Il bob del passo Costalunga

Era seduto sul divano e guardava un programma televisivo. Lei era stesa con la testa sulle gambe di lui e leggeva un libro. Lui le accarezzava i capelli. A lei piaceva tanto, sin da quando era bambina. E lui pensava sempre a quando era bambina in quei momenti. Chiuse gli occhi e quei capelli lo portarono ad una sera in montagna. Avevano affittato un appartamento in una località di quelle che si leggono nelle favole. Su un passo dolomitico, a 1750m di quota, il passo Costalunga. L’aveva trovato per caso conoscendo una signora che gestiva un bar in un rifugio su un altro passo. Era una mansarda in legno. Anche lì un divano. Anche lì un televisore. Anche lì un libro. E anche lì lei stesa a leggere su di lui. Ma erano sei gli anni che separavano quelle carezze sui capelli. Aveva undici anni lassù quella sera d’inverno, mentre sui prati bianchi si posava una neve a fiocchi radi; ne aveva diciassette in quel momento lì in casa sua. Ma quei fiocchi di neve che danzavano nel vento non furono mai dimenticati, come impossibile da dimenticare fu l’improvvisata pista di bob che nel pomeriggio si erano inventati, lui, lei e la sua amica, venuta in vacanza con loro, sul retro della casa, proprio dove partiva il sentiero che portava alla Roda di Vael, per cui passavano spesso appassionati di escursioni con le ciaspole. Un ragazzo e una ragazza, che passavano proprio con le ciaspole e lo zaino in spalla, erano rimasti colpiti dalla gioia della bambina e della sua amica, che andavano su e giù per quella pista, che da sole si erano disegnate, tracciate, costruite: insomma, inventate. Stettero a lungo fermi i due giovani escursionisti a guardare, felici loro stessi della felicità che le due bambine riuscivano a comunicare. Esperienze che hanno sempre il sapore, per chi le sa ascoltare, di un sano, autentico e spensierato modo di vivere l’infanzia. Era stato un piacere anche per lui vedere da una delle finestre della mansarda lei e la sua amica divertirsi con un oggetto così banale, su un prato coperto di neve, mentre altri spendevano centinaia di euro al giorno in skipass, magari per litigare sulle piste e nei rifugi affollati o tornare stanchi e annoiati la sera in albergo o in appartamento. No. Lì la noia non era padrona. Quella gioia, quelle risate si erano incise in modo indelebile. Le giornate passate nella neve sono i ricordi più belli; ma tra tutti quei ricordi, tanti davvero ormai, quelli che si arricchiscono del sorriso di lei bambina, assumono ora un significato speciale, sempre più speciale per lui. Se poi il sorriso diventa la risata di due bambine che si sono inventate un divertimento, come soltanto loro, i bambini, sanno fare, allora non solo resterà nella memoria, ma avrà il potere di rigenerare commozione ogni volta che risalirà dal passato. E in quel momento di commozione ne aveva fatta risalire tanta per davvero in quell’intenso dialogo con il tempo.

Accarezzava i capelli proprio come quella sera. Ricordava anche il mazzo delle carte sul tavolo, ma ricordava soprattutto il gioco danzante di quei fiocchi attraverso l’abbaino della mansarda, quei fiocchi che per tutto il giorno avevano accompagnato l’allegria delle bambine con quella stessa loro dolcissima danza. Si erano improvvisate quel gioco, come lui si era improvvisato la cena con i surgelati comprati al supermercato giù in paese: risorsa preziosa i surgelati in un appartamento turistico in affitto. Insieme diventa bello fare anche cose brutte, ebbe occasione di dire ad un amico un giorno: come allestire una cena di surgelati. Ma a una cotoletta con le patatine quali bambine di undici anni dicono di no? Ripassate con gli occhi chiusi queste scene non erano più ricordi: erano vivo presente. Non erano malinconia. Erano il segno di una gioia data a mani piene e ricambiata con un sorriso. A lui bastava.

Quel bob, che aveva dato la gioia in un prato in una pista improvvisata, si sarebbe rotto contro un albero in una vera pista per bob. È in garage con un pattino rotto adesso. Ma non sarà mai buttato via. Ciò che ha saputo regalare in modo così sincero e gratuito un sorriso a due bambine, tra cui la sua bambina, lui non lo butterà mai via. Ogni mattina, quando prende la bicicletta per recarsi al lavoro, il bob è lì, accanto alla rastrelliera, accanto alla sacca con gli sci, a quella con le ciaspole e a quella con i pattini da ghiaccio. E resterà lì, vivo e allegro di quelle indimenticabili risate.

Lei chiuse il libro. “Sta cominciando a nevicare.”

“Non è forse giusto che sia così?”

“Sì, credo di sì.” Un sorriso complice diede forza alla concordia delle anime. Riaprì il libro e riprese a leggere. Un bob, due bambine che ridevano allegre, fiocchi che danzavano leggeri nell’aria erano ciò che univa quel dialogo silenzioso che passava attraverso la mano di lui che accarezzava i capelli di lei, con la stessa dolcezza con cui quel bob accarezzava la neve di un prato di montagna, con la stessa dolcezza con cui i fiocchi di neve danzavano nell’anima di chi ascoltando ama.

Lo scrigno

Non conobbi mai abbastanza bene quella persona. Lo ammetto e me ne dispiaccio. Era una di quelle persone apparentemente come tante, riservata, parlava poco, raramente si vedeva in luoghi diversi da quello di lavoro. Stava molto in casa. Scriveva e leggeva tanto. Avrei voluto conoscerlo meglio. Abitava da solo in una grande casa. Mi chiamava amico, perché a me disse certe cose che ad altri non ebbe mai né coraggio, né forse solo voglia di dire. E quanto per me, e per lui, questo significasse solo a distanza di anni avrei capito.

Mi ha sempre incuriosito quella stanza in un interrato ricca di segreti che rimane nel buio per tanti anni. Nessuno la visita. Le finestre restano sempre chiuse. Il suo padrone se ne è dimenticato o deliberatamente la tiene chiusa? Là dentro però tutto vive di lui, nonostante l’oblio, non si sa se voluto o inconsapevole. Quei segreti però là dentro continuano a vivere. E la loro vita sortisce comunque un effetto nell’anima del loro padrone, che da quel luogo vive lontano nel tempo, non nello spazio, che finge di non sapere dove tiene nascosta la chiave di quella stanza, in quell’oscuro interrato, che lui vorrebbe credere morto e sepolto, ma non vuole ammettere che invece è quanto mai vivo. L’anima entra in comunicazione con quei segreti nel silenzio della notte, quando lui scrive; e quelle note scritte di notte, in un dialogo con quella parte della casa nascosta nel profondo del suo animo, per lui sono le pagine migliori. Dice spesso ai pochi conoscenti – forse uno o due di quelli arrivano al grado di amico – che la sua casa è triste nella sua tetra grandezza, per accogliere un uomo solo. Loro sanno che ha ragione, ma nessuno di loro si è mai peritato di conoscere meglio quella persona, per cercare di ascoltare quella solitudine, per capire quanta ricchezza inespressa contiene quella casa, un tempio di segreti affascinanti, uno più bello dell’altro, un luogo di diafana dolcezza che aveva saputo produrre sincera bellezza. Dice spesso, sempre a quei pochi sparuti conoscenti, che gli piace scrivere di notte proprio perché di notte la sua casa gli incute un senso di minore depressione, sembrando simile a tutte le altre. E anche in questo loro sanno che ha ragione. Leggono quello che scrive, ma nessuno di loro capisce a fondo il senso di quelle pagine, che parlano tanto di ascolto e di dialogo, vanamente. Solo aprendo quella stanza lo capirebbero. Ma loro sanno anche che è bene che resti chiusa. In quelle notti non scrive soltanto. Si mette in ascolto dell’anima ed è costretto a combattere fantasmi oscuri che dagli abissi del male tentano incessantemente insidiose risalite. I farmaci non bastano per vincere quelle battaglie quotidiane, non solo notturne. La scrittura è per lui il farmaco migliore e, prima della scrittura, la lettura. La casa di sopra, nella parte vissuta dalla sua presenza, da noi giudicata sbrigativamente solitaria e impersonale, è stracolma di libri. Ne ha dappertutto, ammucchiati ovunque, in un disordine ordinatissimo, in cui cui lui trova sempre quello che cerca. Ci sono libri anche in cucina, nei corridoi, sui comodini, sui televisori. Ma ci sono tanti, tantissimi libri, anche laggiù, nello scrigno dei segreti della sua vita. E sono i libri più belli, quelli da cui sono partite spesso quelle illuminazioni che hanno prodotto pagine scritte con l’agrodolce retrogusto di una memoria sofferta, sempre troppo tenace a scomparire e lasciar dimenticare i suoi sapori.

