Musica iberica

Molto complesso questo libro di Manuel Vilas: un diario particolare che va su e giù nel tempo, ma in cui tutto resta circoscritto nella famiglia, nei rapporti soprattutto con i genitori, in una Spagna che vive il trapasso dal franchismo ai tempi attuali. Una lettura musicale, armoniosa, lenta, caratterizzata da quel particolare sentimento che conduce il narratore/autore a dare ai personaggi della sua famiglia come soprannomi quelli di grandi musicisti del passato. Mettere a nudo se stessi è più facile di quanto si creda: richiede forza. Ma mettere a nudo con questa lucida trasparenza i rapporti con tutti i componenti la propria famiglia richiede di più: richiede coraggio.

M. Vilas, In tutto c’è stata bellezza, Guanda, Parma 2019, 416 pp.

Sogno

La vita è come una lampadina che trema prima di morire, sussulta e palpita di quel desiderio di non morire. E ugualmente ti dona tutto quello che può offrirti: la sua luce. Mi chiedo se lei sa che senza di quella resteresti al buio, che senza la vita ci sarebbe tenebra, che senza la luce potrebbe anche esserci soltanto ansia, terrore e il nulla, senza il suo respiro soltanto sospiro. Forse sì. Come quando la spegni di sera. E ti lasci pervadere dalla morbosa e neghittosa malinconia del buio. E allora ti affidi di nuovo a lei, anche se trema. I suoi sussulti accendono la vita. Ti fanno capire che solo un’altra vita, un’altra luce, potrà continuare a farti gioire delle meraviglie di quella luce, soprattutto dentro di te, in quel groviglio di emozioni che qualcuno chiama spirito. Mentre palpita, tu sai che potrebbe resistere, non credi che stia finendo di donarti la sua forza, fai di tutto per svitarla e avvitarla di nuovo, per stringerla bene al suo sostegno. Sai che cosa succede se si spegne. Non sei un elettricista, non sei un tecnico, non conosci la complessità del suo esistere; non puoi pretendere di sapere quella del tuo vivere. E ti attacchi, più stretto che puoi, alla sua vita.

La sua luce è nei tuoi occhi adesso, occhi che non vedo, occhi che non sento, occhi di cui non percepisco palpito e sospiro, occhi che mi appaiono meravigliosi per quel mistero che li attraversa da dentro. Tu sei la mia luce che vince il nulla. Palpiti e non lo fai sentire. Sussulti e non lo fai capire. Tremi, ma infondi fiducia, con la resistenza della tua energia fino alla fine.

La tua forza è la mia forza. La mia vita è la tua vita. Trema, trema sempre, mia luce. Non spegnerti mai. E, se dovesse mai capitare, facciamo di tutto, perché questa nostra luce si riaccenda insieme in un altro mondo, in un’altra sconfinata bellezza, che domani possa vincere questa fragilità e questo tremebondo palpitare di oggi.

Parole un po’ a vanvera

Ci sono riflessioni che fanno male. Se questo avviene – spesso si sente dire – è perché si avvicinano al vero. Il problema è questo: sento spesso parlare di patrioti, sovranisti e nazionalisti, di patriottismo, sovranismo e nazionalismo, per indicare persone politicamente schierate o simpatizzanti per la destra. Lasciamo stare il fascismo che non è più categoria politica dell’attualità, ma della storia e i cui emuli attuali appartengono più al folclore che alla politica. Si tratta di parole di cui spesso non si conosce né la storia, né il significato e per questo usate a vanvera. Se la storia delle parole che si usano fosse nota, se si avesse consapevolezza della profondità storica del lessico di cui si ci serve nella pratica giornalistica come in quella politica – quel lessico che è sempre bello investigare e che il mio mestiere mette nella fortunata condizione di poter studiare ogni giorno – ebbene, probabilmente sarebbero state effettuate altre scelte. Insomma, si tratta di parole e, siccome per me la parola è il pane, sia quando sono in cattedra al mattino, sia dietro una tastiera nel resto della giornata, meritano una riflessione, stabilendo come premessa cattiva – tanto per esser chiari, quella che riesce a rendere sempre antipatici i professori – che usare le parole senza conoscerne il significato già di per sé dovrebbe essere qualcosa di inqualificabile. Non solo: farlo con una certa presunzione e con il chiaro intendimento di esibire sui social chissà quale immagine di sé suscita persino un misto di tenerezza e di compassione, oltre che di naturale indignazione, in chi abbia un minimo di preparazione linguistica per capire quanto puerile sia un tale atteggiarsi. E questa seconda è la premessa buona, che però, me ne rendo conto, può fare male tanto quanto la prima.

Come ovviare? Prima di rispondere e di esporre la mia tesi, concedetemi una terza riflessione preliminare: purtroppo, ha ragione chi sostiene che i social abbiano dato la possibilità di scrivere soprattutto a chi sarebbe molto meglio che imparasse la nobile arte del bel tacer che mai scritto fu. Lo dice Eco e, se cito Eco, penso proprio di essere al di sopra di ogni sospetto. Chi ha memoria delle due fasi, del prima e del dopo, constata che non si è verificata quella gradualità di passaggio che spesso i processi della comunicazione conoscono: ci si è trovati in un attimo catapultati direttamente dalla società della scrittura controllata e mediata, che richiedeva sempre il passaggio attraverso una redazione, un giudizio, un vaglio di qualità e un imprimatur finale, a quella in cui ciascuno può sostanzialmente dire tutto quello che vuole, quando vuole, come vuole, senza alcun controllo né sulla forma né sul contenuto (fatta eccezione per quelli che ledono certe sensibilità e non rispettano un certo politically correct, dai contorni comunque assai labili e mai sufficientemente chiari). Ci sono poi quelli come me, molto all’antica – nel bene e nel male, lo ammetto serenamente – che giudicano le persone anche dalla precisione nell’uso della lingua e che non riescono proprio a finire la lettura di un testo che inizia anche solo con un errore di punteggiatura. Figuriamoci di ortografia! I social sono lo scempio della lingua e, ci piaccia o no, contribuiranno al degrado, non allo sviluppo della comunicazione. Lo sfogo finisce qui. Termina qui anche la lunga premessa, poiché, innanzitutto, non intendo trovarmi invischiato nelle trappole della sociologia della comunicazione, e, in seconda istanza, non è mio intendimento apparire noioso. La mia riflessione vuole limitarsi soltanto al piano della linguistica e, in certo senso, a quello della retorica. E se questo per voi è noia, siete sempre liberi di leggere altro.

