Il viaggio come esperienza letteraria

Le testimonianze di Apollonio Rodio, Seneca, Petronio, Apuleio sono soltanto il punto di partenza per una riflessione che inizia dai definiti traguardi omerici e approda agli indefiniti “smarrimenti” della letteratura contemporanea

[Ho il piacere di pubblicare su questo mio sito il pregevole saggio del mio ex alunno Filippo Brigliadori, presentato come elaborato sostitutivo della seconda prova scritta all’Esame di Stato 2020]

Il viaggio è uno dei paradigmi più ricorrenti, uno dei temi più fortunati di tutta la storia della letteratura, che ben si adatta a rappresentare, sotto forma di metafora, il percorso della vita, concepita come itinerario a tappe, in cui si incontrano in egual misura difficoltà e soddisfazioni. Esso conserva questo ruolo privilegiato sin dagli albori della civiltà occidentale, tanto che una delle sue prime testimonianze letterarie, come l’Odissea, trova proprio nel viaggio il motivo portante.       

Ma forse proprio per questo, si tende spesso a dimenticare che le peregrinazioni di Odisseo sono mosse unicamente dalla necessità: il suo è un νόστος, un viaggio di ritorno in patria dalla guerra di Troia, e il raggiungimento di Itaca rimarrà sempre il proprio unico obiettivo. Dunque  quella curiositas che sarà il motore dei viaggi di molti eroi successivi e che spesso porta ad individuare nello stesso Odisseo l’archetipo dell’uomo occidentale, nella sua πολυτροπία la brama di conoscere, un afflato di natura quasi esistenziale, è in realtà riscontrabile solo raramente nel poema. Un caso è il momento in cui, nel celebre passo di Polifemo, unico tra i compagni e pur consapevole del pericolo a cui sarebbero andati incontro, prende la decisione di nascondersi all’interno dell’antro del Ciclope per scoprire a chi esso appartenga.

Hom. Od. 9.224-229

ἔνθ᾽ ἐμὲ μὲν πρώτισθ᾽ ἕταροι λίσσοντ᾽ ἐπέεσσιν

τυρῶν αἰνυμένους ἰέναι πάλιν, αὐτὰρ ἔπειτα

καρπαλίμως ἐπὶ νῆα θοὴν ἐρίφους τε καὶ ἄρνας

σηκῶν ἐξελάσαντας ἐπιπλεῖν ἁλμυρὸν ὕδωρ:

ἀλλ᾽ ἐγὼ οὐ πιθόμην, ἦ τ᾽ ἂν πολὺ κέρδιον ἦεν,

ὄφρ᾽ αὐτόν τε ἴδοιμι, καὶ εἴ μοι ξείνια δοίη.

Allora i compagni mi chiesero di prendere 

anzitutto il formaggio e andar via, e poi, 

cacciati sveltamente i capretti e gli agnelli dai recinti 

sulla nave veloce, di navigare sull’acqua salata: 

ma io non volli ascoltare – e sarebbe stato assai meglio – 

per poterlo vedere, e vedere se mi avrebbe ospitato. 

L’altro unico episodio in cui emerge il desiderio di sapere è tratto dal dodicesimo libro, quando Odisseo chiede ai propri compagni di legarlo con delle funi all’albero maestro della nave per poter ascoltare il canto delle Sirene senza correre alcun pericolo. 

Hom. Od. 12.184-194

δεῦρ᾽ ἄγ᾽ ἰών, πολύαιν᾽ Ὀδυσεῦ, μέγα κῦδος Ἀχαιῶν,

νῆα κατάστησον, ἵνα νωιτέρην ὄπ ἀκούσῃς.

οὐ γάρ πώ τις τῇδε παρήλασε νηὶ μελαίνῃ,

πρίν γ᾽ ἡμέων μελίγηρυν ἀπὸ στομάτων ὄπ᾽ ἀκοῦσαι,

ἀλλ᾽ ὅ γε τερψάμενος νεῖται καὶ πλείονα εἰδώς.

ἴδμεν γάρ τοι πάνθ᾽ ὅσ᾽ ἐνὶ Τροίῃ εὐρείῃ

Ἀργεῖοι Τρῶές τε θεῶν ἰότητι μόγησαν,

ἴδμεν δ᾽, ὅσσα γένηται ἐπὶ χθονὶ πουλυβοτείρῃ.

ὣς φάσαν ἱεῖσαι ὄπα κάλλιμον: αὐτὰρ ἐμὸν κῆρ

ἤθελ᾽ ἀκουέμεναι, λῦσαί τ᾽ ἐκέλευον ἑταίρους

ὀφρύσι νευστάζων: οἱ δὲ προπεσόντες ἔρεσσον.

“Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei, 

e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.

Nessuno mai è passato di qui con la nera nave 

senza ascoltare dalla nostra bocca il suono di miele, 

ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose. 

Perché conosciamo le pene che nella Troade vasta 

soffrirono Argivi e Troiani per volontà degli dei;

conosciamo quello che accade sulla terra ferace”. 

Così dissero, cantando con bella voce: e il mio cuore 

voleva ascoltare e ordinai ai compagni di sciogliermi, 

facendo segno cogli occhi: ma essi curvi remavano. 

Le Sirene parlano al cuore degli uomini e li seducono affermando di poter esaudire i loro più intimi desideri: qui promettono a Odisseo la conoscenza. Ma a ben vedere, essa non va intesa in senso filosofico, ma ha un’accezione molto più immediata e, soprattutto, personale. Egli vuole ascoltare perché loro conoscono “ciò che avviene sulla terra ferace” (ὅσσα γένηται ἐπὶ χθονὶ πουλυβοτείρῃ) e di conseguenza ciò che sta accadendo a Itaca. 

Per poter meglio comprendere il vero approccio di Odisseo al viaggio, possiamo fare riferimento al libro quindicesimo, dedicato all’incontro tra il protagonista e il porcaio Eumeo, che lo invita nella propria capanna a ristorarsi:

Hom. Od. 15.340-345

τὸν δ᾽ ἠμείβετ᾽ ἔπειτα πολύτλας δῖος Ὀδυσσεύς:

‘αἴθ᾽ οὕτως, Εὔμαιε, φίλος Διὶ πατρὶ γένοιο

ὡς ἐμοί, ὅττι μ᾽ ἔπαυσας ἄλης καὶ ὀϊζύος αἰνῆς.

πλαγκτοσύνης δ᾽ οὐκ ἔστι κακώτερον ἄλλο βροτοῖσιν:

ἀλλ᾽ ἕνεκ᾽ οὐλομένης γαστρὸς κακὰ κήδε᾽ ἔχουσιν

345ἀνέρες, ὅν τιν᾽ ἵκηται ἄλη καὶ πῆμα καὶ ἄλγος.

E gli rispose il divino Odisseo che molto sofferse: 

“Eumeo, possa tu essere caro al padre Zeus come sei caro 

a me: al vagabondaggio e ad un’atroce miseria mi togli. 

Non v’è cosa peggiore della vita raminga per i mortali: 

per il ventre funesto soffrono miserabili pene 

gli uomini ai quali tocchi vagabondaggio, pena e dolore”. 

Analizzando il passo da un punto di vista lessicale, si nota la presenza di alcuni termini ricorrenti in tutto il poema. Intanto l’epiteto πολύτλας (“che molto ha sofferto”) che appare riferito ad Odisseo sin dall’Iliade, quindi i sostantivi ἄλης e πλαγκτοσύνης, etimologicamente legati ai verbi  ἀλάομαι e πλάζω, con lo stesso significato di “vagare”, “errare”, verbi presenti anche nel proemio 

e in entrambi i casi impiegati per definire il viaggio di Odisseo, che si configura così come una circostanza passiva: l’eroe non ha preso di propria volontà la decisione di prolungare l’itinerario verso casa, ma vi è stato costretto dall’ira degli dei e particolarmente da quella di Poseidone, che l’ha voluto punire per la tracotanza dimostrata nei confronti del figlio Polifemo. Il viaggio che Odisseo, più che a compiere, si trova a subire rappresenta dunque un’esperienza sostanzialmente negativa, che porta come uniche conseguenze “pena” e “dolore” (πῆμα καὶ ἄλγος) e il cui prezzo da pagare è la perdita dell’identità: si definisce Nessuno per ingannare il Ciclope, mente in continuazione per celare chi è veramente, giunge a essere uno ξένος persino nella propria casa. 

A sottolineare quest’ultimo elemento e ad adattare il personaggio di Ulisse alla nuova sensibilità novecentesca sarà Giovanni Pascoli, all’interno dei Poemi conviviali. Il poeta immagina che, ormai vecchio, Odisseo ripercorra il proprio viaggio per cercare di coglierne il senso profondo, ma si accorge che in realtà Polifemo è solo un vulcano, che al posto delle Sirene c’è solo un gruppo di scogli. Ulisse assurge così a emblema dell’uomo moderno, davanti al quale gli ideali in cui aveva sempre ciecamente creduto crollano inesorabilmente e che si trova ora privo di ogni possibile punto di riferimento.    

Profondamente diversa è invece l’immagine che di Ulisse restituisce il crepuscolare Guido Gozzano, mettendo in atto all’interno de “L’ipotesi”, da cui è tratto il seguente breve estratto, un completo ribaltamento parodico: 

Gozzano, L’ipotesi, vv. 52-59    

Il Re di Tempeste era un tale

che diede col vivere scempio

un bel deplorevole esempio

d’infedeltà maritale,

che visse a bordo d’un yacht

toccando tra liete brigate

le spiaggie più frequentate

dalle famose cocottes…

Gozzano immagina di aver sposato la signorina Felicita, protagonista dell’omonimo celebre componimento, e di narrarle le gesta di Ulisse nel modo più semplice e immediato possibile, trasformando così il lungo e periglioso viaggio dell’Odissea in una vacanza all’insegna del lusso e del piacere, trascorsa tra “yacht” e “cocottes”.