Uno di loro, uno dei suoi conoscenti – lui assegnava con grande discrezione il titolo di amico – un giorno gli chiese di quelle finestre sempre chiuse a pelo del marciapiede, le finestre dell’interrato. “Ma niente … ci tengo roba vecchia. Chissà, sarà pieno di polvere.” Fu l’unica volta in cui uno di loro riuscì ad avere tre parole su quella stanza: piena di polvere. Nessuno gli chiese più nulla. Ma quel giorno lui per la prima volta andò nello studio, aprì il cassetto della scrivania, rovistò fino ad arrivare in fondo e trovò la vecchia scatola di latta: la aprì e prese la chiave. La rigirò a lungo tra le mani. Una forza irresistibile lo avrebbe condotto laggiù, ma un’altra forza riemerse, altrettanto irresistibile; la seconda vinse. La chiave fu rimessa nella scatola, la scatola in fondo al cassetto e il cassetto richiuso. Come al solito vanamente richiuso, perché lui – non voleva mai ammetterlo – sapeva che quei segreti erano solo materialmente sepolti tra la polvere degli anni nell’interrato della sua tetra dimora, ma nell’anima da qualche parte vivevano, sempre più attivi, se mai si fosse voluto prestare ad ascoltare quello che ancora avevano da comunicare. Da loro era lontano nel tempo e vicino nello spazio di giorno, lontano nello spazio e vicino nel tempo di notte. Non era il momento per andare laggiù. Bisognava andarci di notte. Era giorno. La casa di giorno non era bella. Era una casa che soffriva di giorno. Soffriva della sua grandezza. Soffriva della sua solitudine. Di notte invece era come se volesse assomigliargli, prendendo le sembianze del suo padrone. Di notte si sentiva sicura, poco osservata. Di notte si sentiva più simile alle altre, nella segreta riservatezza che solo quelle ore garantiscono alle anime che si mettono in ascolto del Tempo. Decise pertanto di aspettare la notte a lui sempre amica per compiere il grande passo, nella triste consapevolezza, però, che forse anche quella notte si sarebbe fermato sulla soglia e non avrebbe mai aperto quella porta. E così puntualmente andò. Scese con la chiave. Ogni gradino era un anno di vita. Ogni gradino era un’iniezione di dolcezza, di amore, di gioia, di vita insieme; ogni gradino non era una discesa qualunque, ma un tuffo in uno sconfinato oceano che di ineffabile tenerezza avvolgeva i precordi. Ogni gradino era un crescendo di pulsioni e di eccitanti emozioni. Per questo l’arrivo alla porta lo appesantiva di un gravame di responsabilità, di fronte alle quali si sentiva inetto, incapace, ma soprattutto indegno ormai di varcare quella porta, che gli avrebbe aperto mondi sicuramente belli, ma per questo maledettamente infidi. Occorreva tanta forza per aprire quella porta. A lui da tempo quella forza mancava. Mancava per una ragione ben precisa. Lui conosceva quella ragione.

Uno di loro un giorno lo accompagnò in un giro in bici. Gli parlava di vita, di viaggi, di amori, di spensieratezza, di relazioni, di passioni, di dolcezze e tenerezze; gli parlava di tutto quello che lui aveva ritenuto non più appartenente alla sua vita, alla parte della sua casa in cui passava la maggior parte del suo tempo, quella di sopra, quella tetra e oscura, quella solitaria e malinconica. Lui sapeva che tutto quello di cui il compagno di uscita gli stava parlando era proprio ciò che non apparteneva ad altro se non a quello scrigno di segreti che da anni teneva chiuso, laggiù, nell’abisso dell’anima, l’interrato del suo spirito. Sapeva che le forze migliori della sua vita erano sotto quella polvere. Ma sapeva che da solo non le avrebbe mai disseppellite. Troppe volte si era fermato con mano tremante su quella soglia. Mentre l’amico – lui lo meritava, il titolo – parlava mentre proseguivano la loro uscita in bici per le campagne bruciate dal sole, altre immagini popolavano la sua mente. Avrebbe sicuramente elaborato quelle immagini in pagine scritte in una delle sue tante notti di lavoro.

Una donna, che conosceva per ragioni di lavoro, un giorno lo chiamò. Con lei si era fino ad allora sentito solo in chat parlando del più e del meno. Poi la chat si era piano piano aperta a qualche confidenza di più. Insomma iniziò ad insistere perché smettessero di chattare e si vedessero. Non fu facile. Dopo un lungo tira e molla di sì e di no, riuscì a strappare un sì per una cena. E cena fu. Scelse un locale in collina, in uno dei suoi paesaggi dell’anima, quelli dove sfogava in bici le sue commozioni più dolorose e dove trovava la pace che la parte di sopra della sua casa mai gli avrebbe dato. Fu una bella serata. Con il flirtare non si andò oltre ad occhiate intriganti e non ci furono contatti fisici oltre al bacio iniziale di saluto e a quello di finale di congedo. Lui usava con grande discrezione il contatto fisico. L’avevamo notato da tempo, noi che lo conoscevamo un po’ di più. Ma la comunicazione, mi confidò un giorno, fu intensa, ricca, emozionante. Dopo anni riassaporò il piacere della passione e qualcosa dentro di lui si mosse, finalmente. Lei era di una dolcezza indicibile nel parlare, ammaliava con il suo sorriso; ma fu un gesto ad imprimersi nel cuore, prima che nella memoria: il momento in cui lei sfilò la bacchetta fermacapelli e la chioma nera le avvolse le spalle in una morbida cascata che lo agitò più dei sorrisi, più delle parole, più dei gesti, più di tutto quanto era stato amabile strumento di flirt e seduzione. Quei capelli che si sciolsero in un attimo, quella chioma che lo aveva riportato al passato, gli avevano dato la forza necessaria per aprire la porta di quel mondo che aveva tenuto segregato. Aveva preferito la tortura per anni a quel piacere. Era autocompiacimento, gli dicevamo noi, i suoi sparuti conoscenti, tra cui uno o due amici. Psicologia da persone non propriamente esperte del mestiere, pensava lui. Non era autocompiacimento. Troppo facile tentare delle risposte sulla base del credo comune. Cosa sapevano loro del suo passato? Quale esperienza avevano loro delle sue sofferenze? Cosa sapevano loro dei terribili momenti trascorsi? Dei complessi derivanti da quei momenti e da quelle sofferenze? Tutto quel mondo di dolore e di concreta e tangibile sofferenza non era stato mai lasciato laggiù nell’interrato dei segreti. Quelle ossessioni erano ciò che rendeva tetra e buia di giorno la parte di sopra, la parte della sua casa in cui ancora trascorreva tante ore. Quella parte della casa viveva di quel dolore. Ne viveva ora per ora. E grazie a quel dolore trovava la forza di reagire di giorno con la lettura, di notte con la scrittura. Erano due motori che funzionavano. La macchina andava avanti. Il viaggio della vita, triste e malinconico, proseguiva comunque. Lo scrigno dei segreti dispensava goccia dopo goccia quello di cui lui aveva bisogno per sopravvivere. Se lassù c’era malinconia, solitudine e dolore, era perché laggiù, tra i segreti dell’anima, tra le tante cose belle, c’era tutto quanto aveva prodotto quello stesso dolore, quella stessa solitudine, quella stessa malinconia. Laggiù il Tempo parlava e il Tempo, solo il Tempo, sapeva cosa nella copertina della sua memoria andava stampato a chiare lettere e cosa invece era assai meglio che restasse celato dietro ardue allegorie e non semplici metafore. Quella porta andava trattata con rispetto. Ma si sa. La vita dell’uomo vive di intermittenze, che spesso non è facile spiegare, e ogni tanto prende delle strane, impreviste e imponderabili direzioni.

Ebbene, quella sera, dopo quell’iniezione di passione, esperienza che da tanti anni non aveva vissuto, esperienza che per tanti anni aveva rigettato come non più degna di appartenere al suo mondo, rientrò tardi. Andò subito nello studio a prendere la chiave. Scese nell’interrato. La morbida chioma di capelli neri, che avevano prodotto una cascata di gioia nel cuore, lo convinse a scendere con maggiore decisione in quell’anima. Ma i gradini sotto i suoi piedi scricchiolavano, producendo un suono nuovo, per la prima volta. Non lo ascoltò. Quel suono era un avvertimento, un invito alla cautela. Era euforico. La chiave era incredibilmente lucida. La toppa arrugginita. Come poteva una chiave luccicante di passione accordarsi con una toppa così devastata dal degrado e dall’oblio? Anche quello era un cartello che invitava all’attenzione, che trascurò. Era sempre più euforico. Inserì la chiave nella toppa. La mano incredibilmente non tremava. Tremava sempre. Perché oggi non tremava? Tutto era incredibilmente nuovo. La cascata della chioma di capelli neri, che avvolgeva quel sorriso luminoso, lo aveva affascinato. Non diede ascolto a nessuna avvisaglia. Dall’assito, consunto nell’abbandono, una trave si sollevò, denudando un vecchio ribattino completamente ossidato. Non lo ascoltò. L’euforia era al livello della massima tensione emotiva. Due giri di chiave nella toppa. Anche il cilindro resisteva più che poteva. Tutto quanto lo stava avvisando. “Aspetta! È troppo presto! Non sei ancora pronto! Aspetta! Sei sicuro di voler per davvero entrare qua dentro? Tu sai bene che cosa ti aspetta qua dentro.” Non ascoltò le voci di saggezza della parte segreta della casa, dall’anima, dalla parte proficua del lungo dialogo che intratteneva con il Tempo. Venivano da là dietro quelle voci, venivano da là dentro, venivano da lontano quelle voci vicine. Venivano da dietro quella porta. Urlavano di essere ascoltate. Non le ascoltò. Avrebbe dovuto. Quella era la parte viva della casa. Lì c’era tutta la verità, che finora aveva comunicato con lui come doveva: per immagini, nei libri, nella scrittura. Quella era la parte dell’anima che finora aveva saputo come comunicare con lui. E quello era stato per anni un modo per ascoltare con il doveroso rispetto quello scrigno. Lui, lo scrigno dei segreti, era sempre entrato in dialogo con la sua anima con discrezione, nei momenti di pace, per combatterne il dolore. Come un amico, che aveva trovato un metodo, amabile e rispettoso, per non lenire il suo dolore.

