Il tempo della poiana

Ho portato al traguardo con lui viaggi anche di una settimana, non solo in due, ma anche in piccoli gruppi, dalle quattro alle sei persone. Viaggiare sui pedali con lui non era solo un modo per noi, i pochi suoi amici, di riempire il suo mondo, che noi, erroneamente e troppo superficialmente, ritenevamo dominato dalla solitudine, e di ridare energia alla sua vita, che per noi era un’esistenza malinconica, indelebilmente segnata da una perdita. Andare con lui era, e qui parlo per me, un arricchimento, soprattutto nel momento in cui, dopo il viaggio andavamo a trovarlo, non nella sua casa piena di libri, ma, come alcuni di noi spesso dicevano, nella sua biblioteca che gli serviva, al bisogno, anche da casa. Ci offriva un caffè, sempre molto forte, e ci costringeva così a ripercorrere, a modo suo, un viaggio di più giorni o anche solo un’uscita di mezza giornata nel nostro paesaggio di terre basse, quello che chiamò in un suo racconto ‘lo specchio delle meraviglie depresse’. Erano momenti in cui non si riusciva a parlare. Parlava lui. Narrava. L’atto dell’ascoltare era come leggere un libro. E allora si capiva che quei viaggi non riempivano nessuna solitudine e non combattevano alcuna malinconia. Alcuni amici comuni lo paragonavano a una specie di Andrea Sperelli. E la cosa mi faceva sorridere. Uno di loro mi disse che si sentiva al suo cospetto come la Sfinge con Edipo, quella del quadro di Moreau. E lì sorrisi meno, perché non era andato lontano dall’impressione che ricevevo da quelle visite. Ma non era quella la chiave di lettura. No. Non c’era spleen, non c’era sterile abbattimento decadente in quelle parole, non c’era compiacimento nella bellezza puramente simbolica della parola in sé, non c’era affatto la convinzione di vivere quella casa come un nido di sogni; quando andavo a trovarlo, l’impressione, con la quale uscivo da quella casa, era proprio quella di aver ripercorso con l’anima e con leggerezza un’esperienza che prima avevo vissuto con il corpo e con fatica. Capivo il senso di quella fatica. Davo un significato al profondo e antico concetto di sacrificio. Mi rendevo conto che la natura, in cui il corpo aveva faticato spingendo sui pedali tra fango e sabbia, diventava un tempio in cui l’anima si risollevava tra icone e simboli, che trascendevano quel fango e quella sabbia. Alla fine tutto tornava a lei, che diventava lo specchio di un viaggio che lui non aveva mai compiuto, il viaggio progettato e mai veramente partito, l’idea nata e deceduta nel sogno. Lei era ovunque in quella casa: visibile nelle foto e nei quadri che lui ogni tanto realizzava, viva nel respiro che ovunque si avvertiva. Ma lei era soprattutto in me dopo i suoi racconti su quelle due poltrone, in mezzo alle quali era una piantana con doppia luce, una da lettura rivolta in basso e una da ambiente rivolta in alto. Lui ti invitava a sederti su una delle due, si sedeva sull’altra e, contrariamente a quanto sarebbe stato logico, non accendeva mai quella delle due luci che illuminasse la stanza, ma quella che, puntando in basso, illuminava lui, come se avesse in mano un libro, che non aveva, perché in quel momento era lui il libro. E allora lei era viva, assumendo ogni volta una forma diversa, attinta da quel paesaggio che per lui era un tempio, dove tutto aveva il suo posto assegnato, in compiuta armonia con il grande ordine naturale, cosmico. Quel giorno avvenne però qualcosa di speciale in questa metamorfosi che nelle sue parole lei finiva sempre per vivere. E non uscii soltanto arricchito da quella stanza piena di libri, ma per la prima volta ripresi la via di casa con un’intensa commozione, che mi avrebbe pervaso e trattenuto a lungo.

Le zanzare mi assalivano e mi torturavano, appena mi fermavo. Pedalare in pineta è metafora del vivere: se ti fermi, forze oscure ti assediano. E non ti mollano più. Andavo avanti, senza pensare. Anche pensare significa tornare indietro e tornare nel dolore, nella misura in cui non esiste un futuro, ma solo un passato in quei pensieri. Un passato. Ma quale passato? È impegnativo rispondere. So bene di che passato si tratta, ma si tratta di un tempo segreto, di una serie di esperienze assolutamente individuali e particolari, che, come tutti i dolori dell’anima, arreca tristezza e quella dolce malinconia, in cui può essere anche gradevole cullarsi. Andavo avanti, dunque, senza pensare. O almeno, impegnato in un esercizio di autopersuasione di non pensare. Infatti, non era così che stavano le cose. Pensavo. E pedalavo. Al manubrio era segnata una velocità di 27 km/h: volavo, non pedalavo. Volavo in un paesaggio che aveva quei colori e quei tratti che qualcuno forse direbbe di fiaba. Probabilmente è così. Ma non per me. Volavo in un paesaggio in cui altri esseri, non umani, partecipavano di una ciclicità naturale, che le ruote della bici beffardamente e ignobilmente tentavano di richiamare. Anche in modo puerile. Andavo avanti, convinto di non pensare, ostaggio di quel paesaggio di pinete e valli, che da noi, dove le uniche salite sono gli argini dei fiumi e i cavalcavia, sono le paludi. Mi hanno aggredito in tanti, i benpensanti del turisticamente corretto, quando, in alcuni miei scritti, definii quel paesaggio ‘le depresse bassitudini padane dei ravennicoli’, oppure più semplicemente ‘lo specchio delle meraviglie depresse’. Non riuscirò mai a capire perché, a parole, si combatta tanto l’ipocrisia, ma poi, nei fatti e con i comportamenti della vita quotidiana, se uno dice quel che pensa, lo si deve mettere alla gogna. Coda di paglia? Tacita ammissione che quella è una scomoda verità da trattare come la polvere con il tappeto? Pedalavo, volavo sui sentieri scavalcati da radici e pruni, preso ora da questo lacerto di memoria. Un altro tassello di quel passato. Vorrei avere una redazza in mano e lavare via tutto da questo ponte immondo di ipocrisia. Eppure, come un fastidioso tinnito, i pensieri risalgono, rosicano, attraggono attenzione e impediscono di guardare un futuro che ormai è solo vacua utopia, una chimera dalle ‘primavere spente’ e dai ‘mitici pallori’, come ricorda il poeta a metà strada tra Romagna e Toscana, così caro a me, che in quella condizione sono nato e da sempre vivo. Le bassitudini non sono brutte. Le bassitudini sono depresse, perché basse; cosa c’è di così strano? Ciò che è basso è umile e depresso. È nell’ordine naturale delle cose. Gli abitanti di questa città derivano da quelli che anticamente abitavano in un centro costituito di canali e di ponti, che collegavano isolotti tra le valli, cioè le paludi; abitavano in palafitte, come palafitticoli. Cosa c’è di male nel richiamare la verità storica di un paesaggio la cui ricchezza erano enormi pantegane e sonori, alacri, vivaci ranocchi? Ma giochiamo con le parole e vediamo il male solo dove vogliamo vederlo, anche se non c’è nell’intenzione di chi quelle parole ha usato. E così, per non aver usato il turisticamente corretto nella città che è parte del divertimentificio nazionalpopolare e che per questo rinuncia alla sua storia, fui minacciato di essere cacciato da un gruppo molto, troppo politicamente corretto. Non ci ho pensato due volte: me ne sono andato per primo io stesso. Avanti, procedevo sempre più spedito con il vento del passato in poppa che spingeva fuori del bosco, nel giallo maestoso dei campi di colza in fiore, dove lei mi attendeva, con la solita fiducia, il valore della chiaroveggenza, che i nostri antenati etruschi e italici, poi romani, le riconobbero, latrice di messaggi dal mondo sotterraneo, tramite spirituale che va oltre gli eventi terreni, oltre la creatività, oltre la saggezza e anche oltre il coraggio, oltre l’indomita fierezza, nel fuoco, elemento a lei congeniale. A lei le mie radici diedero un grande significato e chi non conosce quelle radici non sa cosa si perde nel contatto diretto che solo questo paesaggio di depresse bassitudini consente. Si alzava dall’acqua della valle, a destra, con voli radenti nella sua grande apertura alare e il suo manto nerastro dominava, a sinistra, possente dall’alto il giallo dei fiori di colza. Tracciava figure nel cielo che l’aruspice avrebbe letto e interpretato, figure circolari, alla ricerca della preda. A lei le mie consapevoli radici diedero nello sguardo attento una forza che impresse sicurezza al suo volo. E la grande poiana scese, e sparì tra gli steli fioriti. Provai a scendere nella storia, in quelle radici; provai a interpretare quel segno di sicumera, ma mi fermai, nel sole che devastava la vista fuori dell’oscura pineta. Provai a sentirmi lassù, a leggere quelle tracce, a istituire connessioni con eventi, a volare emozionato nel sogno, condividendo la sua libertà e la sua fierezza. Ma non fu possibile. Il passato passa solo quando vuole, solo se vuole; se non vuole, non passa; e se non passa, pesa come un macigno che impedisce di presagire, di sognare, di emozionarsi. Il viaggio doveva continuare come immemore di una meta, nel sole che brucia, che inaridisce, che uccide dissetando lentamente ogni forma di vita, fuori da quell’oscurità, che prima, nella selva di pini e farnie, dava sicurezza. Ora non più. Nel sole senza confini non c’è più alcuna sicurezza; c’è solo paura. Il viaggio procedeva così, inevitabilmente insicuro, alla ricerca disperata di quella fiera certezza, che avevo per un attimo immaginato lassù, tra due grandi ali distese nell’azzurro.”

Accanto a lui condividevo in silenzio, partecipando commosso al racconto. Era proprio come se leggesse seduto sulla poltrona. Ascoltavo seduto su un’altra poltrona. Tra di noi la piantana con la luce da lettura accesa su di lui. Narrava come leggendo, con tono rilassato, sintomo di profonda consapevolezza. Il viaggio procedeva nella solitudine di uno spazio divenuto ostile, sguaiato. La commozione dell’anima mi riportava alla valle incantata di Musil, ai paesaggi del Fèrsina, al contatto evanescente con Grigia, all’estinzione del protagonista che vede terminare il suo viaggio terreno, ma resuscita nel paesaggio dell’anima, incantata come la valle. “Grigia era anche la poiana”, furono le parole con cui ebbi la dimostrazione di quanto le nostre menti ormai fossero sulla medesima lunghezza d’onda. Egli, infatti, nel suo narrare si sentiva imprigionato nel terreno e temeva che quello stesso suolo potesse da un momento all’altro aprirsi in una voragine, da cui i mani lo catturassero e lo riportassero nel loro mondo di memoria, nei loro fasti di dolore. Era costretto ad andare avanti, perché la meta, lo sapeva, era oltre quei campi, oltre quelle valli bruciate dal sole, là dove lei, la saggezza che prevede e quindi provvede, aveva indicato il cammino. Proseguì con l’intendimento di ritrovarla, di rivederla, di riassaporare per un attimo il sentimento fugace di una libertà mai pienamente goduta da un’anima invischiata nei legacci e nelle reti della memoria. Avanti. Avanti nel sole che brucia la vita, avanti nella luce che offende i precordi, avanti nella piana tra acque salmastre e terre argillose che tolgono sicurezza e fiaccano ogni certezza. Ma avanti comunque. C’è uno stimolo. C’è uno spiraglio.

Il viaggio nello spazio, sempre più confuso con il tempo, lo riportò a lei, che ora prese le forme di una divinità orientale, concreta, reale, corporea, che si manifestò come tra le nebbie del Wandererdi Friedrich, in una natura primigenia, selvaggia, ma non tanto da non permettere l’accesso a chi ha sete di conoscerla e amarla, con l’imperativo della stessa passione interiore del Wilhelm Meister, ma anche con la malinconia seduttrice dei liederdel Winterreise. Quella natura era adesso infida. L’esperienza che di essa stava vivendo era dolore e sacrificio, un prezzo necessario da pagare. Ascoltavo e mi lasciavo coinvolgere, mentre il mio sguardo vagava libero tra gli scaffali della sua libreria che tappezzavano tutta la stanza, e non solo quella. Lì nasceva quello spirito indagatore che combatteva contro la schiavitù della memoria, ma lì nasceva anche la parte libera di quello spirito, che da quelle letture cercava anche di prendere le distanze alla ricerca dello stimolo, di quellostimolo e di quellospiraglio, che aveva appena intravisto.

Seguivo la sua narrazione, svanito tra evocazioni di illusioni romantiche e di delusioni decadenti. Il corpo, che evocava lacerti di una memoria mai sufficientemente sbranata dalle aggressioni della ragione, iniziava ad avere le prime avvisaglie di fatica; ma l’anima gli dava il carburante necessario per procedere, colpo di pedale dopo colpo di pedale, sul terreno instabile per la sabbia che si confonde con la terra, per l’acqua che si confonde con i coltivi. C’era qualcosa che lo aveva riportato alle radici da ricercare, a una visione da ritrovare. Aveva spesso pensato che la storia fosse come una marionetta nelle mani di due persone, Tempo e Spazio. Lui ora viaggiava nello spazio vincendo la forza del tempo e contemporaneamente viaggiava nel tempo combattendo con le asperità dello spazio. Senza quelle due forze non si procedeva. Era il senso della storia: un viaggio senza un fine. Ma qualcuno c’è che lo conosce. E qualcuno c’è che lo può interpretare. Da tempo era convinto che la spiegazione non fosse da ritrovare più nei libri, nei saggi, nelle ricerche erudite; la risposta andava cercata lì; per quello compiva quei viaggi, complemento necessario delle sue letture: per avere delle risposte dal rapporto diretto tra tempo e spazio. E quali ambienti più di quelli potevano dare quelle risposte? Lì si procedeva sul discrimine tra tenebra e luce, tra terra e acqua, che si trattenevano a vicenda. Lì c’era una forza che poteva interpretare la memoria e dare un senso alla domanda sulle radici. Il dolore del viaggio era il prezzo da pagare.

Una grande poiana ne sarà il premio: la chiaroveggenza, il disvelarsi del fine, il perché di un supremo giudizio. Così vollero i nostri antenati. E così sarà, se sapremo di nuovo interpellarla, se vorremo interpretarla, se avremo la capacità di capirla, l’umiltà di amarla. Solo allora l’anima spiccherà con lei il volo della libertà. E solo allora l’ipocrisia di chi non accetta la verità e preferisce celarsi dietro vacue identità mediatiche sarà stanata. La libertà è lassù, va compresa in quei disegni perfetti, in quei cerchi tracciati nello spazio azzurro come con un compasso, grazie alla forza del tempo che riporta sempre alle radici e al sapere antico di chi seppe a quel volo dare un significato. Lo voglio anch’io. Avanti, che il viaggio non finisca di essere domanda e ricerca, che sappia vincere dubbi e ostacoli, che sappia coniugare pineta opaca e valle aprica, che sappia amare le sapienti ali, distese nell’azzurro, di una maestosa poiana.

Abbassò gli occhi su una foto di lei, sui suoi lunghi capelli neri, che raccolti in una coda di cavallo, facevano risplendere un viso nel quale, in contrasto con gli occhi neri e la carnagione scura, la potenza del sorriso trionfava come la luce della luna in quelle tenebre che gli davano fiducia sulla sella della bici. Quel sorriso aveva la forza di una clematide in fiore tra gli arbusti della pineta. Lo vidi piangere, per la prima volta. Era quella la sua vittoria. Aveva vinto. Aveva visto la sua grande poiana. E con la sua narrazione l’aveva rifatta finalmente sua. Ci alzammo. Mi accompagnò alla porta tenendo in mano un album di foto, come si faceva un tempo; in mezzo alle pagine, piene di foto di lei, c’erano dei fogli, stampe di altre foto; mi diede una di quelle stampe. Era lei, la grande poiana, che aveva fissato in uno scatto, nell’attimo del volo. Da quel giorno le nostre uscite in bici ebbero un significato diverso. Imparai a guardare avanti e soprattutto imparai che per farlo, bisogna inevitabilmente compiere anche dei passi indietro, con spirito di sacrificio, se necessario, alla ricerca di radici che vivono ancora in noi e che aspettano solo un interprete sagace, come lui mi dimostrò quel giorno di essere. Il giorno dopo ritornammo in quella pineta, in quelle valli con spirito rinnovato. Non avevo mai desiderato così tanto vedere il volo di una poiana, là dove terra e acqua si confondono nello spazio, come passato e futuro si confondono nel tempo. Ebbi per un attimo l’impressione che quelli che per lui erano viaggi dell’anima non sono esperienze difficili, né tanto meno così impegnative, come certa letteratura ha preteso di farci intendere. Sono aerei voli, voli liberi, liberi perché consapevoli delle radici da cui partono.

La vedemmo. Ci fu il premio. Era nello stesso punto. Aspettava lui. Disegnò un cerchio perfetto sopra di noi. Piansi. Con la commozione del corpo una nuova ineffabile consapevolezza scese in me, nell’anima, da lassù. Mi mise la vigorosa mano sulla spalla. Sorrise. Non disse una parola. Le radici non erano più un segreto. Ero parte di quella comunicazione, perché con la mia commossa debolezza avevo finalmente condiviso il dono della forza più grande e ineffabile che esista.

E nulla fu più come prima.

Giardino delle Rose

Si dice spesso che gli incontri costruiscono la vita, che lo stare insieme aiuta a crescere, che la convivenza aiuta a comprendersi. Lavorando da anni nel mondo dei libri e, pur tuttavia, non avendo mai voluto lasciare il mio paese di montagna, ho sperimentato che questo può essere vero e che, se non ci fosse lo spirito di solidarietà proprio in modo particolare di queste terre, le genti di montagna non sarebbero sopravvissute a tante di quelle soluzioni di continuità, talvolta anche drammatiche, che costringono a porsi inevitabili domande sul tempo. Su questo tema dell’incontro e della socialità come base della civiltà e del progresso dell’uomo si potrebbe dire praticamente tutto e il contrario di tutto. La storia che segue non pretende certamente di far crollare dei miti, né tanto meno di scandalizzare convenzioni più o meno borghesi consolidatesi nella tradizione, se qualcuno crede nella forza assoluta dell’incontro tra persone, dello stare insieme e del convivere; eppure, vorrebbe invitare a riflettere su quanto successo a due persone che nel mio paese ho visto nascere, crescere, avere successo, amarsi, unirsi, costruire e fare tanto insieme proprio per la nostra comunità, per poi invece capire che proprio da un naufragio, da un fallimento di quello stare insieme e da un’esperienza di solitudine conseguente a tale fallimento si riesce a partecipare del valore profondo di quanto appena sostenuto. Di uno di loro due sono stato compagno di studi all’università e sono oggi veramente amico, soprattutto dopo aver capito qualcosa di lui. Quindi, evitiamo di sbrodolarci addosso filosofie spicciole e impariamo ad amare la vita nelle persone che con la loro esperienza possono insegnarci qualcosa, perché quello che hanno vissuto non è stato qualcosa di teorico dettato dall’adesione a una serie di convenzioni e di stili di vita, ma è stato qualcosa di assolutamente unico, individuale, forse per me, come per tanti altri qui in paese, anche ineffabile nel suo significato più intimo. Perché? Nessuno avrà forse mai la risposta. Ma fare un tentativo è lecito. La mia risposta è questa: la storia di queste due persone non è stata la storia di una donna e di un uomo che possiamo vedere per strada, con cui parliamo incontrandoli nei locali, di cui ascoltiamo le parole e di cui vediamo le opere; è la storia, assolutamente per me irripetibile, di due anime che hanno compiuto un viaggio nello spirito impossibile da definire con gli strumenti che possediamo. Ma siccome il tentativo merita di essere esperito e siccome questa vicenda umana ha avuto conseguenze rilevanti per la storia della nostra piccola comunità, ho provato a capirci qualcosa. E, permettetemi, ho almeno il fondato sospetto, avendo letto tutto quello che uno dei due protagonisti della storia ha scritto sia in rete sul suo blog, sia nei suoi racconti, di non essere andato tanto lontano dal vero.

La strada iniziava a imbiancarsi. Quella neve che prima non attaccava ora colorava di un bianco uniforme quanto prima era verde, marrone, grigio. Adesso tutto era in accordo e procedeva sicuro, avanti, verso quell’orizzonte speciale. Non si poteva mancare all’appuntamento. Era come se da tre anni la sua anima aspettasse quella chiamata, che lui invece si era imposto di non ascoltare. “Ciao, come stai? Domani mattina ore 8,30. Alla biglietteria della pista dell’Antico Mulino. Come sempre. Con gli sci già pronti.” Da tre anni la aspettava, gli riportò nell’anima una voce che parlava da lontano. Eppure lui aveva deciso di vivere proprio lontano da dove veniva quella voce. Aveva scelto una lontananza nello spirito e nel tempo, più che nello spazio. Si era portato con il corpo in un paesaggio che non rispondesse a nessuna delle caratteristiche di quello da cui, forse, quella voce aveva parlato. Si era alienato da tutto ciò che lo aveva fatto crescere uomo e che gli aveva anche dato tante, ma davvero tante soddisfazioni. Sapeva che andare a cercare quella voce, rispondere a quel messaggio, poteva significare riannodare i fili con un passato che lui aveva voluto recidere. Quella voce veniva da un’altra anima che un giorno lo aveva messo di fronte alle sue responsabilità, gravi responsabilità, che lo aveva voluto memore e reo confesso dei suoi errori: errori non qualunque, errori da cui sarebbe stato irrimediabilmente compromesso un progetto nato lontano e un futuro che in quel progetto si auspicava ricco di altre, nuove soddisfazioni. Quella voce ora richiamava una colpa che lo aveva straziato in quei tre anni in cui aveva maturato una dolorosa consapevolezza di quegli errori.

Scriveva. Aveva aperto un suo blog in cui confluivano le bozze di quegli scritti che poi pubblicava sotto forma di racconti o articoli. E in quei racconti o articoli confluivano esperienze di varia natura, che la sua anima rielaborava a modo suo, inserendo parole e riferimenti, che lui, docile a quella guida, lasciava andare nelle pagine dei suoi testi. Quell’anima comunicava con un’altra a distanza. Lui lo sapeva, forse, ma non voleva indagare. Non voleva infrangere sul piano della relazione spirituale un delicato rapporto che su quello della relazione reale era stato interrotto e troncato da un taglio netto. Camminava sulle uova da tre anni senza saperlo, lasciandosi guidare nelle ore libere, quelle in cui scriveva, da una mano sagace, fiducioso in essa, anche se non voleva sapere nulla di lei. Combatteva la colpa con quell’attività, rispondeva al passato che ritornava la sera quando rincasava, si difendeva da attacchi che lo colpivano nella solitudine autoimposta, in cui aveva deciso di vivere la sua alienità a quanto per una vita intera gli era stato più caro.

Il messaggio era arrivato la sera prima verso le 21. “Ci sarò, ma per le 9. Prima non riesco. Sto bene. E tu?” “Bene anch’io. Grazie. A domani.” Poi solo attesa. Aveva subito preparato gli sci, i bastoni e le scarpe e aveva caricato tutto in auto, in modo da poter partire subito l’indomani. Lei sapeva ovviamente che non abitava più in paese. Non sapeva forse dove era andato ad abitare. Non sapeva che aveva ore di auto da fare per arrivare puntuale a quell’appuntamento. L’ultima volta ebbe solo 5 km da percorrere in meno di quindici minuti per arrivarci. Ora ne aveva 250 di chilometri da fare e almeno tre ore e mezzo di viaggio, se non capitavano inconvenienti, intoppi di qualsiasi genere di quelli che possono occorrere in un viaggio in auto. Per essere sicuro aveva puntato la sveglia alle 4 e alle 4,15 era già in auto, con la tuta addosso. Non gli piaceva passare troppe ore in auto da solo. Temeva che sarebbero state state tre ore e mezzo di immersione nel passato, nei ricordi di ciò che quella pista dell’Antico Mulino e quell’appuntamento avevano significato per anni. Ma le immagini del passato si fondevano con le incertezze sul perché di quell’appuntamento, giunto così inopinato, a distanza di così tanto tempo. Lassù, proprio dopo un allenamento sulla pista dell’Antico Mulino, avevano sciato insieme per l’ultima volta. Si erano tolti gli sci, avevano bevuto velocemente qualcosa al bar, Aurora aveva rifiutato di farsi accompagnare a casa, come solitamente avveniva, preferendo scendere in paese con il piccolo autobus navetta, e si erano lasciati con un freddo saluto di circostanza, che sarebbe presto diventato un addio. Riccardo, che era stato eletto da poco presidente della società sportiva, avrebbe avuto quella sera una riunione in comune, la cui importanza, paradossalmente, era più lucida e chiara per lei che per lui. C’era qualcosa di superiore che avrebbe dovuto guidare il cammino degli eventi; e invece li fece arrestare. Aurora, che aveva fatto all’insaputa di lui il test di gravidanza, aveva avuto la conferma del medico proprio quel giorno dell’ultima uscita insieme con gli sci sulla pista dell’Antico Mulino, voluta, disegnata, tracciata da lui, che poi l’avrebbe tenuta in manutenzione con lo stesso amore che si dà a un figlio: una perfetta pista da sci di fondo in inverno, un perfetto tracciato per mountain bike in estate. Poi, l’indomani, un messaggio freddo che annullava l’allenamento insieme. Quindi l’appuntamento decisivo: e in quello la decisione dell’addio da parte di lei e, insieme a quella, la comunicazione di essere incinta. Tutto laconico, freddo. Tutto fatto per non essere discusso. Poi più nulla. Tre anni di silenzio vissuti nella distanza geografica, patiti in quella dello spirito. Con un bambino di cui lui era padre e di cui non avrebbe mai più saputo nulla, mai visto una foto, mai sentito una voce. La colpa diventava una tortura quando il pensiero finiva lì e sbatteva contro quel muro che Aurora aveva deciso di innalzare per punirlo, per fargli capire la sua inadeguatezza alla responsabilità in cui lei fino ad allora era stata fiduciosa. La tortura era diventata negli ultimi tempi un logorio costante e dalla tastiera del computer finivano ormai sul blog solo parole di dolore. L’ultima raccolta di racconti che aveva pubblicato ottenne un discreto successo, tanto che da ex compagno di studi all’università e da persona che lavora nei libri, mi ero offerto per presentargli il libro a Milano; ebbene in quella occasione ebbi il coraggio di dire che quel successo c’era stato “perché oggi il tema del dolore nella narrativa premia tantissimo”. Se era vera quella riflessione, allora quell’ultima raccolta avrebbe dato al tema del dolore un indubbio contributo.

Tutto questo fino a quando sul suo blog non erano apparsi dei nuovi “mi piace” da parte di un altro blogger che aveva nome “GiardinodelleRose”. Non fu difficile per lui arrivare all’identità del proprietario, sfogliando le pagine di quel blog, che nel nome italiano traduceva il Rosengarten, ossia il nome che in tedesco ha il gruppo dolomitico del Catinaccio. Su quelle piste si erano conosciuti come atleti prima, poi come colleghi, lui maestro per i gruppi collettivi dei piccoli principianti, lei di quelli dei ragazzi più grandicelli. Il fondo non era molto richiesto in quei paesi; era praticato e amato dai locali, anche da persone delle vicine città; la loro scuola sci aveva solo loro due come maestri di fondo. I turisti amavano tradizionalmente poco quella faticosa disciplina, che richiedeva regolare allenamento sul posto. Oltretutto, di neve ne veniva sempre meno e sempre più in alto; e di anelli di fondo in quota ce n’erano pochi, costosi da gestire, con un’utenza soprattutto locale e poco amati dal turismo che porta ricchezza e che da sempre preferisce la discesa; a dire il vero, come lui ricordava ad alcuni suoi allievi, il turismo di massa ha preferito la discesa da quando lo sciatore non è più dovuto risalire a piedi con gli sci. Insomma, il lavoro calò. Mantenere una vita solo con lo sport diventava difficile. Rimasto solo, senza più legami affettivi nel paese, prese la non sofferta decisione di trasferirsi. Accettò un’offerta di lavoro, trovata per caso in internet, come autista di pullman turistici da parte di una ditta lontana e lasciò il paese. Anche per dimenticare. Anche per non avere quotidianamente sotto gli occhi tutto ciò che poteva ormai solo fare del male. “GiardinodelleRose” era lei. Era lei, Aurora, che aveva trovato il suo blog, che lo seguiva quotidianamente, sottolineando il proprio gradimento verso quegli interventi che pubblicava: brevi racconti soprattutto, ma non solo: anche recensioni di eventi e pubblicazioni. Ma com’era possibile? Perché? Le domande si accavallavano le une sulle altre, mentre leggeva e mentre scriveva. Come poteva rivelarsi all’improvviso fragile un amore giudicato sempre robusto? Come si poteva pensare di troncare dall’oggi al domani un amore mai messo in discussione, perché sempre alimentato dal carburante di una passione comune, da obiettivi comuni, ma soprattutto da un cammino comune che li aveva portati fino a quel punto? O forse anche “GiardinodelleRose” viveva la sua colpa? O forse quel bambino con cui sicuramente viveva aveva un bel giorno messo anche lei di fronte alle sue responsabilità? Quelle domande davano vita a parole, che insieme formavano frasi, che insieme davano vita a testi; e quei testi non erano fatti per essere unicamente una sorta di esame di coscienza individuale, come si dichiara in quel De ira di Seneca, che aveva portato all’esame di Latino all’università; eppure in quel testo aveva trovato un riferimento su cui aveva recentemente costruito un articolo: “impara a non metterti più in gara con gli incompetenti, che non desiderano imparare, perché loro non hanno mai imparato. Hai rimproverato quello là con troppa franchezza; dunque, non lo hai corretto, ma lo hai offeso; d’ora in poi, non considerare soltanto se è vero quello che tu dici, ma anche se la persona alla quale tu parli è in grado di accettare la verità”. Dalla riflessione su quel brano era nato un breve articolo. E quello di “GiardinodelleRose” fu il primo “mi piace”, quasi immediato, pochi minuti dopo la pubblicazione dell’articolo sul blog. C’era qualcosa di speciale in quel rapporto tutto mediatico che era nato in rete.

Mentre procedeva tra strade ghiacciate più o meno avvolte nell’alba rigida e nebbiosa delle basse padane, mentre attraversava tratti di campagna che conservavano anche tracce di recenti spruzzate di neve, mentre si avvicinava sempre di più a quel paesaggio bianco che aveva segnato in modo indimenticabile la più lunga e importante parte della sua vita, “GiardinodelleRose”, che leggeva i suoi articoli e i suoi testi, approvando con un “mi piace” solo quelli dedicati alla montagna, occupava stabilmente la sua mente. Non commentava, ma riusciva a farsi avvertire talmente presente dietro quei testi, che lui aveva l’impressione che lei fosse lì, ogni volta che accendeva il computer o il tablet, per limarne o correggerne o modificarne uno. Una presenza discreta, ma una presenza forte, come un respiro che si sente, ma non si riesce ad attribuire a nessuno. Ora aveva capito chi era “GiardinodelleRose”. Era andato sul suo blog, che era decisamente scarno e povero, tanto da sembrare di essere stato aperto solo per consultarne altri, appunto il suo. Era un blog che si occupava di montagna a 360 gradi: recensioni di pubblicazioni, annunci di eventi, semplici riflessioni a margine di altri eventi, quasi tutto relativo alla sua zona, al suo comprensorio sciistico, alle attrattive turistiche del suo territorio. Insomma, niente di pretenzioso, ampio uso di collegamenti esterni ad altri siti o blog, tante immagini ben selezionate, alcuni video quasi sicuramente girati da segnalazioni altrui. Ma come gestore del servizio aveva scelto lo stesso che utilizzava lui da anni, seppure per ben altre ragioni, perché lui su quel blog pubblicava bozze di testi, che poi risistemava e ogni tanto raccoglieva per farne libri; insomma, un piccolo cantiere letterario, con ben altre finalità, che raccoglieva interventi di appassionati di letture e di narrativa. Due blog così diversi, ma che si controllavano da tempo, che si studiavano a distanza. Gli era venuta ultimamente un po’ di inquietudine, quando, nel tentativo di risalire all’identità di “GiardinodelleRose”, si era accorto che non sarebbe stato così facile: sapeva celarsi bene dietro l’apparente anonimato di uno pseudonimo e di icone accuratamente scelte. Fino a quando egli decise di uscire con testi diversi, più personali, con allusioni più mirate a farla cadere in trappola. Iniziò in alcuni brevi e meno pretenziosi racconti ad alludere a momenti in cui si erano svolti incontri importanti tra di loro in luoghi ben precisi; per ben tre volte, forse inavvedutamente, “GiardinodelleRose”, anche se non subito, aveva pubblicato immagini o video turistici relativi a quei luoghi citati nei suoi racconti. Fu allora che si stanò da sola. Non fu facile; egli dovette insistere a lungo, pubblicarne tanti di brevi racconti; il gioco era diventato nel tempo talmente intrigante che alcuni di quei brevi racconti piacquero più di altri, che lui riteneva più importanti, più affettivamente ed emotivamente densi e coinvolgenti. Uno di essi aveva come luogo proprio la pista dell’Antico Mulino. Era un gioco strano. Forse non era nemmeno un gioco. Se era come pensava lui, si trattava di un tentativo di comunicazione, che andava studiato attentamente a distanza, trattato delicatamente, rispettato con raffinatezza e leggerezza nel lessico. E proprio sul tema della rosa un giorno aveva deciso di lavorare, ma non sul solito tema del fiore metafora dell’amore perché bello ma spinoso. Aveva deciso di lavorare su un altro tema: la rosa va recisa nel momento in cui è più grande e bella, appena perde i primi petali, proprio perché dal suo taglio ne nascano altre più numerose. Voleva essere un riferimento alla loro situazione. Era convinto, così facendo, di stanare definitivamente “GiardinodelleRose”; e invece forse era corso troppo forte e dall’altra parte forse si era inteso che il gioco si stava facendo troppo duro. Non solo non la stanò; non ci fu nemmeno l’atteso e ormai consueto “mi piace”. Una delle rare volte in cui non lo mise. Era ormai per lui indubbio che le anime, nello loro indecifrabili comunicazioni, sanno essere con i loro silenzi più sottili e raffinate di quando si servono delle parole.

Mentre viaggiava, sempre in quel paesaggio in cui il grigio delle nebbie e delle foschie mattutine sembrava voler nascondere il bianco che gli stava sotto, un paesaggio forse ad altri ostico, ma non certo a lui, queste intermittenze del suo tempo, della sua seconda attività di scrittore, della sua passione mai esplosa, sempre rimasta come coartata nei binari morti di una laurea in lettere mai sfruttata, non presa certamente solo per avere il classico pezzo di carta in mano, creavano come dei bagliori. E questi lampi improvvisi animavano quel grigio “dilucolo brumale”, che si stava lentamente aprendo, cercando di intrufolarsi tra i banchi di nebbia, ora più fitti in prossimità dei fiumi, ora meno, man mano che dai quei ponti e da quei fiumi l’auto si allontanava, avvicinandosi ai monti. Li avrebbe forse visti solo all’ultimo momento. Percorrendo chilometri in direzione nord, l’aumentare progressivo della neve ai bordi della strada, oppure nei ciglioni dei campi, o nei fossi, rendeva sempre più familiare e amico quel paesaggio, la cui piatta uniformità aveva incontrato notevoli difficoltà ad amare nei primi tempi dopo il trasferimento. Era un viaggiare quasi a occhi chiusi, tutto pervaso da quanto avveniva nell’anima, tutto dominato dagli andirivieni di una memoria resa inquieta prima da quel gioco a distanza, poi dal messaggio finale, dall’atto di resa, come lui lo aveva chiamato, dopo l’ultimo breve racconto che aveva avuto il “mi piace” da parte di “GiardinodelleRose”. Ma non stavano esattamente così le cose. Se quella comunicazione era avvenuta con delicatezza e rispetto, la ragione era un’altra. A un certo punto la convinzione di essersi reciprocamente contattati doveva aver vinto, ma nessuno voleva uscire allo scoperto, perché entrambi avevano nel proprio passato un freno che impediva di farlo. Una colpa.