Ebbene, a che pro questa premessa, ben consapevole di avervi tediato abbastanza? Serve per cercare di capire che cosa s’intende quando ci si riempie la bocca con quelle parole di cui parlavo inizialmente: ‘patriottismo’, ‘nazionalismo’ e ‘sovranismo’. Innanzitutto si tratta di parole e come tali hanno una vita di millenni. Cerchiamo di ripercorrerla, senza scomodare paludati lessicografi. Ci vengono tramandate in modo molto semplice, con un significato che è costruito addosso, come un vestito su misura, dalla tradizione letteraria del popolo che le legge e degli autori che le scrivono; i contesti sociali e culturali possono attivare quei meccanismi di estensione e traslazione semantica che i dizionari puntualmente aiutano tutti noi a comprendere; infine, il lettore può riferire quelle parole a un suo vissuto e interiorizzarle come crede, secondo le sue conoscenze e le sue esperienze. Dunque, cerchiamo di capire, perché la materia è un po’ più complessa di quanto possa sembrare a prima vista.

Partiamo da ‘nazionalismo’. La parola viene da nazione, che a sua volta viene dal latino natio, che significa insieme di persone accomunate dalla stessa nascita, natus. Il suffisso -ismo in questo caso ha finito per assumere quella connotazione dispregiativa e radicale, che il vocabolario registra come ultimo significato. Ma il nazionalismo, come atteggiamento prima culturale e poi politico, affonda le radici niente meno che nella riscossa romantica e anticlassicistica tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. In quel contesto diventa promotore di una sensibilità nuova senza la quale non ci sarebbe stato il meglio della letteratura, dell’arte e della musica di quel secolo, a partire dalla Germania e dalla Francia, per estendersi, con le opportune e inevitabili diverse declinazioni culturali, nel resto dell’Europa. Perciò, andiamoci piano a usare il termine convinti di farlo per offendere. Qualcuno, che ha letto qualche libro più di voi (ci sarà sempre la persona che ha letto un libro più di noi: scendiamo dal pero e facciamocene una ragione), potrebbe anche ringraziarvi e lasciarvi a bocca aperta, quanto meno con una curiosità di capire perché non si è sentito offeso. Forse perché conosce qualcosa di più di quello che pretendi di sapere tu? Partiamo sempre da questo: niente è perfetto nella lingua, tutto è perfettibile; niente è assoluto, tutto è adattabile e passibile di mille interpretazioni. Ma soprattutto, facciamo quel piccolo sforzo di capire le parole che usiamo.

Seconda parola: ‘patriottismo’. Viene da patria, che in greco indica i beni dei padri che passano ai figli; da qui l’estensione del significato, dai beni di casa a quelli della casa comune di tutti, lo Stato; estensione che in lingua latina è già compiuta e che da quel contesto linguistico passerà a quella italiana attraverso il filtro dei volgari e la complessa interazione con i vari idiomi allogeni da nord, da est e poi anche da sud. Il patriota non è altro che colui che ha ben chiaro il significato del suo agire politico: tramandare ai figli valori che ritiene validi, di cui ha sperimentato l’efficacia per il progresso. Il patriota è colui che guarda con un occhio in avanti, indietro con l’altro, che costruisce il futuro sempre memore di quanto ha ereditato. Usare il termine in altre accezioni è una violenza alla tradizione linguistica. Pensare che essere patriota sia il marchio qualificante un’azione politica schierata ed etichettata non è soltanto un errore madornale, ma può rivelarsi anche un micidiale boomerang: basterebbe, tra i mille esempi che si possono menzionare, ricordare che tanti combattenti schierati a sinistra negli anni della guerra civile tra il 1943 e il 1945 si sono chiamati patrioti. Il patriottismo è un grande valore della tradizione. Non ha colore. Non sopporta marchi. Se lo si usa come categoria politica, va rispettato in chiunque lo comprende a prescindere dal suo schieramento.

E adesso veniamo alla parola che per me è forse la più brutta che il lessico politico abbia prodotto in tempi recenti: ‘sovranismo’. La parola è talmente giovane che chiunque può dire tutto e il contrario di tutto in mancanza di quegli appigli nella tradizione che le altre due, che abbiamo appena esaminato, consentono di avere. Sovranismo viene da sovrano, che è un derivato dell’avverbio e preposizione super, sopra. Sovrano è chi sta sopra a tutti e non ha bisogno di rendere conto a nessuno del proprio operato. Il sovrano è il monarca. Punto e basta. Usare questo termine al di fuori di questo contesto per indicare comportamenti sociali, culturali, politici ed economici significa non avere la più pallida idea del significato di questa parola. Il sovranismo è quanto di peggio possa esserci per un politico, un politologo o un giornalista che si è formato ed educato nella scuola dello stato moderno di tradizione europea occidentale; il sovranismo richiama l’assolutismo monarchico in cui il popolo è soltanto suddito e non partecipe, esattamente tutto quello contro cui la cultura del nostro continente ha per secoli combattuto, prima soltanto nelle corti rinascimentali e soltanto in ristrette cerchie accademiche, poi anche con le grandi rivoluzioni e nei moti libertari dalla fine del XVII all’inizio del XX secolo, senza distinzione tra quelli ‘carbonari’ di origine liberale e più elitaria e quelli ‘rivoluzionari’ di matrice popolare. Eppure qualcuno riesce a vantarsi di essere sovranista, senza sapere cosa sta dicendo e quale vocabolo sta usando. Che la parola possa essere brutta ammetto e concedo che possa dipendere soltanto dalla mia incancrenita e incorreggibile sensibilità purista; ma che la sua storia, molto giovane, sia questa e che la sua base etimologica sia questa credo che difficilmente potrà essere negato. Insomma, lasciatemi dire che prevedo che ciò che nasce da brutte radici difficilmente potrà dare buoni frutti. Per favore, cestiniamo quest’obbrobrio e cerchiamo qualcosa di più consono alla bellezza che la nostra nazione nei secoli ha saputo esprimere.

