Lo scrigno

Non conobbi mai abbastanza bene quella persona. Lo ammetto e me ne dispiaccio. Era una di quelle persone apparentemente come tante, riservata, parlava poco, raramente si vedeva in luoghi diversi da quello di lavoro. Stava molto in casa. Scriveva e leggeva tanto. Avrei voluto conoscerlo meglio. Abitava da solo in una grande casa. Mi chiamava amico, perché a me disse certe cose che ad altri non ebbe mai né coraggio, né forse solo voglia di dire. E quanto per me, e per lui, questo significasse solo a distanza di anni avrei capito.

Mi ha sempre incuriosito quella stanza in un interrato ricca di segreti che rimane nel buio per tanti anni. Nessuno la visita. Le finestre restano sempre chiuse. Il suo padrone se ne è dimenticato o deliberatamente la tiene chiusa? Là dentro però tutto vive di lui, nonostante l’oblio, non si sa se voluto o inconsapevole. Quei segreti però là dentro continuano a vivere. E la loro vita sortisce comunque un effetto nell’anima del loro padrone, che da quel luogo vive lontano nel tempo, non nello spazio, che finge di non sapere dove tiene nascosta la chiave di quella stanza, in quell’oscuro interrato, che lui vorrebbe credere morto e sepolto, ma non vuole ammettere che invece è quanto mai vivo. L’anima entra in comunicazione con quei segreti nel silenzio della notte, quando lui scrive; e quelle note scritte di notte, in un dialogo con quella parte della casa nascosta nel profondo del suo animo, per lui sono le pagine migliori. Dice spesso ai pochi conoscenti – forse uno o due di quelli arrivano al grado di amico – che la sua casa è triste nella sua tetra grandezza, per accogliere un uomo solo. Loro sanno che ha ragione, ma nessuno di loro si è mai peritato di conoscere meglio quella persona, per cercare di ascoltare quella solitudine, per capire quanta ricchezza inespressa contiene quella casa, un tempio di segreti affascinanti, uno più bello dell’altro, un luogo di diafana dolcezza che aveva saputo produrre sincera bellezza. Dice spesso, sempre a quei pochi sparuti conoscenti, che gli piace scrivere di notte proprio perché di notte la sua casa gli incute un senso di minore depressione, sembrando simile a tutte le altre. E anche in questo loro sanno che ha ragione. Leggono quello che scrive, ma nessuno di loro capisce a fondo il senso di quelle pagine, che parlano tanto di ascolto e di dialogo, vanamente. Solo aprendo quella stanza lo capirebbero. Ma loro sanno anche che è bene che resti chiusa. In quelle notti non scrive soltanto. Si mette in ascolto dell’anima ed è costretto a combattere fantasmi oscuri che dagli abissi del male tentano incessantemente insidiose risalite. I farmaci non bastano per vincere quelle battaglie quotidiane, non solo notturne. La scrittura è per lui il farmaco migliore e, prima della scrittura, la lettura. La casa di sopra, nella parte vissuta dalla sua presenza, da noi giudicata sbrigativamente solitaria e impersonale, è stracolma di libri. Ne ha dappertutto, ammucchiati ovunque, in un disordine ordinatissimo, in cui cui lui trova sempre quello che cerca. Ci sono libri anche in cucina, nei corridoi, sui comodini, sui televisori. Ma ci sono tanti, tantissimi libri, anche laggiù, nello scrigno dei segreti della sua vita. E sono i libri più belli, quelli da cui sono partite spesso quelle illuminazioni che hanno prodotto pagine scritte con l’agrodolce retrogusto di una memoria sofferta, sempre troppo tenace a scomparire e lasciar dimenticare i suoi sapori.