Dilucolo brumale. La memoria tira veramente strani scherzi. Era stato criticato da un anonimo commentatore per aver utilizzato in un suo racconto quell’espressione per conferire una particolare connotazione a un’alba vissuta in una baita in quota in una giornata invernale. Ebbene la risposta di lui irritata o, se si preferisce, la sfida, era stata proprio la scrittura di un secondo breve racconto, che aveva l’espressione “Dilucolo brumale” proprio come titolo. Fu l’unica volta in cui “GiardinodelleRose” non si era limitato, o limitata, al “mi piace”, ma aveva aggiunto una faccina sorridente, uscendo un po’ di più allo scoperto. Ebbene, in quel dilucolo brumale ora era pienamente immerso con l’auto, con se stesso, con la memoria, ma soprattutto con un’anima che si poneva tante domande, tutte relative non più al passato remoto, ma a quello prossimo del messaggio arrivato la sera prima. Da dove venivano quelle domande? Perché se le faceva? Quali risposte occorrevano? Perché le risposte non venivano? I ponti e i fiumi si susseguivano scandendo come in piccole tappe quel viaggio che attraversava la pianura da sud a nord. Ma su ognuno di quei ponti avrebbe desiderato fermarsi e interrogare quelle acque che venivano proprio da lassù, da dove era partito il messaggio. Forse in quelle acque si sarebbe come dissolta e placata l’inquietudine che esso aveva determinato. Forse da quelle acque vive avrebbe avuto addirittura un segnale per una possibile risposta. Un giorno lesse un libro: ne era protagonista un personaggio che dialogava con i fiumi, convinto che quel loro lento procedere fosse un modo di parlare, un codice di comunicazione neanche tanto criptico, esattamente come gli uomini antichi che erano convinti che fossero delle divinità, li veneravano come tali, li personificavano, si rivolgevano a loro con preghiere, affidando loro la propria salute, i propri voti, i propri tormenti. Su un fiume tante volte si erano fermati nelle loro escursioni in montagna, accogliendo come sfondo del loro colloquio il fragoroso fluire dell’acqua sasso dopo sasso. Nessuno di loro due si era allora mai posto il problema che quell’acqua fosse una voce che parlava. Eppure con il passare del tempo il linguaggio dei fiumi e l’ascolto dell’acqua avevano preso una forma particolare nei suoi racconti. Uno di quelli ebbe uno dei “mi piace”, e non certo per caso: il fiume che faceva da sfondo alla vicenda, il paesaggio in cui quelle acque scorrevano, i boschi e i prati che da esse venivano animati erano facilmente individuabili nella geografia da chi li aveva più volte vissuti e attraversati. Scrivere era diventato un curioso gioco, da quando “GiardinodelleRose” aveva iniziato a manifestare il suo gradimento: era come disseminare il blog di trappole tese per farcelo, o meglio farcela, cascare. E puntualmente ci cascava, anche perché ormai era convinto che voleva cascarci e che, una volta caduta, attendeva con desiderio la prossima trappola. Ogni ponte era un fiume e ogni fiume rimandava alla sua origine, al paesaggio da cui era venuto quel messaggio. E l’ansia di arrivarci, in quel paesaggio, cresceva, di ponte in ponte, di fiume in fiume. Anche in questo modo gli parlavano quelle acque. Non era facile da illustrare in modo semplice questa sensazione, soprattutto quando cercava di spiegarla riferendosi a quel libro che lo aveva così colpito per i suoi riferimenti culturali a un mondo di strutture profonde, di radici di civiltà. Anche quell’essersi messo in viaggio come d’istinto, quel salire lassù rispondendo a una richiesta senza neanche discuterla, quell’essersi a lungo preso gioco di un personaggio che solo alla fine del gioco stesso aveva assunto le previste fattezze umane, in fondo, tutto questo era un riannodare i fili che portavano a quelle sue radici e che lo aiutavano a comprendere meglio quelle strutture profonde. Occorreva un pretesto per riprendere quel dialogo che si era interrotto. Un pretesto necessita di un’occasione. Chi era stato più abile? Lui a crearla nello spazio virtuale di un blog? O lei a celarsi dietro la diafana icona di un nome geografico dal suono romantico?

Arrivò al casello, pagò il pedaggio. Appena uscito dall’autostrada, quando la nuova statale iniziò a salire, il paesaggio cambiò. La nebbia delle basse padane lasciò il posto prima al nevischio, poi, già dopo le prime curve della strada che saliva sull’altopiano, alla neve, che si stava aggiungendo a quella accumulatasi ai bordi nei giorni precedenti e annerita dal continuo passaggio di mezzi a motore. Non era lunga la strada da percorrere ed era quasi in anticipo sulla tabella di marcia. Solo l’ultimo tratto, quello che dal paese portava alle piste, dove gli era stato dato appuntamento, avrebbe potuto richiedere di montare le catene, se la nevicata si fosse intensificata e se la strada non fosse stata subito pulita, come solitamente avviene nelle prime ore. Quella neve non poteva non richiamare tante immagini di lei, di loro due insieme, che di quella stessa neve avevano per tanti anni trovato di che vivere. E non solo della neve, ma anche delle guide escursionistiche estive, quando all’attività di istruttore di sci si sostituiva quella di guida alpina per lui, di mountain bike per lei. Ma era la neve che li aveva uniti di più, non solo nel lavoro di quegli anni. La neve era riuscita a pervadere la loro intimità, a plasmare il loro carattere, a dare un senso profondo al loro stare insieme, soprattutto quando lei prese la decisione di cambiare casa, lasciare le sue sorelle e andare a vivere da sola. Fu lui ad aiutarla nel cercare la casa. Lei la voleva “immersa nella neve”. Quante volte aveva pronunciato quella frase! Si era chiesto spesso perché la neve susciti questi desideri, per quale ragione i bambini la amino e gli adulti tornino bambini su di essa. Nonostante fosse stata parte costante del suo paesaggio per anni, ha sempre visto nella neve qualcosa che riveste prima l’anima che il paesaggio. E la stessa sensazione era quella che provava in quel momento nell’immergersi con la sua auto, che ora era costretta a procedere più lentamente, in quel paesaggio sempre più bianco; anzi, ormai senza alcun dubbio sfacciatamente bianco. La neve di città forse rende memori della caducità, perché dura poco. Ma quella di montagna trasfigura per mesi un paesaggio intero, modifica i ritmi della vita quotidiana e cambia le attività delle persone; e loro avevano vissuto tutti quegli aspetti della loro neve. Ma stava salendo nello spazio o stava scendendo nel tempo? Per quanti anni quel passato era stato rivisto solo attraverso il filtro della malinconia! Aveva deciso di troncare in modo netto con quel passato, di cancellare dalla sua vita ogni elemento che lo rievocasse, ma si era ritrovato con un pugno di mosche in mano. Avvertiva questo sentimento di vuoto nel momento in cui apriva la finestra ogni mattina e vedeva solo strade piatte, in un orizzonte che non conosceva dislivelli di alcun genere. Era stato tentato più volte di tornare su, di rivedere gli amici lasciati. E proprio agli amici stava pensando quando il cellulare, che era appoggiato sul sedile vuoto del passeggero, vibrò. Si fermò in una piazzola, una fermata per gli autobus. E aprì il messaggio. Era di lei: “Ti aspetto. C’è una neve meravigliosa.” Poche parole. Ma c’era tutta lei in quelle poche parole. La neve non era citata a caso; lei sapeva bene come pizzicare le corde; la neve era stata il loro codice di comunicazione per anni. E non era certo casuale che l’invito fosse stato fatto per un giorno in cui era prevista neve lassù. La neve era un pretesto per attivare quella comunicazione. Sapeva bene, infatti, che lei non amava sciare con neve fresca. “Sono in arrivo. Sarò puntuale.” Inviata la risposta, ripartì.

Avrebbe dovuto percorrere un ultimo tratto di salita, passare un piccolo valico, scendere per qualche chilometro, poi risalire di nuovo fino al paese e da lì prendere la strada che portava al grande pianoro, alle piste, dove aveva l’appuntamento. Il suo pianoro, le sue piste: lì aveva investito il cuore, prima ancora che il denaro. I chilometri erano pochi, ma divennero lunghissimi, perché ogni casa, ogni rifugio, ogni via traversa, ogni curva, ogni sentiero, ogni angolo di quel paesaggio rievocavano momenti diversi e sempre bei momenti erano quelli a cui andava il pensiero. Una preparazione all’epifania finale, pensava dentro di sé, mentre viveva con trasporto quegli attimi, oltretutto nella nevicata che si era ulteriormente infittita salendo di quota. I mezzi sgombraneve erano già al lavoro e le strade dunque erano pulite. Non avrebbe avuto ritardi sulla tabella di marcia, ma avrebbe avuto due riti inevitabili da affrontare: sarebbe prima dovuto passare davanti a quella che fu la sua abitazione in paese e poi, poco fuori, avrebbe sfiorato, pur senza vederla in mezzo agli alberi, quella che era diventata la casa di lei e a cui lui stesso tanto aveva lavorato, perché fosse come lei desiderava. Il viaggio di avvicinamento a quei dolorosi luoghi di una piacevole memoria fu segnato da piccole tappe di quella stessa memoria: il negozio di mobili in cui avevano studiato insieme la cucina, il falegname a cui avevano ordinato tanti lavori, il fumista da cui avevano acquistato camino e stufe, i due elementi dell’arredamento forse più impegnativi all’atto della scelta, la casa di Massimiliano, il pittore sordo e muto dalla nascita a cui avevano ordinato l’affresco da realizzare sulla facciata di Villa Aurora. E non solo: quel percorso fu costellato anche da altri luoghi della memoria: i bar dove avevano passato tante ore dopo il lavoro sulle piste, i locali in cui con gli amici e i colleghi avevano trascorso tante serate. Ma non fu sicuramente il caso a volere che l’ultima tappa di quel viaggio nel tempo fosse proprio la pasticceria in fondo al paese, dove iniziava la strada per le piste: lì tutto ebbe fine. Non era mai riuscito a dimenticare le parole di Aurora e per tanti anni si era chiesto perché tutte le memorie si possono cancellare, da ogni strumento e da ogni diavoleria elettronica che ci capita per le mani, ma non quella dell’essere umano. Concludere con quella tappa, che per lui rievocava un’esperienza che aveva devastato la sua vita, con quella sorta di obbligato inchino era una tortura necessaria per l’anima. La montagna non consente la scelta di percorsi che è invece possibile in un reticolo di strade urbane; obbliga alle scelte; impone poche opzioni; richiede di essere rapidi, chiari e categorici nel dare le risposte. La mente trascinò gli occhi su quelle due grandi vetrate che davano sulla strada; loro quel giorno vedevano la strada, seduti al tavolo proprio sotto una di quelle finestre. “Siamo al capolinea, Riccardo. Mi dispiace. Non possiamo più andare avanti. Credo che tu non abbia bisogno di spiegazioni.” Parole che pesarono per anni come macigni. Parole che cambiarono dall’oggi al domani un’esistenza fino ad allora serena e sicura. Parole che furono la conseguenza di una crudeltà necessaria, imposta dalle circostanze, che avevano fatto di lui lo strumento del destino della vita di una persona non come tante altre, ma proprio di quella a cui era sentimentalmente legato da anni. Non si aspettava che Aurora prendesse la decisione in modo così repentino. Non credeva che sarebbe stata brusca e decisa nel dare un taglio secco ad anni di vita insieme, spensierata, appassionata. Non credeva che colui che era il frutto di quella relazione, il piccolo Matteo, potesse essere lasciato al di fuori di ogni considerazione, senza offrire alternative, senza proporre una discussione su di lui. No: siamo al capolinea. Per Aurora non c’era stato nemmeno bisogno di dare spiegazioni. Tutto si capiva e si spiegava da sé. Si aspettava un litigio. Si aspettava un forte rimbrotto. Aveva una riparazione da offrire a quanto occorso indipendentemente dalla sua volontà. Non poteva immaginare che la reazione sarebbe stata così decisa e immediata. Oltretutto senza alcun ripensamento nell’immediato. Un taglio netto, fino a quando non è arrivato “GiardinodelleRose”.

Passata la pasticceria, una deviazione sulla sinistra inseriva sulla strada che portava alle piste su cui avevano lavorato insieme. Era la parte più bella della memoria. Gli allenamenti per le gare, finché erano ancora impegnati nell’attività agonistica, poi il lavoro di istruttore; le riunioni della società sportiva, poi della scuola sci; le tante amicizie maturate sia negli anni giovanili, sia dopo in quelli dell’attività lavorativa; le trasferte per le gare prima, poi per accompagnare i ragazzi da loro allenati; le guide escursionistiche nella stagione estiva e la collaborazione con chi lavorava alla manutenzione dei sentieri e delle ferrate e alla realizzazione di opuscoli turistici e materiali cartografici: anni di passione condivisa per la montagna, per la neve, per lo sport ripassavano sul parabrezza, come davanti a uno schermo, con un andirivieni nel tempo, che era come scandito dal ritmo delle spazzole tergicristallo. L’ansia inevitabilmente aumentava. Come era possibile fermarla? Sentiva gli occhi bagnati sotto le palpebre, ma non voleva cedere così presto. Era troppo presto per lasciarsi andare. Qualcosa di nuovo stava nascendo per la sua vita? Forse era arrivato a una nuova virata di boa quel viaggio funestato prima da troppe tempeste, poi da una finta bonaccia che lo ha intorpidito tra le nebbie della pianura? Non poteva farsi vedere arrivare con gli occhi bagnati. Bisogna tener duro. Resistette, finché fu possibile. La strada procedeva. L’auto saliva sempre più lentamente per via del manto non perfettamente pulito e anche parzialmente ghiacciato. Resistere. Bisogna resistere. Forse ci saranno altre occasioni in cui sarà opportuno lasciarla vinta a quelle forze oscure, con cui da anni ormai combatteva battaglie che aveva ritenuto inutili, fino a perdere ormai stima in se stesso e a scadere anche con i suoi racconti sempre più nei contenuti malinconici, nel tema del dolore come eterno e inevitabile cimento della vita. A un certo punto la resistenza, come del resto era ormai inevitabile, cedette. Sentiva che le forze dell’anima si stavano assottigliando con l’accumularsi di quelle immagini e con il lavoro della memoria, che non si fermava mai; anzi, lo incalzava del tutto incurante del dolore che arrecava. Sapeva che da una di quelle curve si sarebbe visto per la prima volta proprio il Catinaccio, il Rosengarten, il Giardino delle Rose. E temeva che rivedere quella montagna potesse essere una brutta esperienza del tempo, un’esperienza della memoria troppo difficile da affrontare in quelle condizioni, con l’anima indebolita, prostrata, attaccata dal passato, dilaniata da un senso di colpa mai risolto e scoppiato in un attimo, con quella frase che non ammetteva spiegazioni: siamo al capolinea. Istintivamente rallentò, perché sapeva che la visione, se le nuvole non l’avessero coperta, sarebbe stata forte, sicuramente terribile per lui in quel momento. Lì tutto era nato, tanti anni fa, quando lei vinse una gara allenata da lui, che aveva interrotto prima l’attività agonistica. Si conoscevano da tempo, si frequentavano come amici, poi l’amicizia si fece sempre più intima, finché lì, sul Giardino delle Rose, ai piedi del Catinaccio, scesa da quel podio con la medaglia al collo, Aurora non gli saltò addosso in lacrime, gettandogli le braccia al collo. “Ti amo, Aurora”, gli venne spontaneo dirle. E tutto si chiarì. Sulla neve. Immersi nella neve, come immersa nella neve era la loro vita, come immersa nella neve lei volle che fosse la sua casa, quella in cui lui presto sarebbe dovuto andare ad abitare insieme a lei, con il loro Matteo. E invece così non fu.

La casetta non si vedeva bene dalla strada. Gli alberi erano fitti e carichi di neve. Si sarebbe vista da un’altra strada, da quella che tagliava il centro del paese, passando all’esterno. Aveva oltrepassato lo stradello che ad essa conduceva, quello stradello che lui aveva battuto, perché fosse praticabile con un’auto; era un sentiero abbandonato prima. Portava a una vecchia cava poco utilizzata e poi dismessa. Quel sentiero ogni tanto gli sembrava più bello della casa stessa, perché lì il lavoro, fatto con il cuore, era stato tutto suo. Lo aveva allargato, nel rispetto degli alberi presenti; lo aveva pavimentato con lastre di porfido dal taglio irregolare; non ne volle una uguale all’altra; lasciò ampie fughe tra lastra e lastra in modo che un po’ di erba potesse crescere in mezzo e dare un senso di vita anche a quelle lastre apparentemente grigie, su cui, per uno di quei miracoli della natura che pochi paesaggi come quello di montagna riescono a regalare, il ghiaccio non si formava. Aveva realizzato insieme a un tecnico del paese l’impianto fotovoltaico di illuminazione di quello stradello di 90 metri, posando le guaine e collocando i faretti, regolati da un temporizzatore astronomico, che regolava l’accensione secondo la stagione dell’anno. In inverno, con la neve, quei 90 metri erano qualcosa che riusciva ad accogliere le persone in modo garbato e rispettoso del grande e maestoso bosco, al cui limitare era situata l’abitazione e che rivestiva tutto il pendio che separava il paese dal pianoro con le piste. “Solo chi ama la montagna come noi riesce a fare certe cose”, gli aveva detto Aurora la sera in cui nello chalet del parco del paese avevano festeggiato l’inaugurazione dello stradello di accesso. A lei piaceva l’intimità, l’atmosfera rispettosa dell’ambiente, il silenzio del paesaggio quando i turisti erano scesi, sulla strada non passavano più auto e avevano quel paesaggio tutto per loro. “Mi piace pensare ogni tanto che noi due un giorno possiamo essere nominati dal nostro sindaco i custodi ufficiali di questo bosco”, gli disse un altro giorno, mentre alle prime ore del mattino, a piedi, con le ciaspole, andavano insieme su alle piste partendo da quella casetta, in cui lui ormai sempre più spesso passava la notte. I loro colleghi inizialmente li prendevano in giro per il fatto che si presentavano alla scuola sci con le ciaspole ai piedi, dopo una camminata di oltre un’ora, e che nel pomeriggio, con quelle stesse ciaspole con cui erano saliti, sarebbero dovuti ridiscendere. Poi, loro, i meccanizzati, che arrivavano come i turisti con le loro auto alle piste, capirono che tipo di esperienza fosse quella di Aurora e Riccardo: era un modo per sentire sempre più loro quel bosco ,che si attraversava per arrivare a casa di Aurora nel pomeriggio e per venire su alle piste al mattino. Non parlavano quasi mai quando percorrevano quel sentiero. Era diventata per loro un’esperienza dal valore impossibile da comunicare ad altri. Il verso di un animale, il sibilo del vento, lo scorrere più o meno torrentizio dell’acqua del rio, che scendeva e poi attraversava il paese, non li disturbavano mai: venivano ascoltati e, se il dialogo silente delle loro anime li metteva in comunicazione, imponevano a se stessi una sosta per interpretare quel verso, quel fruscio, quell’acqua. E dell’acqua poi a lungo avrebbero parlato insieme, perché l’acqua, i ponti e i fiumi “sono una specie di ossessione, che tu prima o poi devi spiegarmi, nei tuoi racconti”, gli aveva detto una sera nel letto posizionato nell’ampia mansarda di villa Aurora. Non si guardavano mai negli occhi, quando l’anima era presa dal paesaggio; guardavano entrambi nel vuoto, perché “l’anima in questo momento per me è come se fosse là fuori”, gli aveva detto spesso. Insomma, non era esagerato pensare che salire alle piste a piedi attraverso il bosco era un esperienza non dissimile da quella vissuta da Peter Matthiessen alla ricerca del leopardo delle nevi nel Tibet nepalese tra monasteri buddisti.

Aveva sperato che le nubi basse impedissero di vedere il Catinaccio. Ma la sua aspettativa fu delusa dallo squarciarsi improvviso delle nubi stesse, proprio centro metri prima di quella curva. Glielo schiaffeggiarono in faccia, con tutta la pesante mole di ricordi di gare, di allenamenti, di guide estive, di ferrate e di arrampicate. Il paesaggio cambiò in un attimo: altro miracolo possibile nell’ambiente unico di quella montagna. Le nubi si diradarono e la nevicata cessò, lasciando una soffice e vergine coltre bianca che rivestiva tutto. Gli alberi ne erano carichi, ma sopportavano pazienti quel peso. Il cuore iniziava a battere più forte. Stava arrivando con un po’ di anticipo. Frenò bruscamente e approfittò di una piazzola. Lì la memoria non sarebbe dovuta andare. E invece anche quello evidentemente faceva parte del gioco. Gettò la testa all’indietro. Con la nuca incollata al poggiatesta chiuse gli occhi e sfogò il suo pianto al ricordo di quella terribile riunione in comune della commissione turismo e sport, quella che avrebbe diviso in due la sua vita in un attimo. Lui non aveva idea di cosa quella votazione avrebbe significato per la sua vita; non pensò alle conseguenze di quella decisione; venivano dimezzate le guide estive e i maestri di sci; troppe scuole di sci si erano aperte nella valle; troppo alti erano i prezzi delle lezioni; sempre meno persone le chiedevano per via della crisi economica; la federazione non poteva più permettersi sprechi; occorreva tagliare. Non era il suo lavoro né quello di fare bilanci, né tanto meno quello di pilotare soluzioni politiche. Era lui il presidente della società sportiva che accoglieva la scuola sci e come tecnico, che lui non era, fu chiamato a riferire in commissione. Dovette presentare i numeri. Erano impietosi. Di fronte a quei numeri non si poteva nemmeno discutere; bisognava tagliare. Non fu nemmeno sfiorato dal pensiero che tagliare significava che delle persone non avrebbero più avuto uno stipendio, che si sarebbero dovute cercare un altro lavoro, che avrebbero dovuto forse anche ricostruire una vita altrove. No. Aveva fatto tutto in buona fede e aveva fatto e detto non più di quanto gli era stato chiesto di fare e di dire. Altrove una giovane donna speranzosa nel futuro e fiduciosa in lui, in attesa di comunicargli che aspettava un bimbo, avrebbe forse avuto la notizia del licenziamento, prima che lui riuscisse a realizzare cosa era successo, addirittura prima che lui scendesse a casa sua. Quando uscì dalla riunione, mentre ingenuamente assaporava la tanto attesa cena di salsicce e patate cotte sul camino della casa di lei, aveva ricevuto un messaggio: “Non sto bene. Preferisco che tu non venga questa sera.” L’indomani l’appuntamento alla pasticceria e la comunicazione dell’arrivo al capolinea: Riccardo non avrebbe mai visto Matteo, per il quale Aurora non avrebbe mai chiesto nulla a lui. Sfogò quanto più dolore poté seduto a occhi chiusi in quell’auto, mentre gli ultimi fiocchi di neve scendevano sul parabrezza. Tre anni erano passati da quei fatti che in dodici ore avevano distrutto quanto costruito in quindici anni. Tre anni aveva il figlio che non aveva mai visto. Per tre anni era vissuto nell’esilio che si era autoinflitto per espiare quanto da lui provocato, accettando lontano da casa, lontano da quel paesaggio che aveva amato e che lo aveva amato, il primo lavoro che gli era capitato, quello di autista di pullman turistici. Quante volte aveva rifiutato viaggi che lo avrebbero portato con il pullman su in montagna; era andato dappertutto in quei tre anni, ma con quel paesaggio aveva deciso di chiudere il rapporto diretto. Rimaneva il lavoro della mente, cui non si poteva comandare; quella agiva con il blog, con i racconti, con gli articoli e le recensioni; lì la montagna era onnipresente, perché lì non era più in grado di avere il controllo della sua mente; era lei che lo controllava, che lo guidava, che gli mandava messaggi, che gli faceva capire come rimediare agli errori del passato; la sua mente gli voleva bene, perché soffriva di un dolore piacevole da sentire addosso, quando scriveva di montagna, perché sapeva che esprimeva un sentimento che pochi avrebbero potuto manifestare; lui sapeva far scaturire quel sentimento nelle parole di un racconto. La sua mente lo coccolava in quel mondo che si apriva non appena finiva l’orario di servizio. Gli occhi non ne volevano sapere di riaprirsi. Le immagini si confondevano tra di loro. Resistere. Resistere all’ansia che monta. Era la cosa da fare. Era la ragione forse per cui aveva deciso di fare quella brusca fermata, proprio là dove era sicuro che la sua anima avrebbe sofferto di più. Pratica di masochismo bella e buona era quella di fermare l’auto proprio nell’unico punto in cui il Giardino delle Rose sarebbe stato perfettamente visibile in tutte le sue tante cime, proprio nell’unico momento in cui, forse trovatosi in una specie di occhio del ciclone, il cielo si era aperto per farglielo vedere meglio. Era imponente, dominante, forte e sicuro, nel suo bianco manto di ghiaccio, che dall’altro sovrastava tutto il pianoro sottostante, dove lui era atteso, alla pista dell’Antico Mulino. Era possibile che da tre anni fosse atteso lì? Quella domanda non poteva che acuire il senso di colpa e riportare a quella sera, a quella riunione di commissione, alla lettura di quelle cifre spietate e a quella delibera finale. La notizia era uscita subito. Qualcuno aveva voluto fargli del male. Qualcuno sapeva che Aurora sarebbe stata tra le vittime della razionalizzazione delle spese. E questa persona malvagia l’aveva informata. Le aveva detto che lui avrebbe provocato il suo licenziamento. Qualcuno aveva agito in modo che lei fosse messa contro di lui. Divide et impera: qualcuno li voleva divisi, perché insieme erano stati per anni una forza della natura lassù su quel pianoro, prima come atleti vincenti, poi come istruttori, infine come responsabili e anime di un centro del fondo tra i più belli d’Italia. Lui desiderava per lei un posto importante nel direttivo della società, che gestiva non solo le piste invernali e l’attività escursionistica e alpinistica estiva, ma anche, giù in paese, il palazzetto del ghiaccio che d’estate diventava un campo di calcetto, i campi da tennis aperti tutto l’anno, la piscina anch’essa aperta tutto l’anno. Qualcuno non voleva Aurora e il modo migliore per evitare la sua scalata era interrompere la cordata, ovviamente guidata da lui, che la voleva fare arrivare nel direttivo. Politica di paese. Vecchi atavici rancori di gruppi familiari contro altri? Ma perché rovinare una coppia giovane e intraprendente, che tanto si stava dando da fare per organizzare eventi, sia aumentando il numero dei soci del gruppo sportivo, sia trovando clienti tra le persone che da turisti frequentavano la zona in inverno, in estate, ma ultimamente anche nei ponti di primavera e d’autunno. Un lavoro al servizio della comunità, privo di finalità politiche, mai pensato per essere qualcosa contro, ma sempre per gli altri. Eppure, di fronte ai maestri del mettere zizzania, ai provocatori di professione, ai politicanti di mestiere, ingenuità e sincerità sono sempre armi da perdenti. Non aveva pensato a lei in quel momento. C’era un problema economico. Per la prima volta i numeri erano in rosso in alcuni settori; lo sci di fondo era in picchiata nel grafico della biglietteria del centro, dove l’aumento del prezzo di accesso, la riduzione delle facilitazioni, l’aumento dei costi delle trasferte degli atleti, che dovevano andare spesso in paesi nordici e lontani, e la diminuzione dell’utenza erano tutti fattori che potevano solo essere usati contro di lui, che della società sportiva ora era diventato il presidente e che di quei numeri era direttamente responsabile. Non riusciva nemmeno a ricordare chi avesse avanzato la proposta di chiudere il centro del fondo, situato a quota altimetrica troppo bassa per contare sulla neve per tutto l’inverno, troppo costoso da innevare artificialmente in rapporto all’utenza, che era in gran parte costituita da ragazzi delle società sportive locali, in calo anch’essi nelle quote associative, rispetto agli altri sport di cui la società si occupava. E pensare che il centro del fondo era stato voluto, sostenuto per anni, spesso addirittura disegnato nei tracciati da loro due, da Riccardo e Aurora, sin da quando da giovani atleti, che lì principalmente si allenavano, davano consigli ai responsabili di allora. Quella proposta di chiusura non fu accettata, ma non fu nemmeno lui ad aver la forza per farlo; lo sconforto di fronte ai numeri e la mancanza di volontari sufficienti per sopperire ai necessari tagli del personale per la manutenzione degli anelli di fondo, volontari presenti in altre realtà e in altri centri più popolosi, forse anche più noti al grande turismo, furono gli argomenti che vinsero. Il fondo era un ramo secco. Per lui quel centro era stato davvero tanto, il suo cuore pulsava lì; di lui parlava tutto quanto era lì; lì era cresciuto come atleta da giovane, anche se l’attività agonistica si era svolta ovviamente nelle più disparate località nazionali e non. Ma, se per lui in quel momento, come presidente di una società in cui erano rappresentate tante discipline, il cento del fondo e il tracciato olimpionico dell’Antico Mulino, dove si allenavano atleti di tutta Europa, era importante, ma non era più tutto, per Aurora invece non era solo importante: era tutto. Da quando lui era diventato presidente della società e doveva occuparsi di tutte le altre attività, il centro del fondo si identificava ormai in lei. Aurora si occupava di disegnare le piste, di sagomare le curve, di individuare le novità nei tracciati, di tenere ordinato il locale per la sciolinatura che era il fiore all’occhiello di quel centro. E non solo: lei gestiva gli orari e i prezzi delle piste e del centro di noleggio, i prezzi del noleggio stesso, la pulizia del locale con gli spogliatoi e i bagni, la gestione del bar; la collocazione dei cannoncini per l’innevamento artificiale almeno dell’area con il campo scuola; e le questioni relative a tutte le persone che in quei locali lavoravano, che potevano ammalarsi e dover essere sostituite, che chiedevano permessi per questioni personali, che in certe giornate di fine settimana erano spesso in palese difficoltà e soggette a forte stress. Quante volte Riccardo la chiamava e lei non rispondeva; andava a cercarla e capiva perché non aveva risposto: mancava un ragazzo al bar e si era messa lei a lavorare dietro il bancone; mancava il tecnico della sciolina e si era messa lei al banco; mancava un istruttore e faceva lei le lezioni che avrebbe dovuto fare lui; aveva visto stremata una ragazza al bar ed era andata a darle aiuto, anche servendo ai tavoli, se necessario per farla riposare un po’. Tutto questo con un’energia e una passione che superava la sua. Il che era tutto dire.

Ma a un certo punto Riccardo era diventato importante nel paese. Lui era l’ex atleta che aveva vinto di più nella sua specialità. Lui era quello che aveva voluto per primo lo sviluppo di quel centro, che lo aveva visto crescere sin da bambino. Aveva anche un po’ di spirito organizzativo e anche indubbie qualità gestionali di buon senso pratico, non certo politiche; fece carriera nella società diventando prima consigliere e poi addirittura presidente; la politica lo avvicinò e si lasciò irretire in cose più grandi di lui. Aurora gli aveva detto di continuare a occuparsi solo di sport e turismo come esperto nella relativa commissione consiliare; avrebbe continuato a dare pareri tecnici, dietro ai quali spesso c’era anche la sua esperienza; ma non aveva gradito il coinvolgimento diretto nella politica, che era durato per un solo mandato. In seguito, decaduto dalla carica, non più rieletto, era rimasto comunque attivo, seppure non più come consigliere comunale, senza un diretto ruolo istituzionale, ma come referente della sua lista per tutto quanto riguardava sport e turismo. Quella decisione di lasciarsi coinvolgere nella politica, mai condivisa da Aurora, che nemmeno voleva ascoltarlo quando le parlava delle riunioni, dei litigi, dei contrasti e dei tanti battibecchi, spesso su quisquilie, convinta com’era che Riccardo stesse perdendo di mira gli obiettivi prioritari, che dietro quelle attività c’erano delle persone, degli stipendi e delle famiglie, che c’era un interesse turistico da conservare, che c’era un clima che stava cambiando e rendeva sempre più difficile gestire tante attività.

Il tempo passava in questi pensieri. Non si era accorto che adesso sarebbe arrivato in ritardo. Glielo ricordò il messaggio che era giunto e che lo aveva salvato dall’aggressione di quel passato fatto sicuramente di luci, ma anche di tante ombre. “Problemi?”. “No. Ho dovuto rallentare per la neve. Fra dieci minuti sono lì.” Non era una bugia del tutto. In parte era vero. Ma soprattuto era credibile. Rimise in moto e con animo diverso, sì, davvero molto diverso dopo tutte quelle riflessioni; dopo essere stato richiamato ai suoi errori e alle sue responsabilità, si diresse all’appuntamento, nel luogo che aveva dato tutto a lui, quando era bravo e forte in ciò che sapeva fare, e che lui aveva mandato in malora, lasciandosi prendere da cose che non sapeva fare e in cui sarebbe stato sempre un debole, un burattino nelle mani di professionisti abili e di aquile rapaci. Quelle dello sci alpino, della discesa, della società degli impianti, quelle che attiravano le auto a migliaia nel fine settimane, quelle che provocavano code sulle strade, intasamenti nei parcheggi, smog a non finire, ma portavano soldi a palate nelle casse della società sportiva. Eppure gli sportivi locali, i giovani delle famiglie del paese che praticavano sport, gli adulti che volevano tenersi in forma, non andavano di là dalla strada, dove si faceva discesa; i giovani del posto preferivano il centro del fondo, dalla parte di qua della strada, dove non si abbattevano alberi per fare piste, dove non si spendevano migliaia e migliaia di euro per sparare neve finta, per anticipare o allungare la stagione, dove soprattutto non c’erano impianti di risalita costosissimi da mantenere e che implicavano responsabilità sulla sicurezza dieci volte superiori per chi li doveva gestire. Due mondi opposti di intendere la neve, nello stesso pianoro, ma separati da una strada che per lui era una stata per anni una specie di barriera. Era un peccato che lo sport fosse rovinato dalla politica e che la politica fosse guidata dal denaro, che attraverso la politica rovinava lo sport. Un triangolo del male perfetto, che non riusciva a comprendere, lui che andava spesso a fare qualche discesa dall’altra parte della strada, che non aveva mai visto nemica l’altra sponda della provinciale, che divideva quel pianoro. Fino a quando, appunto, non si era lasciato prendere nella rete di quelle persone che aveva sempre rispettato, ma considerato appartenenti a un mondo diverso e lontano dal suo. Aurora andava oltre, nutrendo del suo sport una visione quasi fondamentalista: per lei i veri sportivi stavano, senza se e senza ma, di qua dalla strada; di là c’erano solo i profittatori economici che confondevano lo sport con un spot turistico. “Lo sport non è un spot turistico; deve essere sacrificio e passione. Ricordati che per anni anche tu lo hai praticato così,” gli aveva detto urlando in uno dei pochissimi momenti in cui l’aveva vista alterata nei suoi confronti. No. Così si esagera. Non voleva che tutto questo diventasse un’arma da impugnare. Eppure, Riccardo, nel momento in cui dovette assumersi delle responsabilità, a lei non aveva pensato quella sera, quando si dovette votare sui dei numeri, su dei bilanci predisposti da uno studio commerciale e prendere decisioni che avrebbero avuto drastiche conseguenze. Era il presidente della società sportiva per i suoi meriti sul campo, per le vittorie ottenute da giovane, per il lustro che quelle vittorie avevano dato alla valle, mentre Aurora faceva la sua parte in campo femminile. Era l’atleta per antonomasia del fondo. Ma era anche lo scrittore che pubblicava racconti e aveva scritto tre romanzi, che aveva un blog cliccato da migliaia di persone in tutta Italia. La politica, che non sapeva fare, lo aveva lusingato; e poi lo aveva rovinato.

La macchina ripartì, ma la sua mente non voleva staccarsi da quella piazzola che era stata per lui l’occasione per riflettere sulle ragioni di tutto quanto aveva spezzato la sua vita, distrutto una coppia, spento una passione nata da bambini, con la stessa velocità con cui si cala una saracinesca sulla vetrina di un negozio. Aurora era sempre stata determinata; non era donna di compromessi; lui aveva distrutto l’unica cosa in cui lei credeva. E per lei, in quello che per lui era un fideismo quasi integralista, non c’era altro da fare. Riccardo non se lo aspettava. No, non il giorno dopo aver saputo che sarebbe diventato padre.