Ma procediamo. Siccome non mi piace distruggere un ragionamento senza provare a costruirne un altro, la domanda che mi viene spontanea è questa. Pronti? Siete seduti? Ecco: attenti che ora sparo. Come mai nessuno ha più il coraggio di dirsi socialista? Abbiamo assistito al fallimento del comunismo come esperienza politica, abbiamo assistito al fallimento del neoliberismo, della convivenza tra liberalesimo e cattolicesimo e di tanti altri -ismi. Ma il socialismo? Chi ha avuto mai il coraggio di sperimentarlo veramente? Trovatemelo e mi richiudo ad aeternum sul monte Athos. Qualcuno ha mai veramente provato a capire esattamente che cosa sia, al di là delle tante utopie più o meno campate per aria di cui i libri sono purtroppo pieni? La sua etimologia è a dir poco meravigliosa: ci riporta a socius, vocabolo che in latino indica l’amico che ti segue (molto seducente l’ipotesi che propone il collegamento con il verbo sequor dalla radice seqw-), l’amico che è legato a te dalla condivisione solidale di un sistema di valori e regole, dall’essere permeato del crisma di una humanitas dai contenuti robusti, dal conoscere, vagliare, sperimentare e tramandare le consuetudini di una tradizione e i principi di uno stato di diritto. Vi dirò, a me questo piace davvero tanto. Eppure, quante volte, soprattutto negli anni novanta, l’etichetta di socialista veniva affibbiata come sinonimo di corruzione? In Romagna ch’t’an faza e’ sucialesta! (che tu non faccia il socialista!) è diventato ormai un detto proverbiale per dire ‘non rubare!’ E dunque? Soltanto per il fatto che qualche sedicente socialista ha rubato, dobbiamo necessariamente buttare il bambino con l’acqua sporca? Ma, per favore … Il socialismo ha preso storicamente strade diverse, si sa. Ha imboccato quella del comunismo e quella del fascismo. Si è evoluto in forme totalitarie. Ha visto spesso sovvertire le sue basi in nome di una diversa collocazione del baricentro semantico, in un sistema-partito ad est, in una persona carismatica ad ovest. Ha sperimentato anche commistioni con tradizioni religiose indigene, come accadde a Cuba. Ma restiamo alle radici della pianta e non consideriamo i frutti, che possono anche marcire. Il socialismo, allo stato embrionale di idea, quella memore del significato della parola – per me sempre molto importante – resta alla base di ogni più naturale e schietta aspirazione del popolo. Chi si sente socius sa apprezzare la bellezza della solidarietà, mette l’altro sempre davanti a se stesso e, quando si tratta di progettare, erogare e attuare un servizio, il politico che si sente socius pensa sempre prima al più debole tra gli utenti di quel servizio, anziani e disabili, bambini e persone violentate, per esempio. Il politico che si sente socius non ammette alcuna servitù e non può non apprezzare una costituzione che parte dal lavoro, come la nostra. La persona di cultura che si sente socius dialoga con tutti nel mondo del lavoro, nelle piazze, nei luoghi d’incontro, non vomita odio represso da una tastiera, non si chiude nel mondo finto dei social, comodamente filtrato da uno schermo. Il socius vive una vita vera, in cui si può essere materialisti come spiritualisti, ma si è sempre accomunati da una prassi metodologica che può avere tante forme, ma punta allo stesso traguardo: può essere un principio di metodo o un dettato d’indirizzo che si esprime in una prassi di comunità, di solidarietà, di fratellanza, di squadra e di unione. Il traguardo è quello di sempre di ogni politica vera: sarà il bene dello Stato per alcuni, della Patria per altri, della Nazione per altri ancora, ma non sarà mai quello del partito, mai quello del suo capo.

Mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse che vorrebbe ripartire con me da qui, come mio socius. Occorre coraggio? Eccomi, ce l’ho. Potrò avervi annoiato, potrò aver lasciato dell’amaro in bocca a qualcuno, potrò aver detto qualcosa che fa pensare più di quanto si sarebbe inizialmente pensato, ma quello che a me preme è soltanto essere riuscito a conseguire un obiettivo, arrivato alla fine del ragionamento. Quale? Non aspettatevi niente di eclatante. L’obiettivo è questo: dopo aver dovuto esporre una lunga premessa, dopo la stesura di una parte centrale di tipo confutatorio, dopo una proposta concreta e, se così si può dire, ‘operativa’ nel finale, lasciatemi almeno l’illusione di nutrire una certa convinzione, quella, per l’appunto semplicissima, di non aver usato parole a vanvera. Per davvero, mi basta questo. Enea non pianse un amicus, quando perse nel silenzio di una notte di bonaccia il nocchiero Palinuro; non pianse un comes, un compagno. Enea pianse un socius. E come reagì? Si stracciò le vesti? No. Maledisse gli dei e il fato? No. Si mise lui al suo posto e portò la nave a destinazione. Questo a me piace.

Il condomino

Lucia e Alberto, dal piano di sotto, intuivano il suo stato d’animo da come veniva chiusa la porta, quando rientrava in casa, dal tipo di rumore che invadeva il vano delle scale, dalla velocità con cui egli raggiungeva l’ingresso e anche dal tempo che intercorreva tra la chiusura del portone al piano terra e quello della porta di casa. Lo intuivano anche dal ritmo dei passi. Quella sera il colpo fu secco. I passi per arrivare all’ascensore e per uscirne ben ritmati e rapidi. Breve il tempo tra l’arrivo dell’ascensore al terzo piano e la chiusura della porta. Diagnosi: nervosismo, cattivo umore. Ormai sapevano che non amava il venerdì sera, ancora meno il sabato e la domenica; nei giorni festivi o di vacanza scendeva al piano di sotto soltanto inquietudine. Il lunedì mattina spesso usciva addirittura canticchiando. Insomma, tutto quanto sarebbe stato anomalo altrove, lì invece, al terzo piano, era diventato naturale e scandiva i ritmi quotidiani di due pensionati, giù al secondo, a cui la vita aveva offerto la routine di un lavoro, la sicurezza di una pensione, il nido di una casa, ma nessun figlio a cui lasciarla. A compensare questo vuoto aveva pensato il condomino del piano di sopra.