Uno di loro, uno dei suoi conoscenti – lui assegnava con grande discrezione il titolo di amico – un giorno gli chiese di quelle finestre sempre chiuse a pelo del marciapiede, le finestre dell’interrato. “Ma niente … ci tengo roba vecchia. Chissà, sarà pieno di polvere.” Fu l’unica volta in cui uno di loro riuscì ad avere tre parole su quella stanza: piena di polvere. Nessuno gli chiese più nulla. Ma quel giorno lui per la prima volta andò nello studio, aprì il cassetto della scrivania, rovistò fino ad arrivare in fondo e trovò la vecchia scatola di latta: la aprì e prese la chiave. La rigirò a lungo tra le mani. Una forza irresistibile lo avrebbe condotto laggiù, ma un’altra forza riemerse, altrettanto irresistibile; la seconda vinse. La chiave fu rimessa nella scatola, la scatola in fondo al cassetto e il cassetto richiuso. Come al solito vanamente richiuso, perché lui – non voleva mai ammetterlo – sapeva che quei segreti erano solo materialmente sepolti tra la polvere degli anni nell’interrato della sua tetra dimora, ma nell’anima da qualche parte vivevano, sempre più attivi, se mai si fosse voluto prestare ad ascoltare quello che ancora avevano da comunicare. Da loro era lontano nel tempo e vicino nello spazio di giorno, lontano nello spazio e vicino nel tempo di notte. Non era il momento per andare laggiù. Bisognava andarci di notte. Era giorno. La casa di giorno non era bella. Era una casa che soffriva di giorno. Soffriva della sua grandezza. Soffriva della sua solitudine. Di notte invece era come se volesse assomigliargli, prendendo le sembianze del suo padrone. Di notte si sentiva sicura, poco osservata. Di notte si sentiva più simile alle altre, nella segreta riservatezza che solo quelle ore garantiscono alle anime che si mettono in ascolto del Tempo. Decise pertanto di aspettare la notte a lui sempre amica per compiere il grande passo, nella triste consapevolezza, però, che forse anche quella notte si sarebbe fermato sulla soglia e non avrebbe mai aperto quella porta. E così puntualmente andò. Scese con la chiave. Ogni gradino era un anno di vita. Ogni gradino era un’iniezione di dolcezza, di amore, di gioia, di vita insieme; ogni gradino non era una discesa qualunque, ma un tuffo in uno sconfinato oceano che di ineffabile tenerezza avvolgeva i precordi. Ogni gradino era un crescendo di pulsioni e di eccitanti emozioni. Per questo l’arrivo alla porta lo appesantiva di un gravame di responsabilità, di fronte alle quali si sentiva inetto, incapace, ma soprattutto indegno ormai di varcare quella porta, che gli avrebbe aperto mondi sicuramente belli, ma per questo maledettamente infidi. Occorreva tanta forza per aprire quella porta. A lui da tempo quella forza mancava. Mancava per una ragione ben precisa. Lui conosceva quella ragione.

Uno di loro un giorno lo accompagnò in un giro in bici. Gli parlava di vita, di viaggi, di amori, di spensieratezza, di relazioni, di passioni, di dolcezze e tenerezze; gli parlava di tutto quello che lui aveva ritenuto non più appartenente alla sua vita, alla parte della sua casa in cui passava la maggior parte del suo tempo, quella di sopra, quella tetra e oscura, quella solitaria e malinconica. Lui sapeva che tutto quello di cui il compagno di uscita gli stava parlando era proprio ciò che non apparteneva ad altro se non a quello scrigno di segreti che da anni teneva chiuso, laggiù, nell’abisso dell’anima, l’interrato del suo spirito. Sapeva che le forze migliori della sua vita erano sotto quella polvere. Ma sapeva che da solo non le avrebbe mai disseppellite. Troppe volte si era fermato con mano tremante su quella soglia. Mentre l’amico – lui lo meritava, il titolo – parlava mentre proseguivano la loro uscita in bici per le campagne bruciate dal sole, altre immagini popolavano la sua mente. Avrebbe sicuramente elaborato quelle immagini in pagine scritte in una delle sue tante notti di lavoro.