Cambiando decisamente periodo, ma lasciando intatta la vis satirica e il gusto per l’ironia, è d’obbligo citare il Satyricon di Petronio e le incredibili vicissitudini che devono affrontare i protagonisti del romanzo. In questo senso risulta di particolare interesse un episodio collocato verso la fine del romanzo, o perlomeno della parte del romanzo a noi pervenuta. Encolpio, Eumolpo e Gitone si sono imbarcati di nascosto su una nave che scoprono appartenere al terribile Lica di Taranto, che viene definito come “Cyclops et archipirata” (101.5) ed Eumolpo incoraggia gli amici dicendo di fingere di essere nell’antro di Polifemo (“fingite nos antrum Cyclopis intrasse”,101.7). Questi riferimenti ci permettono di capire che Petronio vuole offrire ai propri lettori un’elegante e raffinata parodia del modello odissiaco. Le due vicende presentano infatti soluzioni narrative analoghe, ad esempio Eumolpo e Odisseo conducono inconsapevolmente i compagni in una trappola, i due antagonisti si manifestano solo in un secondo momento, atterrendo gli eroi, la nave è descritta nello stesso modo con cui Omero descrive l’antro del Ciclope: enorme, con un solo ingresso, da cui è impossibile fuggire senza essere notati. Per di più una delle soluzioni suggerite da Eumolpo per uscire da questa terribile situazione ricorda da vicino l’espediente usato da Odisseo (“ego vos in duas iam pelles coniciam vinctosque loris inter vestimenta habebo”, 102.8). Inoltre, a ragion veduta, possiamo affermare che la funzione di questo episodio sia quella di introdurre una sezione del romanzo che ricalca in maniera evidente le avventure omeriche: prelude infatti a un viaggio per mare e a un naufragio che  farà approdare i personaggi in terre lontane e sconosciute.

Il tema del viaggio è al centro anche dell’altro grande romanzo della letteratura latina, la Metamorfosi di Apuleio.

In questo caso l’intera vicenda è innescata dalla curiositas del protagonista: Lucio, giunto in Tracia, luogo ancestrale e fulcro delle arti magiche nella cultura antica, da cui egli è irresistibilmente affascinato, sperimenta l’unguento della maga Panfila e viene tramutato in asino. A questo punto, inizia una serie di complesse avventure e peripezie, che hanno come obiettivo il raggiungimento del perdono finale. Si comprende così che il viaggio, per Apuleio, non ha una valenza puramente geografica o formativa, ma è anzi principalmente allegorico. Al termine del romanzo infatti Lucio viene iniziato al culto isiaco, di cui diventa addirittura gran sacerdote a Roma. È anzi grazie alla sua conversione all’Isismo che può finalmente ritornare a essere uomo, come se tutte le disavventure capitate avessero come unico fine quello di permettere il raggiungimento e la rivelazione della Verità, qui rappresentata dai culti misterici, che proprio a partire dal II secolo conoscono una rapida diffusione in tutti i territori dell’Impero. 

Completamente diversa e sostanzialmente negativa è invece la concezione senecana del viaggio, che viene visto e interpretato in termini filosofici. È significativo in questo senso un passo delle Epistulae morales in cui Lucilio lamenta di non essere riuscito a vincere la propria inquietudine interiore, nemmeno intraprendendo un lungo viaggio: sperava infatti che conoscendo nuovi luoghi e nuove persone il proprio animo si sarebbe alleggerito. 

Sen. Ep. Luc. XXVIII

Hoc tibi soli putas accidisse et admiraris quasi rem novam quod peregrinatione tam longā et tot locorum varietatibus non discussisti tristitiam gravitatemque mentis? Animum debes mutare, non caelum. […] Quid terrarum iuvare novitas potest? quid cognitio urbium aut locorum? in irritum cedit ista iactatio. Quaeris quare te fuga ista non adiuvet? tecum fugis. Onus animi deponendum est: non ante tibi ullus placebit locus.

Credi che questo sia capitato a te solo e consideri con meraviglia, come situazione strana, il fatto che con un viaggio così lungo e con tante varietà di luoghi non hai scosso via la tristezza e la pesantezza della mente? Devi cambiare animo, non clima. […] Che può giovare la novità dei luoghi? Che la conoscenza di città o di luoghi? Codesta agitazione finisce nell’inutilità. Ti chiedi perché codesta fuga non ti giovi? Tu fuggi con te stesso. È da deporre il carico dell’animo: prima nessun luogo ti piacerà.

“Animum debes mutare, non caelum” è la sententia che riassume l’intera lettera: la sofferenza non risiede nel luogo, ma all’interno dell’anima. 

Una massima che Seneca sembra riprendere dall’Epistola 1.11 di Orazio, che già aveva affrontato un tema simile. Il poeta di Sulmona esalta infatti l’importanza di un angulus, di un luogo in cui poter riflettere e trovare finalmente la tranquillità, in cui vincere quella inertia che sembra irrimediabilmente perseguitare l’uomo. 

Hor. Epist. 1.11 25-27

[…] nam si ratio et prudentia curas,

non locus effusi late maris arbiter aufert;

caelum non animum mutant qui trans mare currunt.

Infatti se ragione e saggezza tolgono le ansie, 

non (le toglie) un luogo che domina il mare che si estende ampiamente; 

clima, non stato d’animo cambiano quelli che corrono oltre il mare. 

Altra fondamentale opera classica che trova nel viaggio il principale motore della vicenda è rappresentata dalle Argonautiche, incentrate sul viaggio di andata e ritorno di Giasone dalla Colchide, alla ricerca del mitico vello d’oro. Se Apollonio Rodio è sicuramente debitore di Omero per l’impostazione generale del poema e per gli espedienti narrativi impiegati, risulta allo stesso modo evidente l’influsso della nuova cultura ellenistica: nel gusto per la digressione, nella maggiore concisione descrittiva, ma soprattutto nella caratterizzazione dell’eroe. A differenza di quanto avviene nell’Odissea, di Giasone vengono messe in luce la sconcertante antieroicità, la sua continua inadeguatezza, la completa mancanza di iniziativa. Apollonio, grazie al suo interesse alle dinamiche private e alla prevalenza della dimensione umana su quella divina,  riesce appieno nel suo obiettivo di rinnovamento del poema epico, traghettandolo così verso la modernità e vero il mondo latino.

E proprio l’impresa degli Argonauti costituisce uno dei più importanti sostrati culturali del Paradiso dantesco, non tanto per la quantità di riferimenti presenti nella cantica, quanto per la capitale importanza dei momenti in cui il mito di Giasone viene richiamato. Il primo caso è tratto dall’incipit del II canto, che può essere considerato vero e proprio secondo proemio al Paradiso:

Par. II, vv. 1-18

O voi che siete in piccioletta barca,                                 Voialtri pochi che drizzaste il collo

desiderosi d’ascoltar, seguiti                                            per tempo al pan de li angeli, del quale

dietro al mio legno che cantando varca,                           vivesi qui ma non sen vien satollo

tornate a riveder li vostri liti:                                            metter potete ben per l’alto sale

non vi mettete in pelago, ché forse,                               vostro navigio, servando mio solco

perdendo me, rimarreste smarriti.                               dinanzi a l’acqua che ritorna equale.

L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;                   Que’ glorïosi che passaro al Colco

Minerva spira, e conducemi Appollo,                               non s’ammiraron come voi farete,

e nove Muse mi dimostran l’Orse.                               quando Iasón vider fatto bifolco.

Dante paragone dunque lo stupore dei propri lettori davanti alla nuova materia di cui si accinge a cantare a quello che i compagni di Giasone provarono quando, giunti in Colchide, lo videro “fatto bifolco”, diventato cioè un contadino, riferendosi a una delle prove che l’eroe dovette passare per impossessarsi del vello d’oro e che consistette nell’arare un campo mai arato prima servendosi di tori dagli zoccoli di bronzo. Non è un caso poi che ritorni ancora una volta la metafora del mare e della nave per descrivere il viaggio di Dante, che qui è messo in evidente relazione con quello degli Argonauti: entrambi attraversarono paesi ignoti per raggiungere un determinato obiettivo, il vello in un caso, la visio Dei nell’altro. 

Il tema argonautico ritorna poi nel momento culminante dell’intero poema: il canto XXXIII.

Par. XXXIII, vv.94-96

Un punto solo m’è maggior letargo

che venticinque secoli a la ’mpresa

che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

Dante si trova dinanzi al problema di dare ai propri lettori un’idea della sensazione da lui provata trovandosi dinanzi a Dio: un’emozione ineffabile a tal punto che i venticinque secoli che secondo la storiografia medievale erano passati dall’impresa di Giasone risultano essere più chiari di un unico istante (“un sol punto m’è maggior letargo”). Per fare questo, crea una delle immagini più evocative e dense di significato e di bellezza poetica di tutta la Commedia: immagina lo stupore del dio Nettuno, che nella mitologia classica è sempre associato all’ira e allo sdegno, quando dalle profondità del mare ammira il riflesso della nave Argo, la più grande mai costruita dall’uomo; esprimendo al contempo la meraviglia di Dante davanti all’imago Dei e quella di Dio davanti alla straordinaria impesa che Dante stesso ha appena portato a termine.   

Bibliografia

Valentina Lisi, Il paradigma del viaggio in Luciano di Samosata, 2014

Pietro Giannini, Il viaggio dell’avventura: Odisseo, all’interno di Terra Marique: ricerche sul tema del viaggio nella letteratura classica, 2014

Paolo Fedeli, Petronio: il viaggio, il labirinto, all’interno di Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici, 2000

Vittoria Orilia, Giasone e il mito degli Argonauti nella Commedia, 2017 

Filippo Brigliadori

Sogno

La vita è come una lampadina che trema prima di morire, sussulta e palpita di quel desiderio di non morire. E ugualmente ti dona tutto quello che può offrirti: la sua luce. Mi chiedo se lei sa che senza di quella resteresti al buio, che senza la vita ci sarebbe tenebra, che senza la luce potrebbe anche esserci soltanto ansia, terrore e il nulla, senza il suo respiro soltanto sospiro. Forse sì. Come quando la spegni di sera. E ti lasci pervadere dalla morbosa e neghittosa malinconia del buio. E allora ti affidi di nuovo a lei, anche se trema. I suoi sussulti accendono la vita. Ti fanno capire che solo un’altra vita, un’altra luce, potrà continuare a farti gioire delle meraviglie di quella luce, soprattutto dentro di te, in quel groviglio di emozioni che qualcuno chiama spirito. Mentre palpita, tu sai che potrebbe resistere, non credi che stia finendo di donarti la sua forza, fai di tutto per svitarla e avvitarla di nuovo, per stringerla bene al suo sostegno. Sai che cosa succede se si spegne. Non sei un elettricista, non sei un tecnico, non conosci la complessità del suo esistere; non puoi pretendere di sapere quella del tuo vivere. E ti attacchi, più stretto che puoi, alla sua vita.