Quegli ultimi dieci minuti divennero un’eternità. Su quel parabrezza di nuovo non vedeva strade e alberi, non vedeva il bosco cedere al pianoro e a quelle distese che sarebbero diventate fra qualche mese gli alpeggi estivi; su quel parabrezza scorreva il film di quei tre anni di nulla. Tre anni in cui tante volte si era chiesto che cosa era stato di Aurora, del bambino, suo figlio. Doveva resistere veramente adesso. Era in preda a una devastazione dell’anima che non poteva permettersi di sbattere in faccia a lei, non poteva permettersi di arrivare da perdente, da sconfitto, da esiliato, da punito, da responsabile, ma soprattutto da colpevole. No. Basta. Per tre anni era vissuto preda di un senso di colpa che lo aveva isolato da tutto e da tutti, abitando in un anonimo bilocale di una località balneare, quanto meno spettrale nei mesi invernali. L’inverno: il periodo dell’anno che lui da sempre era stato avvezzo a ritenere il più bello, perché sempre caratterizzato da alacre impegno, da pugnace passione e soprattutto, per il piacere dell’anima, da tante bellissime soddisfazioni. Eppure da colpevole stava arrivando a quell’appuntamento alla pista dell’Antico Mulino. Colpevole di tutto. La colpa era solo sua. La colpa lo aveva straziato, lo aveva ridotto alla dipendenza da farmaci, lo aveva ridotto a non dormire, lo aveva in pratica reso un essere che alla vita non sapeva più cosa chiedere, perché in quella punizione che si era inflitto da solo non era assolutamente possibile ricostruire qualcosa di nuovo. Il suo corpo era andato lontano, in un paesaggio non suo, in un ambiente non congeniale, tra persone interessate a tutto ciò che non aveva mai fatto parte del suo mondo, delle sue valli, dei suoi boschi, dei suoi monti; a questi ultimi, invece, l’anima era rimasta strettamente abbarbicata e riusciva a parlare con i testi che pubblicava sul blog, con i racconti che da quei testi uscivano, sempre più forti, perché sempre più sofferti. C’era qualcosa dentro di lui che gli voleva bene. C’era uno spirito buono che, pur nella generale devastazione, aveva operato silente ma tenace in questi tre anni. Non si era mai chiesto nulla al riguardo, quando la sera, dopo le otto ore di servizio, accendeva il computer e iniziava a scrivere, oppure in poltrona o a letto trascorreva ore a leggere. Mentre il corpo riposava dalle fatiche di un lavoro forzato, l’anima alacre operava in silenzio per dare conforto a quel corpo, che la colpa stava divorando a piccoli brani, giorno dopo giorno, nel silenzio vuoto di nebbiose pianure e di spazi anonimi totalmente avulsi da quelle che erano state le aspirazioni e i sogni di una vita. La sua esistenza non sarebbe dovuta illanguidire nella solitudine di un paesaggio estraneo, ma sarebbe dovuta procedere in ben altra direzione. Eppure una colpa, se c’era – e c’era – andava espiata.

Il bosco era finito. La strada non saliva più. Si apriva il grande pianoro, bianco nella sua verginale purezza. Quelle nubi che per un attimo si erano aperte, lasciando che un crudele raggio di sole illuminasse, proprio per il momento del suo passaggio, il Giardino delle Rose, si stavano ora richiudendo. Altra neve si preannunciava. Immersa nella neve era nata la sua vita; non doveva finire immersa nella nebbia. Quassù era il suo posto. Ma non ne era più degno. La colpa lo aveva reso indegno di quel posto troppo bello per essere suo. Eppure, quel candore che tutto rivestiva parlava di qualcosa di puro, di intatto da macchia. Doveva ascoltare l’anima che attraverso quei colori gli urlava dentro. Doveva assecondare quell’anima che non gli voleva male, che non lo rodeva con la colpa, che per tre anni aveva cercato di fargli capire che soffriva di quella scissione dal corpo inferta così bruscamente e dolorosamente. “GiardinodelleRose” era stato uno strumento di quell’anima. Era forse l’extrema ratio di quell’anima che era rimasta lassù e che da lassù per tre anni invano aveva gridato in lui, nel suo corpo che veniva invece sbranato da avvoltoi famelici, nell’intendimento di combattere una colpa che quel corpo aveva sufficientemente scontato con un dolore che non meritava. C’era anche un bambino, ora di tre anni, sotto a tutto questo, dietro a questo sipario che svolgeva e riavvolgeva solo icone di sofferenza nelle lunghe ore dopo il lavoro, nelle lunghe interminabili giornate di riposo, agognate dai colleghi, sofferte da lui. Di quel bambino nulla aveva più saputo e questo aveva acuito quel sentimento di colpevolezza nell’esilio che si era inflitto.

Quella pausa in auto, durante quella breve interruzione della nevicata, che infatti stava ricominciando con il rabbuiarsi del cielo, lo aveva denudato di fronte a tutte le sue responsabilità, gli aveva chiarito tutto quello che non aveva mai inteso ammettere, gli aveva fatto capire come la causa prima fosse stata una sorta di annebbiamento della vista, che gli aveva impedito di vedere il traguardo, l’obiettivo vero di quella gara che l’arbitro aveva improvvisamente sospeso. Ora non aveva più argomenti da controbattere alle accuse; si sentiva come un gladiatore nudo e inerme di fronte a un gigante armato fino ai denti; ma ora era subentrata la convinzione che la responsabilità di quanto successo non fosse del caso, non fosse di un’aleatoria sorte avversa, ma solo ed esclusivamente di chi aveva perso di vista il senso di un operato costato anni di passione e aveva mandato al macero il risultato di quella passione e di tanti sacrifici. Questi erano stati fatti insieme ad Aurora in nome di quelle attività e di quella passione, che lui, con un voto e un’alzata di mano colpevolmente ritenuta innocua, aveva irresponsabilmente condannato a morte. Non aveva combattuto, non aveva lottato, non aveva insistito; se lo avesse fatto, forse qualcosa si sarebbe salvato, forse a un compromesso si sarebbe potuti arrivare. La politica è l’arte del compromesso, qualcuno gli aveva rinfacciato tante volte. E lui, che al lavoro associava la passione per la letteratura e la narrativa, era lontano anni luce da qualsiasi logica compromissoria; si era affidato ad uno studio commerciale, aveva accettato i risultati, li aveva sottoposti a esame da parte del direttivo della società che presiedeva, aveva ricevuto un mandato, ma non aveva mosso un dito, perché si era fidato; perché non aveva irresponsabilmente capito che si ordiva un agguato alla sua disciplina sportiva e alle sue attrezzature e strutture, in nome del dio denaro, che comandava altrove, dall’altra parte della strada, dove erano gli impianti delle piste di discesa, oppure in paese dove erano lo stadio in cui si giocava l’hockey, i campi da tennis e la piscina. Il suo era lo sport della fatica, la disciplina d’altri tempi; oggi il turista vuole divertirsi senza fare fatica; il giovane vuole vincere diventando famoso in una disciplina che tutti praticano e tutti conoscono grazie alla pubblicità. La sua era considerata poco più di un ramo secco in quei numeri che lui stesso aveva dovuto presentare. Ed ecco, lì, sotto i suoi occhi, il risultato. Con l’auto era entrato nel pianoro: e tutto gli fu chiaro in un attimo. Da una parte ecco la folla di chi si assiepava alla biglietteria per lo skipass, o al centro noleggio per scarponi e sci da discesa, o alla base della cabinovia in due tronconi che portava su all’inizio delle piste; ecco il parcheggio di cui non si vedeva la fine e che nemmeno riusciva a contenere tutte le auto; un ristorante e ben tre bar di cui due nuovi, che non esistevano quando lui se ne era andato. Dall’altra parte della strada quello che era stato il suo mondo, il centro del fondo, la cui insegna sverniciata dava già un significativo buongiorno. Rivide ciò che restava del centro sciolinatura con il laboratorio sci, un tempo ritenuto il fiore all’occhiello di tutta la struttura sportiva: un edificio chiuso, già fatiscente e con tutti i segni dell’abbandono. Lì decise di fermare l’auto. L’inizio delle piste, dove era atteso all’appuntamento, non era visibile da quel punto. Mentre si metteva le scarpe, puliva gli attacchi e dava un po’ di paraffina e di sciolina agli sci, un signore accanto a lui stava facendo la stessa cosa. Decise di attaccare discorso: “Buongiorno. C’è tanta neve fresca e temperatura non molto bassa. Che si fa?”.

“Mah … Buongiorno a te! Io vado su una fluorata rossa. È un prenderci in queste giornate. Dovremmo essere come gli svedesi che decidono solo annusando l’aria, senza guardare termometri dell’aria, termometri della neve e così via.” L’uomo rispondeva senza guardare il suo sconosciuto interlocutore, come si conviene a un esperto, abituato a frequentare quel centro e quegli anelli, su cui lui aveva passato una vita; quell’uomo era tutto preso dal suo lavoro di sciolinatura improvvisata con gli sci stesi per il lungo per terra.

“… e qualità delle gambe,”, non mancò di aggiungere Riccardo, memore di una lunga esperienza.

“Già. Ma quando si poteva sciolinare là dentro era tutta un’altra cosa.”

“Vero. Da quanto tempo è chiuso il laboratorio?”

“Come? Non lo sai? Ti credevo esperto del posto?”

“No. Mi hanno detto che ci sono delle belle piste e ho deciso di provarle oggi. Peccato per questo cambiamento improvviso del meteo.” Gli era costata tantissimo quella menzogna e pronunciò la frase con il cuore che gli sembrava salito fino ai denti.

“È chiuso da quando è cambiata la direzione del centro, tre anni fa. Il direttore, un ex atleta, che aveva lavorato per anni e che sembrava anche stimato, così almeno si dice, all’improvviso si dimise. Nessuno capì esattamente perché. Si parlò di divergenze politiche. Faceva tutto lui con la sua compagna quassù al centro del fondo. Andato via lui, lei, che è sempre qua tutti i giorni, non fu più in grado da sola di svolgere la mole di lavoro che avevano negli anni precedenti diviso in due. Ci provò, ma alla fine decise di lasciare solo le piste, che … beh, quelle sì, si difendono veramente bene. Guarda laggiù!” E indicò in direzione del vecchio bar ristorante annesso al centro del fondo.

“Quello era un bar ristorante pieno di gente in queste giornate. Ora è solo un punto ristoro che fa un caffè schifoso e una cioccolata che sarebbe un’offesa alla cioccolata vera chiamare così. Chiuderà presto. Vanno tutti di là dalla strada, anche i fondisti. Vuoi mettere?” I sensi di colpa naturalmente si moltiplicarono ancora di più nel vedere così malridotto proprio il locale dove lui aveva avuto anche il suo ufficio, sul retro del bar, adiacente alla sala ristorante.

“C’era anche uno spogliatoio con armadietti, bagni e docce, se ricordo bene,” continuò a punzecchiare Riccardo, in cerca di informazioni su quanto successo in quell’arco di tempo. Erano passati tre anni. Non è un periodo certamente lungo. Eppure sembrava che ne fossero passati trenta.

“Sì, esatto. Era dopo il bar. Adesso lo usano per metterci le macchine e attrezzi vari. Credo che i tubi si siano rotti e nessuno abbia più deciso di riparare l’impianto. Politica, amico mio. Brutta e sporca politica. Ma siccome per me è sempre meglio un uovo oggi che una gallina domani, mi accontento delle piste, che sono veramente molto belle. E spero che la politica possa riflettere sullo sfregio allo sport che ha fatto quassù. Se quel direttore di allora se n’è andato così all’improvviso, i casi sono due per me: o era un incapace assoluto, o era un visionario che non accettava delusioni. Mi piace pensare che quella vera sia l’ipotesi B, ma qualcosa purtroppo mi dice, sulla base dell’esperienza, che sia più probabile l’ipotesi A.”

Non era quella certamente la lezione che meritava. Non in quel momento. Riccardo non ribatté nemmeno. Deglutì amaramente. Si trattenne. Prese gli sci. Chiuse la zip della tuta. E s’incamminò verso le piste nel nuovo ruolo di incapace assoluto, che gli era appena stato affibbiato da uno dei tanti utenti di quelle piste; una struttura sportiva, che era stata la sua ragione di vita per tanti anni, sin dall’infanzia, su cui si era allenato da giovane, che lui aveva voluto sviluppare, che lui aveva visto crescere fino a diventare uno dei punti di riferimento più attrezzati e apprezzati a livello nazionale da parte degli appassionati di quelle discipline dello sci di fondo. Un cartello rotto indicava l’inizio della pista dell’Antico Mulino. Lo seguì. Non volle alzare gli occhi. Li tenne a terra, perché così procede il colpevole.

Lei era lì. Aurora lo vide: sorrideva. Rallentò il passo nell’avvicinarsi a lei. Alle sue spalle il Giardino delle Rose era coperto da nubi da cui la neve scendeva ora di nuovo fitta. Aurora, immersa nella neve come lui sempre la sognava, aveva gli sci in mano; li lasciò cadere incurante. Allargò le braccia. Lui si lasciò abbracciare e dovette accettare di sentirsi dire: “È stata tutta colpa mia. Scusami. Ho fatto quello che ho potuto, ma senza di te qui non c’era nulla che avesse proprio un senso. Tutta colpa mia. Ora … vorrei ripartire.”

“Ripartiamo dal Giardino delle Rose?”

“Ripartiamo dal Giardino delle Rose. Torniamo lassù. Prendiamo un caffè lassù. Lo faremo senza una medaglia al collo, ma con qualche anno in più. Gli anni in più ci avranno almeno insegnato che gli errori si pagano.”

“… e anche le colpe si pagano.”

“Forse qualcosa qua al centro si può ancora fare.”

“Sì. Forse sì. Prendi quegli sci, carichiamo tutto in auto e andiamo lassù. Mi sembra giusto.”

“Ci sarebbero ancora salsicce e patate da cucinare nel camino. Le ho prese da mangiare a pranzo. Mi farebbe piacere che ti fermassi da me,” disse sottovoce Aurora. Riccardo naturalmente non aveva dimenticato quel particolare.

La nevicata si era infittita, ma non era certo mai stata la neve a rappresentare un problema per loro due. Andarono all’auto. Accanto a quella di Riccardo, il signore di prima, quello che gli aveva in pratica dato dell’incapace a sua insaputa, era ritornato indietro sconsolato, perché non aveva potuto sciare per la neve troppo alta e fresca. Li vide arrivare abbracciati. Riconobbe Aurora, la nuova direttrice del centro. Li vide baciarsi a lungo prima di risalire in auto, incuranti della neve che si intrufolava ovunque nelle loro tute, tra i capelli, persino sotto gli occhiali. La gente di montagna è franca e non gira attorno ai problemi: l’uomo disse ad alta voce: “Tutti paghiamo prima o poi. Quell’incapace, che, andandosene chissà dove, ha rovinato questo paradiso, un centro organizzato alla perfezione, meritava proprio una lezione come si deve. Brava!”

Fu così che capii che la colpa non solo colpisce sempre, anche a tradimento, ma compresi anche molto bene che riesce a plasmare la vita, imprimendole una direzione assolutamente imprevedibile e indefinibile al suo inizio e che la porta a esplorare regioni e a effettuare esperienze, che altrimenti non avrebbe mai avuto occasione di realizzare. Non solo: non avrebbe mai nemmeno potuto presagire. Chi di noi si è impegnato nel tentativo ha imparato da Aurora e da Riccardo che pianificare quel viaggio è impossibile con le forze di cui disponiamo, perché ci sono altre forze che agiranno sempre secondo canoni e regole, che forse esistono, ma che mi piace definire criptiche e lasciare nel loro nascondiglio; ebbene, queste forze, che istintivamente temiamo, per me e per il mio lavoro hanno di bello proprio il fatto che per noi, che ingenuamente edifichiamo sopra di esse le più fragili ed effimere teorie, celeranno sempre un meraviglioso e intrigante segreto. Il segreto della comunicazione: per gli antichi era la condivisione di un dono; lasciamo che questa comunicazione e questa condivisione ineffabili si lascino ammirare attraverso il dono che si eterna nel tempo e si ripete attraverso le sue immagini e i suoi correlati nel quotidiano; uno di questi correlati – posso dichiararlo con sicurezza – è la neve del “Giardino delle Rose” in quella meravigliosa favola, che per tutti noi in paese ebbe come protagonisti prima Aurora e Riccardo, e ora il piccolo Matteo: il frutto di una colpa, certamente, ma non solo, se riusciamo a spezzare le catene di quelle fragili teorie: a me basta ammirarlo come una vera forza della natura che sta vincendo – non chiedetemi perché e guardatevi da facili risposte – una gara dopo l’altra nello sci di fondo. A me basta questo: accettare ogni tanto l’invito di Riccardo e Aurora al ristorante vicino alla pista dell’Antico Mulino, tornato agli antichi splendori, e ammirare la potenza che sa esprimere nel suo corpo, nel suo passo spinta, nel pattinare con gli sci, nella perfezione e nell’armonia del gesto atletico quel semplice e simpatico ragazzo di un piccolo paese di montagna. Se poi volete avere anche la gratificazione di un sorriso, lasciatevi consigliare un piatto di salsicce e patate cotte alla brace. Apprezzate tutto così com’è. Non cedete a pretese illusorie e poi, quando Matteo si sarà aggiunto a tavola, stremato dall’allenamento, ditegli che il sangue da cui tutto è iniziato è quello buono. Poi, dopo aver pranzato, fate una pista insieme a loro due, in silenzio, godendovi quell’esperienza, lasciandovi invadere da quel paesaggio bianco dominato da una forza che per me è scesa proprio da lassù, da quelle cime del Catinaccio che paiono fragili, ma che evidentemente all’anima di due persone come tante qui in paese hanno saputo, in un modo o nell’altro, urlare stentoree. A me adesso basta questo.

Il volo dell’airone

La strada bianca davanti a lui si perdeva nell’orizzonte delle piatte campagne autunnali. La luce era soffusa. C’era nebbia; era novembre, ma non era abbastanza fitta da impedire di seguire per lungo tratto quella traccia bianca, che squarciava il grigio dominante alla sua destra e alla sua sinistra. Sembrava non finire. Era il suo desiderio forse che non finisse, anche se ben sapeva dove finiva. Dal casco scendevano gocce di umidità accumulatasi nei tanti chilometri già percorsi; anche dal telaio della bici ne scendevano. Quella pausa aveva aumentato la percezione dell’umidità. Arrivò ad un bivio con uno stradello erboso che saliva sull’argine del fiume. Lo prese e arrivò sul silenzioso rivale. Lasciò per terra la bici, sulla rugiada. Si tolse casco e passamontagna. Si girò verso l’alveo pieno d’acqua. La corrente procedeva lenta, aggiungendo acqua grigia al tanto grigio tutt’intorno, che di quell’acqua si alimentava. Si alzava da lì la nebbia, da quel flusso, da quell’acqua, da quella placida corrente che gelosamente conservava in sé risposte a domande antiche. Anche lei si perdeva nell’orizzonte, dall’altra parte. Si girò. Rivide la strada bianca che per lungo tratto aveva percorso e che si perdeva anch’essa nell’orizzonte. Si sedette per terra. Voleva ascoltare un richiamo che veniva da lontano, appena percepibile. Ma rilesse il messaggio, già letto tre volte. La notifica era arrivata poco dopo la partenza, due ore prima. Non lo aveva letto subito. Pur sapendo di chi era, aveva atteso la prima sosta. Sapeva di chi era e sapeva che cosa diceva. Non c’era fretta, perché non c’era attesa. La lettura era stata una conferma di quell’attesa per nulla sospesa nel dubbio. La nebbia aveva bagnato anche lo schermo del cellulare, come volesse piangere per lui: le lacrime, le aveva spese tutte ormai. Arrivato al fiume aveva riletto il messaggio per la seconda volta e aveva anche meditato una risposta; ma si era come persa nella caligine generale. Anche la mente era annebbiata ormai. Non percepiva forza. Non trovava le parole annaspando alla cieca in quella foschia. Eppure essa non infondeva tristezza. Appariva parte di un ordine cosmico, di un inevitabile, necessario, naturale ciclo. Rimise il cellulare nel taschino. Riprese la bici, incerto se proseguire per la strada bianca, o per l’erboso rivale. Era più faticoso, ma scelse il secondo. E procedette, controcorrente, su, avanti, verso quel grigio che, infittendosi laggiù in fondo, nascondeva i primi colli. Laggiù in fondo all’anima non c’era invece più nulla da nascondere. Avanti. Macinare chilometri, sfidare acido lattico e battito cardiaco. Avanti. Macinare linee rette di sentieri erbosi, di rivali amici, che difendono l’anima che scorre in quelle acque dolci e lente. Ed ecco la visione attesa e desiderata; ecco: l’antico incoraggiamento alla sapienza, unico capace di dissipare nebbie, di combattere menzogne, di evitare delusioni e di non cedere a fallaci, illusorie lusinghe: la placida e maestosa eleganza di due aironi, che non si alzarono in volo al suo avvicinarsi, gli fece capire che poteva sentirsi in terra amica. Il loro candore illuminò il paesaggio grigio, giustamente grigio ora. Anche la nebbia aveva trovato il suo giusto posto. Lì tutto rispondeva all’ordine naturale delle cose. E all’ordine naturale delle cose doveva adeguarsi anche la sua anima. Avanti. Macinare chilometri di erba, seguendo una traccia di sentiero sempre più amica. I due aironi si alzarono in volo. Si posarono ai bordi dell’acqua più avanti rispetto a lui, ripiegando due metri di ali. Avanti. Macinare ancora, pedalare e liberare dai residui vincoli quell’anima. Avanti, verso quell’orizzonte, che prima o poi svelerà la sua natura. Il sentiero di rivale arrivò ad un altro bivio. Poteva continuare o scendere sulla sterrata che aveva percorso per tanti chilometri. Restò sul rivale. Avanti. Avanti ancora. Nel taschino, sulla schiena non si sentiva il peso di quella risposta mancata. Non apparteneva più a quel mondo quel messaggio? Le ali dei due aironi nuovamente si distesero sopra di lui, seguendolo come due aquiloni. Un filo lo legava a loro. Si abbandonò a quel filo, si lasciò prendere da quel vincolo di libertà. Avanti. L’anima fluiva sempre placida nella direzione opposta, verso la foce e la sua libertà, immemore di tradimenti, immemore di pericolosi giochi con i sentimenti e le emozioni. Ma lui doveva comprendere quel monito, doveva seguire l’incoraggiamento, doveva ascoltare gli aironi, doveva dare una risposta e per poterla dare non doveva assecondare l’anima, ma la memoria. Doveva andare contro quella corrente. Inevitabilmente. Avanti. Macinare chilometri, chilometri, chilometri. Verso quell’orizzonte celato dalla nebbia, verso l’origine di tutto. Lì era la risposta. Lì sogni ed emozioni, tradimenti e menzogne non avrebbero avuto più segreti. Da lì era giunto quel richiamo. Ne era sicuro. Perché conosceva quel fiume. Perché si fidava di lui. Perché lì tutto era nell’ordine naturale delle cose. Quei romani antichi, quelle genti dell’Italia antica di cui leggeva i testi a scuola con i suoi ragazzi lo chiamavano spesso Pater. Ma si vergognavano di dirlo nei testi, nelle opere letterarie; lo facevano dove credevano di non essere visti da nessuno, vicino ad una sorgente, in un bosco opaco, nel segreto di un paesaggio amico, ascoltando la voce di un vento o interpretando come segno un baleno; là dove sapevano che avrebbero avuto quelle risposte alle grandi domande della vita, che le divinità ufficiali non avrebbero mai dato loro. Pater. Il padre lo chiamava. Devo arrivare là dove tutto ebbe origine. Avanti. Avanti sempre. Ormai non erano più gocce di umidità quelle che bagnavano le lenti. Sentiva l’ansia salire, sentiva sì l’acido lattico accumularsi nelle gambe, ma sentiva il cuore soprattutto che batteva; batteva forte perché sapeva che la strada presa era quella giusta. Avanti. Quella corrente dava forza, perché nasceva là dove tutto sarebbe stato chiaro. Devo arrivare.

Gli aironi si fermarono. Nel piegarsi delle loro anime, ripiegò la memoria in un abisso di dolore. Era inevitabile. Lo sapeva. Anche a quello era preparato. Si fermò. Mise mano con decisione ai freni. I dischi fischiarono. Gli aironi, pur spauriti, drizzarono il capo, ma non volarono via. Qualcosa ora turbava quell’armonia infranta. Qualcosa che veniva da dietro; la risposta mancata. Riprese il cellulare, rimanendo in piedi a cavallo della bici. Compose la risposta a lungo meditata. Un airone, uno solo, si alzò e portò quel messaggio, come sapesse da tempo che avrebbe dovuto compiere quella consegna. La memoria era annegata nel mondo dei tradimenti e delle delusioni, delle menzogne e dei puerili infingimenti in cui l’anima era stata per tanto tempo illusa e alla fine beffardamente derisa. Non meritava tante parole quella risposta, ma un nobile e autorevole messaggero. Lo aveva trovato in un grande, semplice, candido airone che partì fedele, consapevole della gravità del momento e dell’importanza del ruolo. Seguì il richiamo del Pater. Ripartì. Avanti. Spingeva con forza sul faticoso manto erboso, su, verso la risposta vera, quella che contava. Un richiamo dalla nebbia. Il padre aveva risposto. In lui trovò fiducia. La strada finì, il fiume era arrivato alla foce, il suo corso aveva trovato la libertà, lui era arrivato alla sorgente, l’orizzonte aveva squadernato la verità, l’ordine naturale delle cose aveva ridato l’agognata serenità. La strada finì. Il sentiero non seguiva più il rivale. Non c’era più la traccia. L’anima aveva capito. Il Pater aveva risposto. La sua parola veniva da lì, da un tumulo di terra, coperto di fiori e da un’antica iscrizione. Il figlio s’inginocchiò e ascoltò. Gli aironi si riunirono lì con lui, sul tumulo di pace. Gli aironi della saggezza. Gli aironi del silenzio. Gli aironi del timore, del rispetto. Le due anime si riunirono. Altrove erano le menzogne, altrove le frustrazioni e le delusioni, lì non si giocava pericolosamente con i sentimenti altrui; lì si dialogava con l’antica verità, con il timore di ciò che è giusto temere. Dissipatasi la nebbia, il dialogo era ora assai più dolce di quanto si aspettasse. Come i due aironi, che finalmente avevano dispiegato maestosi le ali nella libertà dell’azzurro, sui colli liberi da nebbia, dove illusioni e finzioni non avevano spazio, Il padre e il figlio dialogano; e la concordia è figlia dell’armonia ritrovata nell’ordine naturale delle cose, dove il timore non è mai paura, ma rispetto, non gioca con i sentimenti degli altri, non li lusinga blandamente, ma li ascolta con devozione, li accompagna silenzioso, li asseconda, li guida con la sua placida e fiduciosa corrente, che scende e si affida a quelle leggi in cui l’uomo riconobbe le sue prime divinità. Il padre e il figlio volarono. Delle incerte tracce di sentiero non c’è più alcun bisogno per cercare la risposta che conta; ci sono le ali immense di due candidi aironi.

Scherzi

Ho avuto un’idea. Sempre la notte ispira le migliori. Ho buttato giù la scaletta. Ora quella fabula dovrà intrecciarsi attraverso i tanti scherzi e le inevitabili intermittenze del tempo, che ti porteranno una alla volta le parole giuste, te le cambieranno, le faranno litigare tra di loro, te le limeranno. Poi si riuniranmo e daranno loro il Via si stampi! E voi le leggerete come fossero mie, attribuendole a me. Ma da tempo mi chiedo se per davvero sono mie. Sono scherzi della Notte. Ecco cosa sono. Né più né meno.

Il Canto di Borea

Il mare è in burrasca. È annunciata neve. I contadini hanno annusato l’aria, come d’antica usanza, è dicono che si è aperta la porta della burjana. Nell’aria prima immobile la bora scura rinforza. Borea è stato declinato in tanti modi. Passa il tempo e invade lo spazio; lo spirito lo ascolta sulla nera battigia. Egli guarda a nordest. Si dispone ad accogliere quel vento con la barba, con corpo di serpente e grandi ali d’aquila, Aquilone per altri. Da anni non va in spiaggia al buio di sera. Chi ama la solitudine non può non farlo in una gelida sera d’inverno, alla ricerca di quella verità che luminarie e regali, ore in fila nei parcheggi e centri commerciali intasati impedivano di cogliere. Si diresse a nord. Il gelo di Borea accarezza ora non più la fronte, ma le guance, soprattutto la destra. Il fragore delle onde è assordante. Solo Borea agita così l’Adriatico; nemmeno Austro arriva a tanto. Le sciabolate di Borea portano in alto acqua e sabbia, come le navi di Serse. Così avrà rapito Orizia, pensò. Se rapisse anche me! Avverte distinto il richiamo delle cavalle di Dàrdano. S’incammina verso nord, lentamente. Le onde rotolano una sull’altra, una contro l’altra; gli spiriti nell’anima avvolgono e riavvolgono memorie, una sull’altra, una contro l’altra. Acqua, gocce d’acqua gelata si stampano su quella scena di un palco senza spettatori, in un paesaggio senza spazio e senza tempo, che ora luccica di un licore amaro, ora si rabbuia in una tenebra pacifica. Si fermò e chiuse gli occhi. Borea entrò. Prese la forma di un brivido, che gelando brucia. Un sussulto d’orgoglio gli consentì di riannodare fili di matasse perdute. Solo quel paesaggio consentiva di riprendere controllo del tempo. Il brivido è frenesia ora: tiene il capo di una di quelle matasse. Apre gli occhi. Un fiocco di neve, il primo, bagna il guanto destro. Passa attraverso la lana, entra in lui; altri lo seguono; entrano in lui, tutti quanti, con la forma di un sapere antico, che soffice e silenzioso prende dolcemente possesso di un mondo puro, squarciando veli resistenti a tutto, tranne che alla conoscenza. Un sapere antico prevalse. Un sapere antico illuminò di nuova forza lo spirito che lo cercava. Borea urla, sprona, incita. Borea canta epinici di gloria. Borea non ha rivali e la neve lo porta qua e là, su e giù, dentro, sempre più dentro, dentro lo spirito che era lì per lui. Riprese a muoversi. Camminare verso nord diventava arduo cimento: Borea urla e sferza le guance, colpisce le tempie, bagna la fronte, ma non ottunde l’anima. L’immagine prende forma. Finalmente chiara. La saggezza dei fiocchi di neve ricomponeva lacerti di tempo, rialzava rovine distrutte. Il passo era sicuro, deciso, diretto a nord, pronto ad elevarsi tra i fiocchi di neve, tra le braccia di Aquilone, dalla sabbia malferma, melmosa e fallace. L’immagine era chiara. Borea non mente. Avanti, sempre avanti, nel buio, nella neve sempre più convincente, nella neve che lo accarezza amica, sul discrimine dolente tra terra e mare. La battigia s’imbianca, si purifica di mesi di dolore; l’anima si vivifica di sapienza nuova. Avanti, avanti con la forza di uno spirito che ha trovato la chiave di lettura di un mondo antico, sommerso, dimenticato. E le sue rappresentazioni sono atti di forza che danno coraggio nel gelo gioioso, nella burrasca, nella burjana, tra le ali di Borea. I fiocchi di neve parlano allo spirito, evocano aquiloni e rose che nella rugiada sbocciano sfidando il tempo; e la loro sapienza disegna nitide forme nello specchio dell’anima. Tra le braccia di Borea si sentiva in pace. Avanti, diretto a nord. Tra le ali di Borea si sentiva in volo. L’immagine è lì. L’immagine è sua. I fiocchi di neve l’hanno disegnata. Il suo candore, la sua bianca purezza sono la forza della sua sicurezza. Si ferma per assaporarla. Tra i fiocchi si apre uno squarcio di luce, di pace. L’aquila vola nell’immensità del tempo, tra spazi senza un prima, senza un dopo; si libra là dove urla Borea, tra fiocchi di gioia, di candida, gelida, incontaminata purezza.

La bambina ora dorme, tra i fiocchi fitti. Icona di un mito di purezza, in un mondo di favola. Dormi, mio dolce fiocco di neve. Dormi e assapora la sicura sagacia del vento dell’est. Dormi.

Il silenzio della foglia che cade

Aveva parlato lei per tutto il tempo, da quando erano risaliti in auto, per tornare a casa dalla cena. Luca non era stato capace di ascoltarla. Era stato preso da altro. Era rimasto come impietrito da uno sguardo di Piergiorgio. Uno sguardo particolarmente intenso. Aveva letto nel momento del saluto, nel parcheggio dell’agriturismo dove avevano appena cenato, uno sguardo che celava qualcosa che Luca ormai da anni avrebbe dovuto interpretare molto bene. Luca si era reso conto di come una persona riesce a imprimere nell’anima il suo suggello con un solo sguardo, anche senza una parola. Piergiorgio lo aveva appena fatto. È qualcosa che riesce a condizionare il pensiero, a togliere il sonno, a incatenare i muscoli, paralizzare la lingua, renderti un estraneo anche a te stesso. Era preso anche da altro Luca in quel momento: una grande foglia d’acero si era posata sull’auto, mentre Luca e Barbara ripartivano, con gli occhi di lui fulminati da quello sguardo dell’amico. Su una foglia d’acero Piergiorgio un giorno gli aveva raccontato una storia. Luca mise in moto. Lo sguardo dell’amico per un attimo si spense, ma solo apparentemente, nel buio della notte. Si riaccese altrove, in un abisso sconvolto da eventi passati, alla ricerca della chiave per interpretare l’espressione dell’amico (lo guardava? sbriciava in lui? cercava di leggere qualcosa? o forse chiedeva qualcosa?) e di quella per dare significato a una foglia che cade. La foglia volò via. Si sollevò in alto alla partenza dell’auto. E fu richiamata indietro dal movimento dell’auto stessa, agitata. Dentro l’anima si agitò un pensiero e sulla foglia si impresse un’immagine. Barbara parlava. Senza sosta. Ma la foglia caduta e volata via parlava ancora più forte. Lo sguardo dell’amico ora gridava nell’abisso oscuro da dove all’anima risalgono soltanto allegorie di dolore. “C’è una leggenda giapponese, Luca. È molto bella, sai. Secondo questo antichissimo racconto i samurai del Giappone aspettavano insieme con ansia la foglia rossa d’autunno. Decisero allora di ritrovarsi tutti insieme sotto gli aceri e nell’attesa della foglia rossa iniziarono a suonare, a cantare e a recitare a turno brevi poesie d’amore. Ma non riuscivano a comporre testi bello. Iniziarono ad annoiarsi. L’ispirazione mancava. Quando però le foglie degli aceri diventarono rosse, arrivarono anche bellissime ragazze che si sedettero ciascuna accanto a un samurai. E allora le poesie arrivarono come l’acqua di un fiume in piena. E con le poesie l’amore. E da allora quelle coppie nel loro letto posero sempre una foglia d’acero.” Erano a casa di Piergiorgio, quando Luca sentì dalle sue labbra la leggenda della foglia rossa d’acero. Lui e Barbara si erano appena messi insieme.

Luca e Barbara, rincasando, furono d’accordo nel concludere che avevano trascorso, in quell’agriturismo di cui avevano sentito parlare bene e che da tempo cercavano l’occasione per sperimentare, una piacevole serata in compagnia dei loro due amici: Grace, amica e collega di lavoro di Barbara, entrambe infermiere in ospedale, e Piergiorgio, amico di Luca, prima ex compagno di scuola e poi di studi universitari. “Curioso destino il nostro,” aveva commentato Luca un giorno a proposito del lavoro suo e di Piergiorgio. “Siamo stati prima compagni di scuola e in quella scuola ora insegno io; poi compagni di università e di quell’università ora sei docente tu.” Era una delle tante confidenze che, alla partenza o al rientro dalle loro uscite in bici da corsa, reciprocamente si scambiavano, davanti a una fetta di strudel, dal sapore settentrionale, come quello del sangue che scorreva nelle vene di Luca, figlio di emigrati veneti, e un caffè forte, dall’anima un po’ più meridionale come quella delle radici, ormai lontane, di Piergiorgio, figlio di emigrati pugliesi. Tutto questo sui tavoli del loro bar prediletto: un anonimo locale di periferia frequentato soprattutto da lavoratori del porto, con tavoli e sedie in alluminio o in plastica e rivestimenti in formica alle pareti. Il bar più improbabile per quegli scavi faticosi e dolorosi nell’anima, qualcuno potrebbe pensare; ma forse proprio per questo, come pensavano invece Piergiorgio e Luca, più gradito e sempre più apprezzato in tanti anni di uscite in bici. In quel bar, in quel quartiere portuale dove tutto si mescolava, il transito del tempo attraverso le vite delle persone assumeva forme speciali, come scandite dai ritmi di quei turni, che, diversamente dalle persone, espressione di una varietà di dialetti e storie, erano identici, immobili, fissi da decenni. Del resto, Piergiorgio e Luca stavano perfettamente al gioco: da anni la stessa fetta di strudel era immancabilmente accompagnata dal medesimo caffè ristretto e il barista o la sua commessa, che ben li conoscevano, da anni non avevano bisogno di ordini. Era “il solito”, e basta. Il tempo esigeva quei riti e compierli – lo sapevano tanto bene da non doverselo mai ricordare – era per entrambi un modo per lasciare che il tempo stesso s’insinuasse in maniera indolore in un’amicizia che di dolore ne aveva vissuto fin troppo. “In amicizia è bello anche fare cose brutte; senza amicizia è brutto anche fare cose belle. L’amicizia trasfigura il paesaggio, anche quello più apparentemente anonimo. Nel momento in cui il paesaggio diventa quinta dell’anima, ecco, è proprio allora che le categorie aduse non funzionano più per interpretare i messaggi, come quelli che può trasmettere anche un luogo che l’immaginario comune definirebbe squallido, come questo locale”, gli disse su uno di quei tavoli un giorno l’amico, con il suo lessico sempre professionale, corretto, inappuntabile, ricercato ma mai affettato, proprio mentre Luca stava invece, assai più semplicemente, dicendo che la fetta di torta quel giorno era particolarmente buona. Il rito, l’amicizia, il tempo: temi così forti e importanti da affrontare, che facevano paura, richiedevano rispetto, imponevano puntualmente, su quei tavoli di latta con la pubblicità della birra, lunghe pause di silenzio imbarazzato, prima che uno dei due osasse, timidamente, aprire bocca, per fare domande. Erano per Luca, queste domande appunto, la parte malinconica, ma proprio per questo attraente, di quei colloqui che gli facevano venire i brividi, perché in quei colloqui tutto era sempre vero, niente paradossale, niente fittizio. Le domande andavano dolorosamente a scavare nel magma di quel cratere infuocato che era per loro il tempo: ma se lo facevano, non era per certo per sterile masochismo, bensì per dare un significato più profondo a quel rito quotidiano dello strudel e del caffè e una forza maggiore a quell’amicizia così forte (“spirituale”, ebbe l’audacia di definirla Piergiorgio un giorno), che nessuno di loro due osava nemmeno pensare che potesse un giorno finire. “La volta della vita è retta da due pilastri. Tutti e due sanno che devono essere perfetti e uguali nell’esprimere la propria energia per sorreggerla. Uno si chiama amore. L’altro si chiama dolore”: era una frase che Luca aveva letto nell’unico romanzo che Piergiorgio aveva pubblicato e le cui bozze Luca aveva visionato e corretto. E quella frase per Luca aveva negli anni assunto la stessa forza dirompente dell’acqua di un torrente in piena, penetrava dappertutto, sfondava ogni resistenza, s’insinuava in ogni pertugio; e chi avrebbe mai potuto negare che quella corrente disponeva di un’energia che mai nessuno avrebbe potuto arginare? I due pilastri, appunto. L’ossessione di Luca. Lo sfogo di Piergiorgio.