Non ascoltò lo spirito del Tempo che invano aveva chiesto rispetto. Aprì la porta. Accese la luce. E con quell’inondazione di luce repentina il sorriso di lei si spense. Il buio lo assalì nell’anima, mentre il corpo era invaso di luce infida. La chioma dei capelli si trasformò in un torciglione di tentacoli. Il Tempo gli mise tutto a sua disposizione, come fa quando sai che stai facendo quello che non avresti dovuto fare, obbedendo solo ad un fallace istinto di cupidigia. Gli mise a disposizione tutto in un attimo, come un ragazzo che marina la scuola e si sente libero in uno spazio vietato. Effimera libertà: non aveva ascoltato le voci, che invitavano a cautela. Il Tempo, finora sagacemente rispettato, gli mise a disposizione con inaudita e devastante violenza quello che sapientemente gli aveva centellinato a spizzichi nelle notti di scrittura e nei momenti di lettura, dispensandogli con dolcezza e tenerezza emozioni e  immagini, destinate a diventare parole, come gocce di un potentissimo farmaco, che lui, lo spirito del Tempo sapeva come somministrare. Dolore e sofferenza erano i temi di quella parte viva della casa. Non era così che gli aveva finora parlato. Perché? Di dolore e sofferenza parlava ora soltanto quello scrigno di tesori, tanto amato a lungo e che tanta ferace ispirazione aveva prodotto in parole e personaggi. Non c’era solo quello, ma solo quello ora lui vedeva. Nulla cambia di quanto è scritto: la chiave, la porta, lo scrigno erano fatti per l’ascolto e il rispetto. E invece lui aveva usato superbia, arroganza, violenza. Il Tempo fu violentato da quella porta aperta e da quella luce. La sua vista andò su oggetti che, se erano lì da anni, erano lì per una ragione che li aveva confinati in quello spazio, nello scrigno dei segreti. Aveva violentato il Tempo. Violenza, solo stolta e bramosa violenza. Orrendo, infame, indegno atto di violenza era quello che aveva perpetrato alla parte più bella della sua casa, della sua vita, della sua anima, nonostante le avvisaglie. Rivide l’asse rialzata con il chiodo arrugginito. E fu punito dal Tempo. Non contò più nulla spegnere la luce e richiudere la stanza con gli occhi bagnati di un dolore che aveva il maledetto sapore di errori passati, di relazioni sbagliate, di azioni dettate da infingardaggine, di mosse dettate da frettolosa superbia. I gradini scricchiolano ancora di più nel risalire tra lacrime tanto devastanti quanto ormai del tutto inutili. Ogni gradino era un errore del passato. Ogni gradino era una frustata terribilmente dolorosa all’animo. Ogni gradino era un urlo di devastante sofferenza. Ogni gradino era un amico vanamente inascoltato. Ogni gradino era un peccato commesso, un inutile e inconsolabile rimorso. I tentacoli lo avevano avvolto e sconfitto. Accese il cellulare. Cercò la chat. Non c’era più. Spense la luce. Richiuse la porta dell’interrato. Uscì di casa orrendamente sconvolto dalle verità che il Tempo sapeva che dovevano restare protette. Sapeva di aver commesso, tra tutti quelli che mai avrebbe potuto commettere, l’errore più irreparabile. Sapeva che per quell’errore non ci sarebbe mai stato il rimedio. Guardò la chiave. Luccicava sempre. La gettò con gesto tanto violento quanto ormai inutile. Guardò la strada nella silente e complice, ma veritiera e amica oscurità, che entrò finalmente in lui. E solo così trovò pace. Nulla cambia di quanto scritto.

Sono tornato sul luogo di quella casa dopo tanto tempo. C’è un cartello “Vendesi”. Da anni è attaccato a quel cancello, che è stato aperto da alcune persone senza fissa dimora, che hanno occupato la casa. Venimmo a sapere che lui era partito, dopo aver conosciuto quella persona. Nessuno ha mai saputo dove fosse andato. Non ha più scritto niente da quel giorno. Vani sono stati i tentativi di rintracciarlo. Ma io ero passato di lì a salutarlo quel giorno della sua partenza e ricordo bene che sul camion dei traslochi finì solo la parte di sopra della casa. Quel giorno … L’ultimo giorno in cui ci vedemmo. A pochi aveva dato il titolo di amico. Credo che solo a me abbia dato l’onore di un abbraccio. Entro. Non c’è nessuno degli abusivi occupanti. Di solito ci vengono di notte. L’abbandono, il degrado e l’odore acre delle tracce di vita sono ovunque nella parte di sopra. Ma a me non interessa la parte di sopra. La conosciamo tutti troppo bene quella parte. Parlava tutta di lui quella parte di sopra. A me interessa la parte di sotto, quella piena di polvere. Ecco la porta dell’interrato che ci ha sempre incuriosito. Ero di quelli che gli facevano spesso domande su quella stanza. La porta è chiusa. Ma oppone scarsa resistenza. Cede facilmente adesso. Qua nessuno è venuto. Si vede da come tutto è straordinariamente ordinato. La commozione, come è giusto, risale.

E capisco, avendo letto tutto quello che lui ha scritto. Non è roba mia quella che vedo, ma la sento come fosse mia quella roba adesso: decido di riempire la mia auto di tutto quanto trovo, trattando con amore e grande rispetto quegli oggetti che avevano dato un senso ad una vita vera. Non mi sento ladro, ma salvatore. Le pagine più belle sono nate da quegli oggetti. A lui comunicavano amore, perché qualcosa di ineffabile li aveva trasfigurati in parole d’amore. A me comunicano solo dolore adesso. È inevitabile che sia così. Forse anche giusto.

Amico mio, ovunque tu sia, se rivuoi il tuo scrigno, vieni da me. Lo conservo con la stessa rispettosa segretezza e lo stesso sagace amore, che hai usato tu verso di lui, fino a quella notte maledetta. Non ti ho saputo ascoltare allora. In tanti non ti abbiamo saputo ascoltare. Ma adesso ho letto tutto e possiedo tutto quello di più caro che tu forse, sbagliando, credevi di non avere: sono convinto di essere una persona in grado di ascoltare questa volta. Era con noi che dovevi aprirlo, il tuo scrigno. Non ti avrebbe fatto così male, se ci avessi chiesto di aprirlo insieme.

Fischia! Fischia felice alle mie spalle!

Indossare il tuo giubbotto, per andare a scuola, è come andare a spasso con te. Sedersi a leggere sulla tua poltrona, dove hai letto tanto anche tu,  è come tornare bambino in braccio a te. Sedermi al tuo posto a casa della mamma è come mangiare con te. Il Tempo porta folate di memoria che attraversano le stanze, entrano negli armadi, si posano sui tavoli, si fanno accogliere come gradite ospiti nel tempio che fu tuo, ora mio. I gabbiani dal canale stridono voci che richiamano lacerti d’amore. Sedermi su questa terra, qui nel silenzio che ti protegge, sotto questi rassicuranti, immensi pini evoca sempre soavi canti di un evo antico che nella volta chiusa dalle fronde restano segreti tra me e te. Oggi in bici, andando a scuola, ti ho sentito. Ero in largo Firenze. Sì, dove tu mi prendevi. Fischi alle mie spalle. È buio. Tanta nebbia. Mi sei venuto a prendere da scuola. Sul cannone della bicicletta si sta scomodi. Ma quanto è più bello andare a casa così piuttosto che in macchina! Tu fischi alle mie spalle. Ci provo anch’io. Ma come si fa a fischiare? Tu come hai fatto a imparare? “Ho imparato provando un giorno ed è venuto da solo il fischio.” Provo e riprovo a fischiare come te. Accidenti. Ma è difficile! Tu fischi alle mie spalle. Chiudo gli occhi. I gabbiani stridono malinconia tra i lacerti d’amore. Sento bagnati gli occhi sotto le palpebre. Fischi alle mie spalle, pedalando nel buio: via Guaccimanni, via Oriani, via Pascoli, via Renato Serra, via Molinetto, via Rubicone, via Marecchia e via Tevere. Casa. E Dick che ci salta addosso. Ora non si potrebbe: ci sono i sensi unici. Vorrei ripetere quel percorso. Fischiando felice come tu sapevi fare. Stridono gioia nel tempio dell’anima i gabbiani del Candiano, fischiano amore sotto la volta dei pini maestosi e sagaci d’antico rispetto; è sempre la voce, riconoscente e rassicurante, dello spirito del Tempo. Torno a casa, fischiando. Tu continua. Non smettere mai! Fischia, fischia felice alle mie spalle!