La sua luce è nei tuoi occhi adesso, occhi che non vedo, occhi che non sento, occhi di cui non percepisco palpito e sospiro, occhi che mi appaiono meravigliosi per quel mistero che li attraversa da dentro. Tu sei la mia luce che vince il nulla. Palpiti e non lo fai sentire. Sussulti e non lo fai capire. Tremi, ma infondi fiducia, con la resistenza della tua energia fino alla fine.

La tua forza è la mia forza. La mia vita è la tua vita. Trema, trema sempre, mia luce. Non spegnerti mai. E, se dovesse mai capitare, facciamo di tutto, perché questa nostra luce si riaccenda insieme in un altro mondo, in un’altra sconfinata bellezza, che domani possa vincere questa fragilità e questo tremebondo palpitare di oggi.

Parole un po’ a vanvera

Ci sono riflessioni che fanno male. Se questo avviene – spesso si sente dire – è perché si avvicinano al vero. Il problema è questo: sento spesso parlare di patrioti, sovranisti e nazionalisti, di patriottismo, sovranismo e nazionalismo, per indicare persone politicamente schierate o simpatizzanti per la destra. Lasciamo stare il fascismo che non è più categoria politica dell’attualità, ma della storia e i cui emuli attuali appartengono più al folclore che alla politica. Si tratta di parole di cui spesso non si conosce né la storia, né il significato e per questo usate a vanvera. Se la storia delle parole che si usano fosse nota, se si avesse consapevolezza della profondità storica del lessico di cui si ci serve nella pratica giornalistica come in quella politica – quel lessico che è sempre bello investigare e che il mio mestiere mette nella fortunata condizione di poter studiare ogni giorno – ebbene, probabilmente sarebbero state effettuate altre scelte. Insomma, si tratta di parole e, siccome per me la parola è il pane, sia quando sono in cattedra al mattino, sia dietro una tastiera nel resto della giornata, meritano una riflessione, stabilendo come premessa cattiva – tanto per esser chiari, quella che riesce a rendere sempre antipatici i professori – che usare le parole senza conoscerne il significato già di per sé dovrebbe essere qualcosa di inqualificabile. Non solo: farlo con una certa presunzione e con il chiaro intendimento di esibire sui social chissà quale immagine di sé suscita persino un misto di tenerezza e di compassione, oltre che di naturale indignazione, in chi abbia un minimo di preparazione linguistica per capire quanto puerile sia un tale atteggiarsi. E questa seconda è la premessa buona, che però, me ne rendo conto, può fare male tanto quanto la prima.

Come ovviare? Prima di rispondere e di esporre la mia tesi, concedetemi una terza riflessione preliminare: purtroppo, ha ragione chi sostiene che i social abbiano dato la possibilità di scrivere soprattutto a chi sarebbe molto meglio che imparasse la nobile arte del bel tacer che mai scritto fu. Lo dice Eco e, se cito Eco, penso proprio di essere al di sopra di ogni sospetto. Chi ha memoria delle due fasi, del prima e del dopo, constata che non si è verificata quella gradualità di passaggio che spesso i processi della comunicazione conoscono: ci si è trovati in un attimo catapultati direttamente dalla società della scrittura controllata e mediata, che richiedeva sempre il passaggio attraverso una redazione, un giudizio, un vaglio di qualità e un imprimatur finale, a quella in cui ciascuno può sostanzialmente dire tutto quello che vuole, quando vuole, come vuole, senza alcun controllo né sulla forma né sul contenuto (fatta eccezione per quelli che ledono certe sensibilità e non rispettano un certo politically correct, dai contorni comunque assai labili e mai sufficientemente chiari). Ci sono poi quelli come me, molto all’antica – nel bene e nel male, lo ammetto serenamente – che giudicano le persone anche dalla precisione nell’uso della lingua e che non riescono proprio a finire la lettura di un testo che inizia anche solo con un errore di punteggiatura. Figuriamoci di ortografia! I social sono lo scempio della lingua e, ci piaccia o no, contribuiranno al degrado, non allo sviluppo della comunicazione. Lo sfogo finisce qui. Termina qui anche la lunga premessa, poiché, innanzitutto, non intendo trovarmi invischiato nelle trappole della sociologia della comunicazione, e, in seconda istanza, non è mio intendimento apparire noioso. La mia riflessione vuole limitarsi soltanto al piano della linguistica e, in certo senso, a quello della retorica. E se questo per voi è noia, siete sempre liberi di leggere altro.

Ebbene, a che pro questa premessa, ben consapevole di avervi tediato abbastanza? Serve per cercare di capire che cosa s’intende quando ci si riempie la bocca con quelle parole di cui parlavo inizialmente: ‘patriottismo’, ‘nazionalismo’ e ‘sovranismo’. Innanzitutto si tratta di parole e come tali hanno una vita di millenni. Cerchiamo di ripercorrerla, senza scomodare paludati lessicografi. Ci vengono tramandate in modo molto semplice, con un significato che è costruito addosso, come un vestito su misura, dalla tradizione letteraria del popolo che le legge e degli autori che le scrivono; i contesti sociali e culturali possono attivare quei meccanismi di estensione e traslazione semantica che i dizionari puntualmente aiutano tutti noi a comprendere; infine, il lettore può riferire quelle parole a un suo vissuto e interiorizzarle come crede, secondo le sue conoscenze e le sue esperienze. Dunque, cerchiamo di capire, perché la materia è un po’ più complessa di quanto possa sembrare a prima vista.

Partiamo da ‘nazionalismo’. La parola viene da nazione, che a sua volta viene dal latino natio, che significa insieme di persone accomunate dalla stessa nascita, natus. Il suffisso -ismo in questo caso ha finito per assumere quella connotazione dispregiativa e radicale, che il vocabolario registra come ultimo significato. Ma il nazionalismo, come atteggiamento prima culturale e poi politico, affonda le radici niente meno che nella riscossa romantica e anticlassicistica tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. In quel contesto diventa promotore di una sensibilità nuova senza la quale non ci sarebbe stato il meglio della letteratura, dell’arte e della musica di quel secolo, a partire dalla Germania e dalla Francia, per estendersi, con le opportune e inevitabili diverse declinazioni culturali, nel resto dell’Europa. Perciò, andiamoci piano a usare il termine convinti di farlo per offendere. Qualcuno, che ha letto qualche libro più di voi (ci sarà sempre la persona che ha letto un libro più di noi: scendiamo dal pero e facciamocene una ragione), potrebbe anche ringraziarvi e lasciarvi a bocca aperta, quanto meno con una curiosità di capire perché non si è sentito offeso. Forse perché conosce qualcosa di più di quello che pretendi di sapere tu? Partiamo sempre da questo: niente è perfetto nella lingua, tutto è perfettibile; niente è assoluto, tutto è adattabile e passibile di mille interpretazioni. Ma soprattutto, facciamo quel piccolo sforzo di capire le parole che usiamo.

Seconda parola: ‘patriottismo’. Viene da patria, che in greco indica i beni dei padri che passano ai figli; da qui l’estensione del significato, dai beni di casa a quelli della casa comune di tutti, lo Stato; estensione che in lingua latina è già compiuta e che da quel contesto linguistico passerà a quella italiana attraverso il filtro dei volgari e la complessa interazione con i vari idiomi allogeni da nord, da est e poi anche da sud. Il patriota non è altro che colui che ha ben chiaro il significato del suo agire politico: tramandare ai figli valori che ritiene validi, di cui ha sperimentato l’efficacia per il progresso. Il patriota è colui che guarda con un occhio in avanti, indietro con l’altro, che costruisce il futuro sempre memore di quanto ha ereditato. Usare il termine in altre accezioni è una violenza alla tradizione linguistica. Pensare che essere patriota sia il marchio qualificante un’azione politica schierata ed etichettata non è soltanto un errore madornale, ma può rivelarsi anche un micidiale boomerang: basterebbe, tra i mille esempi che si possono menzionare, ricordare che tanti combattenti schierati a sinistra negli anni della guerra civile tra il 1943 e il 1945 si sono chiamati patrioti. Il patriottismo è un grande valore della tradizione. Non ha colore. Non sopporta marchi. Se lo si usa come categoria politica, va rispettato in chiunque lo comprende a prescindere dal suo schieramento.

E adesso veniamo alla parola che per me è forse la più brutta che il lessico politico abbia prodotto in tempi recenti: ‘sovranismo’. La parola è talmente giovane che chiunque può dire tutto e il contrario di tutto in mancanza di quegli appigli nella tradizione che le altre due, che abbiamo appena esaminato, consentono di avere. Sovranismo viene da sovrano, che è un derivato dell’avverbio e preposizione super, sopra. Sovrano è chi sta sopra a tutti e non ha bisogno di rendere conto a nessuno del proprio operato. Il sovrano è il monarca. Punto e basta. Usare questo termine al di fuori di questo contesto per indicare comportamenti sociali, culturali, politici ed economici significa non avere la più pallida idea del significato di questa parola. Il sovranismo è quanto di peggio possa esserci per un politico, un politologo o un giornalista che si è formato ed educato nella scuola dello stato moderno di tradizione europea occidentale; il sovranismo richiama l’assolutismo monarchico in cui il popolo è soltanto suddito e non partecipe, esattamente tutto quello contro cui la cultura del nostro continente ha per secoli combattuto, prima soltanto nelle corti rinascimentali e soltanto in ristrette cerchie accademiche, poi anche con le grandi rivoluzioni e nei moti libertari dalla fine del XVII all’inizio del XX secolo, senza distinzione tra quelli ‘carbonari’ di origine liberale e più elitaria e quelli ‘rivoluzionari’ di matrice popolare. Eppure qualcuno riesce a vantarsi di essere sovranista, senza sapere cosa sta dicendo e quale vocabolo sta usando. Che la parola possa essere brutta ammetto e concedo che possa dipendere soltanto dalla mia incancrenita e incorreggibile sensibilità purista; ma che la sua storia, molto giovane, sia questa e che la sua base etimologica sia questa credo che difficilmente potrà essere negato. Insomma, lasciatemi dire che prevedo che ciò che nasce da brutte radici difficilmente potrà dare buoni frutti. Per favore, cestiniamo quest’obbrobrio e cerchiamo qualcosa di più consono alla bellezza che la nostra nazione nei secoli ha saputo esprimere.