Era stato uno dei più bravi a scuola. Piergiorgio meritava quella carriera universitaria, quantunque, come spesso capita, fosse riuscito a entrare tardi e avesse avuto necessità di svolgere lavori saltuari, per potersi mantenere gli studi e le ricerche: era, infatti, rimasto orfano di entrambi i genitori e, quindi, senza una famiglia alle spalle che lo avesse potuto sostenere, per lui tutto fu più difficile. Ma alla fine ce l’aveva fatta, perché la caparbietà era tra le sue migliori virtù. E Luca gli era sempre stato vicino. “Sei il mio sensale preferito,” gli disse un giorno Piergiorgio su uno dei tavoli del loro solito bar del porto, quando Luca gli trovò un libro di notevoli dimensioni da tradurre, una delle tante attività con cui Piergiorgio integrava i miseri proventi della sua collaborazione con l’università, prima di vincere il concorso ed essere assunto come ricercatore di ruolo. I libri da tradurre, Luca avrebbe voluto sceglierli per la loro qualità, se avesse potuto seguire interessi e inclinazioni, ma Piergiorgio aveva bisogno di sostegno economico e a lui servivano opere di tante pagine, non di belle pagine. Anche un manuale tecnico andava bene. Persino con il foglietto illustrativo di una scatola di preservativi trovò il modo di farlo lavorare e sorridere all’idea che qualcuno avesse bisogno di tali istruzioni. Quanto risero quel giorno, quando Luca gli disse che aveva trovato una cosa da tradurre un po’ diversa dalle solite più o meno sdolcinate raccolte di poesie e racconti di anime solitarie o pagine web di uffici turistici, che le associazioni chiedevano più spesso! Erano entrambi laureati in Lettere moderne, ma Piergiorgio aveva sempre coltivato la passione delle lingue straniere, acquisendo negli anni una riconosciuta abilità come traduttore dal tedesco e riuscendo a ottenere quelle borse di studio, che gli consentivano di fare ricerca: ottenne così prima il dottorato in linguistica, poi altri incarichi, fino a quando non vinse finalmente il concorso e poté entrare come ricercatore di ruolo, finalmente dalla porta principale, dopo essere stato costretto per anni a farsi aprire solo postierle e pertugi. Anni belli, ma anche anni di sofferenza furono quelli per la loro forte e robusta amicizia, sempre tesa come la corda di un imbrago che regge una vita e che non potrà mai permettersi di essere lasca. E Luca voleva un bene dell’anima a quel suo amico che conosceva dai banchi di scuola e per questo soffriva quando lo sapeva in crisi. Sapeva tutto di lui? Forse era meglio dire che era convinto che pochi sapessero più di quanto sapeva lui. Il che è un po’ diverso dal pretendere di saper tutto. E solo con lui Piergiorgio si era confidato nei momenti difficili, nei tanti istanti segnati da amarezza, fasi di una vita che era doloroso ricordare, ma che costituivano – glielo ricordava sempre – i bastioni di quell’amicizia. Ma da anni, da quel giorno in cui tutto cambiò, la caparbietà non era più la sua miglior virtù. Che quello non fosse un periodo bello per lui, del resto lo aveva capito anche Barbara in quei giorni. Lo aveva capito da quel picchiettare nervoso di Luca sulla tastiera del telefonino, dal fatto che da un po’ di tempo la ascoltava distrattamente; Barbara aveva compreso perfettamente che Luca era preso da giorni da qualcosa che aveva a che fare con Piergiorgio, ma che lei non aveva il coraggio, forse neanche la reale intenzione, di indagare. Benché Barbara avesse condiviso i momenti peggiori insieme a lui, Luca del suo amico non diceva quasi nulla, neanche a lei. Era esplicita volontà di Piergiorgio: “L’amico che sa ascoltare, cerca anche di rispettare”, gli disse un giorno, come se, anziché di Luca, avesse voluto parlare di se stesso.

Barbara aveva organizzato tutto: aveva detto a Grace che avrebbe conosciuto una persona interessante, rimanendo misteriosa su chi fosse tale persona, e a Piergiorgio aveva detto che avrebbe avuto una sorpresa, senza dire altro, senza scendere in ulteriori dettagli. Luca l’aveva lasciata fare, rassegnato ormai al fatto che in quei suoi giochi di prestigio, o presunti tali, Barbara fosse sicuramente imbattibile, sia come organizzatrice nella fase preliminare, sia nel momento della messa in scena; ma era altrettanto convinto che non sarebbe assolutamente successo niente tra l’amico di lui e l’amica di lei, almeno per quanto lui sapeva del suo amico. E sapeva tanto. Sapeva talmente tanto che spesso riteneva lecito chiedersi se meritasse davvero di essere il fiduciario che era stato messo a parte di un mondo di dolore e di sofferenza così impegnativo e difficile da trattare. Barbara, come sempre, era stata l’entusiasta protagonista della serata. Era un vulcano sempre in eruzione, soprattutto quando le circostanze avevano la caratteristica della novità intrigante. Aveva, come suo solito, recitato la parte della prima donna per quasi tutta la durata della cena; aveva portato la discussione su tutti i temi che a lei piaceva di più affrontare, ammiccando talvolta maliziosamente a Luca quando non resisteva alla tentazione di addentarsi in regioni pericolose e intime. Lui scuoteva la testa e, tutt’al più, usava il colpo di gomito o il piedino sotto il tavolo per mandarle messaggi, quasi sempre inascoltati. Era un rito da sempre. Luca sapeva che li mandava soltanto per mettersi in pace con la sua anima, come spesso accade nei riti. Barbara quella sera però aveva esagerato, forse per un bicchierino di troppo; aveva decisamente passato il segno quando con Grace era entrata sul tema dei vestiti usati per sedurre nelle uscite a cena e aveva detto: “Grace, hai un vestito strepitosamente sexy, direi fatto apposta per sedurre e colpire al centro il bersaglio”. Luca non aveva avuto il coraggio, dopo l’audace provocazione di Barbara, raccolta da un sorriso di Grace, ma disapprovata da lui, di guardare l’amico in quel momento. Aveva ripetutamente scosso la testa. Non immaginava che Barbara sarebbe andata così avanti. L’unica cosa che fece fu toglierle il bicchiere. Non erano argomenti da gettare in faccia a Piergiorgio in modo così brutale; era come dare uno schiaffo per un gesto di rabbia inconsulta a una persona innocente. Piergiorgio, che di Barbara accettava tutto, era comunque abituato ad affrontare queste situazioni. La presenza di altre persone era l’unica variabile che poteva determinare imbarazzo. E c’era Grace. Proprio per quello Luca aveva temuto.

Tornati a casa, Barbara si spogliò, appena chiusa la porta di casa, e, completamente nuda, afferrò lui per la cravatta e se lo portò in camera da letto, dicendo: “Ora facciamo quello che sono convinta stiano facendo anche Piero e Grace”. Luca invece aveva buone ragioni per non nutrire la medesima convinzione. La passione cui alludeva Barbara era forse lì in casa sua. Eccome, se c’era. Ma altrove no. In tutte le cose che la vedevano, non necessariamente protagonista, ma anche solo presente, Barbara era la personificazione della passione. Sì, proprio in tutte le cose. Una passione forse un po’ infantile, ma tale che trascinava in un modo che Luca non aveva timore di definire affascinante e irresistibile; anche quella sera, senza se e senza ma, Luca si lasciò trascinare da quel fascino, da quegli aromi di passione che solo Barbara sapeva diffondere intorno a lui, aromi a cui la passione non può opporre alcuna resistenza. Del resto non era forse quello il modo migliore per dare ragione alla teoria dell’amico dei due pilastri della vita?

E proprio nel momento in cui sarebbe stato meglio che non arrivasse giunse sul cellulare di Luca un messaggio, che subito lo inquietò. Appena gli fu possibile, si svincolò lentamente dai tentacoli del corpo di Barbara, ancora tenacemente avvinto al suo con gambe e braccia. Dopo aver avuto ragione della non cedevole resistenza di lei, sollevò il lenzuolo, si mise a sedere sul letto e accese il telefonino. Vide la notifica, aprì la chat e lesse subito il nome “Pierre”: non poteva che essere di Piergiorgio un messaggio alle due di notte. E non erano mai belli i messaggi che dall’amico arrivavano in piena notte. E l’ansia iniziò a risalire. La foglia d’acero, lo sguardo di lui … Il destino riprese il suo corso abituale, che non era quasi mai quello di un agevole tragitto in discesa. La memoria dell’anima lo riportò a momenti assai meno piacevoli di quelli appena vissuti con Barbara. Luca si alzò e andò a sedersi su una delle due poltrone ai piedi del letto. Barbara bevve un sorso d’acqua dal bicchiere che aveva sul comodino e si girò dall’altra parte con un lungo sospiro, soddisfatta del fatto che almeno il messaggio fosse stato letto da lui a cose compiute, dopo che Luca aveva fatto quello che, alla resa dei conti, per lei era il suo dovere.

Mi sento in debito con te, Luca. Prima lei mi ha invitato in casa sua, facendomi salire su. Avevo mezz’ora da aspettare. Ho passato mezz’ora a dissimulare in modo goffo dei sentimenti che non riuscivo nemmeno a interpretare, rendendomi conto del fatto che lei è troppo diversa da me. Poi mi sono alzato e sono andato a prendere mia figlia Michela, che era alla festa del liceo e che si è divertita ballando e bevendo la sua prima vodka con una sua amica, una brava ragazza che conosce da anni e con cui sta vivendo una bella amicizia. Insomma ho trovato Michela che faceva quello che alla sua età non ho mai potuto fare; e anche se avessi potuto, forse non avrei mai voluto fare. Ho pensato a Michela tutta la notte. A lei devo pensare. Michela sta realizzando tutto quello che non ho mai realizzato, in gran parte per non aver potuto, ben inteso; ma poi, quando non ho avuto più alibi e avrei potuto, anche per non aver voluto, per una base di carattere che era inchiavardata troppo bene per poter spiccare il volo. Sono vissuto per anni come un lupo chiuso in un addiaccio, circondato da prede facili a sua disposizione, ma terrorizzato da loro. Sic et simpliciter. E ora vorrei iniziare, seguendo un tuo consiglio che non ho dimenticato, la lettura di un libro da sempre in attesa nella libreria. Non potendo fare altro, come tu sicuramente stai facendo.”

Luca lesse quelle parole sempre così perfette e cristalline, lesse anche tutto quello che dietro quella patina di precisione lui solo riusciva a leggere. Poi, avvertendo la tensione che saliva e sentendo la necessità di trovare una posizione più rilassante, si stese e allungò le gambe dalla poltrona lungo il tappeto, mentre Barbara, la cui attenzione era stata attirata dal lungo tempo occorso a Luca per leggere il messaggio, gli chiedeva: “Era Piero?” Lei lo chiamava Piero, lui lo chiamava Pierre. Era proprio difficile rispettare la sua volontà e chiamarlo come i suoi genitori lo avevano chiamato! A Piergiorgio non piaceva essere abbreviato. “Sì, era lui. Dice solo che ha accompagnato Grace a casa, che lei lo ha invitato su e poi è andato a prendere la figlia a una festa. Dice anche che non ha sonno e che leggerà un libro.” Sintesi tanto perfetta quanto bugiarda. Barbara si alzò, andò a sedersi per un attimo sulle sue ginocchia, gli diede un bacio, gli mise una mano sul petto e iniziò ad accarezzarlo. Lui le prese la mano e le disse: “Forse dovrei rispondergli.” Barbara gli disse: “Lo ha fatto salire. Tutto a posto, direi! O no?” Quanto lo faceva innervosire quel suo modo di fare! Sbrigativo, un atteggiamento talvolta irritante e insopportabile per Luca. Lo stesso atteggiamento sbrigativo con il quale era nata in Barbara l’idea di quella cenetta a quattro in un agriturismo di campagna. Andava fiera di questa sua dote e Luca ormai se n’era fatto una ragione. La assecondava in quei suoi piani, anche quando erano palesemente sfrontati e audaci, come era stato quello appena portato a termine. “Ho sonno, notte!” disse Barbara, tornando a letto, girandosi di schiena rispetto a lui e facendo sua tre quarti della coperta. Luca si rimise a sedere in posizione più naturale e pensò invece al messaggio appena arrivato dall’amico, che sapeva che non stava leggendo il libro. Barbara aveva organizzato quella cena, prima invitando la sua amica e collega Grace, cui aveva detto che avrebbe conosciuto una “persona molto interessante”, poi costringendolo ad andare a casa di Piergiorgio, fuori città, in campagna, per invitare anche l’amico, a cui parlarono solo di “una sorpresa”. La chat era sempre aperta. Il messaggio non parlava di Grace. Piergiorgio gli scriveva telegraficamente che l’aveva accompagnata a casa, che lei lo aveva fatto salire e che lui poi era andato a prendere la figlia Michela a una festa. Poi parlava della figlia e di come si era divertita, sottolineando la sua gioia per averla riportata a casa felice e ricordando che lui a quell’età non aveva avuto opportunità per godere di una tale felicità. E alla fine la similitudine del lupo in mezzo alle pecore: le può avere facilmente tutte, ma ha paura di loro. La paura lo immobilizza e, mentre gli altri possono godere dell’amore, come lui aveva appena fatto con Barbara, lui invece può solo decidere di combattere l’insonnia e la malinconia, mettendosi a leggere un libro. Un libro che non stava leggendo, sapeva bene Luca: era insegnante di lettere, amava molto leggere, nutriva una vera passione per la buona narrativa ed era stato lui ad avergli consigliato quel libro da lui letto poco tempo prima. Anche i libri erano, infatti, un ingrediente non secondario di quell’amicizia. E delle loro letture parlavano spesso, anche durante le uscite in bici. Ma quella volta parlare di un libro non avrebbe avuto la funzione consueta, perché il libro, Luca lo sapeva, non esisteva. Doveva rispondere: conosceva fin troppo bene l’amico e aveva subito percepito che c’era qualcosa che non andava in quel messaggio. Non solo: arrivò alla conclusione che quelle parole sembravano quasi una richiesta implicita di aiuto. Lo sguardo di lui nel parcheggio e la foglia d’acero attendevano sempre la giusta chiave di lettura. E scrisse. “Cerca di dormire, Pierre! Buona notte!” Il brivido gelido fu immediato e divenne ansia con l’arrivo della doppia spunta blu. Il messaggio era stato mandato, era arrivato ed era già stato letto. Come si pentì di aver dato quella risposta così stupida! “Che idiota che sono stato! io! proprio io! io che mi ritengo da sempre l’unico suo vero amico.” In momenti come quelli, in cui si sa di aver commesso un errore irrimediabile, la colpa fa male. Aveva avuto dei sospetti sull’amico. Anzi, di più: aveva quasi la certezza che fosse in crisi e non era riuscito a trovare altre parole che “cerca di dormire!” Maledisse, stramaledisse quella sua fretta di dare una risposta purchessia. Piergiorgio non era uno con cui le parole andavano bene tutte; e lui lo doveva sapere. Piergiorgio vivisezionava le parole, quando le usava lui e quando le ascoltava o le leggeva da altri. Luca si alzò. Andò in bagno. Si mise il pigiama e tornò a letto. Dormire non era possibile. Il tempo passava e l’amico era sempre presente con la sua vita segnata da un destino che era stato avaro di gioie e puntellato di vari momenti difficili, che erano stati superati insieme soltanto grazie alla forza di quell’amicizia. Piergiorgio, Michela, Grace, Barbara, gli amici del gruppo di cicloamatori, immagini belle e meno belle si arruffavano tra di loro, pensieri si ammonticchiavano su altri pensieri in tumuli caotici che non riuscivano a prendere la forma organica di una riflessione, di un’idea, di una forma logicamente strutturata. Il tempo passava. L’amico aveva bisogno. Lo sentiva. Quel messaggio era l’inizio di una serie. Ne sarebbero arrivati altri. Lo sapeva. Quelle parole erano un segnale da interpretare. Lo sapeva da anni. Il tempo passava. E il cuore batteva forte e l’ansia cresceva. Luca guardò l’ora proiettata sul soffitto dalla sveglia. Erano già le tre di notte. Erano le undici e tre quarti, quando sull’uscita dell’agriturismo Barbara lo aveva strattonato, dicendo che aveva freddo e che voleva andare a casa, lasciando volutamente soli Piergiorgio e Grace. Luca, divelto da Barbara, non ebbe nemmeno tempo di salutarli. Lo sguardo di lui … La foglia che cade … Lì stava la soluzione, lì era la chiave di lettura del senso di colpa che lo stava torturando da quel momento. Il suo sguardo si era incontrato per un attimo con quello dell’amico, che aveva una mano nella tasca della giacca e con l’altra lo aveva salutato, ma come se non stesse guardando lui: era un’occhiata spenta la sua verso Luca; come del resto decisamente poco passionale era il suo atteggiamento verso la bella e bionda Grace. Per l’occasione lei aveva indossato un vestitino corto e scollato con il manifesto intendimento di non passare inosservata e con l’altrettanto manifesta ammissione di aver assecondato un piano architettato in tutti i dettagli da Barbara. Lo sguardo di lui lo aveva colpito in modo diretto. Negli occhi di Piergiorgio c’era qualcosa di strano, qualcosa di nuovo, qualcosa che richiedeva ascolto; per tutto il tragitto in auto Luca non aveva ascoltato una parola di quello che diceva Barbara al suo fianco; per tutto il tempo aveva pensato a quello sguardo che sembrava una beffarda saetta contro di lui; per tutto il tempo non si era dato pace del fatto di averlo lasciato lì da solo. Sì, da solo, perché quella di Grace non era per Luca una compagnia: Grace, reclutata da Barbara per risolvere un problema, era paradossalmente lei un problema nuovo in quel momento. Era come se l’amico gli avesse voluto dire: “E adesso che ci faccio con questa? Mi avete messo in un bel pasticcio voi due.” No, non io, gli avrebbe voluto dire: l’idea è stata tutta di Barbara. Non prendertela con me. Prima o poi ti spiegherò. Ma quelli erano i momenti della vita in cui Luca aveva deciso di non rubare la scena a Barbara, costasse quel che doveva costare. E due! Eccolo! Ore 3,02. E pensare che al suo attivo per il momento restava solo quello stupido “Cerca di dormire!” La colpa era da anni il distintivo di quelle notti in chat. Ora la colpa era quella di non aver saputo rispondere se non da perfetto idiota. Di colpa viveva da anni Luca nel suo avvolgente rapporto di amicizia con Piergiorgio. La teoria dei due pilastri non falliva mai.

Non ne posso più, Luca! È già la seconda crisi d’ansia da quanto sono rientrato a casa, dopo aver ripreso Michela. Ho provato a uscire in auto, ma non riesco a camminare, ho male e non so dove andare. Sedersi da solo in un bar intristisce ancora di più e non sopporto più la gente che mi guarda. Ho letto tanto tra ieri e oggi, ma non posso vivere solo con libri in mano. Sento vicina la terza crisi e ricorrerò al sedativo. Ormai è così: appena Michela se ne va, si fa il vuoto. È stato bello prima a cena. Non stavo così bene a cena da anni. Grazie per l’idea che avete avuto tu e Barbara. Grace è sicuramente una donna molto attraente e anche simpatica. Ma poi tutto l’incanto si è ridotto alla realtà, appena Michela è uscita dall’auto ed è andata via, ritornando nella casa di sua mamma. Tutto si è spento, non appena sono tornato padrone di questa casa, che ormai è una tortura (ma tutte lo diventerebbero …). Penso a prima, sia alla bella cena, sia alla felicità di Michela dopo la festa. E penso a tutto ciò che il destino mi ha impedito di avere e di cui non potrò mai più godere, al dolore cui mi ha condannato dopo avermi illuso per tanti anni, alla vergogna con cui devo convivere e ai desolanti scenari di solitudine e miseria, di dolore e ansia, che mi si aprono sul futuro. Non ho via di scampo.” Un secondo messaggio seguì immediatamente: “Con il calmante forse riuscirò a dormire un po’. Non va bene così. Me ne rendo conto. So già quello che stai scrivendo per rispondermi. Risparmiati di dire quello che mi hai già detto tante volte. Non serve, perché tutto parte dal corpo, dal dolore, dalle tante, troppe anomalie di una vita che non trova più una motivazione, una ragione per essere goduta, uno stimolo per vedere luce dove invece vedo solo buio. Si trascinano le ore, con lo sguardo fisso al futuro, uno sguardo gravido di ansia. Un futuro che fa paura e moltiplica quest’ansia, perché non vedo luce.”

Barbara si era svegliata alla notifica di quel messaggio e Luca silenziò la suoneria della chat. Non una parola su Grace. Ormai la mente di Piergiorgio era lontana da quel corpo di donna attraente, forse irresistibile per i più, ma sostanzialmente insignificante per lui in quel momento così particolare e delicato. Barbara era sicuramente convinta che i due avessero consumato una notte di piacere, allietata da quel sesso che aveva appena soddisfatto lei. Luca era convinto dell’esatto contrario: Piergiorgio avrà accompagnato Grace a casa sua, dove lei, un po’ giocherellona e civettuola, lo avrà anche invitato a salire. Lui sarà stato lì per passare il tempo in attesa dell’ora in cui sarebbe dovuto andare a prendere la figlia. E poi avrà tolto il disturbo con quel suo fare a metà strada tra lo scostante e il doverosamente cortese, che pochi come Luca negli anni avevano, invece, saputo opportunamente interpretare. Luca non conosceva Grace, se non per sentito dire: da Barbara sapeva che lei e Grace erano colleghe come infermiere in ospedale e che uscivano spesso insieme per la pausa pranzo. Aveva sentito dire che era da tanti anni in Italia e che era figlia di mamma scozzese e babbo norvegese, entrambi dipendenti di una società petrolifera del porto. Altro non sapeva, se non che era molto bella. E aveva appena avuto occasione di constatare che lo era effettivamente. Ma aveva anche potuto constatare, appena la donna ebbe aperto bocca a tavola, che tra lei e il suo Pierre ci sarebbe stata una distanza da misurare in anni luce. Tutto si addiceva perfettamente allo stile di Barbara, tutto combaciava esattamente con la sua idea della vita: Piergiorgio era solo e triste, perché separato da anni; Grace era sola e triste perché separata da poco. Per Barbara questo era sufficiente, come se far nascere un amore e favorire l’unione di due anime fosse come mescolare acqua a farina sul piano della cucina, quando si fa la pizza. Non l’aveva mai rimproverata per questo. Anzi, la invidiava per questa sua capacità di essere convinta che tutto in un modo o nell’altro si possa sempre risolvere. Ma l’anima con cui avevano a che fare non era esattamente come l’impasto della pizza. No. Non lo era proprio. Era una pasta refrattaria e assai dura da maneggiare, molto delicata da trattare, estremamente sensibile da affrontare. Luca anche questa volta rilesse più volte il messaggio, pensando a una risposta meno banale e possibilmente anche meno stupida di quella precedente. Non una parola era stata dedicata a Grace. L’amico parlava solo della figlia Michela e della sua solitudine. Ma parlava anche della sua vergogna. Ecco cosa faceva male nell’amicizia! Il senso di vergogna. L’amico che sa ascoltare capisce la vergogna di chi è convinto di non aver più carte da giocare nella vita. La separazione era stata un colpo terribile per il suo Pierre. Luca più volte aveva avuto il sospetto che quella donna che aveva sposato, Mariangela, non fosse la persona ideale per il suo Pierre. Ancora una volta era stata Barbara quella ci aveva messo la zampino. Era nato tutto durante una vacanza in crociera, in cui loro due avevano voluto invitare l’amico, sempre troppo solo, e Barbara aveva voluto invitare Mariangela, che lavorava negli uffici dell’amministrazione dell’ospedale. Luca soffriva quando lo vedeva tornare solo dalla stazione a casa, dopo aver fatto lezione all’università, dove ora insegnava al corso per interpreti e traduttori; e poi soffriva quando, sempre solo, lo vedeva prendere l’auto, per recarsi nella sua isolata casa di campagna, che era stata dei nonni con cui era cresciuto. In quella casa lui è Mariangela erano vissuti da marito e moglie appena due anni, giusto il tempo per mettere al mondo Michela. Non aveva mai parlato di quella separazione. Per Luca era stata sin da subito una cosa inevitabile e le cose inevitabili si spiegano da sé. Non aveva neanche mai avvertito il bisogno di fare domande. Era sicuro che avrebbe avuto risposte che già conosceva. Il vero miracolo di tutta quella fugace relazione, nata male e finita ancor peggio, come era inevitabile che finisse, era proprio la bellezza e lo splendore di quella ragazza che ora aveva sedici anni, Michela, da sempre affezionata molto più al babbo che alla mamma. Un miracolo! Per Luca non c’era altra parola che meglio descrivesse quello che Michela rappresentava per il suo amico. Un miracolo vivente: alta, bionda, fisico atletico, occhi neri capaci di penetrare nell’anima altrui con una forza di rara energia. Un miracolo che solo la monumentale grandezza di Piergiorgio avrebbe potuto meritare, pensava Luca quando vedeva Michela. E infatti l’amico si godeva quel merito. Luca doveva però rispondere al messaggio, non pensare a Michela. Sapeva che dall’altra parte c’era una persona che già prevedeva la frase “Vorrei tanto poter fare qualcosa per te, ma non so cosa fare.” Quante volte era caduto in quella trappola! Da un po’ non ci cascava. Eppure si rendeva perfettamente conto che, anche se non avesse usato quelle testuali parole, avrebbe comunque girato attorno al problema, senza venirne a capo. E il problema restava lì, in tutta la sua monumentale e statica drammaticità. “Fa sempre più male quando i tuoi sensi sono catturati da qualcosa che non si muove, che quando invece sono attratti da qualcosa che si muove, perché ciò che si muove può andare a finire male, ma anche bene; mentre ciò che non si muove non ti dà alcuna speranza già in partenza”: glielo aveva scritto una notte, sempre in chat e sempre nel corso di una crisi. “Pierre, sai quanto ti voglio bene e quanto soffro quando sento questi toni e questa sofferenza. Non puoi continuare a tormentarti. Soffro quando sento parlare di sofferenza da parte tua. Da troppo tempo siamo amici …” Le parole di risposta gli arrivavano facilmente, ma non avevano alcun significato. Luca non se ne rendeva conto, preso com’era dalla frenesia di dare una risposta, pur di darla. Sì. Aveva commesso il secondo errore. Erano parole vuote. Meno laconiche di quelle di prima, ma ugualmente inefficaci. Colpa si aggiungeva a colpa in un’anima che, sconsolata nella tempesta, sentendosi inutile sul molo sferzato dal vento, vedeva la pace allontanarsi come una barca alla deriva, con gli ormeggi spezzati inutilmente in mano. Non era così che si consolava un’anima in preda alla devastazione come era quella di Piergiorgio. Ma a chilometri di distanza, su una chat, in piena notte, stanco e nervoso con il cellulare in mano, contagiato ormai dall’angoscia, Luca aveva fatto anche troppo. Gli occhi volevano chiudersi, ma l’anima lo impediva. Un vincolo li teneva legati da anni, dai tempi in cui correvano insieme con le loro bici sulle strade di campagna, sui rivali dei fiumi e dei canali, sui sentieri dei boschi e delle pinete. Un vincolo che non era solo di generica amicizia. C’era qualcosa di molto più grande, di molto più grave e importante, che li teneva l’uno vicino all’altro. C’era qualcosa che faceva male, ma che sapeva unirli. C’erano quei riti, c’era quel significato profondo del tempo. C’era una foglia d’acero che cadeva soprattutto. L’amicizia richiedeva ascolto. E l’ascolto richiede tempo. C’era un senso di colpa, che prendeva di minuto in minuto sempre la forma di una camicia di forza, di una catena, di ceppi che non consentono fughe. Riandò al messaggio e rilesse una frase: “tutto parte dal corpo, dal dolore, dalle tante, troppe anomalie di una vita che non trova più una motivazione”. Luca stava per piangere, da quanto si sentiva impotente. Non si perdonava di non avere capito una cosa elementare. Quelle erano parole di disperazione, che l’amico già in altre occasioni aveva scritto. Si rialzò senza svegliare Barbara, il cui sonno ormai era pesante. Scalzo, per non fare rumore, andò nello studio, si sedette alla scrivania, accese il computer e, senza neanche sapere per quale ragione, andò a finire nella cartella delle foto. Erano ordinate cronologicamente. In ogni cartella contrassegnata dal numero dell’anno c’erano altre sottocartelle con i nomi dei vari eventi. Fu colpito da quella con il nome Varie, inserita a sua volta in quella di un anno recente, nonostante vi fossero foto che non erano di quell’anno. La aprì. Nello scorrere le foto le parole della chat gli tornarono alla mente e si collegarono alle immagini per uno di quegli automatismi che tutti vorremmo poter comprendere e controllare: “tutto parte dal corpo”, “il dolore”, ”la vergogna”, “le anomalie”. La colpa rodeva e quell’immagine del lento e silenzioso cadere della foglia che passava tra lui e l’amico iniziava a dare a quella colpa una forma; con il passare dei minuti la forma che assumeva quell’immagine dava sempre più forza alla teoria dei pilastri. Avrebbe voluto che quella foglia si fermasse proprio lì dove l’aveva colta con lo sguardo, esattamente a metà strada tra lui e l’amico; ma un forza inarrestabile l’avrebbe inevitabilmente portata in un altrove che non aveva ancora la forza di guardare, di cui non aveva ancora la forza di ammettere l’esistenza. Era una drammatica narrazione di dolore quella che stava prendendo forma nella mente di Luca davanti allo schermo del computer acceso. Quelle foto erano lì a parlare di dolore, vergogna, anomalie. Quelle foto erano la colpa, ne costituivano la forma più autentica e sadicamente malvagia. E tutto parte dal corpo. E tutto era lì, spudoratamente squadernato davanti a lui, senza ritegno alcuno. Quella serie di foto capitate – non per caso – davanti ai suoi occhi era quanto di più impietoso potesse essere impartito alla sua anima; erano la punizione più severa per le parole stupide che aveva dato come risposta alle accorate richieste di aiuto che stavano arrivando dall’amicizia. La colpa. Lo sguardo di lui. La foglia che cade. Da dove arrivavano quelle parole? Era veramente a casa sua? Dove sei? Pierre, dove sei? Luca aveva gli occhi bagnati e non riusciva più a contenere la commozione, quando, del tutto inavvertitamente, come guidato da una forza la cui potenza ha di bello il fatto stesso di non avere una spiegazione logica, cliccò sull’icona di una foto che aveva come nome solo una data. Una foto di una pagina di giornale con il titolo dell’evento che aveva cambiato per sempre la vita del suo Pierre e a cui Luca aveva assistito senza poter dare aiuto alcuno. La colpa! Parole stupide, solo stupide parole era riuscito a scrivere in quella maledetta chat a cui l’amico aveva affidato la sua drammatica richiesta di aiuto. Dove sei? Pierre, dove sei? Scendevano lacrime sulle guance di Luca. Il significato del primo messaggio era un altro. Doveva saperlo ormai. Piergiorgio aveva detto di essere uscito, per cercare pace. Era implicito l’invito “Sono fuori. So che sei a letto con Barbara. Vorrei parlarti. Ho bisogno di te.” No. Forse non è vero. Forse sono puerili viaggi mentali. Lacrime su lacrime scendevano, tracciando solchi che fendevano l’anima. La colpa le faceva sembrare strisce di sangue su un asfalto, su quell’asfalto. Solo lacrime. Una seconda foto, una frustata terribile al cuore: era il giorno in cui Piergiorgio era tornato in bici. Luca aveva insistito perché lo facesse. Quanto aveva sofferto insieme a lui in quei giorni! “Sei a casa? Lascio un messaggio a Barbara e vengo a trovarti, se hai bisogno”, gli scrisse direttamente dal computer su cui aveva aperto la stessa chat. Immediata fu la risposta. Non era a tono. Era la punizione della colpa. Se avesse risposto prima, se avesse usato parole più efficaci e meno stolte, gli avrebbe risposto a tono. Non poteva farlo. A quelle parole non si poteva rispondere a tono.

Ormai il blocco, che c’è sempre stato, è tale che non riuscirei mai a fare il passo; non ci riuscirei con nessuna donna. Ho apprezzato il gesto. Grace è veramente bella. Ma credo che tu mi conosca. Anche Barbara mi dovrebbe conoscere ormai. Anche lei sa che ho sofferto per tanti anni. Ma in quegli anni non ero solo. Adesso Michela è grande. Trascorre meno tempo da me. Si è allontanata. Non vive più in questa città. Tutto si aggrava. È difficile capire da fuori. Sono cose in cui bisogna trovare in se stessi la forza, se c’è. Purtroppo gli altri possono poco. Non riesco a immaginare che cosa uno possa capire di quello che sento io. Prima in casa di lei, di Grace, quando lei mi ha invitato a salire, il pensiero fisso era lì. A quello che non c’è, ovviamente, a quello che ha dato i problemi che hanno portato alla separazione, a quello che non solo mi ha privato della possibilità di godere come tutti, ma mi ha portato a odiarmi, a non sopportare la vista del mio corpo, a soffrire fino a piangere in preda all’ansia ogni volta che sono costretto a vestirmi e svestirmi, a lavarmi. Vergogna e dolore. Solo una quantità senza confine di dolore e di vergogna. E con questi problemi non si può mai avere fiducia neanche in se stessi. Mi sono gettato a capofitto nel lavoro, nello sport e nei libri, perché era una forma di riscatto, come tu ben sai, Luca. Ma nel lavoro non ho coronato i miei progetti come avrei voluto, nello sport mi sono dovuto accontentare di quello che potevo fare e i libri non ho più la forza di pubblicarli. Prova a metterti nei miei panni! Lo hai mai veramente fatto? Non è facile, sai. Prova a immaginare il senso di rabbia che ti viene quando ti devi imporre la maschera di quello che va avanti lo stesso, pur non potendo fare gran parte di quello che fanno i tuoi coetanei, amici e conoscenti. Per quanto alla fine tutto sia andato bene clinicamente, il sigillo nell’anima è ormai di quelli indelebili, che plasmano il carattere e fanno di te un finto eroe che è riuscito a riscattarsi. La realtà è ben altra. Nulla cambia di ciò che è scritto. Adesso vado a dormire. Ciao, Luca.”