Oggi ho ascoltato un altro fiume

Tutto scorre, ma non tutto scorre nello stesso modo. I fiumi sono grandi maestri e i grandi maestri sono sempre originali, mai scontati, non parlano, non interagiscono mai nello stesso modo. Ogni uscita lungo un fiume assume un suo particolare significato. Come può un fiume attrarre in questo modo? Non riesco a fare un’uscita in bici senza passare su un fiume, senza avvertirne la presenza vicina, senza accarezzarlo correndo sui rivali. Ho il computer pieno di foto delle mie tre bici da corsa o delle mie due mountain bike appoggiate a un ponte, a una chiusa, a un parapetto. Me lo chiedo da anni, da cosa dipende questo fascino. La risposta più semplice, che un amico mi ha proposto, è l’attrazione esercitata dall’acqua e dal femmineo. Ma non credo che sia solo questione di acqua. Il mare non mi attrae. I laghi sono belli, ma non esercitano questo potere su di me. Sarei capace di stare ore in ascolto di un fiume, se ne avessi il tempo. Ci sono alcuni luoghi fatati lungo i fiumi. I ricordi vanno a ore di lettura o a momenti di riposo passati accanto a un fiume, accanto all’Ansiei sulla strada tra Auronzo e Misurina, accanto al Montone alla chiusa di San Marco, sul parco fluviale sul Bidente di Santa Sofia, alla confluenza di Villapianta del Santerno nel Reno, alla foce del Lamone a Casalborsetti, sulle panchine sotto il ponte degli Alpini lungo il Brenta a Bassano, tra i faggi del torrente Samoggia ai piedi dell’eremo di Monte Paolo, ai tavolini del bici grill di Volta Mantovana sul Mincio, sul lungofiume che costeggia il Santerno a Borgo Tossignano, sui tornanti della Cavallera a Perarolo lungo il Piave. Sono solo alcuni dei tanti fiumi che ho amato e ascoltato. Ognuno di questi parla lingue diverse. Lingue che cambiano con il tempo, facendo della memoria uno scrigno di segreti che dispensa immagini con molta discrezione. Ognuno di questi regala lampi di luce nel buio della notte, in quei lunghi viaggi nel segreto del mondo interiore, in cui un fiume è sempre presente, con una carica di valori ogni volta diversa. Le parole non renderanno mai abbastanza questo mondo di acqua che scorre, che s’invortica, che s’incanala tra paratie da cui si dipanano gore tra i girasoli della campagna ravennate, come avviene alla chiusa dei Fiumi Uniti, o tra i campi di mais, come avviene a quella di San Marco, o tra quelli di grano, come avviene a quella di San Bartolomeo. Quando l’acqua s’incanala tra le paratie delle chiuse, allora non parla: urla. Oggi urlava alla chiusa di San Marco. Era un urlo che si è rivolto al mio spirito. Docile al richiamo, l’ho accolto. E la fiducia nello spirito del Tempo ha dato forza a questa gamba destra, ora un po’ più sofferente e pigra, che ne aveva necessità. Ecco perché mi ha parlato urlando questa volta. I fiumi sanno dialogare scorrendomi dentro. È solo un esempio di come da anni ascolto i fiumi e il loro lento fluire nei meandri della memoria, fino a che non si depositano nello scrigno che li conserva e, piano piano, notte dopo notte, li trasforma in allegorie ineffabili, emozioni che illuminano le tenebre, iniezioni di sogno in momenti di riflessione, di solitudine, di abbandono allo spirito del Tempo. Ogni fiume ha un storia? No. Non solo. Ogni fiume è una Storia.

(foto scattata da me durante un viaggio in solitaria in bici sulla ciclabile del Piave tra Castellavazzo e Ospitale di Cadore)

Indentar

“(…) la môrta la-n s’conta. 

La môrta la-t s’insteca

indentar

e la-t fa tent buš

dóv ch’u i pasarà la tu vita.”

“La morte non si racconta. La morte ti si infila dentro e ti fa tanti buchi per i quali passerà la tua vita.” Così si conclude la poesia di Laura Turci E mi ba, Mio babbo, dedicata alla perdita del padre. Spiegare con le parole il significato rovina tutto. Bisogna scontarlo quel significato. Allora si capisce il lavoro del Tempo, che si svolge tutto indentar, dentro. Il dolore consente di andare avanti. E l’amore non si potrà mai realizzare senza scontare tutto questo gravame. Il più delle volte resta illusione, aspirazione e non si realizza proprio. L’amore non colma il vuoto e resta solo il dolore, dei due grandi motori della vita. E quei buchi lasciano solo amara, inconsolabile solitudine. L’ho provato e riprovato. E se ve lo dico, dopo avere avuto esattamente un anno fa la stessa esperienza, è perché, ci piaccia o non piaccia, le cose possono prendere molto facilmente questa piega. Basta guardarsi attorno e saper ascoltare le persone, per capire l’ineluttabilità del dolore. Grazie a lui siamo migliori o peggiori. Solo grazie a lui. Sic et simpliciter.

I caprioli del Castellaccio

La strada che esce da Faenza ti accompagna tra filari di viti e kiwi fino a Santa Lucia. Si lascia la trattoria Manuelì, un piccolo pezzo di storia della Romagna enogastronomica, che resiste con successo; e poi si arriva al bivio di Oriolo. Che si fa? A destra su per Pietramora tra gli ulivi del Brisighello o dritto verso il Castellaccio e poi verso il Trebbio? Sganci i pedali e pensi. Ne hai tutto il tempo. Nel silenzio, all’ombra dei faggi che rassicurano le tue scelte. Quando la collina in questi bivi costringe alle scelte tra posti così belli nello sfavillio autunnale, l’animo avverte ondate di gioia e si pervade di quegli odori, di quei colori che il soffio del vento unisce a quello dell’anima. Allora fiducioso ti affidi a questa ispirazione che non capisci, non vuoi nemmeno capire. Forse non dovresti nemmeno cercare di capire. Vada per il Trebbio, anche se ci sarà quella rampa dura all’inizio. I colori ti invadono dappertutto, ti circondano, fanno di te e della tua divisa bianca e azzurra una macchia tra le tante su quella tela, sia nei pendii battuti dal sole d’ottobre, ancora tenace e coriaceo, sia in quelli in ombra, dove la bici segue sinuosi profili curvilinei, che hanno un potere sempre particolare sui loro correlati oggettivi: il giallo precoce, il verde tenace, il rosso del trascolorare di fronde infondono nell’anima un senso di pace e di speranza, di forza e di fiducia, che fanno passare le due rampe al 16% senza neanche accorgersene. Si arriva ai primi tornanti del Castellaccio e il paesaggio, mentre la bicicletta sale e suda con te, affianca alla fatica dell’erta la visione delle lontane case della città e di qualche svettante, solitario campanile. Il silenzio del pomeriggio di metà settimana è interrotto sulla tela solo da qualche figura di personaggi al lavoro: un trattore che passa, qualche agricoltore che controlla le vigne dopo la vendemmia, qualcun altro che attende i kiwi per iniziare la raccolta. Silenzio. Solo la ricerca di agilità su quei pignoni là dietro, che vorresti non finissero mai, lo rompe con i clic sul cambio. Altro non si sente. Brusco l’asfalto, imperfetto nel suo grigiore: ma lì non nuoce che sia così. Rare, rarissime le auto. Il bello dell’Appennino è la pluralità di strade che in queste occasioni, soprattutto in autunno, offre in uno stato idillico di pace quasi arcadica, nella totale immersione nel paesaggio, senza motociclisti, senza autobus, senza file di camper asfissianti di gasolio, come ormai è regola sui maestosi passi dolomitici, blasonati e belli solo da guardare in tv al passaggio del Giro, quando invidi quei corridori che possono goderseli senza auto. Il bello dell’Appennino è il modo in cui dona colori a piene mani in ottobre. Rallento. La fatica inizia a farsi sentire negli ultimi tornanti. Il Castellaccio non è lontano. Rallento e ascolto l’anima che ha qualcosa da dire. Il vento accarezza il casco, entra tra le fessure. Il soffio del vento comunica sempre con quello dell’anima. Ascolto. Perché so che, quando avverto questa sensazione, succede sempre qualcosa di importante. Procedo lentamente, animale nel paesaggio, animale tra gli altri animali, non mi sento intruso. So di non far del male con la mia presenza discreta, silenziosa, rispettosa. Sono fiducioso del mio procedere e della mia salita, lenta, en danceuse. Il vento mi continua ad entrare tra le fessure, oltre che nel casco, anche sul torace, che denudi a lui nell’illusione di traspirare meglio. Si tratta di un vento più fresco. Dal bivio con la strada dell’eremo di Monte Paolo sono salito di 300m in 4 km, molto irregolari, fatti di strappi nervosi, secchi. Ma so che dopo il Castellaccio non sarà più così. So che dopo si aprirà un altro mondo lassù. Il vento comunica ricordi dolci, porta serene immagini: una spiaggia, un aquilone, il nonno, me bambino; e poi un lago, una barca, un lido, un prato, con l’altro nonno; e poi dei corvi, le rocce del Grossglockner, e i miei genitori. Sempre vento, vento del Tempo, che comunica con gli spazi, spazi diversi, spazi di fiduciosa forza nel futuro. E la gamba va. Ha avuto un dono dalla memoria. È questo il doparsi più bello. Ultima rampa; poi al Castellaccio spiana, dicono tutti. Non sarà esattamente così, ma un po’ di verità possiamo concederla ai redattori di itinerari. La fatica non si sente più. La memoria interviene sempre; e lo fa foriera di forza. Il pedale gira sicuro. Ha trovato il suo ritmo. Sui pignoni la catena ha trovato pace. La gamba va.