Ma procediamo. Siccome non mi piace distruggere un ragionamento senza provare a costruirne un altro, la domanda che mi viene spontanea è questa. Pronti? Siete seduti? Ecco: attenti che ora sparo. Come mai nessuno ha più il coraggio di dirsi socialista? Abbiamo assistito al fallimento del comunismo come esperienza politica, abbiamo assistito al fallimento del neoliberismo, della convivenza tra liberalesimo e cattolicesimo e di tanti altri -ismi. Ma il socialismo? Chi ha avuto mai il coraggio di sperimentarlo veramente? Trovatemelo e mi richiudo ad aeternum sul monte Athos. Qualcuno ha mai veramente provato a capire esattamente che cosa sia, al di là delle tante utopie più o meno campate per aria di cui i libri sono purtroppo pieni? La sua etimologia è a dir poco meravigliosa: ci riporta a socius, vocabolo che in latino indica l’amico che ti segue (molto seducente l’ipotesi che propone il collegamento con il verbo sequor dalla radice seqw-), l’amico che è legato a te dalla condivisione solidale di un sistema di valori e regole, dall’essere permeato del crisma di una humanitas dai contenuti robusti, dal conoscere, vagliare, sperimentare e tramandare le consuetudini di una tradizione e i principi di uno stato di diritto. Vi dirò, a me questo piace davvero tanto. Eppure, quante volte, soprattutto negli anni novanta, l’etichetta di socialista veniva affibbiata come sinonimo di corruzione? In Romagna ch’t’an faza e’ sucialesta! (che tu non faccia il socialista!) è diventato ormai un detto proverbiale per dire ‘non rubare!’ E dunque? Soltanto per il fatto che qualche sedicente socialista ha rubato, dobbiamo necessariamente buttare il bambino con l’acqua sporca? Ma, per favore … Il socialismo ha preso storicamente strade diverse, si sa. Ha imboccato quella del comunismo e quella del fascismo. Si è evoluto in forme totalitarie. Ha visto spesso sovvertire le sue basi in nome di una diversa collocazione del baricentro semantico, in un sistema-partito ad est, in una persona carismatica ad ovest. Ha sperimentato anche commistioni con tradizioni religiose indigene, come accadde a Cuba. Ma restiamo alle radici della pianta e non consideriamo i frutti, che possono anche marcire. Il socialismo, allo stato embrionale di idea, quella memore del significato della parola – per me sempre molto importante – resta alla base di ogni più naturale e schietta aspirazione del popolo. Chi si sente socius sa apprezzare la bellezza della solidarietà, mette l’altro sempre davanti a se stesso e, quando si tratta di progettare, erogare e attuare un servizio, il politico che si sente socius pensa sempre prima al più debole tra gli utenti di quel servizio, anziani e disabili, bambini e persone violentate, per esempio. Il politico che si sente socius non ammette alcuna servitù e non può non apprezzare una costituzione che parte dal lavoro, come la nostra. La persona di cultura che si sente socius dialoga con tutti nel mondo del lavoro, nelle piazze, nei luoghi d’incontro, non vomita odio represso da una tastiera, non si chiude nel mondo finto dei social, comodamente filtrato da uno schermo. Il socius vive una vita vera, in cui si può essere materialisti come spiritualisti, ma si è sempre accomunati da una prassi metodologica che può avere tante forme, ma punta allo stesso traguardo: può essere un principio di metodo o un dettato d’indirizzo che si esprime in una prassi di comunità, di solidarietà, di fratellanza, di squadra e di unione. Il traguardo è quello di sempre di ogni politica vera: sarà il bene dello Stato per alcuni, della Patria per altri, della Nazione per altri ancora, ma non sarà mai quello del partito, mai quello del suo capo.

Mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse che vorrebbe ripartire con me da qui, come mio socius. Occorre coraggio? Eccomi, ce l’ho. Potrò avervi annoiato, potrò aver lasciato dell’amaro in bocca a qualcuno, potrò aver detto qualcosa che fa pensare più di quanto si sarebbe inizialmente pensato, ma quello che a me preme è soltanto essere riuscito a conseguire un obiettivo, arrivato alla fine del ragionamento. Quale? Non aspettatevi niente di eclatante. L’obiettivo è questo: dopo aver dovuto esporre una lunga premessa, dopo la stesura di una parte centrale di tipo confutatorio, dopo una proposta concreta e, se così si può dire, ‘operativa’ nel finale, lasciatemi almeno l’illusione di nutrire una certa convinzione, quella, per l’appunto semplicissima, di non aver usato parole a vanvera. Per davvero, mi basta questo. Enea non pianse un amicus, quando perse nel silenzio di una notte di bonaccia il nocchiero Palinuro; non pianse un comes, un compagno. Enea pianse un socius. E come reagì? Si stracciò le vesti? No. Maledisse gli dei e il fato? No. Si mise lui al suo posto e portò la nave a destinazione. Questo a me piace.

Lo smarrimento del significato di servizio

Vivere le fasi di una campagna elettorale significa assistere ad una narrazione molto particolare, in cui non si racconta una storia, ma si vive costantemente, da una parte, di evocazioni proiettate in un futuro non ben definibile, le promesse, e, dall’altra, di rievocazioni più o meno infarcite di nostalgie e di volontà di recupero del rapporto con una Tradizione, che si avverte sempre più lontana e sempre meno probabile ad attuarsi. Questa narrazione ha i suoi attori, che sono i candidati che si possono, sostanzialmente e senza timore di cadere in generalizzazioni, dividere in due categorie: da una parte abbiamo quelli di razza, che praticano la politica di mestiere, che sanno tessere trame, che dovrebbero maturare una formazione a contatto con la vita sociale ed economica e che invece si dimostrano alla prova dei fatti incapaci, perché troppo assorbiti da quella che un tempo si sarebbe detta la vocazione dell’aparatćik; dall’altra abbiamo quelli che – mi sia concessa l’espressione – fanno più tenerezza, persone piene di buona volontà, convinte di spaccare le montagne, spesso, ahimè, invasate, per una sorta di via di Damasco, che può far perdere loro il lume della ragione, spesso blandite con promesse abilmente confezionate dai primi e presentate loro come realizzabili. I primi usano abilmente i secondi che portano contributi alla lista, ma non arriveranno mai a coronare i loro sogni di gloria, perché il partito lavora naturalmente per i primi, non per loro. Parrà strano, ma si ha quasi l’impressione che questo aspetto, scontato per chi assista alla narrazione dall’esterno, non sia affatto tale, tanta è la convinzione che la perdita del lume comporta. L’aspetto paradossale della nostra narrazione è che i secondi appaiono mediamente più graditi alla gente comune, anche perché generalmente dotati di un superiore quoziente intellettivo, non foss’altro perché si sono messi in gioco convinti, in modo più o meno utopistico, di migliorare un mondo di cui sono parte attiva; mentre i primi appaiono come ingessati in parole e gesti dettati da un copione, costretti a recitare una parte in un ruolo che non conoscono, costretti a parlare di tutto, ad affrontare domande su tutto, potenzialmente dotati di un buon quoziente intellettivo, ma impossibilitati dal ruolo ad esprimerlo. Quello che ai secondi sfugge dei primi è un fatto non secondario: di buon mattino, mentre i primi hanno già letto tutti i giornali e controllato tutti i sondaggi, i secondo devono prepararsi per andare al lavoro, attratti dai quei giornali e da quei sondaggi non meno dei primi, ma costretti a sbirciarli in modo più o meno clandestino, nei brevi intervalli che lo consentono, usando inoltre i social più o meno come sfoghi, come li usa la gente comune, senza avere pagine ad hoc sapientemente costruite con i materiali forniti dal partito, come invece hanno i primi. Si ha poi un secondo momento della giornata assai delicato, che marca la differenza nella nostra narrazione che – chiedo venia – assomiglia sempre più ad un’antologia di pagine scelte: quando a sera ci si trova per l’aperitivo o la cena politica in cui devono essere presentati tutti i candidati, i secondi hanno lavorato nei ritagli di tempo o hanno sacrificato al lavoro e alla famiglia le preziose ore del fine settimana, per pensare a come fare bella figura, felici e ansiosi nell’attesa di quel momento per loro importante e a cui hanno invitato decine di amici; ma la loro delusione, che solo chi ha un po’ di esperienza avrebbe potuto prevedere, arriva nel momento in cui si rendono conto che non saranno loro i protagonisti, che loro saranno comprimari e che il loro compito è quello di non rubare rigorosamente la scena ai primi, che, mentre gli altri lavoravano nei preziosi ritagli di tempo, guadagnati con uno spirito di sevizio alla causa e una passione veramente tanto encomiabile quanto inutile alla resa dei conti, hanno invece preparato il momento con l’attenzione di un vero professionista. A questo punto la narrazione arriva a un bivio per i secondi: ci saranno quelli con qualche anno in più sul groppone, più scafati e meno permalosi, pronti ad accettare perché sanno come funziona in questi casi la macchina organizzativa, che non se la prenderanno e accetteranno di buon grado il ruolo di comprimario; purtroppo non saranno in maggioranza, perché i più reagiranno in modo diverso, si lasceranno prendere dal nervoso, si sentiranno accantonati, credevano di essere protagonisti e si trovano citati tra i tanti, credevano di presentarsi con un bel discorso che si erano preparati da giorni e invece vengono loro concessi due minuti a testa per dire nome, cognome, professione e cosa faresti di bello da grande; la differenza la fa quella famiglia a casa, che spesso i primi non hanno, quei figli che sono stati lasciato ai nonni o alle baby sitter e non capiranno perché, quel lavoro che hai trascurato durante il giorno o in cui i risultati sono stati comunque inferiori al solito, un lavoro che i primi non hanno perché per loro quello è il loro lavoro. Queste due categorie di secondi si divideranno: i primi si faranno da parte, in quanto sanno di aver dato quello che a loro era richiesto, contribuiranno nei limiti del possibile ancora alle attività del partito, l’insegnante per la scuola, il medico per la sanità, l’artigiano per la piccola impresa, il disabile per le tematiche sociali dell’inclusione, l’impiegato pubblico per i problemi del suo comparto, consapevoli del loro ruolo ben definito; i secondi dei secondi, quelli dalle belle speranze, spesso vanno veramente in crisi, perché alla delusione del mancato riconoscimento del ruolo che credevano di ricoprire in politica, si aggiungono i problemi determinatisi in casa e i minori risultati nel lavoro nel frattempo trascurato. La narrazione dovrebbe proseguire con mille esempi diversi. Ma saltiamo qualche storia e procediamo oltre.