Dopo quel colpo secco e quei passi rapidi Lucia e Alberto si guardarono. Rimasero in ascolto. I passi si ripetevano sempre ritmici e veloci al piano di sopra. L’acqua della doccia iniziò a sentirsi prima del solito. Né televisore, né musica. Poco dopo, mentre continuava a scorrere l’acqua in bagno, iniziò a parlare concitato al telefono. La telefonata finì. Poi solo l’acqua. Di nuovo la porta di casa. I passi verso l’ascensore e gli altri verso il portone d’ingresso non erano quelli abituali. Quando mai usciva di sera verso l’ora di cena? “Chissà …,” disse lei in piedi sulla porta della sala. “Mah … chissà,” fu l’approvazione di lui, dal divano, con il telecomando in mano. Come interpreti della sua esistenza si giudicavano infallibili. La variabile imprevista necessitava di una spiegazione.

Abitava lì da anni. Dal piano di sotto Lucia e Alberto erano stati testimoni di una vita che lo aveva lasciato orfano, lì nell’appartamento che fu dei nonni, da quando era ragazzino, per la perdita dei genitori in un incidente d’auto. Avevano aiutato i nonni in alcune di quelle nuove incombenze che il suo arrivo aveva portato in casa. Avevano assistito alla sua adolescenza di ragazzino taciturno, che passava ore a lasciar cadere matite e penne, a leggere ad alta voce pagine di latino, filosofia, storia, mentre studiava nella sua camera. Dava loro soddisfazioni. Lucia e Alberto avevano poi notato il ribaltamento dei ruoli quando, con il passare degli anni, fu lui a doversi occupare sia dei propri studi universitari sia dell’assistenza ai nonni, ai quali mancò il premio della sua laurea, che avrebbero meritato. Lucia e Alberto, testimoni di una dolente solitudine nel momento in cui in quell’appartamento, ormai troppo grande per lui, era rimasto solo, sentivano sempre gli stessi rumori. Potevano guardare l’orologio e capire in quale camera fosse. Se c’era silenzio, significava che stava o leggendo o scrivendo. Se entrava qualcuno nell’appartamento di sopra era l’agente editoriale. Erano le poche volte in cui Lucia e Alberto sentivano voci che non fossero quella del televisore o di lui che reprimeva notturni singhiozzi nel suo letto, tre metri sopra il loro. Quante volte avevano sentito scricchiolare quel letto, in un’agitazione senza requie. Accendevano la luce. Si guardavano. Si chiedevano ogni volta se fosse il caso di chiamarlo. Avevano condiviso la sua felicità quando un giorno la voce che sentirono fu di donna. Avevano sentito la passione diffondersi dalla camera da letto tre metri sopra la loro; e non solo dalla camera da letto, anche dalla cucina, dal soggiorno, dallo studio, e a tutte le ore. E ci avevano sorriso sopra. Quella voce di donna si sentiva di sera; i tacchi delle scarpe non si udivano mai prima delle sette e mezzo e mai dopo le nove del mattino. Furono ancora più felici quando quei passi iniziarono a sentirsi anche in altre ore. Un giorno in ascensore videro spuntare una fede al dito. Avevano poi assistito anche ai litigi e alle sfuriate, per anni. E i bambini, due figli: li avevano sentiti piangere di notte, zampettare sul pavimento, crescere, addormentarsi con le favole che lui nel lettone raccontava loro. Il tempo ebbe un’imprevista intermittenza. Arrivò un giorno un’ambulanza, lo portò via, ritornò dopo un mese. Si sentiva distintamente il movimento della carrozzina da una stanza all’altra. Poi quello di una camminata aiutata da bastoni o stampelle. Dopo tre mesi il ritmo dei rumori domestici del piano di sopra tornò quello consueto, ma il clima era diverso. Silenzioso. I passi più nervosi. I litigi più frequenti. Neanche un anno e videro il trasloco di lei. Infine, la devastazione della vita di lui. Quella solitudine di cui per anni Lucia e Alberto erano stati testimoni, dopo la perdita dei nonni, quando ereditò lui la casa, tornò padrona dell’appartamento al piano di sopra. Un’amara eco di dolore, non più d’amore. veniva di nuovo da quella camera lassù. Lo avevano invidiato. Ora lo compativano. Per anni si erano lamentati per le feste e le cene che organizzava di sabato sera con gli amici. Ricordavano quella con cui festeggiò la pubblicazione di un libro: non riuscirono a dormire fino alle tre di notte. La domenica mattina venne da loro con una torta e una copia del libro pubblicato, per scusarsi, dicendo che era stato un maleducato e promettendo che non sarebbe mai più successo. Lo fecero entrare. Eppure, tutto era finito con un trasloco, in un solo giorno. Lei e i bambini non si videro più. Piano piano quei silenzi incussero paura, dopo aver suscitato per lungo tempo soltanto malinconia. L’auto, che ormai serviva solo per andare al lavoro, era sempre ferma nel fine settimana, nelle vacanze, nei giorni festivi. La vedevano bene: il suo posto era proprio sotto la loro finestra. Accanto a quello c’era il loro, vuoto perché non avevano auto. In passato, quando lassù abitava una famiglia, glielo avevano lasciato, in modo che lei potesse parcheggiarvi la propria auto per manovrare comodamente con i bambini. 

