non aveva potuto sentire. Gli fu sufficiente assistere alla scena indimenticabile che avvenne subito dopo: uno dopo l’altro i ragazzi estrassero dallo zaino un fiore e lo depositarono sotto la foto. Tanti di loro cedettero anche alla commozione. Quando il gruppo ripartì, Luigi si avvicinò a quello che loro ormai chiamavano il monumento e trovò un altro tronchetto inciso, il secondo dopo quello che aveva messo lui, più piccolo di quello, anch’esso incastonato tra i sassi, più in basso, in posizione più rispettosa. Quando il gruppo ripartì, tutti poterono leggere l’incisione sul secondo tronchetto, che recava scritto: “ Goethe ha sostenuto che i monti sono maestri muti e rendono i discepoli silenziosi. Il silenzio, che ci hai insegnato per ascoltarti allora, è ora nelle nostre anime l’allievo migliore del silenzio che quassù ti proteggerà con l’amore che la tua infinita dolcezza merita. La tua 4C. 31 gennaio 2015.” Nessuno gli disse niente. Sapevano che veniva su tutti i giorni. Luigi era lì al passo quando lui, venuto su dal paese il giorno dopo, vide quell’incisione, fatta di parole semplici ma forti, come semplice e forte era da sempre lo spirito che animava la gente di quei posti; benché quelle parole venissero dalla città, lo spirito era quello stesso che animava lui e noi da anni. Era una giornata di neve. Luigi gli si avvicinò lentamente. Gli pose una mano sulla spalla. Piansero insieme. In silenzio. Fu la prima volta che qualcuno lo vide piangere. Fu la prima volta che Luigi forse capì la forza dell’amore.

I violini recitano una struggente melodia là dove la partitura recita Ausklang, epilogo e Nacht, notte. In quella melodia si riconosce una modifica del tema della marcia con cui il brano era iniziato. Dopo il brano Gewitter und Sturm, temporale e tempesta, nulla poteva essere più come prima, perché l’ordine inevitabile delle cose impone queste necessità, cui nessuno sfugge. Tra queste necessità ve n’è una che non è facile descrivere e che si esprime solo in domande, in tante domande: in che modo il Tempo modifica il sentimento attraverso il meccanismo della memoria? come può l’amore da ardente passione del corpo restare vivo sempre, nonostante tutto, come lancinante passione dell’anima? perché il silenzio di queste montagne raramente incontra un interprete che lo sappia ascoltare? perché il modo in cui lo ascolto oggi, nelle stesse condizioni ambientali di ieri, non è mai uguale a quello con cui l’ho ascoltato ieri? che cosa c’è qua dentro di così maledettamente crudele e sadico, che riesce a trasformare in dolore la cosa più bella che dovrebbe esistere nella vita? perché, passando davanti ad una frase incisa su un tronchetto di legno, mi si bagnano gli occhi sotto le palpebre e sento il bisogno di lasciare un fiore? perché questo che dovrebbe essere un atto di amore diventa un atto di dolore?

Nessuno di noi qui in paese ha mai saputo chi sia stato l’anonimo autore della frase incisa su quel legno che decine di persone possono leggere e che il silenzio della sagace montagna ora proteggerà per sempre. Ma, se l’autore di quella frase è uno che legge questa storia, tu, chiunque tu sia, sappi che ti vogliamo bene e che da oggi anche tu sei ‘uno di noi’.

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