Una donna, che conosceva per ragioni di lavoro, un giorno lo chiamò. Con lei si era fino ad allora sentito solo in chat parlando del più e del meno. Poi la chat si era piano piano aperta a qualche confidenza di più. Insomma iniziò ad insistere perché smettessero di chattare e si vedessero. Non fu facile. Dopo un lungo tira e molla di sì e di no, riuscì a strappare un sì per una cena. E cena fu. Scelse un locale in collina, in uno dei suoi paesaggi dell’anima, quelli dove sfogava in bici le sue commozioni più dolorose e dove trovava la pace che la parte di sopra della sua casa mai gli avrebbe dato. Fu una bella serata. Con il flirtare non si andò oltre ad occhiate intriganti e non ci furono contatti fisici oltre al bacio iniziale di saluto e a quello di finale di congedo. Lui usava con grande discrezione il contatto fisico. L’avevamo notato da tempo, noi che lo conoscevamo un po’ di più. Ma la comunicazione, mi confidò un giorno, fu intensa, ricca, emozionante. Dopo anni riassaporò il piacere della passione e qualcosa dentro di lui si mosse, finalmente. Lei era di una dolcezza indicibile nel parlare, ammaliava con il suo sorriso; ma fu un gesto ad imprimersi nel cuore, prima che nella memoria: il momento in cui lei sfilò la bacchetta fermacapelli e la chioma nera le avvolse le spalle in una morbida cascata che lo agitò più dei sorrisi, più delle parole, più dei gesti, più di tutto quanto era stato amabile strumento di flirt e seduzione. Quei capelli che si sciolsero in un attimo, quella chioma che lo aveva riportato al passato, gli avevano dato la forza necessaria per aprire la porta di quel mondo che aveva tenuto segregato. Aveva preferito la tortura per anni a quel piacere. Era autocompiacimento, gli dicevamo noi, i suoi sparuti conoscenti, tra cui uno o due amici. Psicologia da persone non propriamente esperte del mestiere, pensava lui. Non era autocompiacimento. Troppo facile tentare delle risposte sulla base del credo comune. Cosa sapevano loro del suo passato? Quale esperienza avevano loro delle sue sofferenze? Cosa sapevano loro dei terribili momenti trascorsi? Dei complessi derivanti da quei momenti e da quelle sofferenze? Tutto quel mondo di dolore e di concreta e tangibile sofferenza non era stato mai lasciato laggiù nell’interrato dei segreti. Quelle ossessioni erano ciò che rendeva tetra e buia di giorno la parte di sopra, la parte della sua casa in cui ancora trascorreva tante ore. Quella parte della casa viveva di quel dolore. Ne viveva ora per ora. E grazie a quel dolore trovava la forza di reagire di giorno con la lettura, di notte con la scrittura. Erano due motori che funzionavano. La macchina andava avanti. Il viaggio della vita, triste e malinconico, proseguiva comunque. Lo scrigno dei segreti dispensava goccia dopo goccia quello di cui lui aveva bisogno per sopravvivere. Se lassù c’era malinconia, solitudine e dolore, era perché laggiù, tra i segreti dell’anima, tra le tante cose belle, c’era tutto quanto aveva prodotto quello stesso dolore, quella stessa solitudine, quella stessa malinconia. Laggiù il Tempo parlava e il Tempo, solo il Tempo, sapeva cosa nella copertina della sua memoria andava stampato a chiare lettere e cosa invece era assai meglio che restasse celato dietro ardue allegorie e non semplici metafore. Quella porta andava trattata con rispetto. Ma si sa. La vita dell’uomo vive di intermittenze, che spesso non è facile spiegare, e ogni tanto prende delle strane, impreviste e imponderabili direzioni.