Non era uscito in auto, ma a piedi. Lucia verificò. L’auto era sempre lì. “Chissà …” “Mah … chissà …” Il mantra non cambiava. Alberto si mise a guardare il suo quiz televisivo. Lucia gli si sedette accanto. Quando lui era fuori, non erano preoccupati. Quando rientrava in casa, li rendeva partecipi del suo stato d’animo con i suoi movimenti. Lucia e Alberto guardavano l’orologio e sapevano che al piano di sopra si sarebbe acceso il televisore della cucina. Non si accese. Erano ancora infallibili interpreti? Dopo neanche mezz’ora rientrò. Questa volta il passo era più lento, meno cadenzato. La porta si stava chiudendo lentamente. Non si chiuse. Fu necessario un secondo tentativo. Si guardarono. Era successo ancora? Il gioco di sguardi sembrava rispondere no. Alberto scosse il capo. Lucia gli prese la mano, gesto in trent’anni di matrimonio non aveva mai dimenticato di compiere. D’animo ingenuamente romantico, pensava sempre al fatto che di sopra non ci fosse più chi compisse atti come quelli. Si sentì un rumore. Veniva dalla cucina. Erano piatti. Anche bicchieri. Si guardarono perplessi. Era ora di cena. Nelle famiglie normali questo succede. In casa loro all’ora di pranzo e a quella di cena è un rumore scontato. Anni fa succedeva anche al piano di sopra. Il loro cuore mandava segnali che la mente non riusciva a decifrare. I consueti ritmi del piano di sopra erano come improvvisamente impazziti. Altro rumore, questa volta dalla camera da letto. Sembrano armadi e cassetti. Cerca qualcosa che non trova, dimenticato da tempo?

Di nuovo la porta, chiusa con gesto sicuro, non nervoso. Passi veloci, non pesanti. Questa volta l’auto parte. Lucia va alla finestra. Si guardano. Lui si stringe nelle spalle, lei allarga le braccia. Passa mezz’ora. Ancora i passi. Non si riesce a capire. C’è qualcosa di insolito. Non è solo. La porta si apre lentamente. Si chiude. Un lungo silenzio. Un rumore, come di qualcosa di leggero che cade per terra. Scalpiccio. In camera. Ancora rumori. Si guardano. Si alzano. Vanno avanti e indietro. Seguono i rumori insoliti dal piano di sopra. Colpi secchi, oggetti che cadono, rumori nuovi, nessuno parla. Ecco, un suono acuto. Voce di donna? “Chissà …” “Mah … chissà …” Il campione del quiz televisivo preferito da Alberto ha vinto ancora. Si sente parlare in cucina. Voce di donna? Si guardano negli occhi. 

“Ti andrebbe di uscire stasera?” chiese Alberto.“Certo che sì,” rispose Lucia. Si prepararono e uscirono. Nel pianerottolo e nell’ascensore si sentì un profumo nuovo, delicato, pensò Alberto. La dolcezza che mancava, pensò Lucia. Un premio meritato. Quando il portone si fu chiuso alle loro spalle, dalla strada volsero tutti e due gli occhi in alto, verso il terzo piano. Tutte le luci dell’appartamento erano accese. Indirizzarono lo sguardo verso il lato del condominio dove si trovavano i posti auto. Il loro era nuovamente occupato. “Chissà …” disse lei. Alberto non rispose. Pensò un attimo. Arrivò il taxi. Le aprì lo sportello e disse: “No, non diciamolo più.”

Lo smarrimento del significato di servizio

Vivere le fasi di una campagna elettorale significa assistere ad una narrazione molto particolare, in cui non si racconta una storia, ma si vive costantemente, da una parte, di evocazioni proiettate in un futuro non ben definibile, le promesse, e, dall’altra, di rievocazioni più o meno infarcite di nostalgie e di volontà di recupero del rapporto con una Tradizione, che si avverte sempre più lontana e sempre meno probabile ad attuarsi. Questa narrazione ha i suoi attori, che sono i candidati che si possono, sostanzialmente e senza timore di cadere in generalizzazioni, dividere in due categorie: da una parte abbiamo quelli di razza, che praticano la politica di mestiere, che sanno tessere trame, che dovrebbero maturare una formazione a contatto con la vita sociale ed economica e che invece si dimostrano alla prova dei fatti incapaci, perché troppo assorbiti da quella che un tempo si sarebbe detta la vocazione dell’aparatćik; dall’altra abbiamo quelli che – mi sia concessa l’espressione – fanno più tenerezza, persone piene di buona volontà, convinte di spaccare le montagne, spesso, ahimè, invasate, per una sorta di via di Damasco, che può far perdere loro il lume della ragione, spesso blandite con promesse abilmente confezionate dai primi e presentate loro come realizzabili. I primi usano abilmente i secondi che portano contributi alla lista, ma non arriveranno mai a coronare i loro sogni di gloria, perché il partito lavora naturalmente per i primi, non per loro. Parrà strano, ma si ha quasi l’impressione che questo aspetto, scontato per chi assista alla narrazione dall’esterno, non sia affatto tale, tanta è la convinzione che la perdita del lume comporta. L’aspetto paradossale della nostra narrazione è che i secondi appaiono mediamente più graditi alla gente comune, anche perché generalmente dotati di un superiore quoziente intellettivo, non foss’altro perché si sono messi in gioco convinti, in modo più o meno utopistico, di migliorare un mondo di cui sono parte attiva; mentre i primi appaiono come ingessati in parole e gesti dettati da un copione, costretti a recitare una parte in un ruolo che non conoscono, costretti a parlare di tutto, ad affrontare domande su tutto, potenzialmente dotati di un buon quoziente intellettivo, ma impossibilitati dal ruolo ad esprimerlo. Quello che ai secondi sfugge dei primi è un fatto non secondario: di buon mattino, mentre i primi hanno già letto tutti i giornali e controllato tutti i sondaggi, i secondo devono prepararsi per andare al lavoro, attratti dai quei giornali e da quei sondaggi non meno dei primi, ma costretti a sbirciarli in modo più o meno clandestino, nei brevi intervalli che lo consentono, usando inoltre i social più o meno come sfoghi, come li usa la gente comune, senza avere pagine ad hoc sapientemente costruite con i materiali forniti dal partito, come invece hanno i primi. Si ha poi un secondo momento della giornata assai delicato, che marca la differenza nella nostra narrazione che – chiedo venia – assomiglia sempre più ad un’antologia di pagine scelte: quando a sera ci si trova per l’aperitivo o la cena politica in cui devono essere presentati tutti i candidati, i secondi hanno lavorato nei ritagli di tempo o hanno sacrificato al lavoro e alla famiglia le preziose ore del fine settimana, per pensare a come fare bella figura, felici e ansiosi nell’attesa di quel momento per loro importante e a cui hanno invitato decine di amici; ma la loro delusione, che solo chi ha un po’ di esperienza avrebbe potuto prevedere, arriva nel momento in cui si rendono conto che non saranno loro i protagonisti, che loro saranno comprimari e che il loro compito è quello di non rubare rigorosamente la scena ai primi, che, mentre gli altri lavoravano nei preziosi ritagli di tempo, guadagnati con uno spirito di sevizio alla causa e una passione veramente tanto encomiabile quanto inutile alla resa dei conti, hanno invece preparato il momento con l’attenzione di un vero professionista. A questo punto la narrazione arriva a un bivio per i secondi: ci saranno quelli con qualche anno in più sul groppone, più scafati e meno permalosi, pronti ad accettare perché sanno come funziona in questi casi la macchina organizzativa, che non se la prenderanno e accetteranno di buon grado il ruolo di comprimario; purtroppo non saranno in maggioranza, perché i più reagiranno in modo diverso, si lasceranno prendere dal nervoso, si sentiranno accantonati, credevano di essere protagonisti e si trovano citati tra i tanti, credevano di presentarsi con un bel discorso che si erano preparati da giorni e invece vengono loro concessi due minuti a testa per dire nome, cognome, professione e cosa faresti di bello da grande; la differenza la fa quella famiglia a casa, che spesso i primi non hanno, quei figli che sono stati lasciato ai nonni o alle baby sitter e non capiranno perché, quel lavoro che hai trascurato durante il giorno o in cui i risultati sono stati comunque inferiori al solito, un lavoro che i primi non hanno perché per loro quello è il loro lavoro. Queste due categorie di secondi si divideranno: i primi si faranno da parte, in quanto sanno di aver dato quello che a loro era richiesto, contribuiranno nei limiti del possibile ancora alle attività del partito, l’insegnante per la scuola, il medico per la sanità, l’artigiano per la piccola impresa, il disabile per le tematiche sociali dell’inclusione, l’impiegato pubblico per i problemi del suo comparto, consapevoli del loro ruolo ben definito; i secondi dei secondi, quelli dalle belle speranze, spesso vanno veramente in crisi, perché alla delusione del mancato riconoscimento del ruolo che credevano di ricoprire in politica, si aggiungono i problemi determinatisi in casa e i minori risultati nel lavoro nel frattempo trascurato. La narrazione dovrebbe proseguire con mille esempi diversi. Ma saltiamo qualche storia e procediamo oltre.

E allora cosa succede? Qui viene il bello. I primi, i politici di mestiere, chiedono aiuto agli altri, mettono in moto le squadre, attivano meccanismi in cui le consulenze, generosamente fornite dai secondi, mai saranno riconosciute, caso mai i primi vincessero e fossero eletti. Il giochino però si rompe subito. E la politica fallisce là dove il cittadino invece la vorrebbe presente e operativa. Schumpeter disse che, nel momento in cui il cittadino si presta alla politica e non la pratica di mestiere, assume inevitabilmente atteggiamenti ridicoli e infantili. Temo avesse ragione da vendere. Come si può allora uscire dall’aporia? Una strada potrebbe essere tentata. Ma occorre un grande coraggio. La via che propongo è quella di ritenersi tutti compagni di viaggio, tutti sulla stessa barca, tutti coinvolti per il buon esito del tragitto, seppur con mansioni e competenze diverse, ma animati da quello spirito di solidale compagnia che porta la squadra alla vittoria, lo spirito di Enea e dei suoi socii, la prima espressione, seppure nella finzione letteraria, di un socialismo compiuto, effettivo e concreto, di un socialismo dal fondamento spirituale, guidato dalla forza del destino e dalla certezza della mèta. Finito il viaggio, chi viene eletto svolgerà il suo servizio, memore del fatto che di servizio allo Stato, e non di professione, si tratta. Forse è un po’ troppo weberiana la mia visione? Sinceramente, stando così le cose, non vedo alternative, se vogliamo riconquistare i giovani alla politica e soprattutto se vogliamo riappropriarci della più nobile forma di cultura che da Platone in poi sia mai stata riconosciuta: servire lo Stato e farlo memori di quella vocazione sociale ben definita per primo da Aristotele. Fare politica non significa altro che questo, alla fine della nostra narrazione: rendere un servizio allo Stato, il più alto e nobile tra tutti. 

Eppure la domanda che resta è questa e non è affatto di poco momento: come mai comprendere questo elemento per tutti fondamentale e indiscutibile, che i miei ragazzi in classe capiscono subito al volo, leggendo e traducendo i classici dal latino e dal greco, risulta invece alla prova dei fatti, nella quotidiana prassi della politica, impresa improba e titanica? Utopia un tanto al chilo? No. Rileggete bene e forse non la definireste così.

R. come K.: originali distopie a confronto

“Sono convinto (…) che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”

Mi rendo perfettamente conto che questa frase di Ágota Kristóf è citata spesso, ma questo non toglie che a me piaccia riprenderla per parlare di un altro scrittore che ha lavorato sul tema della città immaginaria. L’autore è Marco Missiroli nel suo romanzo Il buio addosso (Tea, Milano 2011). La città è quella di R., ubicata in una non ben definita Francia, forse del sud; la presenza della lavanda nel paesaggio e l’economia della lana fanno pensare alla Provenza, ma non importa. Il romanzo è la storia di un’emarginazione e di un’espiazione, di una condanna e di una tragedia collettiva, di una dolce amicizia tra due bambini rifiutati perché diversi e di un’odiosa cattiveria eretta a sistema politico. L’economia di R. era fondata sulla produzione della lana. Ma la lana marcisce e la città di R. prende provvedimenti drastici: i bambini nati malformati sono la causa della crisi e vanno soppressi con la polvere dolce. Politica e religione vanno a braccetto. Ma una bambina, la figlia del sindaco Jerome, nata con una gamba più corta e più debole, viene salvata. La città di R. non perdona: costringe il sindaco a non farla uscire di casa. Poline la zoppa si trova a condividere la sua reclusione con un altro bambino salvato sempre dalla generosità di Jerome, Nunù il matto. Per R. è troppo: Jerome viene addormentato con la polvere dolce, Poline e Nunù costretti a restare per sempre rinchiusi nella torre in cui era vissuto il loro maestro, Gustave l’orologiaio, voluto da Jerome per dare ai due bambini l’educazione che gli altri potevano avere nella scuola, ma loro no. Nella seconda parte del romanzo Poline e Nunù sono protagonisti e danno vita a una specie di singolare famiglia nel loro isolamento nella torre dell’orologio, nel ricordo buono del babbo di lei e di Gustave, dell’amica bottegaia Marie e del gendarme Pierre: sono loro due, la zoppa e il matto, i signori del tempo, sono loro due quelli che lo possono truccare. La fiaba arriverà al suo epilogo, nel modo in cui ogni fiaba deve pervenirci, tra allegorie e simboli, nella lotta tra il bene e il male, con il tempo, signore della narrazione, che alla fine svelerà tutto.