E allora cosa succede? Qui viene il bello. I primi, i politici di mestiere, chiedono aiuto agli altri, mettono in moto le squadre, attivano meccanismi in cui le consulenze, generosamente fornite dai secondi, mai saranno riconosciute, caso mai i primi vincessero e fossero eletti. Il giochino però si rompe subito. E la politica fallisce là dove il cittadino invece la vorrebbe presente e operativa. Schumpeter disse che, nel momento in cui il cittadino si presta alla politica e non la pratica di mestiere, assume inevitabilmente atteggiamenti ridicoli e infantili. Temo avesse ragione da vendere. Come si può allora uscire dall’aporia? Una strada potrebbe essere tentata. Ma occorre un grande coraggio. La via che propongo è quella di ritenersi tutti compagni di viaggio, tutti sulla stessa barca, tutti coinvolti per il buon esito del tragitto, seppur con mansioni e competenze diverse, ma animati da quello spirito di solidale compagnia che porta la squadra alla vittoria, lo spirito di Enea e dei suoi socii, la prima espressione, seppure nella finzione letteraria, di un socialismo compiuto, effettivo e concreto, di un socialismo dal fondamento spirituale, guidato dalla forza del destino e dalla certezza della mèta. Finito il viaggio, chi viene eletto svolgerà il suo servizio, memore del fatto che di servizio allo Stato, e non di professione, si tratta. Forse è un po’ troppo weberiana la mia visione? Sinceramente, stando così le cose, non vedo alternative, se vogliamo riconquistare i giovani alla politica e soprattutto se vogliamo riappropriarci della più nobile forma di cultura che da Platone in poi sia mai stata riconosciuta: servire lo Stato e farlo memori di quella vocazione sociale ben definita per primo da Aristotele. Fare politica non significa altro che questo, alla fine della nostra narrazione: rendere un servizio allo Stato, il più alto e nobile tra tutti. 

Eppure la domanda che resta è questa e non è affatto di poco momento: come mai comprendere questo elemento per tutti fondamentale e indiscutibile, che i miei ragazzi in classe capiscono subito al volo, leggendo e traducendo i classici dal latino e dal greco, risulta invece alla prova dei fatti, nella quotidiana prassi della politica, impresa improba e titanica? Utopia un tanto al chilo? No. Rileggete bene e forse non la definireste così.

Buon Anno!

Nel momento in cui tutti augurano novità importanti per il 2020 venturo, nel momento in cui gli astrologi fanno a gara a chi la spara più grossa, mi viene in mente l’aneddoto, tramandato da Valerio Massimo, che ha come personaggi Dionisio il Vecchio, odiato tiranno di Siracusa, e una vecchietta che, invece di augurarsi la sua fine, come tutti i suoi concittadini, rivolge preghiere per la sua buona salute e perché resti il più possibile alla guida dello stato. Dionisio, stupito della singolarità del comportamento, le chiede perché lo fa. E lei risponde: “Una volta su Siracusa comandava un tiranno crudele e ingiusto. Dopo la sua morte un tiranno ancora più spietato di lui occupò la rocca di Siracusa: perciò ho pregato che anche il suo dominio fosse breve. Ma a quel punto sei arrivato tu e la tua crudeltà, superiore a quella dei precedenti, è nota a tutti. Così dedico in voto agli dei la mia vita in difesa della tua buona salute, perché dopo la tua morte non ci tocchi un altro tiranno ancora peggiore di te!”

Dunque? A che pro auspicare il meglio, memori di quanto trascorso? Viviamo in una nazione la cui tradizione, la cui cultura, la cui arte, il cui estro e la cui identità sono ovunque oggetto di ammirazione. Perché cercare il meglio nel futuro, oppure lontano da noi, oppure in chissà quali novità che potrebbero deludere come le tante da cui si siamo stati recentemente illusi? Perché non cercare una volta tanto il meglio in noi stessi, nei nostri gesti, nei nostri comportamenti, nella nostra lingua, nella nostra letteratura e arte, nella nostra tradizione e nella nostra identità, tutto assolutamente prodotto della nostra terra, che tanti riconoscimenti, anche nel paesaggio, continua a ricevere? Non sento il bisogno di costruire chissà quali mondi nuovi o migliori o di spaccare chissà quali montagne. Ho tutto quello che serve per migliorarmi intorno a me, nelle mie città, nei miei paesaggi, nelle persone con cui vivo, nei miei libri, nel mio lavoro, nei miei studenti. Tra questi stimoli ce ne sono anche che vengono da lontano? Bene. Valutiamo senza preconcetti ciò che può migliorarci e auguriamo un sincero e sereno 2020, che sia migliore perché più vero e meno ipocrita, più riservato e meno ciarliero, più consapevole e meno farlocco, più sociale e meno social, più sentito e meno imitato, più compartecipato e meno condiviso, più solidale e meno egoista.

Può bastare un gesto semplice come un dono. Nel vedere un mendicante seminudo che pativa per il freddo durante un acquazzone, Martino di Tours gli dona metà del suo mantello; poco dopo incontra un altro mendicante e gli regala l’altra metà: subito il cielo si schiarisce e la temperatura diventa più mite. Non siamo in Italia, ma in Francia. Ma la tradizione ci accomuna in questo caso e ci offre queste perle per la riflessione. L’episodio fu un tema molto amato dalla pittura italiana e tra le tante possibili rappresentazioni ho volutamente scelto quella che forse è la più semplice, una tavoletta da 20 x 16 cm del Sassetta, pittore senese, maestro al suo tempo, il XV secolo, poco conosciuto al pubblico di oggi, che non sa scoprire tesori: su un semplice fondo oro neutro Martino dona il mantello al povero: due sole persone, ma due mondi si contrappongono in quelle due figure di cui la prima, a sinistra, a cavallo e riccamente vestita, la seconda, a destra, a piedi e seminuda; in mezzo, al centro di questa narrazione per immagini, un mantello rosso. È tutto qui. Non c’è altro da dire, se non ricordare quello che del Sassetta lapidariamente scrisse lo storico dell’arte Cesare Brandi: “non dice tutto quello che sa, ma ben sa tutto quello che dice”. A questa tavoletta la definizione si attaglia a pennello. Ecco cosa mi sento di augurarvi: non c’è bisogno che diciamo sempre tutto quello che crediamo di sapere, cerchiamo di far capire che ben sappiamo quello che narriamo. Che nostro 2020 sia tutto in quel mantello! Chiedo tanto? Forse sì. Ma credo sia bene così. Auguri a tutti.

Dialogo di un dirigente d’industria e di un insegnante

La colazione al bar, nelle città di provincia, è spesso il momento per gli incontri inattesi: questa volta un genitore di un ex alunno, situazione che, si può immaginare, in una città di centomila abitanti dopo ventisette anni di servizio e un centinaio scarso di nuovi genitori ogni anno, diventa piuttosto frequente. Si parla del più e del meno e alla fine la discussione si fa interessante. Il mio interlocutore sostiene che il ruolo dell’insegnante come educatore si dovrebbe manifestare anche nella capacità di scegliere chi può o chi non può andare avanti. Sostiene anche che la scuola che promuove tutti fallisce rispetto alle sue finalità educative, perché il mondo del lavoro oggi è estremamente selettivo. Ascolto con attenzione, perché in queste occasioni mi rendo conto dello iato tra le prassi educative sul piano pedagogico e didattico e gli ingranaggi sociali del mondo lavorativo in quasi tutti i settori, soprattutto in quelli che, con orribile parola, si chiamano produttivi. Rincara la dose il mio interlocutore, dicendo che gli studenti arrivano alla fine del loro percorso di studi senza sapere scrivere correttamente, senza saper fare collegamenti logici, senza saper calcolare. Questo, del resto, si sente dire, si legge un po’ dappertutto, ormai come un mantra. Ebbene? Occorre una risposta. Ho tante idee che frullano. Gli argomenti non mancano. Bisogna metterle in ordine. Ci provo.