Ebbene, quella sera, dopo quell’iniezione di passione, esperienza che da tanti anni non aveva vissuto, esperienza che per tanti anni aveva rigettato come non più degna di appartenere al suo mondo, rientrò tardi. Andò subito nello studio a prendere la chiave. Scese nell’interrato. La morbida chioma di capelli neri, che avevano prodotto una cascata di gioia nel cuore, lo convinse a scendere con maggiore decisione in quell’anima. Ma i gradini sotto i suoi piedi scricchiolavano, producendo un suono nuovo, per la prima volta. Non lo ascoltò. Quel suono era un avvertimento, un invito alla cautela. Era euforico. La chiave era incredibilmente lucida. La toppa arrugginita. Come poteva una chiave luccicante di passione accordarsi con una toppa così devastata dal degrado e dall’oblio? Anche quello era un cartello che invitava all’attenzione, che trascurò. Era sempre più euforico. Inserì la chiave nella toppa. La mano incredibilmente non tremava. Tremava sempre. Perché oggi non tremava? Tutto era incredibilmente nuovo. La cascata della chioma di capelli neri, che avvolgeva quel sorriso luminoso, lo aveva affascinato. Non diede ascolto a nessuna avvisaglia. Dall’assito, consunto nell’abbandono, una trave si sollevò, denudando un vecchio ribattino completamente ossidato. Non lo ascoltò. L’euforia era al livello della massima tensione emotiva. Due giri di chiave nella toppa. Anche il cilindro resisteva più che poteva. Tutto quanto lo stava avvisando. “Aspetta! È troppo presto! Non sei ancora pronto! Aspetta! Sei sicuro di voler per davvero entrare qua dentro? Tu sai bene che cosa ti aspetta qua dentro.” Non ascoltò le voci di saggezza della parte segreta della casa, dall’anima, dalla parte proficua del lungo dialogo che intratteneva con il Tempo. Venivano da là dietro quelle voci, venivano da là dentro, venivano da lontano quelle voci vicine. Venivano da dietro quella porta. Urlavano di essere ascoltate. Non le ascoltò. Avrebbe dovuto. Quella era la parte viva della casa. Lì c’era tutta la verità, che finora aveva comunicato con lui come doveva: per immagini, nei libri, nella scrittura. Quella era la parte dell’anima che finora aveva saputo come comunicare con lui. E quello era stato per anni un modo per ascoltare con il doveroso rispetto quello scrigno. Lui, lo scrigno dei segreti, era sempre entrato in dialogo con la sua anima con discrezione, nei momenti di pace, per combatterne il dolore. Come un amico, che aveva trovato un metodo, amabile e rispettoso, per non lenire il suo dolore.

Non ascoltò lo spirito del Tempo che invano aveva chiesto rispetto. Aprì la porta. Accese la luce. E con quell’inondazione di luce repentina il sorriso di lei si spense. Il buio lo assalì nell’anima, mentre il corpo era invaso di luce infida. La chioma dei capelli si trasformò in un torciglione di tentacoli. Il Tempo gli mise tutto a sua disposizione, come fa quando sai che stai facendo quello che non avresti dovuto fare, obbedendo solo ad un fallace istinto di cupidigia. Gli mise a disposizione tutto in un attimo, come un ragazzo che marina la scuola e si sente libero in uno spazio vietato. Effimera libertà: non aveva ascoltato le voci, che invitavano a cautela. Il Tempo, finora sagacemente rispettato, gli mise a disposizione con inaudita e devastante violenza quello che sapientemente gli aveva centellinato a spizzichi nelle notti di scrittura e nei momenti di lettura, dispensandogli con dolcezza e tenerezza emozioni e  immagini, destinate a diventare parole, come gocce di un potentissimo farmaco, che lui, lo spirito del Tempo sapeva come somministrare. Dolore e sofferenza erano i temi di quella parte viva della casa. Non era così che gli aveva finora parlato. Perché? Di dolore e sofferenza parlava ora soltanto quello scrigno di tesori, tanto amato a lungo e che tanta ferace ispirazione aveva prodotto in parole e personaggi. Non c’era solo quello, ma solo quello ora lui vedeva. Nulla cambia di quanto è scritto: la chiave, la porta, lo scrigno erano fatti per l’ascolto e il rispetto. E invece lui aveva usato superbia, arroganza, violenza. Il Tempo fu violentato da quella porta aperta e da quella luce. La sua vista andò su oggetti che, se erano lì da anni, erano lì per una ragione che li aveva confinati in quello spazio, nello scrigno dei segreti. Aveva violentato il Tempo. Violenza, solo stolta e bramosa violenza. Orrendo, infame, indegno atto di violenza era quello che aveva perpetrato alla parte più bella della sua casa, della sua vita, della sua anima, nonostante le avvisaglie. Rivide l’asse rialzata con il chiodo arrugginito. E fu punito dal Tempo. Non contò più nulla spegnere la luce e richiudere la stanza con gli occhi bagnati di un dolore che aveva il maledetto sapore di errori passati, di relazioni sbagliate, di azioni dettate da infingardaggine, di mosse dettate da frettolosa superbia. I gradini scricchiolano ancora di più nel risalire tra lacrime tanto devastanti quanto ormai del tutto inutili. Ogni gradino era un errore del passato. Ogni gradino era una frustata terribilmente dolorosa all’animo. Ogni gradino era un urlo di devastante sofferenza. Ogni gradino era un amico vanamente inascoltato. Ogni gradino era un peccato commesso, un inutile e inconsolabile rimorso. I tentacoli lo avevano avvolto e sconfitto. Accese il cellulare. Cercò la chat. Non c’era più. Spense la luce. Richiuse la porta dell’interrato. Uscì di casa orrendamente sconvolto dalle verità che il Tempo sapeva che dovevano restare protette. Sapeva di aver commesso, tra tutti quelli che mai avrebbe potuto commettere, l’errore più irreparabile. Sapeva che per quell’errore non ci sarebbe mai stato il rimedio. Guardò la chiave. Luccicava sempre. La gettò con gesto tanto violento quanto ormai inutile. Guardò la strada nella silente e complice, ma veritiera e amica oscurità, che entrò finalmente in lui. E solo così trovò pace. Nulla cambia di quanto scritto.