Il racconto si svolge in modo apparentemente semplice, il finale non sorprende se si colgono attentamente i segni che l’autore lascia qua e là tra le righe e si può discutere sulle interpretazioni, sull’eccessiva oscurità di certi simboli, su una certa pretesa nell’esibire eccessivamente le tante allegorie di cui il romanzo è ricco; ma quello che resta come nota veramente positiva alla conclusione della lettura è il tono, che è quello proprio di una fiaba, in cui dolce e grottesco si fondono in un linguaggio estremamente personale e trovano così una loro particolare e del tutto originale armonia. Può piacere o no la complessità del gioco simbolico, può apparire troppo difficile ad alcuni il gioco delle allegorie. Concordo soltanto in parte: l’impressione può essere questa. Ma un libro non è forse bello anche perché lascia in noi delle domande? Dopo aver letto la Trilogia della città di K. della Kristóf chi non ha rilevato come nota positiva dei tre romanzi proprio le domande che restano inevase? Lo scrittore prosegue oggi il lavoro seguendo un suo filo. Lasciamolo lavorare. Il buio addosso merita di essere letto con l’attesa giusta, quella della fiaba.

Un merito particolare vorrei, in conclusione, riconoscere al libro: quello di aver messo al centro della narrazione il tema del rifiuto della persona emarginata e dell’ignoranza arrogante eretta a sistema, spesso con il complice contributo della religione. Solo questo basterebbe a spezzare una lancia per Marco Missiroli, perché questo obiettivo viene centrato in modo perfetto attraverso la costruzione di un messaggio affidato al codice della fiaba e ai personaggi, perfetti dal punto di vista narrativo, di due bambini che vivono, nonostante tutto l’odio che li circonda, la loro formazione e il loro riscatto.

Buon Anno!

Nel momento in cui tutti augurano novità importanti per il 2020 venturo, nel momento in cui gli astrologi fanno a gara a chi la spara più grossa, mi viene in mente l’aneddoto, tramandato da Valerio Massimo, che ha come personaggi Dionisio il Vecchio, odiato tiranno di Siracusa, e una vecchietta che, invece di augurarsi la sua fine, come tutti i suoi concittadini, rivolge preghiere per la sua buona salute e perché resti il più possibile alla guida dello stato. Dionisio, stupito della singolarità del comportamento, le chiede perché lo fa. E lei risponde: “Una volta su Siracusa comandava un tiranno crudele e ingiusto. Dopo la sua morte un tiranno ancora più spietato di lui occupò la rocca di Siracusa: perciò ho pregato che anche il suo dominio fosse breve. Ma a quel punto sei arrivato tu e la tua crudeltà, superiore a quella dei precedenti, è nota a tutti. Così dedico in voto agli dei la mia vita in difesa della tua buona salute, perché dopo la tua morte non ci tocchi un altro tiranno ancora peggiore di te!”

Dunque? A che pro auspicare il meglio, memori di quanto trascorso? Viviamo in una nazione la cui tradizione, la cui cultura, la cui arte, il cui estro e la cui identità sono ovunque oggetto di ammirazione. Perché cercare il meglio nel futuro, oppure lontano da noi, oppure in chissà quali novità che potrebbero deludere come le tante da cui si siamo stati recentemente illusi? Perché non cercare una volta tanto il meglio in noi stessi, nei nostri gesti, nei nostri comportamenti, nella nostra lingua, nella nostra letteratura e arte, nella nostra tradizione e nella nostra identità, tutto assolutamente prodotto della nostra terra, che tanti riconoscimenti, anche nel paesaggio, continua a ricevere? Non sento il bisogno di costruire chissà quali mondi nuovi o migliori o di spaccare chissà quali montagne. Ho tutto quello che serve per migliorarmi intorno a me, nelle mie città, nei miei paesaggi, nelle persone con cui vivo, nei miei libri, nel mio lavoro, nei miei studenti. Tra questi stimoli ce ne sono anche che vengono da lontano? Bene. Valutiamo senza preconcetti ciò che può migliorarci e auguriamo un sincero e sereno 2020, che sia migliore perché più vero e meno ipocrita, più riservato e meno ciarliero, più consapevole e meno farlocco, più sociale e meno social, più sentito e meno imitato, più compartecipato e meno condiviso, più solidale e meno egoista.

Può bastare un gesto semplice come un dono. Nel vedere un mendicante seminudo che pativa per il freddo durante un acquazzone, Martino di Tours gli dona metà del suo mantello; poco dopo incontra un altro mendicante e gli regala l’altra metà: subito il cielo si schiarisce e la temperatura diventa più mite. Non siamo in Italia, ma in Francia. Ma la tradizione ci accomuna in questo caso e ci offre queste perle per la riflessione. L’episodio fu un tema molto amato dalla pittura italiana e tra le tante possibili rappresentazioni ho volutamente scelto quella che forse è la più semplice, una tavoletta da 20 x 16 cm del Sassetta, pittore senese, maestro al suo tempo, il XV secolo, poco conosciuto al pubblico di oggi, che non sa scoprire tesori: su un semplice fondo oro neutro Martino dona il mantello al povero: due sole persone, ma due mondi si contrappongono in quelle due figure di cui la prima, a sinistra, a cavallo e riccamente vestita, la seconda, a destra, a piedi e seminuda; in mezzo, al centro di questa narrazione per immagini, un mantello rosso. È tutto qui. Non c’è altro da dire, se non ricordare quello che del Sassetta lapidariamente scrisse lo storico dell’arte Cesare Brandi: “non dice tutto quello che sa, ma ben sa tutto quello che dice”. A questa tavoletta la definizione si attaglia a pennello. Ecco cosa mi sento di augurarvi: non c’è bisogno che diciamo sempre tutto quello che crediamo di sapere, cerchiamo di far capire che ben sappiamo quello che narriamo. Che nostro 2020 sia tutto in quel mantello! Chiedo tanto? Forse sì. Ma credo sia bene così. Auguri a tutti.

Specchi della modernità

Balzac, Flaubert, Zola, Maupassant: quattro pretesti per trovare un senso ad un concetto da sempre molto difficile da definire: modernità. Il saggio di Gabriella Maldini attraversa l’opera di questi quattro autori con la leggerezza che si chiede di solito ad un racconto.

Di Balzac la scrittrice forlivese evidenzia quella sorta di laica etica del lavoro, non esente da quella passionalità ancora permeata dallo spirito romantico, come parametro per misurarne la ‘modernità’.

Molto diverso il contributo del più appartato Flaubert, carattere molto particolare il suo, infanzia difficile, problemi di salute che lo portano a ritenere come proprio intendimento quello di contribuire allo straordinario con il silenzio dell’ordinario, e ci riuscirà mirabilmente in quel personaggio incredibile che è m.me Bovary.

Di Zola sarebbe in discesa la strada se si confondesse innovazione con modernità, trappola in cui Gabriella Maldini avvedutamente non cade; il figlio d’immigrati che viene dal sud, l’estroverso che si contrappone a quell’orso normanno, come Flaubert viene chiamato dalla scrittrice, offre un contributo esemplare nel mettere a nudo la periferia metropolitana di una rivoluzione industriale che, come tutti i grandi processi storici, ha una seconda faccia della medaglia, in cui troviamo i flaneur che sono il controcanto dei piccoli borghesi cantati da Flaubert, troviamo il popolo splendidamente decadente di Pigalle che gioisce del suo lento deperire nel vizio e nell’ozio, troviamo quel rusco e quella monnezza che nessuno mai più forse riuscirà a rendere epica come Zola.

E infine Maupassant, il maestro della della prosa breve che diede di se stesso quella bellissima definizione che Gabriella Maldini ricorda: “Sono entrato nella letteratura come una meteora, ne uscirò come un fulmine”; la modernità di Maupassant è nel pessimismo che si stempera nelle forme di una narrazione che la scrittrice più volte chiama istintiva, come avviene nelle pagine dedicate allo scandaglio del sentimento della paura, titolo di un celebre racconto.

Ebbene, traendo una conclusione dalla lettura di questo raffinato gioiello, non tanto di critica, quanto piuttosto di passione per la buona prosa, a questo punto mi par di avvertire l’istintivo bisogno di riflettere su questa parola tanto difficile che è ‘modernità’. Mi trattengo dallo scadere in banalità e rimando ad altro: leggiamo allora insieme il bell’articolo che il blog “Una parola al giorno” le dedica, o meglio dedica all’aggettivo ‘moderno’ da cui il sostantivo deriva: https://unaparolaalgiorno.it/significato/moderno. Merita per davvero. E non dico altro. Tutto è bello perché cambia secondo il punto di vista. Ne avevo uno. Ho letto l’articolo. Ora cambio idea. Avevo letto il saggio di Gabriella Maldini con un giudizio preconfezionato nella mia mente su questi quattro autori, quello della scuola, delle antologie del biennio e delle medie; ora ne ho mille altri che fanno a botte tra di loro. Il bello della letteratura è proprio questo: quando le idee fanno a botte tra di loro. E tu dovresti esserne il paciere, l’arbitro con il fischietto. Ma non sempre ci riesci. Lo senti come un fallimento? Al contrario! Senti lo sprone a leggere ancora.

Gabriella Maldini, I narratori della modernità, CartaCanta, Forlì 2018.

Buon Natale!

Nel corso del nostro anno triste e razionale, sopravvive una sola festività tra le antiche e allegre ricorrenze un tempo diffuse in tutto il mondo. Il Natale continua a ricordarci le epoche, pagane o cristiane, in cui invece di poche persone che scrivevano poesie, ve ne erano molte che le recitavano.

Gilbert. K. Chesterton, Eretici, Lindau editore, Torino 2010

Frammento di crisi

Tre quarti d’ora di lettura per apprezzare il racconto Scusate tutti di Marco Missiroli (Parma, Guanda 2014). Una storia di oggi, un frammento della crisi occupazionale, finanziaria, economica, culturale e umana che sta travolgendo quel nord Italia che aveva realizzato soltanto pochi decenni fa uno dei miracoli più belli: ridare dignità a un popolo che la guerra aveva lasciato a terra. Si dice spesso che il dolore toglie la dignità alla persona. È vero. Ma anche il lavoro ha il suo ruolo. L’uomo senza lavoro non è uomo. L’uomo senza lavoro viene travolto dal dolore. Scusate tutti è la storia di Maurizio, operaio milanese che la crisi lascia a piedi. Viene licenziato dopo sedici di lavoro in fabbrica. Ha una cinquantina d’anni. Una famiglia. Una moglie che lo ama. Due figlie da mantenere all’università. Una mano monca frutto di un incidente e che finora non è mai stata un problema per guidare il muletto. Ma ora i tempi cambiano. E anche quella mano finisce per essere un ostacolo nel tentativo di rimettersi in marcia. Maurizio si vergogna di dire in casa la verità. Vive di notte nella finzione. Cerca lavoro. Comunista mangiapreti, rivolge una preghiera lassù. Tutto succede in pochi giorni, meglio, in poche notti, di un autunno come tanti. Un racconto fin troppo bello per essere vero, fin troppo vero per essere bello.

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