“Lei è dirigente in uno stabilimento industriale nel settore chimico. Io insegno lettere classiche. Lei è appassionato lettore di storia antica. Io ritengo che un approccio analitico, proprio dello statuto delle discipline scientifiche, sia ormai entrato nella mia prassi didattica. Dunque, i presupposti per trovare un punto d’incontro ci sono. Nonostante questa modalità di approccio, mi ritengo all’antica nella mia prassi didattica. Perché? Guardi, la risposta è molto semplice: lo sono perché credo nel valore educativo della lezione frontale. Credo nella forza propositiva della figura dell’insegnante come modello culturale, come paradigma di un’azione dettata da una formazione, di un’attività professionale intesa come elezione, passione e dedizione. Ho sperimentato anche altro prima di arrivare a questa convinzione. Dunque, non sono pervenuto a questa conclusione del valore formativo della lezione frontale semplicemente in virtù del fatto che tutti diventiamo tradizionalisti con il passare degli anni, qualcuno dice conservatori, usando una parola che mi è sempre piaciuta poco. Ci sarà anche del vero, ma credo di poter dire che sono sempre stato un tradizionalista, per il fatto che la tradizione non è la vacua nostalgia del buon tempo che fu, come generalmente si pensa, ma la consegna ai posteri di quanto l’emittente di un messaggio, portatore di una personalità intrisa dei contenuti che lui ha scelto, a sua volta sceglie da consegnare a un destinatario, nella fattispecie i suoi alunni. Dunque tradizione significa setaccio. Conservazione significa altro. Tradizione significa apertura al cambiamento e al futuro, memori dell’esperienza pregressa. Conservazione significa lasciare tutto com’è, con un atteggiamento che personalmente ho sempre giudicato passivo e soprattutto condizionato da un bagaglio di elementi assunti acriticamente, insomma, pregiudizi. Insegno lettere classiche, dunque materie a contatto con i testi. Lavoro principalmente nella lettura e nell’analisi dei testi. Ma sono laureato in storia, ho un dottorato in storia antica e la ricerca storica, che ho praticato per anni, parte da una rigorosa riflessione metodologica sull’esegesi delle fonti. La prassi didattica a cui mi attengo oggi è dunque di tipo applicativo: si legge, si analizza la lingua, lo stile, si traduce, si presta attenzione al delicato momento del passaggio tra la destrutturazione da un codice alla ristrutturazione in un altro codice, si lavora sui temi, si approfondisce passando dal testo al contesto con l’analisi delle relazioni intertestuali e, laddove possibile, extratestuali. La metodologia è questa. Chi la fa sua impara l’arte della profondità analitica nella lettura, nello studio e nella conoscenza di tanti testi come condizione imprescindibile per l’elaborazione di una sintesi complessiva. L’intendimento è quello di mettere nella condizione di divulgare con cognizione di causa, sulla base di argomenti e non di giudizi preconfezionati, come accadrebbe se non si partisse dal testo, ma lo si utilizzasse soltanto per dimostrare quanto precedentemente sostenuto in sede storico-letteraria. La lezione frontale diventa pertanto occasione per presentare una modalità di lettura di un periodo storico o di un autore, che non sarà mai perfetta, in quanto sempre più o meno condizionata dalla personalità del docente, ma avrà un suo particolare calore umano e non lascerà mai l’impressione di qualcosa di asettico. Non occorre avere qualità eccelse. né tanto meno cadere nella trappola di considerare la professione una pretesa. È un lavoro di responsabilità, come il suo, ma con una differenza: mentre lei riceve una pianta già cresciuta e deve fare con quello che ha, il mio compito è di far di tutto perché cresca bene. Occorre studiare, leggere, praticare quella fatica e quel piccolo sacrificio di quotidiano dialogo con i classici, che diventa anche un esercizio e un allenamento per la mente. La lezione frontale intesa come momento di confronto analitico sul testo presenta un enorme vantaggio rispetto a quella intesa puramente come trasmissione di un messaggio preconfezionato: mette a nudo il docente con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, perché sarà sempre il frutto di quella differenza che sin dalla nascita ci rende tutti assolutamente originali. La lezione frontale è un antidoto all’omologazione delle menti, perché propone un esempio. Sta al singolo docente dare a quell’esempio la forza necessaria, con l’uso sapiente e bilanciato della retorica e della dialettica. L’insegnante, diversamente dal politico, non deve convincere, ma educare; non deve persuadere, ma proporre esempi attraverso i testi, la loro analisi, attenendosi alle procedure che l’esperienza e il confronto professionale insegnano e aiutano a declinare secondo le esigenze e le attese degli studenti. La lezione frontale è interazione continua tra chi parla e chi ascolta, in un processo che vive una sua continua evoluzione, e per questo non può essere incasellata in schemi. Vive di una sua vita che non conosce regole prefissate, ma solo tendenze che hanno bisogno di una guida. Se la scuola si rendesse conto che questo è il cardine della funzione docente, tante aberrazioni, carenze e storture, di cui le parla. sono sicuro che non ci sarebbero. Non occorre essere dei geni per capire che un dirigente di una scuola deve mettere i docenti nella condizione di essere esempi, perché educare non significa ridurre a schema, ma condurre fuori, mettere nella condizione di affrontare con spalle forti le sfide della vita. Forse si stupirà se le dico che a me interessa non tanto che i miei studenti conservino la conoscenza delle regole linguistiche, ma il metodo di analisi dei testi, perché è l’unica scuola utile a formare una personalità che sappia un giorno costruire una sintesi con cognizione di causa.”

Il mio interlocutore ascolta con attenzione e mi dice: “Rifletterò. Ci sono dettagli che mi sento di condividere subito, altri su cui dovrei pensare di più. Ma mi sento di dirle una cosa per il momento. Il mondo del lavoro avrebbe tanto da imparare sulla scuola e dalla scuola, prima di tranciare giudizi. Mi piacerebbe assistere a qualche lezione.”

“Credo che tra i miei colleghi tanti la ringrazierebbero se lo facesse. Ma credo che lei stesso si convincerebbe di quanto sia vero che non si smette mai di imparare. Eppure, sembra un ostacolo insormontabile avere l’umiltà di ammetterlo, come lei ha appena fatto.”

“La prossima volta mi piacerebbe parlare di docimologia e valutazione, se non le dispiace.”

“A sua disposizione. Come vede, i bar offrono occasioni per bellissimi incontri. Questa del sabato è una mia ora libera, utile per un caffè rigenerativo. Lei sa dove trovarmi.” E ci salutiamo.

Un libro

Resta l’immagine di una pagina scritta al risveglio. Ripercorri a ritroso un cammino ben consapevole di trovarti in una singolare dimensione. Trovi un libro sul cuscino. Con quello hai congedato la giornata precedente e con quello battezzi la nuova. In mezzo un sogno, ricco di immagini confuse, che sembrano connesse con quelle pagine. Che cos’è quello che ho in mano? Mi piace pensare che sia più di quanto io possa credere, considerando quante ore della giornata i libri occupano. E allora qualche risposta arriva, pensando al sogno e cercando di dare disperatamente un ordine a quel caos di immagini che s’inseguono nella mente.

Un libro è la ricerca di quello che non hai mai trovato, la voglia di fare quello che non hai mai fatto, la voglia di essere quello che non sei mai stato. Lo cerchi tra le righe. Non lo trovi mai. Proprio per questo cerchi sempre. Proprio per questo leggi.

Un libro è un magma di parole che ti ribolle nell’anima, ti appassiona con immagini di fuoco, ti coinvolge con le catene di quelle parole di cui è pieno. Ogni tanto fa il botto e le fa uscire in mille rivoli. Tu cerchi di salvare qualcosa, ma resti costretto ad ammirare da lontano. Non sarai mai degno di catturare quel premio, anche se non mancherà mai chi ti dirà che lo meriteresti. Le parole sono fuoco. Il fuoco attrae, consuma e brucia. Di parole si vive. Di parole ci si consuma.

Un libro è qualcosa che, ti piaccia o no, resta. Un grande poema che tutti ammiriamo volle essere bruciato dal suo autore in punto di morte. Sapeva che quel libro sarebbe stato lui, la sua immagine. Si rendeva conto di quanto impegnativo fosse un tale lascito ai posteri. Non volle. Non si sentì all’altezza. Lui, che tutti avrebbero ritenuto il più grande, si sentì il più piccolo. Ecco: quello sarà sempre il libro perfetto. Quello che il suo autore non avrebbe mai ritenuto perfetto.

Un libro è un sogno, un luogo in cui si entra per curiosità, alla ricerca di quell’emozione che rende ricchi perché dapprima senza un apparente significato, poi, arrivato all’ultima pagina, forse ne avrà anche troppi e allora ti ritroverai al punto di partenza. È un sogno che ti insegna sempre qualcosa proprio perché non comprenderai la ragione per la quale ci sei entrato, un sogno che lascerà sempre il suggello del suo dubbio. In un sogno non si sa perché si entra. Di un sogno non si sa quale sia l’intendimento. Di un sogno non si sa quale sia la matrice. Morpheus a Nero dice di Matrix che “è il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità”. Nel mio sogno vorrei che il libro fosse esattamente il contrario di tutto questo. Ecco perché quelle parole entrano, ma poi trovano anche l’occasione di uscire. Non vorranno mai che esista uno schermo che ne nasconda il senso profondo. Vorranno essere la semplice espressione di uno spirito che vive in qualcosa di incompiuto e che soltanto lì impara quello che occorre per cercare di apparire il più compiuto possibile.

Sogno

Qualcuno è convinto che scegliere ciò che è inconsueto sia segno di una sorta di superiore intelligenza, che l’andare controcorrente sia una necessaria manifestazione di coraggio, che optare per uno stile di vita originale sia meritorio di premio. Sarebbe semplicistico chiudere la questione sostenendo che si tratta di pure convenzioni. Talvolta queste affermazioni possono essere fondate. Ma non sempre è così vero. Chiudere gli occhi e lasciarsi infondere sentimenti e percezioni da una forza a te ignota aiuta spesso a capire il valore della sfumatura. Ebbene, quella forza ha agito e questa volta mi ha indotto a immaginare che la vita sia come quando voli come su un aliante. Hai bisogno innanzitutto di chi ti porta su, lo farà la tua famiglia, lo faranno gli amici, lo farà l’amore. Poi, una volta su, voli libero, senza motore, senza nessun altro ausilio che le forze che nella natura trovi, l’aria che ti pervade, il vento che ti mantiene sempre alto su tutto e su tutti, la luce che ti sfonda dentro dappertutto. E stai bene. Ma sopratutto lassù, nel dominio assoluto dell’unica forza che può pretendere di avere il controllo sul tuo corpo e sulla tua anima, quella natura a cui tu, in assoluta libertà, decidi di affidarti fiducioso, vivrai il piacere del silenzio e ne comprenderai il valore autentico. Senza quel silenzio, premio della tua libertà, non apprezzeresti mai il rumore becero e invidioso, acrimonioso e insidioso di chi resta sotto, servo di tutto e di tutti, e non potrà mai volare. La vita, volata così, è il viaggio più bello che si possa realizzare, comunque e ovunque, nonostante tutto. Da lassù ogni differenza sfuma, ogni errore di fabbrica risulta impercettibile, tutto quanto appare il prodotto di un sapiente disegno. Un disegno di chi ha potuto scegliere. E allora rifletti. E ti ricordi che non sempre nella vita puoi scegliere. È questo che ai più non va giù. Chi ha sempre avuto la pappa bell’e cotta e crede che tutto quello che ha, che possiede, che ha ottenuto, sia lì nelle sue mani, come qualcosa di dovuto o addirittura di scontato, raramente si rende conto di cosa significa conquistarselo. La solitudine, nel silenzio della libertà, aiuta allora a riconoscere anche questo. Stare sempre laggiù, nella presunta normalità, non lo consente, illude, travia, induce un’immagine fittizia della vita. La solitudine invece aiuta a creare sempre qualcosa, perché nella solitudine pensi, correggi, emendi, consegni; aiuta ad apprezzare anche un errore di fabbrica per quello che è: non l’hai scelto tu e quello che hai tu vale il doppio, proprio perché tu hai avuto quegli strumenti idonei per valorizzarlo e per capire la bellezza di tutto quello che per i più è scontato e addirittura spesso dozzinale.