Castellaccio. Finalmente. Una curva in ombra tra due possenti querce, con il loro codazzo di faggi, una di qua e una di là dalla strada ora molto più stretta. Sembra di passare sotto un’antica porta naturale. In effetti si tratta veramente di un’esperienza molto particolare per il ciclista scoprire cosa avviene, appena passata quella curva ombreggiata dalle due antiche querce.

Si apre un pianoro aprico che sostituisce al coltivi di prima, paesaggio costruito dall’uomo, prativi e pascoli, modellati solo dal vento e dal Tempo. Mi fermo come se fosse uno scollinamento. Non devo scendere. Non devo mettere né antivento, né mantellina. Non voglio. Anzi, abbasso ancora di più la zip della maglia: voglio in me la forza di quel vento. Il sole domina su tutto il pianoro. Due sole case: una abitata; l’altra dall’aspetto abbandonato. Un rumore da lontano. Una scena che, se noi non sapessimo che lì può semplicemente e naturalmente verificarsi, sarebbe descritta come d’altri tempi: si avvicina un calesse trainato da un asino, guidato da un signore giovale con un grande cappello a larghe tese, che saluta agitando il frustino: “Salùt! U’s cmênza a stè bên. L’era ora!” “Ah si – rispondo – mo da vnì so l’è dura li stes, nêca s’un’è brisa chëld”. “Aj’ò propi vest. Tci za cot e’ tot, pront da magnè”. La battuta non è nuova, ma gli do soddisfazione e rido. L’asinello riprende la marcia; lo aspetta in discesa la strada che ho appena fatto in salita. Non sembrava condividere la giovialità di chi lo stava conducendo.

Riaggancio il casco, rimetto i guanti, riaggancio gli scarpini. E via. Iniziano i saliscendi in quota che dal Castellaccio portano al Trebbio. In 7 km si salirà di appena 250m, passando dalla valle del Samoggia a quella del Marzeno. Luoghi praticamente sconosciuti a chi romagnolo non è. Strade battute da un sole complice con te del segreto che custodisce. In questo paesaggio unico, costituito dal pianoro in quota, si sta come sospesi tra due vallate. Gli alberi sono rari. I pascoli costituiscono la nota dominante. In questo paesaggio si assapora come in pochi luoghi il significato del ruolo di noi esseri umani nell’ambiente: elementi tra gli elementi. Salendo di quota, tra strappetti nervosi e brevi discese, siamo costretti ad entrare in una comunicazione che solo chi ama la montagna riesce a comprendere. Il silenzio, nota dominante, ti insegna che questa comunicazione è costituita solo di due elementi: ascolto e rispetto. Per ascoltare e rispettare non occorre esibirsi a parlare; non occorre alzare la voce; non occorre niente di ciò che hai già, anche se non lo sai; è sufficiente sapere valorizzare il silenzio, che ti parla con una voce che alla partenza, tra le ultime case della città, non avrebbe mai potuto utilizzare: il soffio del vento che sibila tra le fessure del casco. Da sempre, dopo aver percorso migliaia di chilometri su queste strade, non appena l’erta prende quota, ho imparato ad avvertire una voce che parla non solo in quel vento, ma anche negli odori che ti pervadono. Il momento della fatica del salire, fatto di lenta inspirazione e lunga espirazione, è quello in cui quel paesaggio entra in te, ti pervade e viene poi restituito con atto di riconoscenza al territorio di cui fa parte. Qui si pratica prima ascolto, inspirando, poi rispetto, espirando. Ma bisogna venire su da soli per comprendere tutto questo. Sono esperienze dello spirito, non facilmente comunicabili. Da vivere. Un atto d’amore che si può vivere con il senso del sacrificio, del dolore, della conquista. Quando i muscoli potranno rilassarsi, finalmente liberi, avrai il premio meritato.

E il premio non tarda. Eccoli lì. Meravigliosi. I caprioli del monte Trebbio. “Attenti ai caprioli. Possono far paura. Sono pericolosissimi. Spuntano all’improvviso e ti fanno cadere, i maledetti.” La voce popolare è impietosa contro di loro, quando prende le forme dei cicloamatori da bar della domenica. Non sa ascoltare, non sa rispettare. Inspira ed espira smog e aria diversa da questa. Mi sono fermato a circa 40 m da loro. Due sono a destra sul bordo della strada, uno a sinistra in mezzo ai prati. Sgancio i pedali. Scatto una foto. Da lontano purtroppo viene sgranata con il telefonino di generazione troppo vecchia. Ma si vedono tutti e tre. Non importa. Sono troppo belli: resteranno nella memoria, anche se non nel telefonino. Smonto e a piedi mi avvicino. Mi viene da sorridere. Rimettendosi a girare la ruota anteriore, riparte il contachilometri e segna una media, quella che poi nei bar viene confrontata tra patiti del tecnociclismo. Sarei proprio curioso di sapere, giù a Modigliana, alla fine della discesa che dovrò compiere, come verrebbe analizzata questa di una bicicletta portata a mano. Mi diverte la cosa. Mi diverte perché non mi sento adesso elemento di quel paesaggio, ma elemento di questo paesaggio. I caprioli non scappano, mentre mi avvicino lentamente a loro con la bici a mano. Questa è la prova. Mi avvicino ancora. Sempre lì: due a destra sul ciglio della strada, uno a sinistra più distante in mezzo al prato. Sono ormai arrivato da loro. “Spuntano all’improvviso e ti fanno cadere, i maledetti”. Non sono spuntati affatto all’improvviso. Sono lì, a casa loro, tranquilli. Mangiano, guardano, ascoltano, rispettano. E anch’io prendo una barretta dal taschino e mangio, guardo, ascolto e rispetto. E non sono caduto. I due sulla destra mi puntano gli occhi addosso. Pensano ad uno strano collega forse. Forse mi compatiscono per il buffo casco, o per la divisa bianca e azzurra, o per la bici tutta bianca. Chissà perché mi puntano così? Non hanno nessuna paura. Riprendono a mangiare. E io finisco la mia barretta. Passo accanto a loro, che continuano a mangiare, come se nulla fosse. Sento un fischio da lontano, fischio umano. Da una curva arrivano a gran velocità due ciclisti. I caprioli scappano terrorizzati. I due ciclisti mi salutano passando veloci, neanche accorgendosi dei caprioli che hanno terrorizzato. Ecco chi spunta all’improvviso! Ecco chi può far paura! Altro che i caprioli. Lezione imparata. Ennesima grande lezione imparata. Non è stato affatto difficile impararla. A me è bastato fermarmi, pensare e fare le stesse quattro cose che loro tre facevano: mangiare, guardare, ascoltare, rispettare. Elemento tra gli elementi. Un boschetto di cipressi e faggi segna la fine del pianoro e l’arrivo sotto i ripetitori del monte Trebbio. Inizia la discesa al bivio con la provinciale trafficata, che collega Dovadola in val Montone con Modigliana. Altro mondo, altro paesaggio, altro vento, altro spirito. Il vento entra con violenza tra quelle fessure che prima sfiorava. Il vento ti risucchia, quando un automobilista ti sorpassa innervosito, perché per ben due curve non è riuscito a superarti. Gli elementi sono cambiati, ma soprattutto i fattori sono cambiati. Lo spirito è cambiato. La discesa è il premio della salita, si dice tra ciclisti. Oggi non è vero. Il mio premio è stato ben altro. Come sempre, lassù. E resta quaggiù, solo quaggiù, dentro di me. Lo spirito di lassù, lo spirito del Tempo, che nel vento ha parlato, mi ha pervaso con immagini. Allora quelle immagini sono diventate materia del lavoro dello spirito, hanno preso significato allegorico, sono passate dalla dimensione dei sensi a quella dei sogni, delle emozioni. E solo due anni e mezzo dopo riusciranno a assumere quella forma che oggi qui in queste parole hanno preso. Forse.

Una storia tra le tante

Come mai un aquilone può diventare un’ossessione e dar vita ad un’intensa e appassionata affabulazione narrativa e spirituale? La memoria di un nonno che gioca in spiaggia insieme ad un bambino con un aquilone può generare nel tempo un processo di sedimentazione di immagini che si caricano di valori allegorici? La conoscenza di una persona affetta da disabilità e costretta a lottare come un leone nella vita può insegnare il valore della Differenza e capire la gravità dell’insensibilità generale di fronte a questa stessa Differenza? La conoscenza di alcune forme particolari della spiritualità orientale può aiutare a fornire chiavi di lettura utili anche in questa cultura immanentistica e  ormai anodina in cui quella occidentale è precipitata, fino a negare la Differenza in nome dell’Uguaglianza eretta a sistema addirittura istituzionale? Il valore che con il passaggio del tempo assumono queste allegorie può essere condizionato dall’ambiente, dagli incontri, dalle esperienze di vita? Quanto la psicologia può essere in grado di decifrare il valore che un’allegoria finisce per assumere nella memoria a distanza di tempo? Non potrebbe invece il neuropsichiatra interpretarlo meglio? Ma se si tratta di allegorie, anche il poeta può dare il suo contributo. Per non parlare del filosofo che può comprendere meglio di altri il rapporto che l’allegoria ha con gli ingranaggi del pensiero. Da non trascurare nemmeno lo studioso di linguistica che lavora sui segni e sui codici di comunicazione. E infine, il magistrato: non potrebbe dare un suo contributo quando si tratta di sofferenze dei bambini, insieme al pediatra e all’insegnante che avranno dalla loro professione altri punti di vista da poter utilizzare? Insomma un sogno che diventa allegoria ha bisogno di essere capito. E nulla nella nostra esperienza di esseri umani, che siamo storicamente cresciuti in civiltà condizionate dallo spazio, dal clima, dalle idee, dalle filosofie, dalla politica, dalle letture, dalla scelta di maestri di pensiero, qualche volta azzeccata, qualche altra sbagliata di brutto, nulla ci consente ancora di capire come mai un’ossessione, un’emozione, un sogno possono assumere certe figure nella nostra mente, esprimersi in certi segni, diffondersi in precisi codici di comunicazione. Non lo sappiamo. Punto. E questo ci obbliga a passare alla seconda parte del ragionamento.