Sono tornato sul luogo di quella casa dopo tanto tempo. C’è un cartello “Vendesi”. Da anni è attaccato a quel cancello, che è stato aperto da alcune persone senza fissa dimora, che hanno occupato la casa. Venimmo a sapere che lui era partito, dopo aver conosciuto quella persona. Nessuno ha mai saputo dove fosse andato. Non ha più scritto niente da quel giorno. Vani sono stati i tentativi di rintracciarlo. Ma io ero passato di lì a salutarlo quel giorno della sua partenza e ricordo bene che sul camion dei traslochi finì solo la parte di sopra della casa. Quel giorno … L’ultimo giorno in cui ci vedemmo. A pochi aveva dato il titolo di amico. Credo che solo a me abbia dato l’onore di un abbraccio. Entro. Non c’è nessuno degli abusivi occupanti. Di solito ci vengono di notte. L’abbandono, il degrado e l’odore acre delle tracce di vita sono ovunque nella parte di sopra. Ma a me non interessa la parte di sopra. La conosciamo tutti troppo bene quella parte. Parlava tutta di lui quella parte di sopra. A me interessa la parte di sotto, quella piena di polvere. Ecco la porta dell’interrato che ci ha sempre incuriosito. Ero di quelli che gli facevano spesso domande su quella stanza. La porta è chiusa. Ma oppone scarsa resistenza. Cede facilmente adesso. Qua nessuno è venuto. Si vede da come tutto è straordinariamente ordinato. La commozione, come è giusto, risale.

E capisco, avendo letto tutto quello che lui ha scritto. Non è roba mia quella che vedo, ma la sento come fosse mia quella roba adesso: decido di riempire la mia auto di tutto quanto trovo, trattando con amore e grande rispetto quegli oggetti che avevano dato un senso ad una vita vera. Non mi sento ladro, ma salvatore. Le pagine più belle sono nate da quegli oggetti. A lui comunicavano amore, perché qualcosa di ineffabile li aveva trasfigurati in parole d’amore. A me comunicano solo dolore adesso. È inevitabile che sia così. Forse anche giusto.

Amico mio, ovunque tu sia, se rivuoi il tuo scrigno, vieni da me. Lo conservo con la stessa rispettosa segretezza e lo stesso sagace amore, che hai usato tu verso di lui, fino a quella notte maledetta. Non ti ho saputo ascoltare allora. In tanti non ti abbiamo saputo ascoltare. Ma adesso ho letto tutto e possiedo tutto quello di più caro che tu forse, sbagliando, credevi di non avere: sono convinto di essere una persona in grado di ascoltare questa volta. Era con noi che dovevi aprirlo, il tuo scrigno. Non ti avrebbe fatto così male, se ci avessi chiesto di aprirlo insieme.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: