Gocce dell’anima

Piove. Il vento distribuisce la pioggia regalandola al vetro. Ma il dono è speciale. Ora piove forte e gli alberi, ormai spogli e inerte preda del vento, si agitano come braccia disperate di anime già condannate. Ora piove meno forte e il paesaggio per un attimo si rischiara in un vano imbrunire, che ha già decretato le sue sentenze. La luce appare ormai solo nella forma di barlumi sfuocati di fanali riflessi da sporche pozze stantie. Ma è sul vetro, diaframma tra passato e presente, che si gioca la partita più importante, più importante del vento, della luce, della tempesta. Lì si divide tutto: di là l’oggi, apatico e scialbo, in preda alla devastazione; di qua l’ieri, rasserenante e silenzioso, che evoca figure. E le figure parlano. Parlano all’anima.

Sul vetro scendono gocce. Sul diaframma del Tempo scendono i pensieri, scendono nell’anima, scendono nel passato. E quelle gocce aumentano, aumentano a dismisura, aumentano nel vento di uno spirito che, pur indomito nella sua rassegnazione, può solo guardarle. La loro crescita è un crescere d’angoscia. Ogni goccia è un pensiero. Ogni pensiero è un evento. Ogni evento è una frustata al cuore. Le gocce aumentano. Aumentano senza pace. Una dopo l’altra, addirittura una sull’altra, tumuli in attesa di un destino. E il diaframma si fa crudele: di là la lotta vera, di qua la sua rappresentazione nell’anima, che vede solo quelle. Vede solo lingue di gocce variamente cadenti. Cadono laggiù dove si creano figure e testi. Quei testi sono ricordi che scavano solchi, li incidono nell’anima; sono aliti di un vento che passa e non tornerà mai più; sono illuminazioni da una stagione che trova la forza di esistere solo nelle notti insonni; ma sembrano, pur non potendolo essere, testimoni di una passione che non conosceva dolore. Scendono gocce nell’anima, danzando beffarde nelle loro sinuose traiettorie sul diaframma del Tempo, che le trasmuta in allegorie.

Il loro cammino è in basso. Scendono nell’anima quelle gocce, quei pensieri. Scendono laggiù. Non possono salire. Devono per forza scendere. Possono solo scendere. La legge impone che possano solo scendere. Scendere nell’anima. Hanno paura di scendere laggiù. Per questo le gocce rallentano scendendo. I pensieri si aggrovigliano tra di loro scendendo. Le gocce di assommano, in tumuli d’ansia, l’una sull’altra, scendendo. Il loro aggrovigliarsi nella discesa è come una disperata ricerca di solidarietà e di aiuto nell’incognita di cosa si troverà laggiù.

Si scende. Si va solo in discesa. La legge impone solo questa come possibilità ai pensieri. La discesa è paura, orrore, maledetta ossessione. La discesa si trasforma beffardamente in pericolo, dopo essere stata premio per la salita, per il sacrificio e l’atto stoico, di onore, gloria e virtù. Scendono nell’anima. Non sanno cosa troveranno. La consapevolezza amara nella solidarietà è quella di dover attraversare un Acheronte di dolore. Le gocce scendono. La luce le illumina: conferisce con i suoi sguaiati bagliori un protagonismo non richiesto a quel dolore di gocce che vanno incontro all’inevitabile. Scendono nel Tempo, licore che è preda di un fato oscuro, ignare del castigo di cui sono strumento, abbacinate da un effimero bagliore. Incessantemente scendono. Sempre più numerose, sempre più lente.

La pace si conquista soltanto nella vacua, provvisoria, incostante consapevolezza che in fondo alla discesa ci sia l’anastasi e il ritorno lassù, che ci sia l’amore quale ricompensa della risalita. Il desiderio è lecito. Realizzarlo conviene? La risalita è inevitabile, appena la tempesta finirà. È un’altra legge di natura. E poi?

E poi lo stesso ordine naturale delle cose imporrà di ridiscendere ancora.

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