Ho scritto un libro, che è arrivato alla revisione finale, insomma pronto per la bozza di stampa. So che nulla di ciò che l’uomo produce è mai perfetto, perché la nostra esperienza professionale e umana ci rende inevitabilmente limitati e la nostra memoria ha un potere selettivo diverso da persona a persona. Questa memoria ci rende esperti chi dell’una chi dell’altra materia, chi dell’una chi dell’altra esperienza. Sono di quelli oltretutto che invitano non solo a diffidare di chi dice che sa tutto, ma che proprio non sopportano i tuttologi. Perciò tutte queste esperienze non solo professionali ma anche umane sono state chiamate a dare ognuna un proprio apporto in termini di consigli, osservazioni, critiche. Mi aspetto tanto da questa collaborazione singolare.

Fare un gruppo in chat con psicologi, poeti, filosofi, narratori, magistrati, pediatri, insegnanti, psichiatri e narratori, per leggere la bozza di un libro, è dunque una scommessa intrigante, se vogliamo innovativa e comunque inusuale, dovuta alla semplice ragione che lo stesso che ha scritto quel libro non sa che cosa ha scritto, se un romanzo psicologico, se un romanzo di formazione, se una storia d’amore, se una favola, se … mah … chissà … forse può aver ragione anche l’amico che semplicemente, in una boutade, ha detto “chiamiamolo uno sfogo”. Spero che dalla chat venga fuori una risposta, su cosa ha guidato la mano sulla tastiera per tanti mesi. Ora queste persone stanno leggendo, alcuni hanno già finito, altri appena iniziato; alcuni hanno già mandato tante osservazioni; altri le manderanno. Forse qualcuno si fermerà e non riuscirà a procedere. Forse qualcuno sarà preso dalla lettura e non vedrà l’ora di sapere come finisce la storia. Questo non mi interessa. A me interessa che nessuno abbia delle pretese; perché? Perché se non le ha avute chi ha scritto il libro, è giusto che non le abbia nemmeno chi lo legge. Il narcisismo ha fatto tanti danni, ma, se ben guidato, può dare anche buoni risultati. Mi tocca dire una cosa che sento molto forte dentro di me adesso: ecco quello che forse manca al libro: una giusta dose di narcisismo. Si rifiuta di essere difficile. Si rifiuta di rivolgersi ad un pubblico dotto. Si rifiuta di essere rivolto allo specialista di quello o di questo. Manca un’ambizione? Come si può scrivere senza un’ambizione? Si può. E l’ho fatto. Perché non volevo nemmeno pubblicarlo. È stato su sollecitazione di alcuni di quelli che sono stati inseriti nella chat che sono stato spronato a pubblicarlo. Alcuni di loro sanno che lo avevo addirittura già cestinato, in preda a quella sindrome dell’Ultimo Chilometro, di cui in un racconto su questo stesso sito già ho parlato. Altrimenti non l’avrei mai fatto. È una cosa brutta la sindrome dell’Ultimo Chilometro. Sì, tanto brutta. Vedi il traguardo, ma resti paralizzato a due passi. E senza aiuto non lo passeresti mai. Dunque? Dunque è una congiunzione conclusiva e una congiunzione conclusiva richiederebbe una conclusione. Non so fare. Non sono in grado di concludere. Gli invitati alla chat leggano e poi concluderemo insieme. Forse questa incapacità di scrivere una conclusione è la prova della mancanza di ambizione e della carenza di sufficiente narcisismo. “Senza narcisimo nessuno può scrivere un libro”, mi disse un’ex collega. Mah … Non ci credo. Ma non sono certamente io quello che deve avere gli strumenti per dirlo. Forse … Comunque quella chat è stata voluta anche per questo. I componenti sono stati adeguatamente selezionati, non scelti a caso. A loro affido la conclusione. Non so neanche che cosa ho scritto. Figuriamoci se posso tirare delle somme su quello che ho scritto.

E, se alla fine vi ho annoiato, credetemi, non l’ho fatto intenzionalmente. Avrò scritto comunque una storia tra le tante. Che male c’è? Vi confido in tutta onestà questo: aver scritto una storia tra le tante in un mondo di pseudoeroi, dove una tastiera ci fa credere di aver un potere che di fronte ai problemi veri della vita si squaglia come neve al sole, dove chi è convinto di contare di più è chi urla di più o chi fa più post sui social, dove chi crede di aver più seguito è chi ha più ‘amici’ o ‘follower’, sarebbe già un grande successo, perché, quando avrete letto, allora forse avrete finalmente capito che questa è veramente, né più né meno, una storia tra le tante.

La favola di un aquilone

Imminente è l’uscita del mio ultimo libro, che è nelle fasi finali della sua revisione. Non è esattamente un’opera prima, perché ho già pubblicato per diversi anni nel settore della saggistica storica. E non è nemmeno un esordio nel settore della narrativa, avendo su questo sito pubblicato già diversi racconti. Ma è il primo romanzo che propongo ai lettori, sperando di riuscire nell’intendimento che è quello di concentrare l’attenzione sul tema della Differenza: ho infatti avuto nella mia esperienza professionale la fortuna di incontrare alcune persone, che hanno saputo insegnare tanto su questo tema della Differenza; tra queste una in particolare, che è quella che ha ispirato la protagonista della narrazione. Di questo romanzo di imminente uscita propongo qui di seguito la Prefazione.

Un dialogo con il Tempo può essere un utile esercizio. Dialogare con il Tempo, la cui esistenza molti filosofi avrebbero addirittura escluso, consente proprio di riflettere anche sulla sua caratteristica di fattore che sa informare la vita dell’uomo in modo assolutamente unico. Se non esiste il Tempo, come mai esiste il cambiamento, la differenza, il progresso, il regresso, tutti atti che hanno uno sviluppo diacronico, dunque nel Tempo?

Il Tempo con le sue corse e le sue pause accompagna passo dopo passo la vita dell’uomo; le corse non interesseranno molto, ma la pause sì. Nelle pause si collocano gli snodi importanti della vita. Con il Tempo noi tutti giochiamo una scommessa che, come tutte le scommesse, affascina per la sua forte carica attrattiva di rischio, di pericolo, di cimento, di misura del limite. Il tempo, però, si divora anche spazi significativi di quella vita, di quella storia, di questi uomini, di questi sconfinati paesaggi interiori che si chiamano con una parola bellissima: Anima.

Anima, dal greco ànemos, richiama il soffio, il vento, l’alito di vita che muove, agita, che dà forza e vigore alla natura e all’uomo, che ne è parte non solo attiva, ma protagonista. Questo soffio vitale qualche volta urla dentro di noi, sente il bisogno di esprimersi, di farsi capire, interpretare, leggere, immaginare, sognare. E lo fa in tanti modi: lo fa con le percezioni dei sensi e con quelle dell’intelletto; lo fa con i sentimenti e gli affetti, che, come ci insegna meravigliosamente la storia della parola dal latino, sono ciò che, colpendoci, ci caratterizza e ci plasma; lo fa con i sogni e le emozioni, che sono ciò che ci distoglie da noi e ci sposta, ci muove, ci porta altrove, come ancora una volta ci insegna la storia di questa parola “e-mozione”, un movimento di allontanamento per uscire da qualcosa. Lo fa, facendo danzare nel vento un aquilone.

Ed eccoci subito al punto fondamentale: i sogni e le emozioni, che nella nostra vita avranno un ruolo non secondario nel formare immagini che percepiamo, nella caratterizzazione dei vari personaggi che vivono intorno a noi e nelle scelte linguistiche e stilistiche che adottiamo per comunicare tra di noi, hanno un terribile potere ipocrita sul nostro vivere e sul nostro tentativo, mai uguale, sempre particolare, di dare una personale ed auspicabilmente plausibile interpretazione di quel soffio, di quell’ànemos. Possono portarci lontano, possono farci volare nelle dimensioni, inimmaginabili e imponderabili, proprio perché oniriche, di una fantasia che noi coartiamo troppo nelle gabbie della ragione; possono farci vivere come trasposti in quella sostanza impalpabile di affetti e sentimenti, di sensazioni e argomentazioni che, arricchiti della forza del sogno e dell’emozione, diventano talvolta l’illusoria quadratura del cerchio per il nostro ànemos, la cui curiosità è, per forza di natura, illimitata.

Ma, al di là di questo enorme potenziale di dolcezza e tenerezza, di cui l’uomo ha bisogno, essi possono essere anche la nostra schiavitù.

Quando ci si confronta su questi temi sia ha l’occasione per riflettere su aspetti fondanti della nostra esistenza: per esempio, su quale importanza nella nostra vita abbia veramente il dialogo con il Tempo, da cui siamo partiti. Si ha soprattutto l’opportunità di riflettere sul significato di tanti aspetti, su cui il nostro ignavo e accidioso operato quotidiano spesso non consente di fare quelle intermittenze di pensiero, quelle pause di riflessione, quelle analisi attente a cogliere dettagli in tutto quanto ci circonda.

Il Tempo è infido.

Il Tempo è fugace.

Il Tempo è fallace.

Ma il tempo è tutto. Senza il Tempo, la Vita non c’è, perché la Vita è cambiamento, evoluzione o involuzione: tutti processi che hanno uno sviluppo, come si è detto, diacronico. Banalità? Non tanto dopo aver seguito l’evoluzione di tanti di quei protagonisti della natura, che vorrebbero poter vivere una vita senza Tempo; e invece sono costretti a subirne gli effetti.

Abbiamo bisogno di studiarne le intermittenze, perché è lì, è in quelle soluzioni di continuità, ora benevole, ora foriere di sventura, è in quell’attimo che sfugge alla individuale previdenza e alla provvidenza della ragione, della logica, del parlare sempre studiato e argomentato, della dialettica fatta di mosse e contromosse dettate da calcoli strategici, che si cela il segreto della storia di noi uomini in questo contesto spaziale che si sviluppa nel Tempo. Ogni intermittenza del Tempo è un punto interrogativo. Ma, siccome dopo quell’intermittenza nulla sarà più come prima, avvertiamo in modo abbastanza categorico il dovere di cercare in qualche modo una risposta. Con umiltà e semplicità.

E solo chi pratica l’arte dell’ascolto, la più nobile e più difficile di tutte, tanto fondamentale quanto rara perché la dialettica porti ad un risultato, sa sperimentare questa umiltà e questa semplicità. Nutro nel mio animo la radicata convinzione che chi sa ascoltare saprà anche capire il senso di tutte quelle pagine di invenzione e di realtà, che spesso vivono dell’intendimento di utilizzare come paradigma un personaggio semplice, una sorta di anti-eroe, che, se combatte, lo fa perché costretto da forza di necessità.

Nella stesura di queste righe, in cui non potrà non avvertirsi una certa passione e anche un po’ di sofferenza, si arriva ad apprendere piano piano anche una verità decisamente interessante, che bisogna conservare stampata nella pagina principale dell’archivio della memoria. Si tratta di una verità per la quale si avverte la necessità, forse addirittura una sorta di fatale inevitabilità, di riflettere: se vogliamo evitare di cadere in quella trappola di schiavitù che è il cullarsi nell’universo delle emozioni, ma se vogliamo anche fare sì che quel fascio di sogni e di aspirazioni, di aneliti e di speranze, che fanno parte integrante dei nostri vitali bisogni e che ci tiene avvinti e avvolti nel suo tenace abbraccio, non si esaurisca nell’inane e algido razionalismo della contemporaneità, allora non abbiamo che un dovere: quello di costruire la nostra libertà passo dopo passo, anche nella materica e anodina concretezza dell’oggi, consapevoli dei passi compiuti, ma soprattutto fiduciosi in due cose: 1) nell’avvenire, 2) nella condivisione del viaggio della vita con le persone, che gli incontri di ieri, di oggi e di domani, ci hanno messo, ci mettono e ci metteranno lungo il percorso, ciascuno di essi dotato di valori suoi peculiari, nessuno mai uguale all’altro. Anche per questo i personaggi che vengono proposti come protagonisti del viaggio nel Tempo ambiscono spesso ad essere paradigmi e latori di un messaggio di solidarietà.

Dare alla vita un significato, secondo il modello espresso da questi che abbiamo definito i protagonisti della narrazione della vita, significa esercitarla nella pratica quotidiana avendo sempre di mira pochi e semplici fondamenti. È nel rispetto consapevole di questa sorta di ordine naturale delle cose, che si chiama in tanti modi e con tante belle e varie sfumature che la lingua italiana può offrire: differenza, alterità, divergenza, diversità, peculiarità, particolarità, individualità, personalità. Ognuno di noi ha la sua carica di Differenza. Questa è un’arma potente da maneggiare con rispetto e che esige onore, deferenza, dignità. Chi ne ha congrua consapevolezza è sui binari giusti nel suo irrefrenabile volo verso la libertà: questo ci vorrebbero insegnare ancora una volta i protagonisti di quella narrazione. E le pagine di vita vogliono essere un tentativo di dare una risposta a questa continua, incessante, talvolta spasmodica, talvolta eccitante ricerca di libertà.

Proviamo ad immaginare di vivere calati in una finzione letteraria che consiste nell’ipotizzare che il libro della nostra vita sia stato scritto da una persona che recita come personaggio secondario solo nei capitoli finali: questo espediente può consentire a chi porta avanti e conduce per mano la narrazione di concentrare l’attenzione sul ruolo didascalico del modello di vita e della visione del mondo che sono rappresentati sulla scena dai protagonisti del viaggio stesso. Ma risponde anche ad un altro fine, che è quello di evidenziare il ruolo solidale dell’amicizia, tema presente dall’inizio alla fine, perché la protagonista della narrazione è il personaggio che si trova al centro di un gruppo di amiche, che costituiscono, insieme a colui che subentrerà con la funzione di introdurre nell’amicizia anche l’amore, i personaggi solo apparentemente minori dell’opera. Quella che si sviluppa, nel rapporto a quattro, se vogliamo a cinque con l’inserimento di questa figura, è un’amicizia particolarmente solida, perché cementata proprio da dolore e amore, i due principi attivi attorno ai quali si organizzano tante riflessioni, i due elementi antitetici che meglio rappresentano quel dualismo spirituale tra forze del Bene e forze de Male, tra i quali combatte l’anima. Un dualismo che riporta nelle pagine del racconto indietro nei secoli, che ci riporta a riflettere su quei fondamenti culturali, in cui affondano le radici della nostra civiltà, di cui la matrice giudaico-cristiana per secoli dominante è solo uno di pilastri. Ecco allora che si chiarirà pagina per pagina anche il ruolo di quello che possiamo considerare il coprotagonista, al centro di un processo di dolorosa meditazione sul tema della memoria e sulla funzione che questa assume inserita nell’altra grande riflessione sul significato delle intermittenze del Tempo: l’aquilone sarà il suo Leit Motiv.

La protagonista di questa narrazione, rischia di diventare a questo punto una terribile pretesa nelle mani di chi ne fa uso narrativo – e per questo può spaventare, ma intrigare al contempo – in quanto assurge al ruolo di una grande metafora della condizione umana. Grande perché semplice, grande perché fragile (come tutti siamo, anche quando non lo vogliamo riconoscere), grande perché sensibile, grande perché è una donna che con la sua semplice testimonianza quotidiana di persona costretta a combattere più di altri, esprime con forza quello a cui tutti noi aneliamo, a cui ogni uomo deve avere il diritto di anelare: la conquista della libertà, che non credo mi accusiate di essere retorico se dichiaro che è la cosa più bella e importante per l’uomo, a prescindere da come è nato; di questo ci rendiamo conto soprattutto quando la natura e la storia ci mettono nella condizione di dover lottare per averla, per vedercela riconosciuta, anche solo quando si deve affrontare uno sguardo lanciato di traverso, una parola scappata male, un gesto finito fuori controllo, un atto compiuto inavvedutamente, ma che, se avessimo provato ad ascoltare meglio, forse non avremmo commesso. Uno degli insegnamenti che da queste persone vengono sempre è che mai nulla dobbiamo dare per scontato, a partire proprio dalla libertà che possiamo esercitare.

La ricerca di questa libertà nasce allora da qui, dall’esercizio dell’ascolto.

Vi prego non di leggere, ma di ascoltare queste pagine. Se le leggete, potrete forse ammirarne o criticarne la forma; se le ascoltate, chissà, forse potreste imparare da Giulia quello che io ho imparato dalla sua ispiratrice.

Ci sarà sicuramente qualcosa di più grande da imparare, ma ancora non l’ho trovato.

Insomma, dopo aver messo la parola fine a quest’opera, dopo averla letta e riletta, limata e modificata, dopo un lungo lavorio di taglio e cucito, di studio sulle figure e sulle parole, un lettore potrebbe pensare che ci sia un messaggio spirituale di fondo; possiamo anche sbilanciarci e chiamarlo un messaggio religioso, se si preferisce. Non mi stupirebbe affatto se si determinasse una tale impressione. Quest’opera ha, come tante, la sua ispiratrice e ispirare significa infondere un soffio vitale, un’ànemos, o, come dicevano i latini, uno spiritus. Mi fermo. Non lo nego e non lo affermo questo possibile messaggio. Lascio a voi trarre le conclusioni su questa materia. Se alla fine della lettura del racconto si riuscisse anche soltanto a cogliere il semplice messaggio di ascolto e di rispetto della Differenza, sarebbe un gran bel risultato.

Ma se qualcuno, un giorno ancor più semplicemente, dicesse che in fondo questa è solo la storia di un aquilone, lo abbraccerei felice.

Questa in fondo è la storia o, meglio ancora, la ‘favola’ di un aquilone.