Era inevitabile: Luca riandò allora con il pensiero al pomeriggio, all’idea di Barbara di trascorrere quel sabato sera con qualcuno. Erano rimasti a corto di idee e di occasioni. Barbara aveva avuto l’illuminazione di trascorrere la serata con una cena a quattro, a cui invitare Grace e Piergiorgio. Luca ripensò anche all’improvvisata puntata a casa di lui in campagna. Ripensò a quanti anni di vita riavvolgeva nella sua memoria ogni volta che usciva dalla città diretto a casa di lui. E poco dopo la casa di Pierre, prima di girare per la carraia, c’era quella curva, c’era il ponte sul canale, c’era la discesa che portava alla carraia dove Pierre solitamente girava, perché lì era casa sua. Luca era estraniato. La sua mente era ormai totalmente schiava della colpa e del passato. Barbara parlava nel vuoto dal sedile accanto al suo, ma non era la voce di Barbara quella che sentiva, non era in auto che stava percorrendo quel tratto di strada. Era sceso nell’abisso del tempo, quello che faceva più male, ma l’unico che dava delle risposte senza equivoci. Piergiorgio avrebbe compiuto venticinque anni l’indomani. Era felice dalla gioia. Era allenatissimo e, nonostante i tanti chilometri percorsi in bici, era ancora fresco di forze, quando arrivò primo del gruppo in cima al ponte, per poi lanciarsi nella discesa. Si era girato un attimo, l’istante fatale, per fare un saluto agli amici, dal momento che in fondo alla discesa avrebbe poi girato a destra verso casa sua e il gruppo avrebbe proseguito per la città. Si era deconcentrato per una frazione di secondo. Luca, mentre Barbara continuava a parlare, avvicinandosi alla casa dell’amico, non poté fare a meno di rallentare e riavvolgere quel capitolo di dolore tremendo che gravava da anni sulla coscienza. La genesi della colpa. Lì tutto era chiaro. “Facciamo a chi arriva prima in cima alla salita del ponte!”, aveva gridato proprio lui, Luca, ai quattro amici, tra cui Piergiorgio, che erano usciti con lui quella domenica mattina. Piergiorgio aveva raccolto la sfida ed era scattato all’inizio della rampa, cambiando rapporto, bruciandoli con tre soli colpi di pedale, lasciandoli di stucco dopo oltre cento chilometri percorsi e arrivando in cima per primo con una freschezza di pedale e una forza nelle gambe che era per tutti sempre motivo di invidia. Non erano ancora giunti in cima alla salita che Piergiorgio aveva già terminato, quando la tragedia si era compiuta. Avevano soltanto sentito l’urlo straziante dell’amico. Avevano visto una macchina agricola ferma in mezzo alla strada. Quando arrivarono non lo videro. Lo sentivano gemere e urlare. Era rimasto incastrato sotto il mezzo che lo aveva agganciato. Il contadino che lo guidava era un vicino di casa di Piergiorgio. Era disperato. Non si era accorto di nulla. Luca chiamò subito il 118. L’emorragia era grave. C’era sangue ovunque. L’amico arrivò in condizioni disperate all’ospedale. Il primo pensiero di Luca era andato al destino: Pierre aveva perso i genitori per un incidente stradale e, da quando aveva quattro anni, era vissuto con i nonni paterni in quella casa in campagna, che poi sarebbe divenuta la sua, quando a ventidue anni si ritrovò solo, costretto, volente o nolente, a prendere in mano il timone di una barca che, prima di trovare la quiete nel porto, avrebbe avuto ancora, appena tre anni dopo, altre tempeste da attraversare. Quella tempesta. Lì, ai piedi di quel ponte. In fondo a quella discesa. Per colpa di Luca.

L’auto di Piergiorgio era nel cortile antistante la casa. Barbara e Luca scesero dalla loro. Dunque, molto probabilmente, pensarono entrambi, l’amico era in casa, se non era fuori in bici. Anche il cancello che dava accesso al cortile esterno era aperto. Lo avevano cercato in casa suonando il campanello, ma non aveva risposto. Quando non era in casa, di solito era nel piccolo capannone, un tempo ricovero dei mezzi agricoli del nonno, ora adibito a garage. Luca e Barbara andarono direttamente lì. Lo trovarono che lavorava alla bici da corsa, che aveva appena lavato e asciugato e che ora stava lucidando e oliando. Indossava ancora la divisa del loro comune gruppo sportivo, segno che era appena rientrato da un’uscita in bici. Perciò non aveva la protesi e il pantaloncino corto lasciava nuda la parte terminale del moncone della coscia destra. Qualche anno prima Piergiorgio sarebbe stato molto imbarazzato in quella situazione, imbarazzo maggiore se le persone fossero state sconosciute, ancora maggiore se donne. Erano i piccoli dettagli che Luca conosceva bene. Da quando lo aveva convinto a risalire sulla bici da corsa, sulla quale la protesi non poteva essere indossata, Piergiorgio aveva superato gran parte di quei problemi. Ma su quanti strudel e su quanti caffè ristretti avrebbero dovuto ancora contare, su quei loro tavolini di latta, prima di vedere qualche spiraglio in quella tenebra! Piergiorgio aveva posizionato la bici sul cavalletto da lavoro e stava dando il grasso alla catena, quando sentì arrivare Luca e Barbara, che salutò scusandosi per essere sudato e dicendo che era appena reduce da un’uscita in bici. Era evidente la situazione e assolutamente pleonastiche quelle parole, ma Luca sapeva che quello era per l’amico un modo per vincere l’imbarazzo, quando si trovava con il suo corpo funestato dalla sorte in preda di sguardi altrui, non sempre innocui. E quello di Barbara poteva, infatti, non essere del tutto innocuo: Luca lo sapeva. Sedutosi per terra, Piergiorgio si slacciò lo scarpino sinistro e si tolse il calzino. Poi, senza nemmeno usare la stampella che aveva in garage, saltellando sul piede sinistro scalzo, li invitò a entrare in casa, dove infilò nella protesi, che aveva lasciato sull’ingresso, ciò che rimaneva della gamba destra e in un’infradito il piede sinistro. A Luca capitava spesso di vederlo senza protesi, perché era suo compagno quasi fisso nelle uscite in bici e nei raduni amatoriali; ma il senso di colpa di aver avuto lui l’idea di quella stupida gara da ragazzini sulla rampa del ponte non si era mai cancellato. Era quello il vincolo perverso che si aggrovigliava intorno a lui di notte, nei momenti di solitudine. Non si poteva eliminare con un colpo di spugna; era inciso in modo indelebile, come non si era mai potuta cancellare dalla sua mente l’immagine di lui arrivato felicemente primo in cima al ponte. Piergiorgio si distrae per girarsi indietro e lanciare un urlo di vittoria verso i compagni di uscita che aveva staccato, iniziando la discesa. E la colpa inizia il suo lavoro indefesso: rode, divora, lacera e fa a brandelli un’esistenza che non lo meritava. Da quel dolore trasse forza l’amicizia. Da anni Luca era roso e logorato da quel senso di colpa, sempre vivo, sempre capace di fare male. Lo prendeva di notte prima di dormire. Lo assaliva sul lavoro. Lo distraeva alla guida. Era un senso di colpa che si associava sempre a quell’immagine di Pierre in cima al ponte e a quella di lui poi in ospedale, delle sue lunghissime giornate di lotta tra la vita e la morte, senza più parenti e con pochi amici che lo potessero visitare e confortare. Le domande sul destino della vita erano assillanti, ogniqualvolta il pensiero andava a Piergiorgio, ogniqualvolta un ricordo riaffiorava dagli abissi del passato, ogniqualvolta quello che chiamiamo sempre troppo superficialmente ‘caso’ gli metteva davanti agli occhi foto come quelle. Il senso di colpa lo aveva portato anche a insistere perché tornasse in bici; ma perché? qual era il significato di quella mossa? una pratica apotropaica? un esorcismo? perché doveva tornare per forza in bici? Pierre lo aveva fatto. Lo aveva ascoltato. Era tornato in bici. Ma non aveva risolto il problema così facendo. Far risalire Piergiorgio in bici era una pretesa come l’idea di Barbara della cena per fargli conoscere Grace. Barbara … sì, proprio lei. Luca era dubbioso su come Barbara avesse potuto reagire alla vista della gamba di Pierre, a cui non era abituata; ma era ancor più preoccupato di come Pierre avrebbe reagito alla presenza di Barbara in quel contesto così particolare. Barbara ebbe alcuni colpi di tosse nervosa, quelli che si fanno quando non si è sicuri dell’atteggiamento da tenere, quando non si sa cosa dire e come comportarsi; in poche parole, Barbara non riusciva a simulare quella disinvoltura che invece Luca sapeva esprimere con naturalezza di parole e gesti, senza tradire imbarazzo. Eppure la reazione che pochi istanti dopo lei ebbe lo stupì: fu proprio lei a rompere il ghiaccio e, appena si furono seduti, a lanciare l’idea dell’uscita con l’amica e collega Grace. Barbara, compagna di vita buona e fedele, ancora innamorata di Luca come il primo giorno e sempre capace di conferire allegria nei momenti più difficili, non aveva mai fatto lo sforzo di capire la complessità di quell’anima dell’amico di Luca, un labirinto di tracce che, ritornando sempre al punto di partenza, riuscivano solo a moltiplicare domande senza avere risposte. Piero, come lo chiamava lei, era “una persona che si sentiva sola”, “uno che parla poco”, “un uomo malinconico”, “una persona sfortunata da tirare su”, e via dicendo; cosa mai ci potesse essere da scovare in quel recondito ricettacolo di dolore o da stanare da quell’enigmatica solitudine, dal quel silenzio e da quella malinconia non era per lei un problema. Il vero problema era sempre “dobbiamo fare qualcosa per farlo sorridere”. Così Barbara risolveva tutto. Aveva avuto quell’idea e Luca sapeva che a quel punto bisogna organizzare la cena. Se non l’avesse assecondata, Barbara gli avrebbe piantato il muso per giorni. Ma la amava e le voleva sinceramente bene proprio per quello. Luca sapeva che questa situazione era a dir poco un paradosso: per lui Barbara non era affatto una persona superficiale; per lui Barbara era esattamente quello di cui aveva bisogno, quando si rendeva conto che, al cospetto delle domande troppo difficili che l’anima talvolta poneva, bisognerebbe avere la forza di ammettere che non spetta a noi pretendere di fornire delle risposte. E Barbara non era soltanto utile per quell’esercizio di umiltà: era insostituibile. “Questa sera, poche storie! Esci con noi e ti presento una mia amica che ti piacerà sicuramente. Si chiama Grace, è bella e bionda.” Luca non disse una parola. Piergiorgio disse soltanto: “Va bene: vengo. Ma c’è mia figlia Michela da me oggi: dovrò prima accompagnarla a una festa e poi tornare a prenderla.” Fu in quel momento che gli occhi di Barbara andarono a posarsi sui piedi di Piergiorgio, di cui solo il sinistro si poteva muovere e lo faceva molto nervosamente. Vi rimasero troppo a lungo per Luca, che si alzò, prese Barbara e le disse che era opportuno tornare in città per potersi preparare. Quando si furono alzati entrambi, lo sguardo di Luca si incontrò per un attimo con quello di Piergiorgio e fu come se una scintilla si fosse accesa a metà strada. Una scintilla di rabbia, che entrambi ben conoscevano.

Lei aveva avuto l’idea, dopo che ebbe saputo che a Luca era arrivato qualche giorno prima un messaggio di Piero, in cui l’amico gli parlava del referto di un esame che non era andato bene. Da un po’ di tempo lamentava dolori anche alla gamba sinistra, quella che era stata salvata dall’incidente e di cui solo dopo una lunga riabilitazione Piergiorgio aveva ripreso l’uso. Luca al computer recuperò quel messaggio del mercoledì precedente: “La risonanza è andata male. I miglioramenti nei legamenti sono appena percepibili. La membrana ossea è sempre più infiammata. Da lì viene il dolore che ho avuto tutto ieri e che ho oggi alla gamba sinistra. Non so perché la chiamo così, avendo solo quella. Ma tant’è. Venerdì mi vedrà l’ortopedico d’urgenza nel suo ambulatorio al policlinico. Mi viene da piangere. Ma non posso cedere. Ora devo trovare la forza. Adesso che sono solo si vede la qualità dell’animo, se sa essere ancora vero lottatore o no. Voglio credere che lo sia. Ma il male è tornato forte davvero. E il dolore del corpo mette sempre a dura prova l’anima. Adesso devo chiamare il mio medico. L’ortopedico mi ha dato un altro antidolorifico più forte, per ovviare a quegli effetti collaterali, che si erano manifestati nei mesi passati, quando iniziai ad avere quegli spasmi che non riuscivo a controllare.” Quelle parole erano di mercoledì. Giovedì mattina l’amico gli aveva scritto dall’università: “Stamani alla prima ora niente ascensore in dipartimento: era rotto. E non avevo bastone. Sono salito lentamente e, per scendere per le scale, essendo venuto senza il bastone, ho dovuto chiamare un bidello. Di solito lo riparano subito. Mi sono sentito per la prima volta male sul lavoro, Luca: non un male nel corpo (a quello ho già dimostrato abbastanza, credo, di saper far fronte), ma un male più subdolo, nell’anima. Non mi era mai successo di rendermi conto che senza un ascensore sono in balia di altri. Non è stato per niente bello, credimi.” Nel pomeriggio era arrivato un altro messaggio: “Domani, se sto così, non riuscirò ad andare in ateneo. Là dentro c’è troppo da camminare; distanze enormi per me da un’aula allo studio; oggi ho impiegato tempi lunghissimi per raggiungere le aule. Gli studenti si lamentano dei ritardi. Non capiscono le ragioni. E a me non compete certo dare motivazioni. Questo dolore alla gamba comincia a creare non pochi problemi. E pensare che averla salvata fu ritenuto un successo!” In serata Piergiorgio gli aveva scritto di nuovo: “Luca, sono imbottito di antidolorifici pesanti. Dolore prima fortissimo, ora passato. Avevo finito la medicina. Me lo sono dovuta andare a prendere da solo. Chi mi va a comprare le medicine? Ho già bisogno della badante? Devo fare le pulizie, fare da mangiare, stirare. Tutto devo fare, non avendo nessuno. E tutto va fatto a denti stretti adesso. Ci provo. Vado avanti. Ma non so quanto resisterò. Non voglio più pensare ad altro. Basta sogni di gloria con notti passate scrivendo libri inutili! Basta dedizione totale al lavoro! Basta rischiare per le strade con la bici! Basta illudersi di trovare anime gemelle che non mi accetterebbero mai e che non cercherò mai più per primo io stesso! Devo fare di tutto per sopravvivere adesso. Voglio farcela. Sarò solo, ma devo farcela.” Alle undici di sera era arrivato l’ultimo messaggio di quella giornata di tensione: “Tra l’antidolorifico che è un oppiaceo, prescritto dall’ortopedico, e l’ansiolitico, che mi ha prescritto la psicoterapeuta, sono sedato totalmente adesso, nel corpo e nell’anima. Mi sento veramente un altro. E sto bene. Viva la chimica! A che serve questa linguistica, se non a masturbare l’unica cosa che posso masturbare, cioè il cervello?” Su questa altalena di sentimenti ondeggiava l’amico giovedì. Questo era lo stato d’animo tre giorni prima. Luca aveva parlato anche con Michela, che era a casa della mamma, ora trasferitasi in un’altra città, per parlarle del babbo in crisi e per avere informazioni di cui non fosse stato messo a parte. Ma Michela non sapeva nulla dei nuovi dolori lamentati dal babbo ed era sinceramente preoccupata per il suo stato di salute. Decise pertanto di venire da lui nel fine settimana, cosa che già da un anno faceva ormai da sola. Da due anni Mariangela si era, infatti, trasferita e i contatti tra Piergiorgio e la figlia Michela erano divenuti più radi. Il venerdì sera Michela era arrivata e per il sabato sera le sue amiche di prima, appena ebbero saputo del suo ritorno a casa del babbo, avevano organizzato quell’uscita a cui Piergiorgio l’aveva accompagnata prima di andare a cena con loro due e Grace. Michela era molto preoccupata e Luca lo capì dai messaggi. Era nata dopo l’incidente in bici; non aveva mai rimproverato alla mamma di aver ceduto alle lusinghe di un altro, come diceva spesso lei, “solo per una gamba in più”. Luca aveva subito previsto che Mariangela non avrebbe mai pienamente accettato quell’handicap nel marito. A lui fu subito chiaro che a Mariangela Piergiorgio piaceva, che la sua aria intellettuale era qualcosa che lo rendeva sicuramente interessante, che la sua cultura, la sua posizione di docente universitario avrebbe potuto fare di lui uno strumento per ben figurare in società, nelle cene tra amici importanti, dove una gamba artificiale sotto un bel pantalone lungo si riusciva a nascondere bene. Quello il problema vero che Piergiorgio non aveva capito, ma Luca sì: a Mariangela, che amava frequentare ambienti mondani, serviva fare bella figura in società e con il passare del tempo accettare quella protesi sarebbe stato sempre più impegnativo, perché Piergiorgio non era mai stato, neppure prima dell’incidente, affezionato a quel genere di vita. La decisione della separazione avvenne anche prima del previsto e Michela fu affidata alla mamma, ma rimase sempre molto affezionata al babbo; l’impressione che dava a tutti era addirittura quella di essere più legata a Piergiorgio che a Mariangela. La certezza si ebbe quando la mamma, ormai lanciata nella carriera, accettò un avanzamento di posizione che avrebbe previsto però un trasferimento. Per Michela, quattordicenne al momento del trasloco, fu un bruttissimo colpo, non solo perché si sarebbe dovuta fare nuove amicizie, ma soprattutto perché improvvisamente la distanza tra lei e il babbo sarebbe stata tale che solo nel fine settimana, e non sempre, sarebbe potuta venire a trovarlo. Fu un brutto colpo anche per Piergiorgio. Bruttissimo, davvero. Luca, quando l’amico gli ebbe dato la notizia del trasferimento di Michela, per la prima volta aveva avuto l’impressione che la forza del suo spirito e la sua volontà di riscatto, fino ad allora in risalita dal giorno in cui era stato dichiarato non più in pericolo di vita, avevano avuto una prima avvisaglia, un primo segnale di arresto.

Erano le cinque del mattino. Luca adesso aveva davvero sonno. Non erano più arrivati messaggi da Piergiorgio. Forse aveva trovato la pace che desiderava? Andò a letto. Il sonno era tanto, ma l’ansia gravava ben più del sonno sull’anima. E la colpa la moltiplicava. Dannata colpa. Questa volta le immagini che lo torturarono furono altre e in quelle immagini apparve il Pierre forte, che più gli era piaciuto in quei lunghi anni di amicizia prima dell’incidente. Ma a ognuna di quelle immagini lo spirito beffardo della memoria ne associava sempre una del periodo successivo, dei giorni in ospedale sospesi nell’ansia, della lunga, lenta e sofferta riabilitazione e soprattutto del dolore dell’anima che subentrò come nota costante, quasi come un segno caratteristico dell’amico. Piergiorgio considerava però proprio quel genere di connessione, quel groviglio di complicità, sempre soltanto intuite ma mai chiaramente esplicitate, il bastione della loro amicizia. Luca si portò le mani agli occhi. Non riusciva a dormire nonostante il sonno. Non voleva che Barbara lo sentisse piangere. Ma piangeva. Piangeva strozzando i singulti in un’odissea di immagini che si sovrapponevano le une alle altre, le une più dolorose delle altre. Le immagini di quei terribili momenti scavavano lacerazioni di dolore nel passato dell’anima: e ancora una volta ecco le giornate in ospedale, al capezzale dell’amico tenuto in coma; la notizia dell’amputazione sopra al ginocchio della gamba destra e delle gravi lesioni multiple alla sinistra; la presenza di poche persone che si interessassero a lui; le reticenze dei medici che non parlavano, se non per dire “stiamo facendo tutto quello che possiamo per salvarlo, ma il quadro generale dei traumi è molto grave”. Tutto ripassava davanti al palcoscenico della memoria nell’inquieto silenzio della notte, accompagnato dal ritmo del respiro pesante di Barbara, che con la sua tranquillità, lì beatamente distesa accanto alla sua devastante angoscia, testimoniava meglio di chiunque altro quanto si è diversi nel modo in cui si realizza l’approccio all’altro, come ci si rapporta ai grandi drammi della vita, come senza dubbio era la vicenda vissuta da Piergiorgio, e, a monte di tutto, come può essere differente il modo di intendere le relazioni umane. Ma anche le parole usate dall’amico nella chat rimbombavano dolorosamente da una parete all’altra nella testa di Luca, scuotendolo in una terrificante ridda di colpi uno più penoso e angosioso dell’altro. “Il sigillo nell’anima è ormai di quelli indelebili”. “Nulla cambia di ciò che è scritto.” “L’Inevitabile è uno spirito che ti sfida, ma che tu, beffardamente, sai che vince sempre,” gli aveva scritto un giorno. Ma perché proprio io sono stato scelto come strumento per realizzare quel destino? Perché? Luca si portò le mani alle tempie. “Nulla cambia di ciò che è scritto.” Fu costretto a rialzarsi per l’ennesima volta. Piangeva. Quanto piangeva! Piangeva in preda alla crisi dettata dal sentimento devastante di sentirsi inutile nel momento determinante. “Nulla cambia.” Era ormai un’eco maligna e malevola, che assumeva la forma di un’ossessione nella sua mente. L’ossessione di una colpa mai risolta. “Nulla cambia”. Le tempie scoppiavano. Il cuore andava a mille. Le gambe tremavano. Si tolse il pigiama. Sentì come un richiamo. Non sapeva da dove veniva. Si vestì con l’accozzaglia di capi che trovò: un paio di vecchi jeans, una polo nera, una giacca elegante in principe di Galles, un paio mocassini. Controllò l’ora: le sette del mattino. Mandò un messaggio a Barbara, mentendo: “Sono andato a prendere le paste per la colazione. Torno subito.” E uscì in auto diretto alla casa di campagna di Pierre.

Il paesaggio invocava pace, la regolarità dei filari delle viti e dei campi di mais supplicava serenità. Una potenza superiore alla comprensione umana trasfigurava tutto, dando la sensazione che quelle invocazioni e quelle suppliche fossero state esaudite. I canali che tagliavano numerosi la campagna conferivano la percezione di un sentimento di vita e di ritrovata tranquillità. Placide le acque fluivano dalle gore accarezzate da bianchi rivali, che si perdevano lontano in un orizzonte dominato da una luce che già dichiarava vittoria. La sua auto procedeva con lentezza e quasi con rispetto in quel paesaggio noto, il paesaggio della colpa. Quella era una strada che aveva già troppi correlati di dolore nella sua mente e per la sua anima sofferente; quella strada non ammetteva più violenza; l’obolo di passaggio era già stato speso. “Nulla cambia di ciò che è scritto.”

Alle sette e mezzo del mattino della domenica il traffico era quasi nullo. Uscito dalla città, arrivò alla carraia sotto il ponte. Avvertiva ora un senso di particolare gaiezza in tutto ciò su cui il suo sguardo si posava, come se lo accarezzasse in segno di ossequio. Percorse la sterrata fino alla casa, le cui luci esterne erano spente. Nessun segno di presenza umana. E non c’era l’auto nel cortile. Ciò che in altre circostanze sarebbe parso strano a lui non parve più tale. Suonò il campanello. Nessuna risposta. Pierre gli aveva detto che Michela era già ripartita per tornare dalla mamma. Mandò un messaggio. Nessuna risposta. Telefonò. Nessuna risposta. Tutto era quieto e silenzioso. Normalmente quieto e inevitabilmente silenzioso. Il cancello non era chiuso a chiave. Entrò a piedi nel cortile. Nessun rumore. Una leggera brezza si levò da est. Una sola grande foglia si posò, danzando dolcemente nell’aria, sull’auto. Anche la porta del garage era appena accostata. La bici da corsa era sempre sul cavalletto, su cui l’aveva vista il giorno prima con Barbara. Qualcosa mancava, ma Luca non capiva cosa. Si sarebbe saputo presto cosa mancava dai giornali: dopo qualche giorno si sarebbe trovata una bici, una vecchia mountain bike, in una delle località costiere vicine alla città, abbandonata all’inizio della diga foranea, dove la massicciata inizia, per addentrarsi nel mare per due chilometri e mezzo. Luca la riconobbe come quella con cui l’amico girava anche per la città e che caricava in auto, quando non andava all’università in treno. Il suo Pierre era lì. Lì accanto a lui. Lo sentiva felice, lì accanto a lui, anche se non riusciva a vederlo. “Che importanza ha quello che vediamo, quello che sentiamo, quello che percepiamo? Non importa niente tutto questo. Importa solo una cosa: quello che noi siamo in grado di rappresentare”: glielo aveva scritto un giorno, tornando in treno dal lavoro. Ebbene, l’immagine di Luca era lì. Era un’immagine felice. Era l’immagine felice di chi è arrivato in cima al ponte. Era quella la rappresentazione cui l’amico aveva accennato. E non recava più dolore.

Sì. Mancava qualcosa in quel garage. Ma non avevano alcuna importanza in quel momento gli oggetti che non c’erano. Luca aveva capito una sola cosa: che mancava lui. E sarebbe mancato per sempre, una mancanza di quelle che avrebbero recato inevitabilmente tristezza, ma non dolore. Una sottile distinzione che in poche situazioni si riesce a realizzare e a comprendere, ma Luca aveva gli strumenti per farlo. Piergiorgio scomparve nel nulla, in silenzio. Nel silenzio della foglia che cade. “Adesso vado a dormire. Ciao, Luca”: erano state quelle le ultime parole dell’unica persona che, vivendo giorno per giorno la violenza del destino e combattendo giorno per giorno l’impari lotta con l’inevitabile, gli aveva insegnato qualcosa di importante nella vita. Luca aveva messo sullo stesso piano quello che gli insegnava giorno per giorno Piergiorgio e quello che apprendeva da Barbara. Anche questa era una sottile distinzione che pochi avevano gli strumenti per comprendere. Ma nessuno dei due avrebbe risolto il problema che per Luca era quello che li generava tutti: in un mare di dolore restava la sua colpa; in un mare vero, probabilmente, aveva trovato infine pace un’anima che solo di pace aveva veramente bisogno. “Nulla cambia di ciò che è scritto.” E la colpa sarebbe rimasta, con o senza Luca e il suo dolore in carne e ossa al suo fianco, con o senza Barbara e il suo amore, sempre fisicamente tangibile e immancabilmente presente accanto a lui.

Ricordati di prenderlo alla crema il bombolone per me”, gli aveva scritto Barbara, mentre Luca richiudeva il garage di Piergiorgio, pensando anche alla pasta e chiedendosi se le aveva veramente mentito. I due pilastri: mai dimenticare che la volta sta in piedi, solo se tutti e due, insieme, la reggono! Una seconda foglia cadde accanto alla prima, le si posò accanto, tremò, si agitò due o tre volte, un po’ a destra e un po’ a sinistra, finché un colpo di vento le fece sue entrambe. Lo sguardò di Luca, alla ricerca delle due foglie volate via insieme, seguì la bianca carraia sterrata, che accarezzava il canale verdastro, dalla parte opposta a quella della strada asfaltata, della curva, del ponte e della discesa. La strada bianca si perdeva nella luce del primo mattino, quasi decollando verso un orizzonte di luce, illuminato di serenità e ora arricchito di un nuovo valore, di un forte significato; la gora verde, che passava sotto il ponte, restava limacciosa e ferma, stantia e triste, senza alcun anelito di librarsi. “La vita beffardamente trae alimento dal dramma della differenza”: quante volte glielo aveva scritto! E quelle parole trovavano conferma in quel trionfo di vita e di luce dorata lassù e in quel canale che, laggiù, mandava invece solo sentore di marcio e putrefatto. E memore di quella differenza ora Luca avrebbe dovuto per forza accettare e vivere quella vita, perché “nulla cambia di quanto scritto”. Nulla. Un’altra grande foglia cadde lentamente da un albero sopra la sua macchina. Luca la seguì e, nell’accompagnare la sua lenta caduta nell’aria immobile e nel silenzio della campagna all’alba, rivide quello sguardo della sera prima nel parcheggio dell’agriturismo, l’ultima immagine di Piergiorgio che si era impressa come un sigillo nell’archivio di quel suo abisso infernale che era stata la sua anima fino a pochi attimi prima, uno sguardo che avrebbe potuto interpretare, uno sguardo che allora aveva parlato senza parole, ma che ora aveva anche troppe parole, parole inevitabili, dettate da uno spirito fin troppo sagace in una chat scontata e inevitabile. Il campo visivo a cui i suoi occhi anelavano con ansia era in alto. Lo sguardò salì, si lasciò alle spalle fango e putredine. Infine l’ansia trovò pace in quella luce dorata.

Il sole prendeva possesso, trionfando nel suo mondo di luce sulla campagna serena, tra le foglie che cadendo danzavano nell’aria in un placido tripudio; la bellezza di quel momento di gioia era data dai movimenti irregolari e dalle diverse traiettorie disegnate nell’aria. Luca risalì in auto e insieme al suo Pierre, inevitabilmente vivo quanto mai nella sua anima serena, tornò a casa, con un impegno da rispettare. Un impegno vero questa volta. Un impegno che si rivelò inevitabile, quando fermò l’auto davanti al bar di periferia. Scese. Entrò nel fumo denso tra i tavoli e i rivestimenti di latta e formica, tra i turnisti del porto smontanti che giovialmente salutavano in quella domenica mattina, un qualunque giorno per loro, quelli dei turni montanti: anche quello era inevitabile, pensò Luca. Si sedette nel tavolo in cui spesso loro due si erano incontrati per il caffè ristretto e la fetta di strudel, il ricettacolo delle loro confidenze più importanti, lì dove tante volte si erano fermati lasciando fuori le loro bici da corsa. Il dolore dell’uno aveva segretamente incontrato tante volte la colpa dell’altro su quelle sedie di alluminio, su quei tavoli di latta che avevano raccolto anche inevitabili lacrime. Accese il cellulare. Aprì la chat. Pierre non aveva più scritto. Ma aveva cambiato l’immagine del profilo: a una grande e bella foglia d’acero rossa, simbolo d’amore e di passione, una foglia che cade danzando nell’aria, era affidato il suo commiato, come un monito: “Vai, Luca, c’è una persona che ti aspetta.” Ecco, quello era per Luca il vero significato di quell’ultimo sguardo, di quell’ultima immagine, a cui ora aveva parole da associare. Una lacrima, lentamente cadendo, bagnò lo schermo. Danzava felice, come una foglia, prima di cadere e di posarsi su quelle parole, su quelle immagini dell’anima, penetrando discretamente in quell’oggetto che si era come trasfigurato in un prezioso scrigno di inestimabili valori. E allora Luca fu attratto ancora dalla galleria delle foto sul cellulare e lo rivide in divisa bianca a azzurra, in divisa gialla e rossa; lo rivide appoggiato al cartello che indicava un passo dolomitico faticosamente conquistato, lo rivide mentre sollevava la bici in cima a un altro di quei valichi con i ghiacciai e le bianche cime sullo sfondo; ma lo rivide soprattutto in una foto recente, scattata in un bar di uno dei paesi delle loro colline e ne risentì la voce: “La bici mette allegria. Ce lo siamo detti spesso in queste soste. Sei stato davvero un grande, Luca, a volere che ci tornassi sopra in tutti i modi. La bici è stata il riscatto della mia vita. E lo devo a te. Ti piaccia o no, la responsabilità è tutta tua. Grazie, Luca.”

Non dimenticarti, Luca! Che sia alla crema il bombolone!”, ribadiva il messaggio di Barbara.

Anche questo, sì, anche questo è inevitabile”, scrisse Luca come epilogo in quella chat con l’amico, che aveva dato un significato terribilmente rasserenante a quella notte appena conclusa. Lo scrisse sotto l’ineffabile bellezza dell’immagine di una silente foglia che, danzando felice nell’aria serena, discende nel profondo della sua anima, posandosi da ultimo su un morbido selciato; e questo basamento naturale assume piano piano la forma di un segreto covile di indelebili ricordi.

Si alzò. Andò al bancone. Vide il bombolone alla crema. “Lo porto via”. Se lo fece mettere in un sacchetto. Pagò. Quando stava già per incamminarsi verso l’uscita, sentì come un richiamo. Veniva da vicino, non da lontano. Veniva da lì, accanto a lui. Tornò indietro. Chiese una fetta di strudel e un caffè ristretto. Si sedette di nuovo, scattò una foto alla torta e la aggiunse al messaggio appena inviato al numero dell’amico: “Nulla cambia di ciò che è scritto.” Sapeva che Pierre lo avrebbe letto. Era un rito, in fondo. E i riti spesso si compiono anche senza chiedersi perché.

Con il bombolone nel sacchetto di carta uscì dal chiasso del bar nel silenzio della città. Riprese il telefono. Scrisse a Barbara: “Alla crema. Trovato. Sto arrivando.” “Notizie di Piero?” chiese lei. “Buone notizie. Adesso è qui con me.” Non l’aveva mai delusa in tanti anni. Mai. Del resto, lei era sempre stata uno dei due pilastri della sua vita, secondo la teoria dell’amico, da lui sempre condivisa e rispettata. Non le aveva mai mentito: e infatti quella non era una bugia, perché l’altro dei due pilastri, Pierre, il dolore, doveva rimanere perfettamente in piedi. Quel dolore e quell’amore, Pierre e Barbara, quelle due immagini così distanti tra di loro, esattamente speculari e parallele, reggevano insieme da anni la volta della sua vita. E Pierre, come sempre, anche in quell’ultimo messaggio gli aveva detto la cosa più semplice e più giusta allo stesso tempo. C’era una persona che lo aspettava. La volta sarebbe rimasta in piedi, più forte di prima: e l’energia segreta che la reggeva, quella che prima sarebbe stata la conquista di un valico in bici, o la recensione di un libro, ora era un bombolone alla crema.

Nel silenzio anonimo della città ancora assopita comprese finalmente il significato di un altro silenzio, tutt’altro che anonimo: quello di una fragile foglia d’acero, che era scritto che dovesse cadere. Uscì dal quartiere portuale. Sapeva che forse ci sarebbe ritornato. Lì si passa per uscire in bici da corsa dalla città quando Pierre viene a casa sua e lì ci si ferma per la rituale colazione. Sapeva che avrebbe continuato il rito dello strudel e del caffè ristretto in nome di quel principio che aveva sempre accettato amaramente, ma alla resa dei conti sempre rispettato, che cioè nulla cambia di quanto scritto. Il sole ancora basso rendeva difficile distinguere gli elementi di un paesaggio urbano color ambra, il cui risveglio era lento e in un certo senso distensivo. Zone di luce abbagliante si alternavano ad altre nel buio totale. Da un lato il cemento degli alti condomini, dall’altro le macchie verdi del grande parco pubblico. Sopra l’oro della luce, sempre più splendente e sicuro di sé, sotto il grigio di un asfalto destinato a essere sempre per lui memore di oscure vicende e referente di una colpa indelebile. Una coppia di ciclisti arriva al termine della ciclabile e improvvisamente si ritrova sulla strada davanti a lui: Luca riesce a frenare all’ultimo momento, istintivamente arriva con la mano sul clacson, poi avverte come una mano invisibile che lo ferma; i ciclisti neanche si sono accorti del pericolo corso, procedono diligenti uno davanti all’altro, come se nulla fosse successo. Un uomo solo dall’altra parte della strada gli viene incontro. Arranca in un tentativo di camminata veloce, perché zoppica da una gamba. Luca rallenta. Arriva una notifica dal cellulare. Accosta in una piazzola di fermata per gli autobus e legge il messaggio di Barbara: “Se trovi una farmacia aperta prendimi uno spray nasale, per favore. Su internet ho visto che quella di turno è in viale Manzoni.” “Va bene. Ci vado.” Appena rimesso il cellulare nel taschino della giacca, arriva un secondo messaggio: “Mi ha appena scritto Grace. Ha detto che Piergiorgio si è rivelato molto interessante. Diglielo subito. Gli farà piacere. Ha detto che le piacerebbe conoscerlo meglio. Mi ha anche chiesto se per caso si sentisse imbarazzato per la sua gamba e vorrebbe sapere che cosa può fare per aiutarlo a superare l’imbarazzo. Grace è una ragazza giovane ed è anche sveglia, oltre che molto bella. Pensa che fortuna che sarebbe per lui.” Luca sentì gli occhi bagnarsi. Ma piangere non sarebbe servito più a nulla, se non a indignare di nuovo l’amico, che, anche quando aveva sofferto, mai aveva ceduto al lamento sterile o al pianto di sconfitta o di rassegnazione. Stava per mandare uno di quei messaggi con i quali si cerca di prendere tempo prima di rivelare contenuti troppo impegnativi. Non rispose. Mise in moto. Arrivò nel grande viale alberato dove era la farmacia. Scese dall’auto, dopo aver trovato un comodo parcheggio proprio davanti alla farmacia di viale Manzoni. Un improvviso colpo di vento scosse le chiome ingiallite e Luca, sentendosi ormai sereno in quell’ordine naturale delle cose, che discretamente mandava segnali alla sua vita, vide solo una fitta pioggia di foglie che da ippocastani, platani e aceri cadevano in silenzio tutt’intorno a lui. Rallentò il passo. Si fermò. Ne raccolse una, la più grande di tutte. Era d’acero. Era rossa. Era inevitabilmente rossa. La guardò a lungo. Sorrise. La mise nella tasca della giacca. Era sereno quando aprì la porta ed entrò in farmacia. Ancor più sereno sarebbe stato quando, di lì a poco, a casa sua, avrebbe riassaporato l’ineffabile tenerezza dell’abbraccio di Barbara, giustamente riconoscente per la cosa più dolce che potesse esserci in quel momento, un bombolone alla crema. 

© Stefano Tramonti. 2018

Gocce dell’anima

Piove. Il vento distribuisce la pioggia regalandola al vetro. Ma il dono è speciale. Ora piove forte e gli alberi, ormai spogli e inerti prede del vento, si agitano come braccia disperate di anime già condannate. Ora piove meno forte e il paesaggio per un attimo si rischiara in un vano imbrunire, che ha già decretato le sue sentenze. La luce appare ormai solo nella forma di barlumi sfuocati di fanali riflessi da sporche pozze stantie. Ma è sul vetro, diaframma tra passato e presente, che si gioca la partita più importante, più importante del vento, della luce, della tempesta. Lì si divide tutto: di là l’oggi, apatico e scialbo, in preda alla devastazione; di qua l’ieri, rasserenante e silenzioso, che evoca figure. E le figure parlano. Parlano all’anima.

Sul vetro scendono gocce. Sul diaframma del Tempo scendono i pensieri, scendono nell’anima, scendono nel passato. E quelle gocce aumentano, aumentano a dismisura, aumentano nel vento di uno spirito che, pur indomito nella sua rassegnazione, può solo guardarle. La loro crescita è un crescere d’angoscia. Ogni goccia è un pensiero. Ogni pensiero è un evento. Ogni evento è una frustata al cuore. Le gocce aumentano. Aumentano senza pace. Una dopo l’altra, addirittura una sull’altra, tumuli in attesa di un destino. E il diaframma si fa crudele: di là la lotta vera, di qua la sua rappresentazione nell’anima, che vede solo quelle. Vede solo lingue di gocce variamente cadenti. Cadono laggiù dove si creano figure e testi. Quei testi sono ricordi che scavano solchi, li incidono nell’anima; sono aliti di un vento che passa e non tornerà mai più; sono illuminazioni da una stagione che trova la forza di esistere solo nelle notti insonni; ma sembrano, pur non potendolo essere, testimoni di una passione che non conosceva dolore. Scendono gocce nell’anima, danzando beffarde nelle loro sinuose traiettorie sul diaframma del Tempo, che le trasmuta in allegorie.

Il loro cammino è in basso. Scendono nell’anima quelle gocce, quei pensieri. Scendono laggiù. Non possono salire. Devono per forza scendere. Possono solo scendere. La legge impone che possano solo scendere. Scendere nell’anima. Hanno paura di scendere laggiù. Per questo le gocce rallentano scendendo. I pensieri si aggrovigliano tra di loro scendendo. Le gocce di assommano, in tumuli d’ansia, l’una sull’altra, scendendo. Il loro aggrovigliarsi nella discesa è come una disperata ricerca di solidarietà e di aiuto nell’incognita di cosa si troverà laggiù.

Si scende. Si va solo in discesa. La legge impone solo questa come possibilità ai pensieri. La discesa è paura, orrore, maledetta ossessione. La discesa si trasforma beffardamente in pericolo, dopo essere stata premio per la salita, per il sacrificio e l’atto stoico, di onore, gloria e virtù. Scendono nell’anima. Non sanno cosa troveranno. La consapevolezza amara nella solidarietà è quella di dover attraversare un Acheronte di dolore. Le gocce scendono. La luce le illumina: conferisce con i suoi sguaiati bagliori un protagonismo non richiesto a quel dolore di gocce che vanno incontro all’inevitabile. Scendono nel Tempo, licore che è preda di un fato oscuro, ignare del castigo di cui sono strumento, abbacinate da un effimero bagliore. Incessantemente scendono. Sempre più numerose, sempre più lente.

La pace si conquista soltanto nella vacua, provvisoria, incostante consapevolezza che in fondo alla discesa ci sia l’anastasi e il ritorno lassù, che ci sia l’amore quale ricompensa della risalita. Il desiderio è lecito. Realizzarlo conviene? La risalita è inevitabile, appena la tempesta finirà. È un’altra legge di natura. E poi?

E poi lo stesso ordine naturale delle cose imporrà di ridiscendere ancora.

Due di noi

Il mio paese. Mi affaccio alla finestra dello studio che dà sulla strada principale. I turisti passano in lunga fila diretti su alle piste, e all’incrocio girano tutti su per la strada del passo. È molto freddo oggi; è sereno, ma l’uscita del sole renderà piacevole la loro giornata di sabato sulle piste. Mia moglie con i bambini sono scesi giù in città, loro per andare a scuola, lei per fare acquisti. Così passa il sabato in una famiglia che alcuni chiamano perfetta e prevedibile. Per me è una delle rare occasioni per riposarmi. Il lavoro in comune in queste giornate, nel pieno della stagione turistica, ne lascia poche di queste pause di riposo. Musica e lettura: null’altro mi riposa veramente. Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen con il sottofondo di Eine Alpensymphonie di Richard Strauss. Mondi diversissimi: due modi, forse, per sovraccaricare di significati questo paesaggio per me assolutamente abituale e consueto. Eppure, è ben curioso che sia sopraffatto da questa singolare associazione d’idee: se, infatti, da una parte penso alla frase di un turista della bassa romagnola che un giorno mi disse che nel suo dialetto non esiste la parola ‘montagna’, dal momento che le montagne dalla sua terra si intravvedono ogni tanto tra le nebbie e che in casa sua venivano chiamate tera ramassëda, terra ammucchiata, dall’altra mi viene da riflettere non tanto sulla musica e sulla letteratura che la montagna ha espresso, quanto piuttosto sul silenzio della montagna stessa, quel silenzio che può averla per qualcun altro trasformata in pretesa spirituale. Chi ha ragione dei due? Bella domanda. Resta il fatto che è comunque un curioso scherzo dell’anima questo improvviso interesse per il silenzio, proprio mentre parole e note, lo stanno quasi negando e combattendo, qui nello studio pieno di libri, che sono fatti di parole, e di musica, che è fatta di note; mentre, allo stesso modo, quella montagna che ha ispirato opere d’arte così diverse come queste, spesso proprio per il suo silenzio, oggi sia invasa da torme vocianti di turisti e sciatori del fine settimana. Resta un fatto che tanti di noi amano questi silenzi, ma sanno che, se possono restare qua a farlo, è anche grazie a queste iniezioni periodiche di denaro che ci vengono dalle città nelle vacanze e nei fine settimane. Alcuni hanno scritto belle pagine sulla montagna e sulla sua essenza spirituale, pagine che spesso son frutto di amore e passione. Altri sono riusciti addirittura a comunicare qualcosa di profondo, talvolta senza nemmeno viverlo da vicino, conoscendolo, quel silenzio, solo da turisti o da frequentatori occasionali. Altri ancora hanno scritto meravigliose pagine spirituali sul significato dell’ascesa, della conquista, della fatica e del sacrificio. Alcune di queste pagine sono diventate classici della letteratura. Non è mancato persino chi ha conosciuto una sua vera e propria via di Damasco dopo un’esperienza di montagna. Che tristezza rendersi conto di tutto questo da un sito internet! La rete è piena di citazioni e aforismi, che spesso purtroppo finiscono per intridersi dello stesso algido sentire delle pubblicità in mezzo alle quali appaiono sul video. L’atto d’amore, credo, non è più bello grazie agli aforismi che condividiamo in rete, anche quando chiama la nostra montagna e il suo paesaggio a suo testimone. L’atto d’amore verso un paesaggio intensamente vissuto e autenticamente amato prende vita da testimonianze reali, che diventano ricordi, che poi diventano immagini, che poi diventano sogni, che poi diventano monumenti nell’anima. E restano. Restano nelle forme più difficili da immaginare, talvolta. Ma restano. E insegnano, bel al di là di queste pretese spirituali che possono indubbiamente affascinare, ma tali restano. Belle opere d’arte, importanti per intendere il vissuto di chi le ha prodotte, ma anche pericolose trappole per chi pretende di innalzarle a monumento.

Ebbene, se tanti hanno scritto sul silenzio della montagna e sugli effetti che quel silenzio può avere nell’anima, se tanti, anche grandi scrittori, hanno provato a scrivere opere dedicate a questo silenzio, sono pochi, tuttavia, per me che quassù vivo da sempre, quelli che sono riusciti a comunicare qualcosa di forte, di sentito, qualcosa di condivisibile per imparare ad ascoltare e rispettare quel silenzio, che cambia secondo le più bizzarre sintonie dell’anima che lo capta ed entra in empatia con chi vuole. Quando lo fa, agisce secondo regole, spesso beffarde, che non sono scritte in nessun canone. Scendendo nell’anima, questo sentimento ineffabile, privo di parole, privo di suoni, privo di immagini, ma pieno di evocazioni e di emozioni, ha il potere, più di tante parole, di infondere linfa nuova ad un amore che nasce, oppure di dare forza eterna a un amore di cui resta il monumento nella memoria. Ebbene, essendo ora assessore in un paese di montagna, dunque con quello che è a tutti gli effetti un ruolo di responsabilità, essendovi nato e vivendo da sempre quassù, mi crederete se vi dico che in questa impresa così difficile è riuscito un giorno un gruppo di ragazzi di una scuola? Sì, ci è riuscito e vi dirò di più: non lo ha fatto con la tastiera di un computer, di uno smartphone o di un tablet, condividendo foto o selfie, con commenti più o meno dozzinali e bislacchi; non lo ha fatto scrivendo poesie o romanzi, o girando video, né pubblicando post su un social network. Lo ha fatto in un modo molto diverso, che forse fa a pugni con quelle pretese estetizzanti e spiritualistiche, a cui mi richiamano il libro che sto leggendo e la musica che sto ascoltando. Lo ha fatto con un coltellino e un pezzo di legno, deposto insieme a un fiore in un mucchio di sassi nella neve alla fine di un sentiero che esce dal bosco. Né più né meno; e, nel ripensarci, nulla toglie che leggere questo libro e ascoltare questa musica siano sempre una bella esperienza. Contraddizioni? Aporie? Chiamatele come volete, ma lasciatemi nella convinzione che fanno parte della vita, che risolverle non reca più gioia di quanta ne adduca il constatarne la presenza e che, soprattutto, chi non le vive e non le ammette nella sua vita mi spaventa tanto per davvero.

Ma dovete avere pazienza, se vi interessa conoscere la storia. Nel momento in cui il brano musicale arriva al passo indicato nella partitura come Eintritt in der Wald, il tema della marcia, affidato alle pastose e voluttuose sonorità dei corni e dei tromboni, assume per me, pensando a loro due, a loro cui penso spesso in questi momenti, un nuovo significato. Per me è una storia molto dolce e uno dei suoi momenti finali, il Sonnenuntergang, il tramonto del sole nelle note straussiane, ne riesce a comunicare parte dei sentimenti in modo molto intenso, con una malinconia che è però davvero molto originale. Abbandono il libro e il viaggio di Matthiessen nella sua alaya della hima, ossia nella sua casa delle nevi, e mi sprofondo nella mia casa della neve, la mia montagna, che oggi deve tanto rispetto a loro due, cui è andato il mio pensiero, e alla loro storia. Come sempre succede in questi casi, mi tocca tornare un po’ indietro. E nel farlo, credetemi, la commozione mi prende, come prende chiunque di noi qui in paese, nel riandare a quei giorni di alcuni anni fa. Furono i suoi amici a convincermi a scrivere queste pagine, raccogliendo testimonianze, messaggi dai telefonini, qualunque cosa, persino messaggi dalla chat che usiamo per i momenti di emergenza. Tutto mi fu mandato. Ho provato a mettere insieme una storia da quel materiale immenso e confuso di parole, che da tanti amici allora mi arrivò: per qualcuno sicuramente sarà una storia di due persone come tante di quelle che vivono questi paesaggi. Forse sì. Non lo posso negare a chi lo afferma. E forse proprio questo è il suo bello; forse proprio questa è la ragione che mi ha convinto a procedere e a comporre la storia di due di noi.

Intanto i protagonisti. Lei era insegnante di matematica giù in città. Lui era un impiegato della nostra banca e veniva anche lui dalla città, pur essendosi trasferito qua da tempo. Quante volte mi sono arrabbiato quando alcune persone del paese non lo consideravano nei primi tempi ‘uno di noi’. Le nostre comunità sono piccole. Non pochi sono gli sforzi che devono fare per accettare persone che vengono dalla città. Ma ogni tanto ci riescono. Quanto devo combattere, quando scendo in città e mi devo sempre difendere da questa accusa nei nostri confronti! Nel suo caso ci siamo riusciti: lo abbiamo accettato come uno di noi, seppur non immediatamente. Ma la cosa bella della storia, forse la cosa più bella di tutte, è stata un’altra: anche lei, pur non essendo mai venuta in paese, se non a casa di lui, pur non essendosi mai trasferita quassù, è diventata piano piano ‘una di noi’. E questo sì che ha veramente dell’incredibile. Ecco perché la loro vicenda rimarrà come una dolce pausa di tenerezza nella storia di questo paese, che ha conosciuto sacrifici e povertà, emigrazione e separazioni, lutti e tragedie. Il nostro piccolo paese ha vissuto ben pochi episodi che ci hanno pervaso dell’intensità dell’amore; da loro due questo sentimento si espandeva, invece, con veemenza, con la forza di un irrefrenabile contagio che in quegli anni ci coinvolse tutti e che non potremo mai dimenticare. Ci siamo conosciuti, lei ed io, tanti anni fa come colleghi, entrambi ancora precari, non di ruolo, al liceo scientifico giù in città, dove lei insegnava matematica, io italiano e latino. In quel caso ero io, che scendevo dalle valli, a dover esser accettato come uno di loro. E non ho mai capito perché noi, gente di montagna, quando, secondo la vulgata comune, ‘discriminiamo’ e veniamo descritti come poco propensi ad aprirci a chi non vive da noi, immediatamente diventiamo famosi come modelli negativi di chiusura e di arretratezza, mentre loro, quelli di città, se fanno la stessa cosa con noi, non discriminano. Vorrei provare ad andare un po’ oltre questi luoghi comuni, perché – ecco, questo è per me molto importante – il bello di questa storia è proprio anche nel fatto che ha dimostrato che si può andare oltre queste sciocchezze e queste assurde, demenziali paranoie. Quell’incisione su quel tronchetto di legno che resta lassù al passo, al termine della ciclabile, che un tempo fu una carrareccia forestale e d’inverno una pista per sci di fondo, è per tutti noi il più bel ricordo di quella stessa storia d’amore e di passione: non è stata scritta da ‘uno di noi’, ma molto probabilmente da un ragazzo o da una ragazza, o da più ragazzi insieme di una classe di una scuola di città, che quassù vengono a divertirsi, ad arrampicarsi, a camminare, a ciaspolare, a sciare. Eppure alla loro anima quel silenzio, evidentemente, ha saputo parlare con la stessa forza con cui parla alle nostre.

Ma torniamo alle persone. Siccome lei nei primi anni guadagnava poco come supplente e spesso non riusciva nemmeno ad avere la cattedra completa, cercava lavoretti per poter pagare l’affitto. La sua famiglia era lontano, nel sud, e non aveva disponibilità economiche per mantenerla; quassù oltretutto la vita costa molto di più. Sapeva sciare, perché veniva da una regione di montagna, dove la neve non è certamente una rarità. E venendo su nel nel fine settimana, imparò che la società che gestiva gli impianti del passo e il noleggio dei materiali aveva bisogno di più personale in quelle giornate di superlavoro, persone da tenere alle casse delle biglietterie e degli skipass o nel negozio dove si effettuava il noleggio di sci da discesa, da fondo, ciaspole, slitte. Fu così che si conobbero. Lui veniva con gli amici e i colleghi del paese o anche di città il sabato e la domenica a trascorrere qualche ora sulle piste. Fu singolare il modo in cui fecero conoscenza. Lui si mise in fila per fare un abbonamento giornaliero. Lei commise un errore nel calcolo di un biglietto, in cui avrebbe dovuto applicare uno sconto, che viene praticato ad alcune persone del posto, tra le quali, giustamente, i dipendenti della banca che sponsorizza tante nostre iniziative sportive e ci porta tante persone sulle piste con la sua pubblicità. Il direttore, appena ebbe saputo dell’errore, fu molto maleducato e duro con lei, che era alle primissime armi in quel lavoro, e la sgridò in modo umiliante di fronte ai clienti in fila. Lui chiese di entrare nell’ufficio della biglietteria e parlando con il direttore riuscì a fargli capire quanto era stato esageratamente duro con quella ragazza, che aveva commesso un errore, che chiunque nella sua posizione avrebbe potuto commettere. Non solo. Riuscì a convincere il direttore a scusarsi con lei. L’uomo ammise che nella foga dello stress della giornata di superlavoro nel fine settimana aveva ecceduto. Non solo. Ci fu un lieto fine degno del più banale polpettone cinematografico: i tre si ritrovarono a pranzare insieme per suggellare un’amicizia nuova. Quando il direttore degli impianti per primo si alzò da tavola, lasciandoli soli, i loro occhi si incontrarono per un attimo. Lei sorrise. Lui mise la sua mano su quella di lei e le chiese quando avesse un po’ di tempo libero per provare il nuovo tracciato della pista di sci di fondo, di cui lui era più appassionato rispetto alla discesa. Quel giorno era lì sulle piste di discesa solo per far compagnia agli amici della sede centrale che erano venuti su dalla città. Era un sabato. L’indomani lei non avrebbe lavorato e fu così che si diedero appuntamento alla casetta di legno, che fungeva da biglietteria per l’ingresso nel centro di sci di fondo. Nacque tutto lì. Sul nostro passo. E per anni noi li vedevamo lì. Lei veniva su anche durante la settimana e spesso andavano insieme a sciare negli anelli di fondo in inverno o a ciaspolare per i sentieri che lui conosceva come le sue tasche, oppure, in primavera e in estate a camminare su quegli stessi sentieri, che naturalmente conoscevano alla perfezione. La cosa che contagiò tutti noi fu la potenza dell’amore che emanava il solo vederli insieme. Direte che esagero e che sto scadendo io nel polpettone adesso. No: vi assicuro che erano questi i sentimenti con cui noi vivevamo la vicenda. Ovunque fossero, erano abbracciati. Appena poteva, lui se la stringeva e la baciava in modo appassionato, che fossero su un sentiero con le ciaspole, dove li vide un giorno Luigi, il responsabile del soccorso alpino, o che fossero nel parcheggio di un rifugio, dove li vide tante volte Guido, il titolare di quello situato a metà della strada per il passo, dove d’estate partono i sentieri che portano su al valico. Quando scrissi la pagina di presentazione all’ultima edizione della guida escursionistica, gran parte delle informazioni sulla descrizione dei percorsi proposti ai turisti era venuta proprio da loro due. Mancava solo la passione di quei baci e di quegli abbracci in quella guida. A me mancava davvero tanto. E non solo a me. E non è affatto un polpettone quello che vi sto raccontando. Qualcuno dice che scrivere significa dover per forza mentire. Non mi interessa. Fate voi. Mi rimetto al vostro giudizio.

In seguito, dopo tanti anni durante i quali loro due erano come diventati l’immagine della gioia e della spensieratezza per tanti di noi in paese, qualcosa cambiò. Lei veniva su meno spesso. Lui andava giù più spesso. Nessuno seppe mai cosa stesse succedendo. Alle poche domande che qualcuno in banca o fuori gli faceva lui rispondeva in modo elusivo. Il silenzio delle nostre montagne ha tanti volti. Spesso assume quello del segreto. E quando il silenzio diventa immagine del segreto, facilmente finisce per essere tirato per la giacca. Non ho mai voluto ascoltare voci. Ho preferito mettermi in ascolto di quel silenzio, avendo, come tanti del resto, intuito che quello che nascondeva forse non sarebbe stato qualcosa di bello come quello che finora avevamo vissuto grazie al loro lungo e irrefrenabile contagio d’amore. Nicola o Lorenzo, i due finanzieri che hanno la sede della loro piccola stazione, proprio di fronte a casa loro, quante volte scherzosamente ci comunicavano il momento in cui in casa di lui si spegneva la luce della cucina al piano terra e si accendeva quella della camera al primo piano. Questo paese abitato ormai soprattutto da anziani, che vive di turismo e di lavoro pendolare, attendeva il messaggio di uno dei due finanzieri, anche loro provenienti da fuori, anche loro faticosamente ammessi e diventati ‘due di noi’. Qualcosa cambiò, insomma, e mi sembra giusto che la storia inizi da un momento particolare, un venerdì mattina. Lei riapparve dopo un lungo periodo di assenza. E la notizia della sua ricomparsa fece in un attimo il giro del paese. Il proteiforme silenzio della montagna prese in un attimo le sembianze di un cicaleccio mediatico, in cui assunsero forma narrativa le più fantasiose ricostruzioni. Le solite aporie insanabili della vita. Lo ripeto: mi spaventa chi non le ammette.

Guido stava spazzando l’ingresso del bar e stava pulendo anche l’area del parcheggio. Il vento aveva portato lì ogni residuo dell’umana inciviltà: fazzoletti di carta lanciati dai finestrini, lattine di bibite abbandonate, bottigliette vuote di plastica che ruzzolavano qua e là, persino un pannolino lasciato per terra accanto ad un cassonetto. Iniziò a piovere, era acqua mista a neve, proprio quando i due scesero dall’auto nel parcheggio da dove partiva il sentiero. Era un venerdì mattina, giornata di lavoro. Si sarà preso un giorno di ferie, pensò Guido di lui. Di lei già sapevano tutti da anni che il venerdì era il suo giorno libero. Guido, che li conosceva bene, come del resto tutti noi da anni, li salutò da lontano e li sentì parlare tra di loro.

“Temo che non sia un bella giornata per arrivare lassù. Andiamo lo stesso?”, chiese lei. Lo disse in un modo che Guido, attento fisionomista, indagò e notò come distratto. Era come se lei fosse lì con il corpo, ma la sua anima vagasse altrove.

“Adesso ci prendiamo un caffè. Poi decidiamo”, rispose lui, mentre lasciava le scarpe da ginnastica e le calze con cui aveva guidato e indossava le pedule e le calze termiche. Lei, non dovendo guidare, aveva già le pedule ai piedi. Presero gli zaini e andarono verso il bar. C’erano solo loro. Era giornata feriale. Il tempo era brutto. Non era giornata da escursioni quella. Al bar presero due caffè macchiati. Si sedettero in silenzio. Lui guardava fuori. Lei guardava le proprie mani. Nessuno dei due osava incrociare gli occhi dell’altro. Guido notò attentamente anche il comportamento di lui, che era fatto di gesti quasi ripetitivi e rituali, di automatismi quasi dettati dagli obblighi di un’agenda.

Passarono i minuti in silenzio, lasciandosi avvolgere da quello che è il signore incontrastato di questi luoghi da sempre. Un silenzio che, ben al di là delle pretese spiritualistiche di artisti ed esteti vari, ha la peculiarità straordinaria di poter essere interpretato secondo le circostanze, secondo le giornate, secondo il clima, secondo le persone che lo ascoltano e ne restano pervase e spesso anche stregate. Guido aveva la sua interpretazione e, conoscendoli da anni, aveva il presentimento che quella sua interpretazione non fosse affatto lontana dal vero.

“Allora? Cosa facciamo?”, chiese lei, mentre ciò che dall’alto scendeva non era più nevischio, ma diventava sempre più neve.

“Andrei lo stesso”, disse lui.

“Sarà tutto fango e neve bagnata e farinosa.”

“Sì. Sarà tutto fango.” Ci fu una pausa. Lui continuava a guardare fuori. Lei continuava a tenere gli occhi bassi, fissi sulle proprie mani incrociate e poggiate sul piano del tavolino in legno del bar. Quando lei ebbe ricordato il fango, il suo pensiero aveva prodotto una frase. Stava per pronunciarla, ma si frenò. “Non era forse fatta di fango la loro relazione in quel momento? Non era forse stato volutamente gettato fango a manciate su quella vita. Da chi? Perché?” Stava per pronunciare la frase. Ma all’ultimo momento si frenò. Lei gli aveva chiesto di fare quell’escursione. Lui aveva accettato. Insieme erano partiti. Insieme si trovavano seduti allo stesso tavolino dello stesso bar. Insieme dovevano decidere se partire o no. Insieme dovevano decidere come affrontare quel fango. La pioggia aumentava. Le gocce disegnavano sul vetro della finestra, accanto alla quale si trovava il loro tavolino, tracce che si rincorrevano e alla fine, dopo una lunga rincorsa, si univano. Le dita di lei tamburellavano sul tavolino della sedia. Era nervosismo? Era indecisione? Era paura? Lui aveva paura. Non lo poteva dire. Aveva tanta paura. Forse anche nei gesti di lei c’era paura? Era stata in silenzio per tutto il viaggio in auto, muovendosi nervosamente accanto a lui. A Guido nulla di tutto questo poteva sfuggire.

“Andiamo”, decise lui alzandosi.

Lei lo seguì. Ringraziarono e salutarono Guido, che li seguì a sua volta con lo sguardo. Egli notò il gesto molto particolare con cui lui aveva aperto la porta a lei: aveva tossito, emettendo un colpo di tosse nervoso, aveva aperto la porta, aveva abbassato gli occhi, aveva invitato lei a passare e poi aveva lasciato richiudere la porta con un colpo di tosse, sempre di quelli che tradiscono nervoso. Guido andò alla finestra e li seguì. Lui controllò che la macchina fosse chiusa bene. Infilarono le pedule nelle ciaspole e misero le ghette. Indossarono i guanti e misero gli zaini in spalla. Impugnarono i bastoni e, senza mai profferire parola, partirono. “Che coppia incredibile!” pensò Guido. Il vento girò. La temperatura si abbassò di quanto bastò per trasformare l’acquerugiola fine mista a neve, prima in nevischio e poi in neve. Li vide fermarsi per un attimo alla carta murale dei sentieri attaccata sotto la tettoia di legno. Parlarono a lungo. Parlarono animatamente. Lui sembrava molto preoccupato. Lei sembrava impegnata a tranquillizzare lui. Li vide partire. Lei davanti. Lui dietro. Tutti e due con la testa bassa. Passi ritmati, cadenzati, quasi dettati da uno di quegli automatismi spenti di vita che il loro comportamento fino d allora al rifugio aveva espresso. La nevicata s’infittì e la coppia scomparve alla vista, divorati dal silenzio complice della montagna. Il televisore del rifugio di Guido era sintonizzato su un canale locale, che diffuse un bollettino meteo: neve oggi e neve anche dopodomani.

“Che sentiero prenderanno?”, chiese Luigi a Guido, il barista.

“Di solito arrivano al rifugio. Sono venuti spesso. Era da tanto che non li vedevo.”

“Avranno i ramponi? Su in cima ci sono tratti ghiacciati.” Luigi era il responsabile del soccorso alpino. Sapeva di cosa preoccuparsi, quando c’erano escursionisti in cammino in condizioni climatiche un po’ particolari come quelle. Ieri la temperatura era improvvisamente salita. La neve in superficie si era sciolta. Ma il fondo ghiacciato, che si era formato sotto, era sempre un’insidia se la neve sopra non si compattava con quello che c’era sotto.

“Bisogna sapere usare bene i bastoni per capire cosa si ha sotto.”

“Sanno fare. Non è quello che mi preoccupa.”

“E cosa ti preoccupa, Guido?”

“Non hanno quasi detto una parola da quando sono scesi dall’auto a quando li ho visti prendere il sentiero. Hanno parlato del tempo previsto, dicendo due parole qui al tavolino. Li ho visti discutere animatamente all’inizio del sentiero. Poi sono partiti. Sembravano due alieni, due robot.”

“Persone silenziose. Il modo in cui si amano da anni qui in mezzo a noi è una delle cose più belle del nostro paese che sta morendo in questo silenzio. Il loro è un silenzio speciale, che ci anima.”

“Non sempre. Il silenzio è la cosa più difficile da interpretare”, rispose Guido, stupito dell’improvvisa fiammata filosofica dell’amico

“Già. Fammi una spremuta d’arance, Guido!”

Salivano lentamente, alternando in modo ritmato bastoni e ciaspole. Lei davanti. Lui dietro. Camminarono così in silenzio per tre ore nella neve. Lei saggiava sempre il sentiero con il bastone prima di piantare i denti della racchetta nella neve. Erano esperti. Conoscevano bene quei sentieri. Lui le aveva insegnato con il tempo a conoscere, ascoltare e rispettare quel paesaggio con gesti semplici, senza chiedergli nulla di più di quanto gli fosse assegnato di dare.

“Quando si sono conosciuti? Ormai fanno parte così integrante della nostra vita che dimentico certi momenti,” chiese Luigi a Guido.

“Qualche anno fa. Lei veniva dalla città. Era insegnante di matematica. Lavorava saltuariamente su al passo agli impianti, un po’ in ufficio, un po’ allo sportello della biglietteria, pur essendo laureata e facendo delle supplenze con cui non riusciva però a mantenersi. Veniva su solo nel fine settimana, quando agli impianti hanno bisogno di più personale. Lui aveva il pomeriggio libero e andava su con le ciaspole, oppure caricava gli sci in auto e andava a fare qualche pista. Dicono che si sono conosciuti così, su agli impianti. Lei fece un giornaliero sbagliato. Lui andò in ufficio skipass a protestare e il direttore dell’ufficio gli diede ragione. Quando lui vide che il direttore stava rimproverando duramente la ragazza allo sportello che aveva commesso l’errore, intervenne in sua difesa, dicendo che tutti possono sbagliare e che non riteneva giusto che una persona fosse umiliata così di fronte ai clienti. Non perse l’amicizia del direttore degli impianti, che ammise il suo errore, ma guadagnò l’amore di lei. Così si dice. E tutti vissero felici e contenti. Si fa per dire …”

“Poi?”

“Poi … boh … poi lo sai anche tu.”

“No. Non so proprio niente.”

Guido trasalì. Aveva un’incredibile occasione per raccontare qualcosa di assolutamente nuovo e di esplorare un terreno vergine. Luigi, che non era del loro paese, ma abitava in un altro della vallata, in effetti era persona riservata e non era uno che si impicciava molto dei fatti altrui. Guido si sedette a un tavolino del bar ormai vuoto. Fuori nevicava in modo veramente forte e fitto.

“Ecco. Non è una storia come tutte le altre. Qua in montagna non siamo abituati a queste storie, come dire?, complicate.”

“Complicate in che senso?”

“Nel senso che non sembrano storie per gente come noi. Sembrano storie per gente di città.”

“Lei è di città, dunque?”

“Sì, ma lui non propriamente. Cioè, un po’ lo è, ma non proprio. È uno di noi, ma non del tutto.”

“Spiegati meglio, Guido.”

Luigi, che era stato in piedi in mezzo al bar, si tolse il giubbotto giallo catarifrangente e si sedette allo stesso tavolino. Il vento si stava alzando. Era preoccupato per quei due là in mezzo alla bufera.

“Non è nato qui da noi. Venne qui qualche anno prima che tu diventassi il responsabile del soccorso alpino. Ma tu qui in montagna eri nato, anche se non nel nostro paese, ti eri allontanato per studiare e poi sei tornato quando ti sei separato. Lui invece è venuto per trasferimento per motivi di lavoro dalla sua banca. Ha chiesto lui di venire qua. In banca dicono che non era mai successo che uno volontariamente volesse venire in una sede così decentrata, tanto che, per mandare qualcuno quassù, dovevano usare i giovani neoassunti, che venivano quasi ricattati e costretti. Nessuno ha mai saputo perché sia venuto qua. Ma la cosa che ha stupito tutti era la disinvoltura con cui viveva la montagna, proprio come se ci fosse nato.” Guido fece una pausa. Proseguì Luigi:

“Lunghe camminate da solo. Ore sugli anelli di fondo sempre da solo. Ore con le ciaspole da solo. Lo so. Ricordo bene. I carabinieri della stazione, che fanno servizio anche alle piste, mi hanno detto più volte che temevano che prima o poi gli succedesse qualcosa nel fare tutte queste uscite da solo.”

“Sì. Ma io non sono mai stato preoccupato. È persona esperta e sicura. Quando lo vedo partire da qui mi pare sempre felice. Eppure oggi tutti e due abbiamo capito che qualcosa non va.”

“Tu l’hai capito.”

“Anche tu l’hai capito, Luigi. Lo vedo che sei preoccupato, pensando a loro due, là nella bufera di neve. O no?”

“Sì. Sono preoccupato. In banca non sembrava diverso. Ci sono stato due giorni fa.”

I due uomini si fermarono. Luigi finì di bere la sua spremuta d’arancia. Si alzò. Salutò Guido, nel momento in cui parcheggiò nella neve l’auto della Finanza. Scesero dall’auto i due sottufficiali, Nicola e Lorenzo, che Guido conosceva bene e a cui offrì il caffè.

“Si è messo d’impegno Giove questa mattina,” commentò uno dei due entrando.

“Sì, Nicola.”

“Poca gente, eh!”

“Niente gente, come vedi. Com’è la strada per venire su?” chiese Guido.

“Non male. C’è passaggio di auto e già 300 metri più giù diventa pioggia.”

“Cosa vi porta qua, Nicola?”

“Il vento forse,” rispose il finanziere. Classica risposta. Guido sorrise e disse: “Stanno chiudendo gli impianti su al passo. Da qui ad andare su credo che sia più difficile. Non ho visto passare ancora nessuno a pulire.”

“È appena iniziato. Lorenzo, prova a salire e guarda com’è la strada! Se c’è bisogno, facciamo una telefonata e vediamo di fare venire qualcuno.”

L’altro finanziere, con i gradi di brigadiere, uscì, riprese la fuoristrada e partì. Quel bar si trovava a metà della strada che da fondovalle portava al passo. D’estate era il punto di partenza di alcuni sentieri che, attraverso il bosco, arrivavano su al passo e da lì ai laghi alpini poco sopra, dove si trovava la stazione a monte degli impianti delle piste da sci.

Nicola commentò: “Aspettiamo cosa ci dice Lorenzo. Poi decidiamo se chiamare uno spazzaneve. Ma mi sembra che da qui in su non passi nessuno.” Poi vide l’auto dei due escursionisti parcheggiata all’esterno accanto a quella di Guido e chiese: “Hai ospiti nelle camere?”

“No. È l’auto di due escursionisti. Loro due.”

“Loro due?” Nicola sapeva che l’espressione si riferiva all’impiegato di banca, proprietario della casa di fronte alla sua stazione, e all’insegnante, che spesso veniva su dalla città in quella casa e che anni prima aveva lavorato anche agli impianti, per mantenersi l’affitto in città. La casa di lui era esattamente di fronte alla loro stazione.

“Sì, loro due. E la cosa oggi non mi piace per niente, Nicola.”

“Spiegati meglio, Guido.”

“Erano diversi dal solito. Non hanno detto una parola. Ma soprattutto sono venuti qui dopo tanto tempo.”

“Lei non si vedeva in paese da qualche settimana, infatti. Quindi oggi è tornata?”

“Direi di sì. Hanno fatto colazione qui, si sono messi le ciaspe e sono saliti per il 103.”

“Sarà una fatica da minatore con questa neve fresca salire su un sentiero non battuto.”

“Più che la fatica mi preoccupa l’animo con cui sono saliti. Sembrava quasi come …”

Guido non trovò le parole. Nicola si era incuriosito, si girò nervosamente il berretto tra le mani e rimase in attesa di una continuazione che non ci fu.

“Sono sempre state due persone particolari. Lui impiegato di banca, lei insegnante. Tutti e due vivono da soli, lui quassù in paese, lei giù in città. Lei che viene su la sera e nel fine settimana e che passa qua le vacanze. Persone particolari, ma che forse hanno dimostrato di amare questi posti più di tanti di noi che ci viviamo. Ci hanno dato una lezione. Questo va ammesso, no?” chiese il finanziere.

Guido aveva ascoltato distrattamente quelle parole. Cercava ancora la conclusione della frase che aveva lasciato a metà.

“Abbiamo il loro numero in caso di necessità?” chiese Nicola.

Guido guardò nel cellulare. Non aveva il numero. “Ma Luigi per me ne ha tanti di numeri di persone del paese. Forse lui ce l’ha. Vuoi che glielo chieda? Sei preoccupato?”

“Tu mi hai messo preoccupazione.”

Guido mandò un messaggio a Luigi, che rispose subito inviando il numero richiesto.

“Visto! Abbiamo un soccorso alpino efficientissimo”, commentò Guido.

Lorenzo intanto era arrivato al passo e chiamò Nicola dicendo che la strada si stava innevando e che forse era il caso di chiamare qualcuno a pulire, perché, anche se c’era poca gente a sciare nelle piste, c’erano diverse persone arrivate presto negli anelli di fondo e che altrettanto presto sarebbero scese. Gente del posto, che approfittava delle neve appena battuta e delle piste ancora poco usate per allenarsi in condizioni migliori, cosa che anche lui, il nostro impiegato di banca, spesso faceva. Nicola, avvalendosi del suo grado superiore di maresciallo che comandava la piccola stazione, incaricò il brigadiere di chiamare lo spazzaneve.

Luigi intanto era arrivato al bar del rifugio situato alla stazione a valle degli impianti, dove terminava il sentiero che saliva su dall’altro rifugio, quello di Guido. Rimase in zona tutta la mattina. Il suo servizio durava tutta la giornata, praticamente fino alla chiusura degli impianti e alle prime ombre della sera. Verso mezzogiorno li vide arrivare, molto provati e affaticati. Apparentemente non erano infelici. L’intensità della nevicata non era calata. Il vento la portava a folate su al passo. Sulle piste la visibilità era compromessa e gli impianti erano stati fermati. L’addetto al gatto delle nevi aveva rinunciato a battere le piste e aveva parcheggiato il mezzo accanto all’auto del soccorso alpino dentro la quale era Luigi.

“Non c’è più una via di mezzo qua. O non nevica per due mesi. O in un giorno ne vengono due metri,” disse l’uomo scendendo dal gatto, con cui aveva cercato inutilmente di tenere battute le piste per i pochi temerari che ancora cercavano di scendere. In quel momento c’era solo qualcuno che scendeva a mangiare. La cabinovia e le quattro seggiovie erano state fermate.

Anche Luigi scese dall’auto. “Non lamentiamoci. Domani è sabato e faremo il pieno, Bob.” E lo seguì dentro al rifugio, accodandosi ai pochi sciatori che erano già scesi e che avevano appena depositato gli sci sugli appositi supporti, sia discesisti che venivano dalle piste lì sopra, sia i fondisti che venivano dall’anello molto amato soprattutto dagli sportivi locali, situato dall’altra parte della strada. Anche questi ultimi si lamentavano per non aver potuto sciare. Roberto, detto Bob, li vide anche lui arrivare con le ciaspe e commentò: “Ecco una cosa da fare oggi: una bella passeggiata con le ciaspe. Loro due non se lo fanno certamente dire da noi, quando è il giorno ideale per venire su con le ciaspe. Era un po’ che non li vedevo. Mi fa piacere che siano tornati anche loro.” Anche Bob li conosceva bene.

“Lui non è mai andato via,”, corresse Luigi. “È lei che mancava da un po’.”

Entrarono nel rifugio, lei davanti, lui dietro, entrambi con un passo lento e stanco per loro non consueto. Non era grande come quella di Guido la sala bar e in più era affollata dai pochi sciatori che avevano sfidato le previsioni ed erano saliti lo stesso. Trovarono un solo tavolino libero e lo occuparono subito. Luigi si ricordò in quel momento che Bob aveva una figlia che a scuola come insegnante di matematica aveva proprio lei. E infatti la donna salutò con un cenno a distanza Bob, che aveva riconosciuto come genitore di una sua alunna.

“È sempre una persona sorridente. Oggi mi sembra triste. Hai visto come mi ha salutato?”

“Li abbiamo visti partire giù da Guido. Hanno preso il sentiero da lui. E lì hanno lasciato l’auto. Hanno fatto colazione da Guido senza dirsi una parola.”

Bob chiamò la figlia e le disse dell’incontro che aveva appena fatto: la sua prof di matematica. La figlia gli rispose che il venerdì era il suo giorno libero e che era tornata al lavoro proprio il giorno prima dopo una lunga malattia di quasi un mese. Lo riferì a Luigi, che lo riferì a sua volta a Guido. Nicola e Lorenzo i due finanzieri arrivarono per il pranzo al rifugio. Si sedettero con Luigi e Bob. Appresero anche loro la notizia della lunga assenza dal lavoro per malattia della donna.

I due erano seduti ad un tavolo non lontano da loro. Luigi e Bob davano loro le spalle, ma i due finanzieri li vedevano bene in faccia. Nicola disse:

“Lei in effetti pare molto affaticata. Lui meno. Hanno fatto una bella salita di quasi quattro ore. Hanno impiegato un’ora più del previsto. Sicuramente hanno trovato tratti con molta neve, che andava battuta bene e questo li ha rallentati. Di solito sono ciaspolatori veloci. Adesso stanno parlando. Lui sembra molto dolce con lei. Lei sorride poco adesso. In effetti pare che solo lui stia parlando.”

I due stettero poco seduti al rifugio. Mangiarono un piatto di pasta e ripartirono quasi subito, sicuramente sapendo di avere tanta strada da percorrere e desiderando arrivare all’auto prima del buio. La montagna li riaccolse con la stessa dolcezza e lo stesso incanto con cui li aveva sempre accolti in quegli anni, ma quel vento che cambiava spesso, quelle nubi che si alzavano e riabbassavano improvvisamente, volevano come comunicare qualcosa di anomalo. Luigi e Bob lo presagivano. I due finanzieri restarono in silenzio. Sapevano che la loro piccola stazione era troppo spesso stata usata dal paese come osservatorio privilegiato per avere notizie sulla presenza o sull’assenza di lei. A quello si limitavano le curiosità della vecchia, stanca e rispettosa anima di quel paese. E Nicola sapeva che il silenzio suo e di Lorenzo era stato vissuto con preoccupazione dalla piccola e sempre solidale comunità, che al suo impiegato di banca e alla sua amata compagna di viaggio era legata da un affetto che tutti davano per scontato, ma nessuno avrebbe mai saputo descrivere con parole. La montagna vive anche di queste recondite ineffabilità. Siamo sempre lì, alle solite insanabili aporie.

Per tutto il pomeriggio le notizie su di loro si rincorsero giù in paese, in modo più o meno confuso. Tutti erano convinti che stessero rompendo e già erano partite le ricostruzioni sulle possibili motivazioni della rottura. Altri parlarono di problemi economici. Altri addirittura vociferarono di un trasferimento che lui avrebbe avuto altrove. Lui aveva preso un giorno di ferie dall’ufficio, all’ultimo momento, trovando le sostituzioni in fretta, adducendo come motivazione un problema personale molto importante. Il direttore non aveva creato difficoltà e gli aveva consentito di godere del giorno di ferie richiesto. Il suo vicino di casa disse che da alcune settimane non cenava a casa sua e che quasi tutti i giorni, appena uscito dal lavoro, scendeva in città e tornava solo la sera tardi. Un collega disse che da alcuni giorni lo vedeva parlare in modo molto animato al cellulare, con tono molto preoccupato. Usciva spesso dal suo ufficio, andava in strada e gesticolava molto, andando avanti e indietro. Al bar in piazza non lo si vedeva da tempo. Guido li vide ritornare all’auto parlando tra di loro. Notò un particolare che non mancò di segnalare in un messaggio a Luigi: lui aiutò lei a togliersi ghette e ciaspole, cosa mai fatta. Dopo avergliele tolte le accarezzò dolcemente il viso e lei rispose con un sorriso altrettanto dolce. Ogni illazione su un litigio si infranse dopo quel messaggio. Tutto sembrava di nuovo a posto tra i due nelle fantasticherie mediatiche del piccolo paese. Partì un secondo tam tam di smentite e riletture. Eppure qualcosa che non andava ci doveva essere: di questo tutti erano convinti.

L’indomani ritornarono. Fu una meravigliosa giornata di sole. Era sabato. Arrivarono sulle piste centinaia di persone, dopo l’abbondante nevicata del giorno prima. Ma loro due andarono su direttamente al passo. Non avevano ciaspe, ma sci di fondo e rimasero sugli anelli a lungo, facendo spesso pause di riposo al rifugio. Nel primo pomeriggio scesero e si fermarono giù al bar dell’altro rifugio, quello di Guido, a metà strada, venendo su dal paese. Luigi era già sceso prima di loro e aveva informato l’amico, con cui non aveva potuto parlare molto, per via della mole di lavoro che impegnava il bar gremito sin dalle prime ore del mattino. Guido aveva cominciato con le colazioni. Poi da lui erano scesi a mangiare tutti quelli che non avevano trovato posto nei più piccoli locali su al passo, sia nella stazione a monte, sia in quella a valle degli impianti.

Loro due avevano trovato posto verso le 15,30 su un tavolino appartato in un angolo del locale ed erano rimasti lì seduti per lungo tempo. Il loro animo appariva molto diverso da quello della giornata precedente, quando erano stati visti parlare poco al bar, alla partenza e poi all’arrivo del tratto in salita, e quando al momento della ripartenza era stato notato quell’aiuto che lui aveva offerto a lei e che Guido aveva registrato come episodio singolare, mai capitato prima. Lo stesso Guido notò un clima particolare tra loro due. Eravamo tutti abituati a vederli spensierati e sorridenti. In quel momento parlava solo lui. Lei appariva molto stanca e provata dalla giornata sugli sci, ascoltava lui, ogni tanto girava la testa come perdendosi fuori del locale con riflessioni incuranti di quello che lui le stava dicendo. Arrivò la sera e tra le persone del paese ricominciò il tam tam di messaggi, in cui si parlava ancora molto di loro due, della ricomparsa di lei dopo tanto tempo e così visibilmente cambiata, affaticata, singolarmente silenziosa.

Per la domenica era prevista un’altra perturbazione e altra neve a partire dalle ore centrali della giornata. Come due giorni prima arrivarono con le ciaspole e lasciarono l’auto giù al rifugio di Guido, che notò che tra di loro c’era più comunicazione questa volta. Si fermarono a fare colazione, lo salutarono cordialmente entrambi, ma senza fermarsi a parlare con lui, cosa che in passato facevano regolarmente. Lui appariva sostanzialmente lo stesso di sempre; lei molto diversa. Era come, pensò Guido, se dieci anni le fossero saltati addosso in un attimo. Non li vide più nessuno quel giorno in giro. Non furono visti al passo. Per chi conosce quelle montagne, in giornate di neve che scende regolare, non di bufera come due giorni prima, la possibilità di addentrarsi in percorsi secondari offre opportunità meravigliose a chi sa ascoltare e rispettare quel paesaggio. Solo Guido li rivide tornare all’auto, senza fermarsi al bar come di consueto. Arrivarono: lei abbracciata a lui. Ma Guido, che era andato alla finestra e osservava attentamente la scena, aveva notato in quell’abbraccio un modo di volersi sentire vicini, che non sembrava dettato soltanto da quel banale sentimenti amore di cui tanto in quegli anni avevano parlato tra di loro. Vedeva sofferenza negli sguardi e nei lenti atteggiamenti di tutti e due. Forse per quello non erano voluti entrare nel rifugio. Accompagnò con lo sguardo l’auto, che ripartì nella neve, che continuava, debole ma incessante, a scendere sin dal mattino. Non si sarebbero più visti sui sentieri e sulle piste del passo. Bob disse solo che dalla figlia aveva appreso che lei era di nuovo assente da scuola e che nessuno sapeva niente. Chi sapeva forse taceva. Il silenzio, nelle sue tante metamorfosi, questa volta aveva preso quella nuova forma del sagace, reciproco rispetto. Nella vita di questa gente fiera e sempre solidale il rispetto è sempre stato un valore importante, un fondamento, un cardine della vita dell’intera comunità. Il silenzio di lui in banca. Il silenzio di Nicola e Lorenzo sulla sua casa. Il silenzio degli altri vicini. Il silenzio di chi non lo vedeva più al bar di piazza. Il silenzio di chi lo vedeva ansioso di chiudere l’agenzia della banca, per precipitarsi giù in città. Era una comunità intera precipitata in un silenzio da cui si era lasciata avvolgere nel segno di un antico rispetto tramandato di generazione in generazione. Un silenzio che era anche un’attesa di un segnale. Nessuno si esponeva in una direzione o nell’altra. Ma quello che quel silenzio non riusciva assolutamente a coprire con il suo manto era il sentimento di sofferenza generale, che si avvertiva in un paese che nel loro amore aveva addirittura visto la possibilità di rinascere. Sono esattamente queste le trappole e le pretese da cui ho imparato a guardarmi in questi anni.

Una domenica alla fine del sentiero che dal rifugio di Guido portava al passo, sul piazzale del parcheggio delle auto degli sciatori che vanno a prendere gli impianti della cabinovia e delle seggiovie delle piste, apparve un mucchietto di pietre a formare un piccolo cono. Tra due pietre una foto di lei e sotto la foto un piccolo tronchetto di legno spaccato longitudinalmente e recante un’incisione: “La tua anima vivrà sempre in queste pietre, in questo legno, in queste nevi, perché queste pietre, questo legno e queste nevi non sono solo qui, parte di questo paesaggio. Sono eternamente vive nella mia anima.” Luigi lo vide per primo. Fece la foto e la mandò agli amici più stretti.

Dal giorno successivo, ogni giorno nella pausa del pranzo, lui saliva al passo e aggiungeva un sasso in quel luogo, si sedeva per terra, ogni tanto depositava un fiore. Si rialzava e tornava al lavoro. Il paese del silenzio non gli chiese mai niente. Tutti avevano ovviamente capito il dolore che quel manto di silenzio aveva dovuto proteggere. Tanti privatamente, ma molto discretamente, gli manifestarono la loro vicinanza. Nessuno seppe nemmeno dove o se furono svolte le esequie. Il silenzio rimase sempre protetto dal rispetto che lui continuava ad emanare con la forza con cui tutte le mattine andava ad aprire la sua banca e la richiudeva la sera. Il silenzio rimase protagonista della tenacia con cui lui ogni giorno aggiungeva un sasso al monumento. Il sabato e la domenica saliva a piedi con un sasso e un fiore, fermandosi a lungo ad occhi chiusi in ascolto di qualcosa che a nessuno sarà mai dato sapere cosa fosse.

In estate il comune decise di risistemare il parcheggio e di realizzare una ciclabile sulla carrareccia che dal rifugio di Guido arrivava al passo, quella in fondo alla quale si trovava l’improvvisato monumento. Il progetto del geometra, realizzato in uno studio giù in città, prevedeva un intervento che avrebbe smantellato il ‘monumento’, che ormai era alto oltre un metro e in cui i sassi accumulati avevano creato come una cornice attorno alla foto e al tronchetto inciso. Appena la cosa si seppe, tutti, senza neanche doverselo comunicare, si trovarono davanti all’ufficio del sindaco a protestare, perché il progetto fosse cambiato: Guido, Luigi, Nicola, Lorenzo, Bob, i gestori dei due rifugi del passo, altri suoi amici. Mancava solo lui, come se sapesse che il paese avrebbe compreso il suo silenzio. Quando a giugno i lavori della ciclabile furono realizzati, il tracciato fu fatto deviare. Nessuno ora poteva evitare di fermarsi di fronte a quel meraviglioso atto d’amore. Tanti chiedevano ai due rifugi, quello a monte e quello a valle delle piste, il significato del singolare manufatto. La semplice storia di amore e dolore dei due sciatori ed escursionisti, appassionati di fondo e ciaspole, di due persone come tante, passò di bocca in bocca, arrivando fino al paese, fino in città. Qualcuno iniziò anche spontaneamente e depositare un fiore. Erano amici di lui, ma anche di lei che venivano su dalla città. Erano quelli che avevano capito, ascoltando quel silenzio, che per noi non erano due persone come tante.

L’inverno dopo arrivò un gruppo scolastico, accompagnato da un’insegnante di educazione fisica. Nessuno mai seppe chi fosse quell’insegnante. Luigi era lì di servizio con la sua auto del soccorso alpino quel giorno, quando il gruppo arrivò a piedi con le ciaspole. Si commosse per la scena che vide. E il racconto che ne avrebbe fatto poi in paese ci contagiò per la carica di indimenticabile commozione che aveva in sé. I ragazzi si misero davanti al ‘monumento’. La loro insegnante disse due parole, forse una preghiera. Luigi non aveva potuto sentire. Gli fu sufficiente assistere alla scena indimenticabile che avvenne subito dopo: uno dopo l’altro i ragazzi estrassero dallo zaino un fiore e lo depositarono sotto la foto. Tanti di loro cedettero anche alla commozione. Quando il gruppo ripartì, Luigi si avvicinò a quello che loro ormai chiamavano il ‘monumento’ e trovò un altro tronchetto inciso, il secondo dopo quello che aveva messo lui, più piccolo di quello, anch’esso incastonato tra i sassi, più in basso, in posizione più rispettosa. Quando il gruppo ripartì, tutti poterono leggere l’incisione sul secondo tronchetto, che recava scritto: “Goethe ha sostenuto che i monti sono maestri muti e rendono i discepoli silenziosi. Il silenzio, che ci hai insegnato per ascoltarti allora, è ora nelle nostre anime l’allievo migliore del silenzio che quassù ti proteggerà con l’amore che la tua infinita dolcezza merita. La tua 4C. 31 gennaio 2015.” Nessuno gli disse niente. Sapevano che veniva su tutti i giorni. Luigi era lì al passo quando lui, venuto su dal paese il giorno dopo, vide quell’incisione, fatta di parole semplici ma forti, come semplice e forte era da sempre lo spirito che animava la gente di quei posti; benché quelle parole venissero dalla città, lo spirito era quello stesso che animava lui e noi da anni. Era una giornata di neve. Luigi gli si avvicinò lentamente. Gli pose una mano sulla spalla. Piansero insieme. In silenzio. Fu la prima volta che qualcuno lo vide piangere. Fu la prima volta che Luigi forse capì la forza del silenzio, fatta di un’ineffabile semplicità.

I violini recitano una struggente melodia là dove la partitura recita Ausklang, epilogo e Nacht, notte. In quella melodia si riconosce una modifica del tema della marcia con cui il brano era iniziato. Dopo il brano Gewitter und Sturm, temporale e tempesta, nulla poteva essere più come prima, perché l’ordine inevitabile delle cose impone queste necessità, cui nessuno sfugge. Tra queste necessità ve n’è una che non è facile descrivere e che si esprime solo in domande, in tante domande: in che modo il Tempo modifica il sentimento attraverso il meccanismo della memoria? come può l’amore da ardente passione del corpo restare vivo sempre, nonostante tutto, come lancinante passione dell’anima? perché il silenzio di queste montagne raramente incontra un interprete che lo sappia ascoltare? perché il modo in cui lo ascolto oggi, nelle stesse condizioni ambientali di ieri, non è mai uguale a quello con cui l’ho ascoltato ieri? che cosa c’è qua dentro di così maledettamente crudele e sadico, che riesce a trasformare in dolore la cosa più bella che dovrebbe esistere nella vita? perché, passando davanti ad una frase incisa su un tronchetto di legno, mi si bagnano gli occhi sotto le palpebre e avverto anch’io il bisogno di lasciare un fiore? Ma la domanda che esercita un singolare e forse persino perverso fascino di attrazione davanti a quel monumento è un’altra. perché questo che dovrebbe essere un atto di amore diventa un atto di dolore?

Nessuno di noi qui in paese ha mai saputo chi sia stato l’anonimo autore della frase incisa su quel legno che decine di persone possono leggere e che il silenzio della sagace montagna ora proteggerà per sempre. Ma, se l’autore di quella frase è uno che legge questa storia, tu, chiunque tu sia, sappi che noi tutti quassù ti vogliamo bene e che da oggi anche tu sei ‘uno di noi’, parte di questi silenzi che sono custodi di sentimenti speciali, espressione di anime e di individualità che a nessuno spetterebbe invadere. Siamo arrivati alla fine. E non posso dirvi altro se non che a questo punto l’unica cosa giusta che mi sento di fare non è dare interpretazioni che a me non spettano, non è spiegare atti e gesti che non potrò mai permettermi di comprendere, non è trasformare in pretesa ciò che non è altro che vita, ma soltanto salire lassù e lasciare, in silenzio come tanti, un fiore.

L’ultima curva

Era prevista da giorni. La neve, dopo settimane di clima primaverile fuori stagione, di turisti con il broncio, finalmente era arrivata. Il paesaggio vero, tutto bianco, aveva preso il posto di quello finto con le lingue bianche delle piste disegnate dall’uomo nel verde. La neve era arrivata con il botto, come si dice. Aveva iniziato in tarda mattina portata da vento forte. La nevicata si era poi infittita, sempre di più. Mario, il parrucchiere del paese, e Alberto, suo fratello, proprietario dell’officina meccanica, avevano deciso di chiudere prima del solito le loro attività. Mario era tornato a casa dove ad attenderlo era Sofia, con la naturalezza senza patemi di quelle persone di montagna per cui la neve è la vita e non un problema, come altrove. Alberto, che, viste le previsioni, aveva già applicato lo spazzaneve al suo camioncino, si teneva pronto, insieme ad altri, a rispondere al messaggio del sindaco e a mettersi al lavoro. Ma i due fratelli, sulle porte delle rispettive case, non parlavano della neve. È inutile dire che anche per loro la neve non è un problema, da sempre fa parte del quotidiano tran tran, ma può diventare un problema chi incautamente la sfida. Non di quella, dunque, parlavano. Tema delle loro preoccupazioni era, invece, il loro amico e vicino di casa, insegnante da anni nella loro comunità, da quando aveva fatto la scelta di lavorare in quel paese e in quella scuola; e lì in quella comunità, appunto, da tempo viveva. Il “prof”, come da tutti era semplicemente chiamato, in quanto unico uomo insieme a un bidello a lavorare in quella piccola scuola, destava preoccupazione in tanti quel giorno, da quando Annamaria, che abitava nell’ultima casa prima della rotonda, dove iniziava la strada del passo, aveva comunicato che, prima che questa fosse chiusa, era passata proprio l’auto del prof. Era il gesto che tanti di quelli che gli volevano bene purtroppo temevano e che puntualmente si era verificato. Non era la prima volta che lo faceva da quel giorno di gennaio di dieci anni prima, quando, sempre sotto una fitta nevicata e sempre con la strada del passo chiusa, il prof era andato nella sua baita, in realtà una piccola casetta con piano terra in pietra e alzato in legno, che il marito di Annamaria, geometra, aveva trasformato in un rustico e caldo ambiente, un locale unico, una grande monolocale, una specie di loft. Gli volevano tutti bene, perché era un bravo insegnante, era persona sensibile, era amato dai suoi ragazzi, stava spesso con tutti loro al bar, nella piazza, nel giardino pubblico, faceva sport con loro, partecipava con loro all’organizzazione di tutti gli eventi per i turisti, così come a quella degli aiuti nelle situazioni di bisogno, nelle calamità naturali. Ma gli volevano bene soprattutto dopo quello che era successo anni fa quel giorno di gennaio.

Alberto ricorda meglio di tutti quanto successe allora, in quella giornata che lasciò un segno, un brutto segno, in tutta la comunità. La strada del passo era stata chiusa e non ancora pulita dopo un’abbondante nevicata. Arrivò alla stazione dei carabinieri una chiamata di soccorso da parte di una donna rimasta bloccata: evidentemente era uscita da una delle strade private e non era a conoscenza della temporanea chiusura di quella principale. Fu Alberto a salire con lo spazzaneve e a trovare la Cinquecento bianca ferma in mezzo alla bufera, bloccata nella neve. Lei era visibilmente alterata. Alberto, che la conosceva bene, non l’aveva mai vista così: la donna nervosamente si asciugava il viso con un fazzoletto e cercava in modo innaturale e maldestro di dissimulare un malessere che trapelava in modo palese. Alberto riuscì ad estrarre l’auto dalla neve e a metterla dietro il suo mezzo. Disse alla donna di seguirlo standogli vicino. Provò a fare domande sul prof, ma non ebbe alcuna risposta. Arrivati alla fine della discesa, in fondo alla strada, alla rotonda dove iniziano le case del paese, Alberto intravvide una mano che ringraziava da dietro un finestrino appannato. Da quel giorno la Cinquecento bianca e chi l’aveva guidata, popolando fantasie di ogni tipo nelle menti della gente del paese, non si vide più. Dieci anni erano passati. E la piccola comunità sentiva la mancanza di quella Cinquecento bianca. La avvertiva immancabilmente quando vedeva lui, il loro prof, e quando realizzava il cambiamento che quel giorno aveva apportato all’esistenza sua e alla vita di tutti loro. Quando Alberto tornò al bar, vide Mario che gli disse che il prof non rispondeva al telefono. Sapevano tutti che era lassù. Cosa fosse successo non si seppe mai. Lui non ne parlò mai a voce. Erano per tutti loro in paese una coppia bellissima e affiatata. Lei era un’insegnante di educazione fisica di una scuola di città, che portava spesso i ragazzi a sciare e a fare escursioni con le ciaspole, altrove note come racchette da neve, nelle piste del loro paese. Il barista del rifugio, Halit, un gioviale quarantenne di origine balcanica, gli aveva parlato di un’insegnante di una scuola di città, “una donna affascinante”, che veniva spesso con i ragazzi sulle piste del passo: nel suo linguaggio semplice e con il suo lessico decisamente diretto e ben poco allusivo non mancò più volte di dire nei suoi messaggi quale notevole esemplare del genere femminile fosse quel giorno arrivato al rifugio. Un giorno in un messaggio Halit descrisse la giovane insegnante in tutti i particolari fisici, partendo ovviamente dalle parti più curvilinee, che a lui evidentemente interessavano di più, e concludendo con la descrizione dei particolari che invece solleticarono l’interesse del prof:  “ha un naso molto particolare, aquilino, lineamenti del viso marcati, un alone vagamente orientaleggiante che noi balcanici, mescolatici per secoli con i turchi, sappiamo riconoscere subito, un piccolo neo vicino al naso, occhi neri vivacissimi, una chioma di capelli neri lunghi che è una meraviglia della natura e un sorriso che spakka”.  Nessuno seppe se tutto fosse dipeso dalle quelle due kappa o dal neo, o dai capelli, o dalle curve descritte centimetro per centimetro da Halit, fatto sta che il prof decise di associarsi un giorno con i suoi ragazzi a quelle uscite, che lo incuriosirono, e organizzò un’escursione con le ciaspole con una sua classe, non appena ebbe da Halit la data della prossima comparizione della ‘misteriosa divinità orientale’. Fu così che un bel giorno al rifugio su al passo, proprio sui tavoli dove Halit serviva la pasta e fagioli, a detta di tanti la più buona di tutta la valle, i due gruppi, quello del prof e quello della divinità orientale, si fermarono per il pranzo e si incontrarono. La freccia di Cupido evidentemente fece centro, quando i due insegnanti si conobbero e Halit, ammiccando con il prof, disse: “Sono fiero che nel mio rifugio sia appena nato un gemellaggio tra due scuole. La quota degli accompagnatori è offerta dalla casa.” In effetti, trattandosi di un giovedì, giornata infrasettimanale, quei due gruppi di quasi sessanta persone, compresi gli altri due colleghi del prof e dell’insegnante della scuola di città, avevano portato in cassa una cifra che per Halit era assolutamente insperata. Alberto era arrivato al passo, passando per il sentiero nel bosco, che incrociava il pianoro della sua baita; l’altro gruppo aveva preso un’altra mulattiera estiva, che per anni era stata usata come tracciato per una pista di sci di fondo nei mesi invernali. A tavola il prof convinse la collega appena conosciuta a passare per il bosco, dicendole che il panorama sarebbe stato molto più bello, ma che bisognava prestare attenzione ad alcuni tratti ripidi. Halit vide subito dai sorrisi che si scambiavano, dal modo in cui parlavano, da come il prof avesse quasi dimenticato di avere la responsabilità di un gruppo di ragazzi, che la famosa alchimia chimica era scattata. “C’è qualcosa di incredibilmente misterioso che unisce queste due persone”, scrisse nel massaggio che inviò ad Alberto e Mario, che sapeva in paese non solo vicini di casa, ma anche amici del prof. In pochi minuti tutto il paese seppe. Alberto non vide subito il messaggio, ma Mario sì, lo vide subito e rispose: “Ma lui è così timido …” Halit ribatté: “Anche lei. È questo il bello.” Al ritorno verso il paese, da cui erano partiti per quella escursione con le ciaspole con il gruppo dei ragazzi, passarono infatti proprio dalla carrareccia, che dal passo giungeva alla sua baita e diventava poi lo stradello privato, che portava alla strada principale. Il prof e lei rimasero sempre insieme in fondo al gruppo. Lui, che conosceva benissimo quella pista, spesso aiutò lei nei punti più ripidi. Da lì scendeva anche un sentiero, da cui si arrivava in paese più velocemente a piedi, quello che il prof con i suoi ragazzi avevano già percorso in salita. Alberto li incontrò su quel sentiero e vide che in un tratto un po’ più ripido e delicato il prof era particolarmente attento ad aiutare i ragazzi ad affrontarlo nel giusto modo. Vide anche che per ultima passò lei. Ma la donna scivolò, perdendo l’equilibrio e finendo proprio in braccio al prof. Alberto ebbe la conferma dei sospetti di Halit, nel momento in cui assistette al bacio che i due si diedero quando lei si rialzò, ridendo spensierata e per nulla preoccupata della brutta figura fatta con i suoi ragazzi. Da quel giorno lei veniva su al paese sempre più spesso con la sua Cinquecento bianca. E non si presentava mai alla casa di lui in paese: alla rotonda girava sempre per la strada del passo e poi prendeva la sterrata che andava alla baita. E quella Cinquecento bianca era diventata in certo senso parte delle fantasticherie che tutti in paese iniziarono a raccontare, costruire, inventare, modificare, rielaborare con dettagli sempre nuovi sul loro prof. Era una piccola epica di paese quella che si ambientava in quella baita e che stava prendendo forma nelle riunioni a tavola delle famiglie al termine del dure giornate di lavoro, che la stagione turistica imponeva per il divertimento altrui. Era bello quando la mattina presto scendevano insieme dalla baita, abbracciati per fare colazione insieme al bar, prima che lei scendesse in città alla sua scuola e lui andasse a sua volta alla sua scuola, la loro scuola, la scuola del loro paese, dove tutti loro avevano passato un po’ della loro vita. Era bello il modo semplice in cui il prof e la ‘misteriosa divinità orientale’ dichiaravano a tutti di essere innamorati.

Il loro prof da anni scriveva. Aveva iniziato con delle poesie di ambientazione montanara, ispirate ai sentimenti che da quel paesaggio scaturivano nella sua immaginazione. A loro piacevano, ma il genere della poesia, apprezzato dai lettori locali, raccoglieva scarso interesse giù in città. Decise allora di passare alla narrativa ed ebbe più successo. Sempre racconti di montagna e sempre lei, in forme diverse li popolava, con la sua chioma di capelli neri, i suoi occhi neri, il suo accento orientale. Nessuno di loro aveva mai saputo da dove venisse quello splendore del genere femminile che, ogni volta che faceva la sua apparizione nel bar del paese, lasciava a bocca aperta tutti, soprattutto gli uomini, con quel suo fisico atletico, sempre tonico e perfetto, quei capelli che ora lasciava ondeggiare con voluttuosa civetteria, ora raccoglieva in una lunga coda di cavallo, che spesso era lui a farle lì al bar, accarezzandoglieli morbidamente, incurante degli sguardi altrui. Il piccolo birichino neo a fianco del naso leggermente adunco, la spia che per tutti loto tradiva l’inconfondibile origine orientale, ma dantesca per lui e la sua immaginazione mai convenzionale, era stato oggetto di tante ipotesi sulla sua origine. Benché si fosse conquistata l’epiteto di ‘misteriosa divinità orientale’, parlava tuttavia italiano perfetto. Non solo: rispondeva alle battute in dialetto, quello di città un po’ imbastardito, ma apprezzato ugualmente dai più puntigliosi puristi locali. E quegli occhi vivaci? Avevano un potere unico di sprigionare fiamme di passione in chi ne fosse colpito. Quanto era bella! Una bellezza di quelle che lasciavano il segno non tanto perché espressa da un fisico, quanto perché diffusa da uno spirito che, potente in modo ineffabile, emanava ogni sua forza al suo passaggio; una bellezza che passava per il sorriso, per gli occhi, per quella leggera e morbida chioma di capelli neri, che sembravano parlare muovendosi in modo così delicato e sinuoso. Aveva avuto proprio un bel fiuto il prof, dicevano spesso, nelle più svariate coloriture che il loro dialetto consentiva. Lo invidiavano. Sì, non riuscivano a celare, anche espressamente nei suoi confronti, la loro bonaria invidia per quella meraviglia di collega di educazione fisica che aveva trovato e che, seppur discretamente, faceva ormai parte della loro comunità. Ma Alberto e Mario avevano sempre nutrito grande rispetto per lui e per la sua storia con lei; all’inizio qualche battuta piccante sulla bocca di qualcuno c’era stata. Poi i due fratelli erano prontamente intervenuti a difesa del prof e nessuno aveva più osato esprimere né pensare mai niente di volgare né di offensivo. Era un atto di amore di un paese intero quello che accompagnava e partecipava a quella presenza nella baita, due chilometri fuori dalla strada del passo. Una passione che animava, che infondeva vita, ma che, soprattutto, ispirava rispetto per qualcosa che loro non avevano mai capito da cosa derivasse. Era il loro prof, gli volevano bene, lo avevano accolto, scriveva di loro cose belle, lo faceva con naturalezza e semplicità. Era uno di loro, senza se e senza ma. Che fosse quella la ragione che ispirava quel senso di autorevole semplicità che era nell’aria intorno a lui? Che fosse quello il suo alone particolare? Era un carisma anche quello, in un modo o nell’altro, un carisma fatto di gesti semplici, alieno da protagonismo, ma ricchissimo di affetto e solidarietà.

Alberto e Mario erano quelli che più di tutti s’intrattenevano con lui. Abitavano nelle case del paese da cui partiva il sentiero che, tagliando per il bosco, arrivava direttamente alla baita. Lo vedevano più frequentemente, perché, molto spesso scendeva e risaliva a piedi da lì, quando, anziché a casa in paese, andava su alla baita. Anche d’inverno. Quante volte dentro la loro testa gli avevano dato del matto, vedendolo infilare le pedule nelle ciaspole e salire su per l’erta, nella neve non battuta se non da lui, con lo zaino pesante di libri! E quando passava di lì lo salutavano felici, perché sapevano che lassù andava ad aspettare lei.

Da quel giorno di gennaio il prof era cambiato. Non scriveva più quando si trovava nella sua casa in paese, ma soltanto quando andava su alla casetta, dove trascorreva, spesso da solo interi fine settimana. D’estate o nelle vacanze di Natale riceveva qualche visita da parte dei suoi due fratelli, sempre giù in paese, mai su alla casetta. Non si muoveva più dal paese. Quando uscì la prima raccolta di racconti, fu intitolata Il tempio della memoria: tutti in paese capirono che il riferimento era alla baita. E da allora tutti capirono che là dentro covava qualcosa di meno bello, di molto diverso da quello che per tanti anni la loro epica di paese aveva immaginato e costruito. Il prof non riusciva più a sorridere come prima. Il dolore lo stava rodendo. Quando andava lassù produceva pagine diverse da quelle di prima, pagine più forti, più vissute, più passionali, riuscendo a esprimere sentimenti che neppure loro, nati lì, sarebbero riusciti a cogliere in quel modo. Trasferiva nel paesaggio quella passione che aveva perduto nell’anima; riempiva con il paesaggio il vuoto che lei aveva lasciato lassù, nel ‘tempio della memoria’. Quei testi scritti dopo quella giornata di gennaio, rimasta indimenticabile negli annali della piccola comunità, erano più belli, ma lui no. Lui, dentro di sé, nella sua anima, non era più bello come prima per loro. Lo capivano al momento della colazione al bar. Lo capivano nel bar della scuola all’intervallo. Lo capivano quando si fermava in chiacchiere a commentare il giornale da Mario. Lo capivano sulle panchine del giardino pubblico. Lo capivano quando con Alberto trascorreva ore davanti a un grappino che durava eternamente, tanto a lungo quanto interminabili erano gli sforzi dell’amico per capire cosa stesse succedendo alla sua anima. Alberto, da sempre appassionato di letteratura di montagna, leggeva con passione i suoi racconti e aveva capito di quei testi qualcosa che altri forse non avevano percepito. Il prof se ne era accorto. Lo ascoltava con piacere, ma in silenzio, senza mai dargli la soddisfazione di aver compreso un riferimento particolare, di aver interpretato una metafora rappresentata da un animale, da una figura del paesaggio, da una scena. Mai. Ascoltava in silenzio. Annuiva con il capo. Prendeva in mano il bicchierino di grappa. Lo annusava più volte senza bere. Quando beveva, lo faceva a sorsi lentissimi. Ogni incontro terminava con la stessa frase: “Grazie, Alberto. Sei un amico.” Frase che rafforzava un’amicizia, ma che ad Alberto sembrava non servire a risolvere un problema. E ne soffriva quando lavorava nella sua officina, pensando all’amico, vedendolo passare a piedi, per inerpicarsi per quel sentiero che conduceva alla baita: un viaggio dell’anima ormai per lui, la dolorosa erta al ‘tempio della memoria’. Allora Alberto avvertiva una speciale ma discreta attrazione verso l’amico: usciva dall’officina, lo seguiva finché riusciva a vederne la sagoma salire su per il bosco. E dentro di sé la sua anima di uomo di montagna, da sempre abituato ad essere sì devoto e religioso, ma soprattutto solidale al momento del bisogno, comprendeva lo stato di chi in quel momento non era felice; e non mancava di rivolgere nel suo animo una preghiera che accompagnava quella faticosa e dolorosa salita alla baita, ben diversa da quella di anni prima.

