Buon Anno!

Nel momento in cui tutti augurano novità importanti per il 2020 venturo, nel momento in cui gli astrologi fanno a gara a chi la spara più grossa, mi viene in mente l’aneddoto, tramandato da Valerio Massimo, che ha come personaggi Dionisio il Vecchio, odiato tiranno di Siracusa, e una vecchietta che, invece di augurarsi la sua fine, come tutti i suoi concittadini, rivolge preghiere per la sua buona salute e perché resti il più possibile alla guida dello stato. Dionisio, stupito della singolarità del comportamento, le chiede perché lo fa. E lei risponde: “Una volta su Siracusa comandava un tiranno crudele e ingiusto. Dopo la sua morte un tiranno ancora più spietato di lui occupò la rocca di Siracusa: perciò ho pregato che anche il suo dominio fosse breve. Ma a quel punto sei arrivato tu e la tua crudeltà, superiore a quella dei precedenti, è nota a tutti. Così dedico in voto agli dei la mia vita in difesa della tua buona salute, perché dopo la tua morte non ci tocchi un altro tiranno ancora peggiore di te!”

Dunque? A che pro auspicare il meglio, memori di quanto trascorso? Viviamo in una nazione la cui tradizione, la cui cultura, la cui arte, il cui estro e la cui identità sono ovunque oggetto di ammirazione. Perché cercare il meglio nel futuro, oppure lontano da noi, oppure in chissà quali novità che potrebbero deludere come le tante da cui si siamo stati recentemente illusi? Perché non cercare una volta tanto il meglio in noi stessi, nei nostri gesti, nei nostri comportamenti, nella nostra lingua, nella nostra letteratura e arte, nella nostra tradizione e nella nostra identità, tutto assolutamente prodotto della nostra terra, che tanti riconoscimenti, anche nel paesaggio, continua a ricevere? Non sento il bisogno di costruire chissà quali mondi nuovi o migliori o di spaccare chissà quali montagne. Ho tutto quello che serve per migliorarmi intorno a me, nelle mie città, nei miei paesaggi, nelle persone con cui vivo, nei miei libri, nel mio lavoro, nei miei studenti. Tra questi stimoli ce ne sono anche che vengono da lontano? Bene. Valutiamo senza preconcetti ciò che può migliorarci e auguriamo un sincero e sereno 2020, che sia migliore perché più vero e meno ipocrita, più riservato e meno ciarliero, più consapevole e meno farlocco, più sociale e meno social, più sentito e meno imitato, più compartecipato e meno condiviso, più solidale e meno egoista.

Può bastare un gesto semplice come un dono. Nel vedere un mendicante seminudo che pativa per il freddo durante un acquazzone, Martino di Tours gli dona metà del suo mantello; poco dopo incontra un altro mendicante e gli regala l’altra metà: subito il cielo si schiarisce e la temperatura diventa più mite. Non siamo in Italia, ma in Francia. Ma la tradizione ci accomuna in questo caso e ci offre queste perle per la riflessione. L’episodio fu un tema molto amato dalla pittura italiana e tra le tante possibili rappresentazioni ho volutamente scelto quella che forse è la più semplice, una tavoletta da 20 x 16 cm del Sassetta, pittore senese, maestro al suo tempo, il XV secolo, poco conosciuto al pubblico di oggi, che non sa scoprire tesori: su un semplice fondo oro neutro Martino dona il mantello al povero: due sole persone, ma due mondi si contrappongono in quelle due figure di cui la prima, a sinistra, a cavallo e riccamente vestita, la seconda, a destra, a piedi e seminuda; in mezzo, al centro di questa narrazione per immagini, un mantello rosso. È tutto qui. Non c’è altro da dire, se non ricordare quello che del Sassetta lapidariamente scrisse lo storico dell’arte Cesare Brandi: “non dice tutto quello che sa, ma ben sa tutto quello che dice”. A questa tavoletta la definizione si attaglia a pennello. Ecco cosa mi sento di augurarvi: non c’è bisogno che diciamo sempre tutto quello che crediamo di sapere, cerchiamo di far capire che ben sappiamo quello che narriamo. Che nostro 2020 sia tutto in quel mantello! Chiedo tanto? Forse sì. Ma credo sia bene così. Auguri a tutti.

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