Ravenna, 13 gennaio 2018

È solo una questione di dosaggio …

Dedico questa mia odierna riflessione ai miei tanti studenti, che passano ore sui vocabolari, in cerca di parole.

Una parola è un insieme di lettere, di segni e di suoni. Bene: pensiamo innanzitutto al fatto che il vocabolo, che usiamo così spesso, viene dal greco παραβολή, dalla stessa radice del verbo παραβάλλω, che significa confrontare, paragonare; consideriamo poi che solo come significato più attestato nella letteratura ha quello di confronto, paragone, similitudine (come nelle parabole evangeliche), ma che può esprimere anche l’atto dell’incontrarsi e del dialogare. Ecco allora che ci rendiamo conto di quale immenso valore abbiamo in quell’apparentemente ingenuo, casuale, caotico insieme di segni e di suoni che si chiama parola. Ma non mi accontento. Sento che c’è di più e, siccome sono nato pignolo, sono andato a fondo e, consultando il Liddell-Scott, apprendo che nel procedere dei secoli, quando il greco era la lingua di uno dei tanti popoli che facevano parte dell’impero di Roma, seppur la più nobile, il termine παραβολή, in autori di quella letteratura che viene chiamata greco-romana, assume un altro significato, molto interessante: quello di percorso non rettilineo, tortuosità; da cui poi la metafora del giro di parole, fino ai significati di arguzia, dolo, inganno. Insomma, come tanti vocaboli delle lingue classiche anche il nostro παραβολή diventa con il tempo una vox media, ossia uno di quei vocaboli “neutri”, che possono, come il latino fortuna, che si cita sempre come esempio ai ragazzi alle prime armi, contenere in sé sia l’accezione positiva, sia quella negativa.

Quanto viene da pensare allora! Soprattutto se si nasce eternamente insoddisfatti di imparare e conoscere e se si è inclini a soddisfare questa sana cupidigia dell’intelletto proprio con confronti e comparazioni, insomma proprio con le nostre bellissime ma infide παραβολαί …

Ma com’è possibile? Sovviene dunque un noto passo del Vangelo, Mt 5 37: Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: ‘sì, sì’, ‘no, no; il di più viene dal Maligno”. Ma chi lo decide che che cosa è “di più”, se i vocabolari sono pieni di termini che hanno la possibilità di essere maneggiati esattamente come un farmaco? Fanno bene o fanno male secondo la dose che se ne impiega. Neanche gli antichi romani, che della fides, della lealtà alla parola data, al patto, al giuramento avevano fatto più che un fondamento etico di una società, addirittura una vera astrazione religiosa, sapevano stare nei binari e, se necessario, se nell’interesse della salvezza dello stato, il ricorso allo stratagemma e all’inganno, dunque al suo contrario, la perfidia, era tollerato. Come vedete, non è affatto facile muoversi in questo campo. Quando mi intrufolo con una certa innata curiosità in queste riflessioni, ho come l’impressione di trovarmi nelle sabbie mobili.

Dunque? Come ne usciamo dall’aporia? O forse anche le parole dovrebbero avere, non tanto un lemma sul dizionario, ma una sorta di loro bugiardino, che metta al corrente dei loro effetti collaterali? E ci risiamo! Ma perché il foglietto illustrativo di un medicinale si chiama bugiardino? Altre sabbie mobili: secondo un’ipotesi popolare, forse scorretta, ma comunque antropologicamente interessante, come quelle etimologie di Isidoro di Siviglia, che non ne ha azzeccata una ma sono bellissime, l’origine sarebbe da ricercarsi in una curiosa abitudine toscana, regione in cui un tempo la locandina dei quotidiani, esposta all’esterno delle edicole, si chiamava “il bugiardo”. Mi piace questa ipotesi. Giusta o non giusta che sia, mi piace, perché coglie in pieno la meraviglia di quello spirito indefinibile e dall’indole un po’ esoterica della comunicazione, che è geneticamente ambiguo – anche qui nel significato di incerto, dubbioso, esitante, come colui che si comporta (agere) girando intorno (ἀμφί) senza una meta – perché induce a riflettere sulla necessità di conoscere la posologia di quell’insieme di suoni e segni che chiamiamo parola, sull’impossibilità di coartarlo in gabbie come quelle di un vocabolario.

E se anche, per avere scritto queste nugae, mi darete dello stupido, non sarò certo quello che si offenderà: lo stupidus, prima di essere un personaggio caratteristico del mimo, era semplicemente colui che rimaneva stupefatto, a bocca aperta, meravigliato, attonito. Si tratta solo di questione di dosaggio. Ogni parola ha il suo dosaggio; e l’effetto che produce dipende dall’uso che se ne fa, non dal suo significato stampato sul vocabolario. Per questo resterà sempre una meraviglia dell’intelletto, un’esperienza fantastica, un’ebbrezza intrigante saper giocare con le parole. Ammiratele, studiatele, lasciatevi prendere dalla loro superiore abilità di maneggiare il vostro cervello, ancor prima che voi cerchiate di tenere quest’ultimo sotto controllo! Non ce la farete mai! Perciò, viva gli stupidi!

E ricordate! È solo una questione di dosaggio …

Un’altra Firenze

Riuscire ad essere dissacranti e impietosi con la propria città e con chi la amministra non è dote di pochi, se lo si fa mantenendosi nei binari di un’ironia bonaria, anche un po’ acre talvolta, ma mai di cattivo gusto. Ebbene, leggere un romanzo di un autore fiorentino, che di professione è giornalista – e che quindi con le parole ha discreta consuetudine – il quale non manca di lanciare frecciate anche dirette alla sua città, al suo blasonato centro storico e persino ad alcuni centri nevralgici della sua importanza storico-artistica, santificati dalla gloria dei secoli e dai manuali di storia dell’arte, è una scoperta interessante per un impenitente lettore come sono io … e dal giudizio anche piuttosto severo.

Vorrei raccogliere alcuni punti.

Primo punto: Ponte Vecchio, famoso per le sue prestigiose gioiellerie. Di esso si dice che sia un peccato che dopo tanti secoli si sia mestamente ritrovato parte della “più grande bigiotteria del mondo”. Definizione fantastica per chi, come me, sa cosa significa avere avuto dimora nei pressi di un grande albergo e aver visto i turisti aggrediti da venditori di chincaglierie varie, oppure i mercatini del centro invasi da tali oggetti, spesso di dubbio gusto.

Secondo punto: ponte Santa Trìnita. Viene impietosamente ricordata la sua storia. Non solo vergognosamente crollato subito dopo la sua costruzione, per non aver retto il peso della folla al momento dell’inaugurazione, ma anche fatto saltare dai tedeschi in ritirata durante la guerra. Quando si trattò di ricostruirlo, utilizando le macerie finite nel fiume, comprese le statue delle Quattro Stagioni, che ne sono forse la nota dominante, la testa della Primavera non si trovò. Venne indetto un bando per la ricostruzione e fissato anche un premio per il ritrovamento del pezzo mancante; e fu uno di quei “renaioli”, spesso immortalati nei quadri dei Macchiaioli che li hanno particolarmente amati, che, nel raccogliere sabbia di fiume, trovò la testa mancante. Fatto sta che, forse per la fretta, forse per un errore, fu riattaccata allungando il collo. Come spesso pensavo anch’io, quando ci passavo accanto da ragazzo – e anche mio nonno puntualmente mi ricordava la singolare storia della testa – l’operazione di super-Attak al collo della povera Primavera mi rimandava più al mio libro di geografia e alla foto del collo delle donne Kayan birmane che ad un monumento del prestigioso Cinquecento fiorentino.

Terzo punto: sempre via Maggio. Onore all’amministrazione comunale, che ha reso così razionale la circolazione! l’unica amministrazione al mondo ad essere riuscita, in una strada talmente stretta che un tempo facevano fatica ad incrociarsi due birocciai del vicino San Frediano, a mettere pista ciclabile, parcheggio per le auto e corsia preferenziale per gli autobus, creando un traffico così meravigliosamente ordinato che manco a Bangkok …

Quarto punto: gli alti palazzi antichi del centro storico nella zona di Oltrarno, tutti altrettanto storicamente agghindati di impalcature, che fanno ormai parte del paesaggio urbano, e che per me sono ormai monumento esse stesse, essendo entrate nelle raccolte di foto dei computer e degli smartphone di turisti di tutto il pianeta. Malinconicamente abbandonati dal turista che raramente finisce da quelle parti, sembra che riescano a restare in piedi, solo fintanto che hanno la forza di reggersi l’un l’altro. Effettivamente, avendo frequentato anch’io nel percorso casa-scuola parte di quella parte di città, ho sempre avuto un sentimento tra la tenerezza e la malinconia per quei palazzi negletti da guide e siti turistici – talmente negletti che giustamente nemmeno Lonely Planet li cita … – oltretutto nel disinteresse di chi dovrebbe forse di loro occuparsi un po’ di più. Anche a me la malinconia di quell’abbraccio di impalcature ha sempre comunicato un grande sentimento di solidarietà … storica solidarietà.

La lettura del thriller di Gigi Paoli, Il rumore della pioggia, prosegue, chissà, forse portando altre perle, altre “chicche” di questo acre, caustico, impietoso e mordace, ma anche sagace sarcasmo, che quel 50% di sangue fiorentino che in me scorre non mancherà certo di apprezzare.

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