E allora il sogno fa il suo mestiere. Costringe nel caos la memoria. Inizia il suo andirivieni nel tempo e ti riporta a un colloquio con un amico che, in un mio periodo di malattia, mi aveva detto di percepire una specie di ansia da solitudine nelle mie parole. Lo dovetti correggere immediatamente. Perché ansia? Da che punto di vista osservava la solitudine? Dal basso o dall’alto? Dal caos e dal disordine terrestre o da questa meraviglia di armonia che il silenzio del cielo comunica? Lui mi disse che il dolore ha il potere di togliere ogni dignità alla persona e che questo produce effetti collaterali. Aggiunsi: anche la fiducia e la credibilità vengono tolte, perché chi non vive la quotidiana guerra non lo può mai capire. Avvertii allora la necessità di correggere il tiro e di dare alcune spiegazioni. Dissi che in questi casi sarebbe sempre meglio tacere e lasciare che gli altri pensino quello che sono liberi di pensare; meglio tacere e non lasciarsi prendere dalla tentazione di pensare come quella persona, che non ha fatto il minimo sforzo per comprendere, possa reagire in queste condizioni; meglio tacere sempre, nella consapevolezza che, appena avverti il bisogno di condividere il dolore, l’altro ne sta già cercando uno suo e pensa a se stesso e non a te; meglio tacere e, appena possibile, fare una gran risata esorcistica. Ma solo per te stesso. Gli altri, lascia perdere. A meno che? Sì, ci può essere un’eccezione. Nel caso che anche l’altro soffra, allora tutto potrebbe cambiare. Due sofferenze possono annullarsi in un amore? Assolutamente sì. Come in matematica: meno per meno dà più. Ma è un caso molto raro.
L’amico mi rinfacciò che avevo poca fiducia nell’altruismo. Anche quello era vero, ma solo in parte: l’egoismo è il peggiore dei mali, senza dubbio, perché tutti in un modo o nell’altro siamo egoisti; ma l’altruismo è facile da imparare e riconoscere agli altri sono in teoria; una cosa è imparare l’altruismo, altra essere altruista; ce ne corre, come sempre del resto tra il dire e il fare. Nel capolavoro di Joël Dicker La verità sul caso Harry Quebert, in uno di quei dialoghi sulla scrittura dal tono quasi filosofico tra Markus ed Harry che costituiscono quasi una sorta di intermezzo tra un capitolo l’altro, il secondo sostiene che una cosa è imparare la scrittura, un’altra essere scrittori. Insomma, la verità viene dalla realizzazione dell’opera finale, la risposta alla tenacia dell’allenamento settimanale viene dal campo nella partita della domenica.

Gli dissi allora che la solitudine è una condizione a cui ci si deve abituare, perché prima o poi capita a tutti. L’anziano vive solo, perché spesso perde gli affetti, anche dei suoi stessi familiari. Il disabile spesso vive solo, vuoi perché le strutture esterne lo costringono a dipendere dagli altri e a sentirsi protetto soltanto tra le mura di casa, vuoi semplicemente perché la società in cui viviamo trova più comodo compatirlo che aiutarlo. Il marito separato spesso vive solo, perché per l’uomo stringere relazioni è più difficile che avere conoscenze superficiali, mentre per la donna pare sia più facile. Il timido può trovarsi solo non perché meno coraggioso di altri, ma proprio perché lui, meglio di altri, sa quanta paura provochi una relazione avviata in modo improvvido e quanta delusione derivi da un’illusione lasciata alla deriva come la nave il cui timoniere si è addormentato o si è lasciato sedurre dalle sirene del momento. Tante persone che confidano troppo nella profondità dei sentimenti vivono sole, perché per loro la vita è una cosa fin troppo seria, quasi una pretesa. Ma vista da una prospettiva atipica come questa, dal vetro di un velivolo senza motore, dominato completamente dalla bellezza della natura, fiducioso totalmente nelle forze di quella, la solitudine, di cui l’amico mi avvertiva di essere preda, appare invece un prisma dalle tante sfaccettature, assai più complesso e per questo più intrigante da studiare. Gli dissi che la solitudine è come una montagna dolomitica, che per i più è bella solo se ammirata dalla parte fotografata da tutti, quando invece avrebbe mille altri scorci da indagare, quelli che soltanto i suoi veri intenditori conoscono e sanno rispettare; che la solitudine è un paesaggio malinconico nell’immaginario comune, può anche diventare un ricettacolo di rifiuti se la vivi male, può consentirti di vedere la vita da un’angolazione inconsueta e riservarti il godimento di una bellezza che mai avresti immaginato prima. Non esiste una definizione universalmente condivisibile. Quassù lo comprendi molto bene. Nel sogno tutto ha il potere di sembrare sempre chiarissimo. Gli dissi anche che la parola viene da un vocabolo latino che significa semplicemente luogo disabitato, e basta: tutti possono aggiungere quello che preferiscono, tutti la possono intendere come vogliono, tutti la possono fare propria come preferiscono. Oggi aggiungerei a quella riflessione di allora che la sua vastità è la sua bellezza.

Al risveglio dal sogno, ti resta questa riflessione, e non è poco: il viaggio della vita, senza la libertà di quel silenzio di cui ti sei inebriato lassù, nell’incanto della solitudine desiderata e meritata, e da cui non ti saresti mai voluto destare, è come un treno senza un luogo d’arrivo, una strada imboccata senza una meta, una passione attraversata senza amore, un’avventura che s’impaluda nelle melme dell’effimero. Senza il sogno quel viaggio non sarebbe possibile. Solo il sogno lo rende reale. Solo il sogno ti dà il premio.

È il silenzio nella libertà, su un aliante fiducioso delle forze che lo sostengono e lo governano. È il silenzio della libertà, la cui fiducia è tutta quanta in quella natura e in quella forza che ti ha plasmato.

Dietro le quinte di una lezione sul Fato

Nam lacrimis nostris nisi ratio finem fecerit, fortuna non faciet: se la ragione non metterà fine alle nostre lacrime, ci penserà la sorte. Lo scrive Seneca per consolare Polibio, il potente liberto dell’imperatore Claudio, per la morte del fratello. Seneca nutre una convinzione e non la cela: esprime in questo testo con sentimento indubbiamente forte l’energia con cui un destino prefissato può guidare l’esistenza, un fato inteso come qualcosa contro cui è assolutamente impossibile e inutile combattere, qualcosa da accettare. Insomma, un Seneca che fa a botte con quel presunto precursore del cristianesimo che in modo goffo e ridicolo ci venne insegnato a suo tempo, ma che costituisce comunque un’interessante prova di come la rappresentazione dei fatti può imprimersi nella mente delle generazioni più dei fatti in sé e per sé. Ma la parte costruttiva del discorso consiste nel dichiarare che questa accettazione non deve essere il risultato di un processo fatalistico con intendimenti rinunciatari, bensì deve essere il prodotto di un esercizio attento e oculato dei mezzi della ragione. Poche righe prima Seneca aveva scritto qualcosa di molto più forte. Diutius accusare fata possumus, mutare non possumus; stant dura et inexorabilia: noi possiamo accusare il destino quanto a lungo vogliamo, ma cambiarlo non potremo mai; si opporrà in modo tenace e inesorabile. Il tutto viene argomentato con una lunga serie di inutili rimbrotti e infruttuose lamentele, che sottraggono tempo prezioso all’azione e alla riflessione su se stessi e sui propri vizi non sufficientemente curati, tema del resto profusamente svolto nel De brevitate vitae e in vari passi di altre opere. La conclusione è di quelle lapidarie, che toglierebbero la voglia di replicare anche al più provetto esperto di dialettica: lacrimae nobis deerunt ante quam causae dolendi. Le lacrime a noi verranno meno prima delle ragioni per cui abbiamo provato dolore. Queste ultime, dunque, resteranno e renderanno inutili le prime, perché nulla cambia di ciò che è scritto. Perciò la conclusione della consolatio consiste nel richiamo a Polibio al senso del dovere e della responsabilità nell’esercizio del suo ruolo pubblico. Troppo sbrigativamente si è inteso leggere in questa finalità quel doppio fine consistente nel volersi ingraziare il potente uomo di corte perché fosse annullata la sentenza che aveva confinato Seneca in Corsica, dove tra l’altro molti lo avranno anche invidiato e da dove scrive queste righe. Non intendo naturalmente negare che Seneca abbia avuto questo secondo fine, ma, avendo più volte letto e riletto questi passi, mi piace pensare che lo abbia fatto coniugandolo perfettamente e coerentemente con la propria visione dell’officium e del senso di responsabilità, che mutuava dalla frequentazione degli scritti dei pensatori stoici. Questo mi piace pensare. L’uomo non può riscrivere il proprio destino, ma deve usare la ragione per uniformare ad esso la sua esistenza. Se non pratica questo quotidiano esercizio, sarà destinato a piangere sull’inutilità del suo stesso pianto.

Ebbene, con un’amica si parlava in chat proprio di questo ieri sera. Anzi, per la precisione si parlava del destino e dell’amore, di come l’uno si coniuga con l’altro. Come ci siamo arrivati? È sempre un esercizio intrigante quello di capire come un dialogo a cena, una discussione, una conversazione a due, una chat arrivi a un certo traguardo dopo essere partita da un certo punto che non si ricorda mai bene quale fosse. Fu così che, giunti alla conclusione che esiste un destino e che piangere sul proprio dolore non serve a niente, proprio come Seneca scrive a Polibio, mi sono poi chiesto come fossimo arrivati a quella conclusione. Ed ecco che allora, ripercorrendo a ritroso la conversazione, scopro che l’irritazione mi ha condotto lì. Esatto, avete letto proprio bene: l’irritazione. Ero irritato. Sì, ero proprio irritato dal fatto che dall’altra parte del filo che collegava noi due conversanti ci fosse una persona convinta che l’amore prima o poi arriva, perché così è scritto anche negli astri. Per quanto non possa negare una certa curiosità da sempre per la questione dell’influsso astrale sulla vita, non ho mai avuto un vero interesse a indagarla, forse per mancanza di stimoli, forse anche per quella parte invisibile dell’educazione familiare che nella vita rappresenta un cordone ombelicale mai perfettamente reciso. Eppure a un certo punto mi sono irritato, quando ho sentito parlare di relazioni tutte capitate e tutte guidate per il verso giusto, proprio secondo quanto previsto dagli astri. Il motivo dell’irritazione è venuto proprio da questa lettura senecana, un testo preparato per i miei ragazzi di quinta, che mi ha indotto nella conversazione serale a riflettere su qualcosa che nella mia vita si è verificato, eccome, e che non riesco proprio a coniugare in nessun modo con questa fiduciosa e ottimistica convinzione che gli astri possano aiutare a guidare bene l’esito dei nostri passi. Due lime sorde: ciascuno andava avanti seguendo il proprio filo, senza che si potesse trovare un modo per venirsi incontro. Il mio punto di vista era questo: nella mia vita il destino ha guidato i miei passi proprio nella direzione opposta e, se gli astri e la loro presunta armonia, che organizzerebbe e darebbe ordine a tutto il creato e che non dovrebbe essere in disaccordo con i postulati cristiani della carità universale, avessero avuto una sorta di accordo e di armonia con questo destino, non mi troverei costretto a riflettere su quei temi che tanto spazio hanno nelle pagine di questo mio sito.

Non è difficile concludere che la riflessione di Seneca dà la sintesi di quello che sempre ho ritenuto e la lapidaria affermazione, divenuta con il tempo proverbiale, dell’epistola 107 a Lucilio Ducunt volentem fata, nolentem trahunt, il Destino guida chi lo vuole, trascina a forza chi non lo accetta, è per me qualcosa di talmente vero, reale, dimostrabile in tutti i modi possibili, che mai mi sentirei di metterlo in discussione, sulla base non di letture, non di teorie o ipotesi interpretative più o meno accademiche, ma sulla base della mia esperienza di vita, di quanto l’esempio della mia persona può offrire alla riflessione degli altri. Nulla cambia di ciò che è scritto. Lo disse il filosofo stoico Cleante, attivo tra IV e III sec. a.C,, lo cita Cicerone, lo riprende e lo fa lapidariamente suo Seneca in un contesto di una tale chiarezza espositiva che non lascia margine a equivoci. E nemmeno la lettura del quinto libro del De civitate Dei di Agostino, dedicato proprio al tema della provvidenza, riesce, per il momento, a convincermi, perché quell’esercizio della libertà e della volontà dell’uomo, che il vescovo di Ippona tanto valorizza nel proprio pensiero, non ritengo che sia una prova della prescienza divina, ma, al contrario, della possibilità che ha l’uomo di accettare o no quanto già scritto per lui. E lo ripeto, non dico questo sulla base delle letture e degli studi; lo sostengo sulla base di una memoria di vita e di un vissuto individuale che si distende e s’imprime su una grande e preziosa pergamena lunga mezzo secolo.

Decisamente forte il contrasto con quanto l’amica ha sostenuto in modo convinto. Ma è in quel momento che il Fato agisce. Ti viene una strana idea. Nella maschera di ricerca del computer scrivi “Destino”, poi selezioni Immagini, poi lo correggi in inglese, “Destiny”, cambia una sola lettera, ma cambia un mondo. E quel Destino allora mette davanti alla tua anima un disegno di Klimt, un nudo di donna, un’opera che l’archivio della ragione non sa in quale sezione di protocollo collocare, né tanto meno saprebbe dire perché sia saltata fuori. Informandoti su quel disegno trovi un testo forte, una lettera in tedesco con parole che ti penetrano direttamente nel cuore e hanno un curioso potere di mettere in moto quegl’ingranaggi dell’anima che sembrava non aspettassero altro. Grazie a quell’immagine ti rendi conto che proprio dalla ricchezza di questi contrasti si può apprezzare la meraviglia dell’amore, esattamente come si trovò a dover considerare in quella lettera Gustav Klimt, quando, di fronte allo splendore ammaliante dei mosaici di Ravenna, non poté non riflettere sulla miseria e sulla povertà che li attorniava, appena fuori dagli edifici che li contenevano. Il destino conduce anche a questo: a desiderare l’amore come un fine che affascina e strega, ma senza avere alcuna idea, se non puramente spirituale, di quale sia il mezzo con cui si possa raggiungere quel traguardo. Il Fato lo sa. A te non compete saperlo. A te compete lottare contro tutto quello che lui ti mette intorno per impedirti di saperlo. Ma dentro uno scrigno antico, dentro una piccola bomboniera, dall’aspetto esteriore anonimo e quasi decadente come il mausoleo di Galla Placidia, si può aprire per te un universo di emozioni che non sai mai dove ti possono portare. A me piace pensare che l’amore sia questo: un agone continuo per conquistare qualcosa di idealmente perfetto proprio là dove mai ti aspetteresti di trovarlo, proprio là dove lo spirito entra in armonia con il destino. Ma sta a te conquistare questo premio. Leggendo Seneca, meditando su Agostino, ma con gli occhi distratti da un disegno di Klimt, mi sono sentito su una strada che potrebbe anche essere quella giusta. Tre stimoli diversi, ma straordinariamente complementari tra di loro. Non posso dirlo ai ragazzi domani in classe. Ma a me piace non dimenticarlo. A me piace che resti una traccia di questo ennesimo sogno meraviglioso.

Tre anni di parole

Il gestore mi ricorda che sono tre anni di sodalizio. Non sono certamente un blogger e non ho certamente la propensione innata alla comunicazione non testuale, multimediale e via dicendo. Lo ammetto, non sono nato in questa generazione. Appartengo a una cultura in cui il testo è quello costituito, tessuto appunto, di parole cucite insieme, che prendono vita su una pagina, senza il necessario supporto di un’immagine o di un video. Scrivo parole. Le compongo all’antica. Il codice è la lingua italiana, che ho imparato dalle labbra della mamma e da quelle del babbo: insomma, una tradizione autenticamente biologica. Il canale, soltanto quello, è un po’ diverso.

Quanto al canale, devo ammettere che aver trovato un contenitore così anomalo e così lontano dal mio modo di vedere la comunicazione per tutto quanto prodotto in tanti anni di scrittura è stato molto utile e mi ha consentito di recuperare, trascrivendoli, testi prodotti con carta e penna in anni in cui un M24 Olivetti come sostituto della macchina da scrivere non avrei mai immaginato che sarebbe entrato in casa. Arrivò, quell’M24, come regalo di compleanno da parte del babbo per la mia tesi di laurea. Correva l’anno 1987. Ora c’è un Mac assai più evoluto, ma che più o meno svolge sempre quella funzione, oltre a tante altre: aiutare le parole a prendere una forma su una pagina, auspicabilmente senza litigare fra di loro.

A questo punto, la domanda che viene spontanea è quale senso possa avere dedicare tanto tempo a scrivere in un mondo in cui si legge sempre meno e addirittura spesso ci si vanta proprio di non leggere niente. Mi rendo conto di andare sicuramente controcorrente non solo leggendo – anzi, leggendo animato proprio da una passione che negli anni non è mai venuta meno – ma anche scrivendo perché altri leggano. Non mi interessa questo tipo di pensiero che nutro ancora la convinzione di ritenere perdente, benché maggioritario. Del resto, se essere maggioranza dovesse significare essere per una sorta di perverso automatismo mentale dalla parte del giusto, l’umanità sarebbe già arrivata al capolinea. E invece non solo non ci è arrivata, ma grazie proprio a quelle minoranze riesce anche a produrre qualcosa di educativo per la maggioranza, spesso a sua insaputa. E questo è molto bello, il fatto che il processo si attui senza che ce ne accorgiamo, quasi per magia.

A questo punto del ragionamento lasciatemi dire che saper apprezzare una buona lettura è ancora un modo per crescere e imparare. Anche scrivere lo è, naturalmente. Sì, perché scrivendo si impara, esattamente come leggendo. Che cosa si impara? Devo dosare le parole a questo punto, perché quello che sto sostenendo può apparire banale, se letto nel contesto sbagliato, oppure con gli strumenti inadeguati, oppure in una condizione di non sufficiente attenzione e concentrazione. Ebbene, dopo anni di scrittura, posso serenamente affermare che scrivendo si impara la libertà. Si mette in pratica il valore più bello che si ha: sognare in libertà, dare libera forma a un’idea, a un’emozione, a un ricordo, a un sogno, liberare i sentimenti e rendersi conto che non è vero che la ragione li tiene incatenati, che tu sei libero di spezzare come e quando vuoi quelle catene.

Sognare con le parole è la forma più bella di libertà che ho vissuto. E se anche per voi è così, mi accontento di poco: basta che facciate click su Mi piace. Anche questa è una forma di libertà.

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