Qualcuno si era informato giù in città. Sembrava che lei si fosse trasferita. Voci raccolte qua e là dalla curiosità della piccola comunità parlavano di un genitore di uno studente, titolare di un importante studio commerciale in una città vicina dove lei si sarebbe trasferita, convinta da lui ad abbandonare le tristi e malinconiche montagne per la più viva città. Queste voci si rincorrevano di casa in casa e arrivarono anche a lui ovviamente, tanto piccola era la comunità. Quella che non era più la ‘misteriosa divinità orientale’ sarebbe più volte stata vista in locali notturni insieme a questo benestante professionista, che con vera classe le apriva gli sportelli della sua auto sportiva, la riempiva di gioielli e abiti eleganti, la portava nei locali più esclusivi. Così almeno si diceva. E lui, vere o false che fossero le voci, soffriva. Quanto doveva soffrire! Per la piccola comunità era una grande persona il loro prof. E quelle notizie facevano male non solo a lui, ma anche a tutta la piccola comunità, che lo amava con affetto sincero da sempre, da quando lui aveva scelto di vivere da loro. La sofferenza era dunque generale. Era una specie di epidemia. Alberto e Mario raccoglievano quelle voci su di lei, cercavano di sottoporle al più attento setaccio e poi le mettevano a confronto con quanto avveniva in quella baita, al termine di una stretta strada privata, che s’inerpicava ripida su un pendio, che terminava in un piccolo pianoro. Ricordavano quando lei veniva su con i ragazzi della scuola e ricordavano che su al rifugio del passo i due stavano sempre insieme a tavola a mangiare. Ma le donne del paese avevano altri modi per pensare a loro: ricordavano soprattutto che erano stati la coppia dei sogni per molte di loro. Il giornalaio ad alcune signore affezionate ai romanzi rosa faceva spesso la battuta: “Ma che bisogno ne avete? Non l’abbiamo qui in paese il più bello di tutti i romanzi rosa? Perché comprate questa roba scadente?” Era un romanzo rosa. Sì. Il loro prof era diventato anche quello: il protagonista di un romanzo rosa. Ma a lui non dispiaceva, tutto sommato, recitare quella parte, che si era trovato cucita addosso da quell’antica e resistente tradizione popolare fatta di semplicità, ma soprattutto di sentimenti che giudicava genuini. Alla fine dei conti, se era lì a lavorare, era perché la amava, quella comunità, anche per quegli aspetti che lui definiva, solo con chi capiva il significato non offensivo del termine, atavici e primordiali. Non c’era niente di male. Erano per lui brave persone. Gli volevano bene anche così, facendo di lui una specie di JR. Lui ne voleva tanto a loro, in compenso. E non mancava di farlo capire, appena gli si presentava l’occasione. Si aiutavano a vicenda tutti. E aiutarsi tutti a vicenda significava anche regalare un sorriso alle tante persone con le quali il suo lavoro lo metteva in contatto quasi quotidianamente: al genitore che veniva a un colloquio, appena reduce da un lutto familiare; alla mamma del ragazzino disabile che aveva in classe per farle capire che lui comprendeva che il dolore non era solo del ragazzino, ma anche di chi con lui doveva passare giornate intere; allo studente in una di quelle crisi adolescenziali d’amore che anche lui aveva vissuto e passato. Era questo che piaceva di lui a quella piccola comunità che lo aveva saputo accogliere. Non parlava. Appariva poco. Ma quando lo faceva, in un modo o nell’altro lasciava un segno e lasciava sempre un modo per far parlare di sé. Dava a loro l’impressione di non pensare mai male di nessuno. I manuali di psicologia sociale sentenziano e pontificano, dichiarando che non è facile interagire con quei gruppi chiusi, soprattutto nelle valli di montagna; lui ci era riuscito. Perciò: o era lui l’eccezione che confermava la regola, o erano i manuali dei corsi di psicologia sociale da rivedere. Insomma, che importava se la baita, il suo tempio della memoria, era diventata per loro lo spazio narrativo di un romanzo rosa? Stava così bene insieme a loro che accettare questa parte, sicuramente non entusiasmante per i più, per lui era invece il modo per ricambiare l’affetto che loro manifestavano per lui. E a lui piaceva così. Lontano dai riflettori, dedicando ore a pensare e a riflettere sui tanti errori che nella giornata poteva aver commesso.

Era religioso, dicevano di lui i paesani. Andava a messa ogni domenica. Ma non si sapeva mai di che genere fosse veramente il suo essere religioso. Ai ragazzi in classe non parlava bene delle religioni nel loro complesso, soprattutto di quelle che avevano nel tempo assunto un carattere più istituzionale. Non mancava di mettere in luce i difetti del monoteismo. Per lui la divinità doveva necessariamente assumere le forme che la situazione richiedeva, non poteva avere una struttura monolitica, non poteva essere incarcerata in dogmi. Ne parlava sempre. Eppure andava in chiesa e pregava. Pregava tanto. I suoi racconti erano pervasi fortemente di questo afflato spirituale, in cui entravano riflessioni che erano quelle delle sue lezioni ai ragazzi più grandi del corso scientifico. Questi tornavano a casa, ne discutevano in famiglia, i genitori spesso non capivano i contenuti dei testi di cui i ragazzi parlavano, ma una cosa la capivano, e molto bene: la fede di quell’uomo era forte e incrollabile. Tutto stava nel capire in che cosa egli avesse fede, se nei monumenti della natura di cui tutti erano circondati, se nei fenomeni atmosferici come il vento o la pioggia, se nel ciclo eterno con cui tutti questi si ripetevano, se nel tempo, di cui spesso parlava a scuola, affrontando con profondità l’analisi di testi di Seneca e Agostino. Nessuno lo aveva mai capito. Eppure quante volte lo vedevano fermarsi un attimo davanti alla chiesa, salutare con un caloroso abbraccio il parroco ed entrare in canonica; e poi vedevano accendersi la luce dello studio del parroco: quella luce rimaneva accesa per ore. Chi abitava vicino alla chiesa parlava di due persone che discutevano animatamente, che prendevano libri e leggevano e spesso il tono di voce era alto, come se litigassero. Il parroco veniva da lontano. Era nato in una famiglia polacca non cattolica. Durante l’occupazione tedesca, un suo nonno, ebreo non osservante, si era convertito al cattolicesimo, facendosi cambiare a pagamento addirittura il cognome, per paura delle rappresaglie; durante il comunismo sua mamma denunciava al partito chi andava in chiesa. Quell’uomo ne aveva tante davvero di esperienze da raccontare e lui ascoltava, ma certe cose sembrava che non le capisse. E spesso in chiesa, durante l’omelia, vedevano il prof con i gomiti poggiati sulle ginocchia, mentre scuoteva la testa tra le mani. Ma perché discutevano così animatamente e così a lungo là dentro, nello studio del parroco? Il giornalaio, che, come accade spesso nei paesi di montagna, vendeva anche libri, diceva che il parroco conosceva parola per parola i suoi racconti, ma, quando veniva a prendere il giornale e lui gli chiedeva se gli erano piaciuti, non aveva mai osato dire di sì. Eppure si capiva lontano un miglio che al parroco piacevano. Eccome …

Gli ultimi racconti che aveva scritto parlavano per immagini. Erano più difficili. E per molti di loro i riferimenti più profondi, ora anche di tipo filosofico, diventavano ardui da comprendere. Ma una cosa li colpiva: il titolo dell’ultima raccolta era L’ultima curva. Perché li colpiva questo dettaglio? Tutti conoscevano quella strada che arrivava lassù alla casetta e tutti sapevano quanto fosse pericolosa per chi andava su in salita quell’ultima curva, al termine di un tratto impegnativo e molto ripido anche per un’auto, molto stretta, a gomito, quasi un tornante che girava attorno a uno sperone di roccia appuntito, che sembrava voler tagliare la strada. Appariva spesso, in quei testi molto diversi dai primi, pervasi da un sentimento di dolore abilmente dissimulato, una figura femminile che scompariva dietro quella curva. E questa figura era quasi un’ossessione. Il prof dipingeva anche nel tempo libero. E le ultime opere, che a loro piacquero tanto che finirono in quasi tutti i negozi del paese, attiravano l’attenzione dei turisti che vedevano spesso quella figura femminile di spalle con una lunga chioma di capelli neri, sempre raffigurata su una strada in procinto di curvare a destra. Era una strada di montagna, era una strada costiera a picco sul mare, era una carraia di campagna, era un vicolo di periferia urbana: ma la curva e la figura femminile di spalle non mancavano mai in quelle rappresentazioni. Era diventata proprio un’ossessione. Ma con il prof nessuno aveva il coraggio di parlarne, di indagare, di chiedere o soddisfare una semplice curiosità. Sia chi sapeva di più, sia chi sapeva di meno, tutti quanti gli volevano troppo bene per profferire parole che gli potessero fare troppo male.

Alberto partì con lo spazzaneve. Mario tornò a chiudere il negozio. Molte case si prepararono ad affrontare quella serata di neve, tanto attesa da tutti. I messaggi tra di loro avevano compiuto ormai il loro giro: non erano pochi quelli che pensavano a lui. L’auto del prof, ultima a essere passata dalla rotonda e ad aver imboccato la strada del passo, prima che fosse chiusa, li preoccupava davvero. Era quello soltanto l’ultimo di uno dei tanti comportamenti che negli ultimi dieci anni lo avevano reso oggetto di preoccupazione per tanti di loro. La neve scendeva veramente fitta. Non c’erano più auto in circolazione, se non quelle degli ultimi che rincasavano dal lavoro. I pochi turisti erano tutti nei locali al caldo. Tutti si erano raccolti nelle case al sopraggiungere delle prime ombre serali. Tranne lui.

Arrivò con l’auto all’inizio del bosco sotto una bufera di neve, la cui intensità andava crescendo di minuto in minuto. Le gomme termiche non bastavano. Dovette montare anche le catene, quando ebbe lasciato la strada principale – la via maestra, la chiamava lui – per quella privata, che portava alla sua baita, al tempio della memoria. Sollevò la sbarra e accese il lampioncino, che segnava l’inizio della sua strada privata. Da dieci anni non lo accendeva. Funzionava ancora. Ripartì lentamente nella bufera: la neve si stava alzando di livello sul manto stradale. Erano quelli per lui i due chilometri più belli e più sofferti allo stesso tempo, ogni volta che saliva lassù. Ogni azione sul volante era un ricordo di lei. Ogni movimento dell’auto lo portava istintivamente a cercare lei al suo fianco, sul sedile vuoto del passeggero. Persino i fasci di luce dei fanali, che gli sbalzi violenti dell’auto sul fondo innevato agitavano qua e là, su e giù, sembravano quasi cercare lei tra le folate di neve. Le curve della strada, la dolcezza di quel posarsi della neve fiocco su fiocco, il vento che sembrava avere un carattere diverso a ogni curva e che a ogni curva sembrava modellare il paesaggio stesso in modo diverso, tutto rimandava a lei, tutto rimandava a quelle meravigliose escursioni con le ciaspole con i ragazzi delle loro scuole e a quelle che loro due per tanti anni in quel bosco, che conoscevano come le loro tasche, avevano fatto insieme. Ogni curva era un sorriso di lei, che lì un giorno era stato donato a lui. Ogni curva era un abbraccio, che lì un giorno era stato goduto insieme. Ogni curva era un bacio, che lì un giorno era stato assaporato con passione. Ogni curva era una frustata al cuore. E ogni curva che veniva superata era un supplizio, che diventava sempre più insopportabile nell’attesa della più terribile e devastante di tutte quelle curve, per la sua anima fatta a brandelli da dieci anni di salite e discese solitarie per quella strada verso il tempio della memoria. E quel concetto di curva non era per lui solo banale richiamo alla bellezza di lei, ma soprattutto era il correlato del tormento per tutte le difficoltà e le tortuosità, che avevano avuto come conseguenza l’abbandono di quel luogo da parte di lei. E l’immagine tornava lassù, al pianoro finale, alla baita e a quello sperone di roccia che costringeva la strada a piegare in una curva stretta e pericolosa. E infine all’immagine che era la madre di tutti i dolori da anni: il momento in cui, della sua meravigliosa figura che aveva già passato la curva, il vento riportò alla sua vista per un attimo la lunga chioma di capelli neri. Ossessioni, ammalianti e crudeli ossessioni, che il tempo aveva reso ormai signore incontrastate di quel meraviglioso e affascinante paesaggio dell’anima, di cui era schiavo. La strada passava attraverso il bosco. La neve, che turbinava e contro la quale il tergicristallo sembrava ingaggiare un’impari lotta, non riusciva a modificare i ricordi. Il suo scendere copiosa rendeva sempre più difficile il procedere. La strada saliva ripida e, salendo, aumentava l’intensità della nevicata. Ma l’erta più dura, quella in cui le forze del motore non sarebbero bastate, era quella che avrebbe condotto all’ultima curva, dopo la quale avrebbe visto la baita: mordace e ormai solo canzonatorio premio del doloroso salire, da quando lei non c’era più lì accanto a lui, su quel sedile vuoto. Occorrevano anche le forze dell’anima per affrontare quell’erta finale e soprattutto quella curva. Occorrevano forze superiori, per riuscire a passare oltre, senza avvertire la solita angosciante tortura, che quella curva rappresentava per lui da quel giorno di gennaio di dieci anni prima. Quella curva aveva dato vita a immagini che erano diventate incubi e ossessioni. Aveva deciso di sfruttare quelle ossessioni scrivendo. E aveva pensato che intitolare l’ultimo libro L’ultima curva, ricordando proprio quel tratto di strada, che tanto significato aveva assunto per lui, potesse essere un modo per esorcizzarlo una volta tanto. Forse qualcosa era successo. Non sapeva se fosse andato a segno o no l’esorcismo, ma un segnale era arrivato. Il più inatteso di tutti i segnali: un messaggio di lei.

Lo aveva ricevuto in giornata, quando la neve era ancora una chimera nei bollettini meteo per tanti di loro. E quel messaggio lo aveva portato lassù, incurante delle proibitive condizioni atmosferiche. In quel messaggio lei, che si era fatta sentire nuovamente dopo anni di silenzio, gli diceva che aveva letto il suo ultimo libro, L’ultima curva. “Mi piacerebbe parlarne con te. Magari lassù forse certe cose si potranno chiarire meglio. Non so se mi crederai o no. Conoscendoti forse non mi crederai. Ma questi racconti mi hanno commossa. Oggi verrò su. Costi quel che costi. Sono già in viaggio.” Laconica fu la sua risposta: “Ti aspetterò lassù”. “Ti manderò un altro messaggio quando sarò vicina”, concluse lei.

Anni di silenzio. Anni di tormento. Anni di sofferenza con gli occhi fissi su quella maledetta ossessione, che popolava incubi e generava immagini, di cui ormai era schiavo. Quella curva. Immetteva in uno spazio aprico baciato dal sole e libero da alberi, dopo aver attraversato un bosco opaco, per chi saliva. Introduceva in un mondo oscuro di angosce e tormenti, per chi scendeva. A chi saliva dava il premio della luce. A chi scendeva rammentava il dolore della tenebra. Era questa solo una delle immagini che nelle sue ossessioni essa aveva assunto.

Trovò uno spiazzo in cui il vento aveva accumulato meno neve e fermò l’auto. Scese. Non era molto freddo. Non aveva guanti, né berretta. Tirò su il cappuccio dell’orsetto che indossava. Il vento forte lo muoveva e non riusciva a tenerlo fermo sulla testa. Ormai era lontano dalla strada principale. I rumori delle poche auto, che in quella tormenta avevano osato muoversi, non si sentivano più. Non sapeva che dopo il passaggio della sua auto la strada per il passo era stata chiusa. Prese il telefono. C’era campo. Lo sapeva che in quel punto si prendeva bene. Anche per quello si era fermato. Conosceva centimetro per centimetro quel bosco. Attendeva un altro messaggio. Non era arrivato. L’ansia in cuore montò. Ne approfittò per chiamare Alberto; l’amico in quelle giornate solitamente guidava il mezzo che puliva la strada principale. Sapeva che per una buona grappa avrebbe volentieri fatto un giretto anche sui due chilometri della sua strada. Alberto stava infatti lavorando e gli assicurò che, appena finito il giro su fino al passo, nel tornare in paese avrebbe fatto la deviazione fino alla sua baita, ringraziando della grappa. Ora aveva un impegno da rispettare. Prima di ripartire controllò i messaggi. Niente di nuovo. Ripartì. Lo attendeva il tratto più impegnativo, gli ultimi 500m. La bufera non cessava d’intensità. Ma era abituato ad affrontare quelle condizioni. L’auto saliva lentamente e faticosamente. Quella lentezza e quella fatica non erano solo nel procedere dell’auto, nell’arrancare del motore e nello slittare delle ruote: erano la sofferenza accumulata in anni di solitudine decretati dalla perdita dell’unica persona con cui la sua vita avesse conosciuto una parvenza di felicità al di fuori del lavoro e delle conoscenze della vita del paese. Non fu semplice, con la pendenza dell’ultimo tratto e l’intensità sempre maggiore della nevicata, arrivare a quell’ultima curva. L’ansia cresceva maledettamente, come sempre. Quando la vide da lontano, come sempre, il cuore balzò in gola. Come sempre avrebbe voluto evitarla o percorrerla a occhi chiusi. La temeva. Ne aveva terrore. Ne aveva rispetto. Ma allo stesso tempo ne era anche fortemente attratto. Era la curva dell’ansia, del dolore, della separazione. Era la curva che segnava il momento in cui la sua vita aveva preso quella direzione, che non si era mai rassegnato a stimare definitiva. Non vedeva la strada, non vedeva la neve, il vento non portava più fiocchi contro il parabrezza: il vento portava una morbida e fluente chioma di lunghi capelli neri su quel parabrezza. Il vento giocava una partita che aveva il sapore della sfida con la sua anima. Il telefono suonò. Si fermò di nuovo. Era Mario. “Non ti sei fermato. Ho visto la tua auto passare dalla vetrina del negozio. Non avrai intenzione di andare lassù proprio oggi? Non andarci: è pericoloso. Fermati qui per questa notte. Domani andiamo a pulire la strada e potrai entrare in casa tua. Sofia ha fatto una torta di mele e passare due ore a chiacchierare con te ci fa sempre piacere.” Troppo tardi. Era già a poche centinaia di metri. “Grazie, Mario. Sono quasi arrivato. Sarà per un’altra volta.” Arrivò subito il nuovo messaggio: “Testone che non sei altro. Un giorno o l’altro veniamo lassù e te la buttiamo giù quella baita. Ti sta rovinando. È la tua rovina.” Non rispose. Arrivò alla curva. Avrebbe voluto chiudere gli occhi, ma sapeva che se avesse mai chiuso, anche solo per un attimo, quelli del volto, si sarebbero immancabilmente illuminati quelli dell’anima. E avrebbero fatto male. Un’attrazione malvagia, crudele, una forma di tortura lo teneva inchiodato a quella curva stretta. La frangia rocciosa, in quel punto imponente, di cui la strada seguiva la forma, curvando in modo repentino, non consentiva di vedere niente del tracciato da qualunque parte si guardasse in quella direzione. Ma era l’altra direzione, la direzione in discesa dalla casa alla strada principale, quella che recava più dolore. L’ansia era alle stelle. Ancora quella chioma di capelli: il vento, come in un gesto di crudele tortura ordito per lui, li riportò indietro, mentre lei aveva girato la curva e lui urlava il suo nome in preda alla disperazione dalla soglia della baita. Erano gli incubi di anni di richiami a distanza. Erano gli incubi che avevano preso forma nei racconti dell’ultimo libro. Lei li aveva letti. Lui non lo avrebbe mai immaginato. Andò avanti con la forza d’inerzia. L’anima rispondeva con la forza del dolore alla forza del motore, che faceva salire l’auto. Quella curva era stata più volte fotografata, tante volte dipinta; quella curva era oggetto di ossessione nei suoi sogni; quella curva era sempre popolata di figure fantastiche, che assumevano di volta in volta forme diverse, ora rassicuranti, ora inquietanti. Quale figura questa volta sarebbe apparsa nella sua mente? Si aspettava le figure dei suoi sogni e invece fu sufficiente l’apparizione fugace di un solo corvo nero, sulla neve bianchissima, per far salire ulteriormente l’ansia. Passò la curva. E con il cuore in gola, gli occhi bagnati e l’ansia alle stelle, arrivò finalmente allo spiazzo in cui era stata ristrutturata la vecchia baita abbandonata. Una casetta in legno immersa nella neve gli apparve alla vista. La sua casetta con la base in pietra e tutto l’alzato in legno. Il tempio della memoria. Lì dove i momenti più belli della sua vita prendevano forma attraverso lo scavo della memoria. Ma tra i tanti momenti belli ogni tanto se ne intrufolava anche qualcuno di quelli meno graditi nella memoria. Ed era sempre quella curva appena passata, quell’ultima curva della strada, a collegarsi a queste intermittenze negative. Il tempio della memoria richiedeva dolorosi sacrifici.

Quante notti come quella erano state trascorse lassù senza quell’ansia, senza quell’angoscia, senza che quella casa e quella strada con quella curva stramaledetta iniziassero a caricarsi di tutti quei significati! La neve impediva l’accesso. La pala era nella casetta degli attrezzi. Dovette raggiungerla, ma era esterna, distante dalla baita; ci riuscì solo affondando fino al polpaccio nella neve fresca, caduta a quell’altitudine assai più copiosa che giù in paese. Aprire la porta non fu facile. Neve recente e ghiaccio meno recente l’avevano bloccata proprio bene. Alla fine ci riuscì, entrò e prese la pala da neve, con la quale pulì il viottolo d’ingresso. Compiva quei gesti quasi in preda a una frenesia che guidava irrazionalmente i suoi muscoli. Quando ripose la pala, alzò l’interruttore generale della corrente elettrica. Si accesero i lampioncini bassi esterni che delimitavano l’area di proprietà: lo spiazzo del pianoro e la parte della strada coperta dalla neve fino alla curva. Disinserì l’antifurto, che aveva dovuto contro voglia far installare per via della posizione isolata della casetta. Dovette spalare molto, prima di poter liberare la porta d’ingresso. La neve aveva lavorato bene accumulandosi proprio tutta lì. Ma quella fresca, ancora soffice, si spalava ancora bene. Lavorò con pazienza, mentre il vento gli faceva ancora volare su e giù il cappuccio dell’orsetto. Aveva sempre amato quel lavoro, quel movimento della pala che dava forma a un viottolo, un viottolo che portava alla strada, una strada che arrivava a quella curva; e lì l’amore prendeva altra forma: la forma della dolorosa separazione di due strade in una via. Chi resta di qua, nel terreno noto e rassicurante della pace della casetta di legno e pietra in montagna, chi va oltre, affidandosi a un ignoto che ha assunto la forma dell’infida libertà. Ma per altri potevano essere diversi i significati. Molto diversi. Ora odiava quella curva, ora ne era attratto in modo affascinante, come spesso capita con gli oggetti che diventano ossessioni della mente e di cui si resta schiavi. Come di un pericoloso feticcio.

Spalando arrivò prima allo spiazzo dove aveva lasciato l’auto, poi alla strada. Non ebbe il coraggio di alzare lo sguardo, che lo avrebbe portato a quello sperone di roccia, che costringeva a quella brusca deviazione. Tornò indietro senza ormai più la possibilità di trattenere il cappuccio, che il vento faceva svolazzare e la neve aveva ormai completamente bagnato. Entrò in casa, lasciando gli scarponi e l’orsetto tutto bagnato sull’ingresso. Andò subito ad accendere il camino. Si sedette in attesa. Il geometra aveva lavorato bene, per realizzare quella specie di ambiente unico: il piano terra era un’ampia sala con cucina e un bagno; da qui una scaletta in legno a chiocciola portava su un grande soppalco con una camera e un secondo bagno. Il camino riscaldava tranquillamente tutto, ma c’era anche l’impianto di riscaldamento a gasolio. Tanti tappeti riscaldavano ulteriormente un bellissimo pavimento originale costituito da un parquet che il geometra aveva voluto conservare, come i rivestimenti in legno delle pareti. Un divano, due poltrone, un tavolino di cristallo, un tavolo angolare in legno con panca a elle e l’angolo cucina completavano quell’ambiente, che lui aveva saputo conservare con gusto. Non essendo quindi grande come abitazione, il camino la riscaldò in tempo, per offrire un ambiente abbastanza accogliente. Andò di sopra e si gettò sul letto a occhi chiusi lasciandosi vincere dal dolore e dalla memoria a cui quel tempio era stato consacrato. Proprio nel momento in cui accese il cellulare e rilesse la chat con lei, fu infatti scosso dal clacson del camion spazzaneve: i suoi pensieri, o forse i suoi sogni – chissà se si era addormentato? – erano popolati come da anni dalla stessa figura e dalla stessa curva. Era solo quella stramaledetta curva che lo attirava lì a quella casetta, a quel tempio della memoria. Questa volta un messaggio.

Alberto scese dal camion, si scosse la neve dalla giacca, lasciò gli scarponi all’ingresso ed entrò dicendo, “Ma cosa c’è in questa tua testa per venire quassù in giornate come queste? Mario è preoccupatissimo. Mi ha telefonato per raccomandarmi di venire a controllare che tutto andasse bene. Siamo preoccupati in tanti per te.”

“Siediti, Alberto. Grazie per essere venuto a pulire la strada. Sarai stanco. Da quante ore stai lavorando?”

“No. Non sono stanco. Sto male per te.”

“Lo vuoi un goccio?”

“Non potrei, ma lo prendo volentieri.”

Andò al mobiletto bar ed estrasse della grappa ghiacciata, di cui riempì un bicchiere, che Alberto non si fece pregare di bere.

“Se continua a nevicare così, dovrò ripassare fra qualche ora. Non lo dirò a nessuno. Lo faccio per te.”

La strada era privata e la pulizia sarebbe spettata al prof, non ai mezzi pubblici. Ma siccome lui in paese aveva aiutato tante persone, soprattutto anziane, ed era molto amato da tanti, nessuno aveva mai protestato se con il mezzo pubblico qualcuno saliva a pulirgli la strada; di quanti lavori e lavoretti fatti dalla gente del paese nella sua casetta sarebbe stato in debito? Alberto si sedette per bere con calma la sua grappa. Lui restò in piedi con la faccia rivolta al muro, davanti a un quadro. Alberto sapeva bene chi aveva dipinto quel quadro e sapeva bene che tutto in quella casa era in un modo o nell’altro legato alla memoria, al passato, alle emozioni, ma soprattutto, purtroppo, alle ormai malinconiche ossessioni di un tempo e di una vita che da tanti anni si era come ibernata, anche per la loro piccola comunità. Lo vide poi spostarsi dal muro alla finestra e guardare fuori. La finestra dava sul davanti proprio in direzione della strada e dell’ultima curva, prima di arrivare allo spiazzo della casetta.

“Ora dovrei andare. Se hai bisogno, chiama”, gli disse, alzandosi, dopo aver lasciato il bicchiere sul tavolino. Gli si avvicinò. Gli pose una mano sulla spalla. La lasciò a lungo lì sopra la spalla di lui. Poi con tutte e due le mani in silenzio gli prese la destra. La strinse. Uscì in silenzio. Il suo camion fu seguito dal suo sguardo, finché non scomparve dietro quella curva. Alberto conosceva i racconti. Sapeva che l’ossessione di lui era legata al fatto che l’aveva vista andarsene, seguendola con lo sguardo e cercando disperatamente di trattenerla con gli occhi, visto che le braccia non c’erano riuscite, fino a quando non scomparve dietro quello sperone che costringeva la strada a una brusca piega. Alberto ricordava quanto spesso quella chioma di capelli che il vento respinse indietro all’improvviso avesse assunto nella sua mente la forma di un beffardo segnale del destino. Per lui invece adesso non era più beffardo quel segnale.

Con il calare della luce, diminuì anche l’intensità della nevicata. I fiocchi ora danzavano più leggeri, portati da un vento meno furioso. Riprese il cellulare in attesa del messaggio. Niente. Lo richiuse. Mentre mangiava un toast, per placare l’ansia in attesa della cena, il telefono suonò. Era ancora Mario che gli chiedeva se avesse bisogno di qualcosa. Gli disse che aveva tutto e che non gli mancava niente. In paese la notizia che il prof era andato alla casetta sotto il passo era ormai di dominio comune. Come di dominio comune era che nessuno avrebbe mai potuto impedirgli di andarci, quando lui sentiva il bisogno di salirci. Nemmeno una bufera di neve di rara intensità come quella. Uscì fuori e sulla neve fresca con il manico della pala, quella usata per tracciare il viottolo che portava all’ingresso, scrisse una frase.

Sofia disse che forse era il caso di andarlo a trovare, se Alberto aveva pulito la strada. Mario le disse che lui, se andava là, era perché non voleva altri con sé, che aveva da anni la sua casa in paese e che, se la lasciava per la baita, c’era una ragione che non stava a loro indagare. Sofia era preoccupata che gli potesse succedere qualcosa. Mario no. Sofia insisteva perché almeno si informasse se tutto andava bene, perché le previsioni meteo non erano buone. Mario le rispose che anche lui lassù poteva informarsi sulle previsioni meteo. Alberto però aveva avuto un particolare presentimento, quando, scendendo, dopo essere stato dal prof, arrivato all’incrocio con la strada principale, dove c’era la sbarra, aveva visto accesa la luce che indicava l’inizio della strada. Era stata sempre spenta quella luce da anni. Perché quel giorno il prof l’aveva accesa? Alberto non si fece domande. Sapeva che qualcosa di diverso dal solito stava accadendo. Si augurava in cuor suo che fosse qualcosa di bello, perché nessuno aveva mai avuto ragione per volere del male a quell’anima che da tempo visibilmente soffriva. La neve continuava ad accumularsi anche sulla strada principale. Riprese il suo lavoro di pulizia su e giù dal passo al paese. Arrivato al passo, al bar del rifugio gli fu offerto da bere di nuovo da Halit. Secondo strappo alla regola. Arrivò l’auto dei carabinieri. Uno dei due diede una pacca sulla spalla ad Alberto dicendogli che anche Luciano, il proprietario del secondo mezzo spazzaneve in paese, si era messo in moto su loro richiesta, data l’intensità della nevicata, e che in due avrebbero lavorato meglio, ora che l’intensità stava diminuendo. Fu una buona notizia. La solidarietà di paese era una pacca sulla spalla che il carabiniere gli diede. Valeva più di tanti grazie. Si parlava di chi abitava nelle case private e degli stradelli privati di accesso. I carabinieri avevano i cellulari di tutti quelli che abitavano in quelle case, tranne quella del prof, perché era una seconda casa: lui abitava giù in paese e, come dissero tra di loro, confermati dal proprietario del rifugio, da Halit, in una giornata come quella non gli sarebbe sicuramente saltato in testa di andare lassù. Alberto tacque. Tacque anche alla battuta del proprietario del rifugio che disse che dopo la nota vicenda il professore era diventato imprevedibile. “Allora andiamo a fare un salto?”, chiese l’altro carabiniere. “Per quella strada? Ma sei matto?”

“Il prof è in paese”, mentì Alberto, ammiccando ad Halit.

“Uno in meno. Problema risolto”, disse il primo carabiniere. Sapevano che gli uomini del paese avevano una chat per le emergenze, in cui comunicavano tra di loro e in cui avevano inserito anche i cellulari dei carabinieri della stazione. In questa chat particolare attenzione veniva sempre rivolta alle persone anziane e a chi abitava nelle case più isolate.

Alberto salutò tutti e riprese il suo lavoro. Uscendo, come sempre i suoi occhi si posarono sulla piccola vetrina con i libri in vendita, tra i quali in bell’evidenza era proprio quello dell’ultima raccolta di racconti di montagna del loro amato prof intitolato L’ultima curva. Mentre metteva in moto il camion, arrivò un messaggio sul cellulare. Era Mario. “Non ci crederai. Sofia ha detto di aver visto una Cinquecento bianca girare alla rotonda su per la strada del passo.”

Alberto mise in moto e scese fino al bivio con lo stradello della baita del prof. Aprì la sbarra. Pulì la strada fino all’ultima curva, senza farsi vedere da lui e spegnendo i fanali nell’ultimo tratto. Tornò indietro. Richiuse la sbarra e scese in paese. Mentre scendeva, vide salire la Cinquecento bianca, che tutti loro conoscevano bene e che da tempo non vedevano più. Rallentò. Fu riconosciuto. Salutò con un lampeggio. Lei rispose con un altro lampeggio, procedendo lentamente in salita. Per Alberto era come se quei dieci anni non fossero mai passati. Era contento di aver pulito la strada adesso. Mandò messaggi a mezzo paese dalla gioia. Alberto viveva da vedovo da ormai sette anni e come pochi comprendeva il significato di una perdita; e proprio in quel momento si rendeva conto più che mai della differenza che c’era tra quelle irrimediabili e quelle invece rimediabili. Era veramente contento di aver pulito la strada. Fu l’ultimo a vederla quel giorno di dieci anni prima in circostanze atmosferiche quasi identiche. Allora aveva pulito la strada per renderle più facile la partenza. E si sentiva in parte responsabile per quel gesto. Ma adesso avvertiva come la liberazione di un peso dall’anima. La strada era pulita e la Cinquecento bianca poteva arrivare senza problemi alla baita.

Sofia, che, dopo aver letto i racconti de L’ultima curva, si era dedicata alla lettura del precedente romanzo del loro prof, disse a Mario, che stava entrando nel letto dove lei era già stesa a leggere: “Penso che questa neve non sia un male che viene per nuocere questa sera.”

“Da noi la neve non è mai un male che nuoce, Sofia. Com’è quel libro?”

“Particolare. Come lui che l’ha scritto, del resto. Sono tutti racconti di storie che finiscono qualche volta male, qualche volta bene: e alla fine c’è sempre un bivio, una curva, una scelta sbagliata. Qualche volta si rimedia all’errore, altre no. Sono tutti ambientati qui e sembra quasi che lui li abbia scritti … come dire …  non trovo le parole, Mario.”

“Forse volevi dire che sembra che li abbia scritti con la sguardo fisso su quella strada, su quello sperone di roccia e su quella curva stretta?”

“Ecco, sì. Forse sì. Forse hai ragione. Ma come fai a capirlo se non li hai letti?”

“Non lo so. Mi è venuta un’idea, così …”, mentì Mario, che in negozio aveva invece letto il libro nelle pause tra un cliente e l’altro. Non seppe dire esattamente perché avesse mentito. Troppi significati aveva quella curva anche per lui. Troppe complicità lo legavano a quell’amico particolare. Cosa che del resto capitava anche a suo fratello Alberto. Quante ore in negozio a parlare di quella giornata in cui lui, il loro prof, cercò disperatamente di aggrapparsi alla vita e all’amore, che tanto faticosamente aveva costruito e tanto generosamente legato a quella casetta! Quante ore a parlare di quella giornata in cui i colori belli e luminosi della tavolozza si erano come spenti, seguendo la figura di lei passare dietro quella curva e svanire nel nulla! Quante ore a sentirsi descrivere quella chioma di capelli che il vento rimandò indietro improvvisamente, malignamente e beffardamente! Anche suo fratello Alberto pensava, nel suo andare su e giù con lo spazzaneve, a quell’auto che aveva incontrato. Quante sere su al rifugio di Halit il prof gli aveva parlato di quella casa e di quella strada, di quel bosco e di quella curva! Ogni racconto partiva sempre da lì, da quella curva, e lì finiva. Alberto sapeva che quel libro che aveva letto era più importante di quanto avesse creduto. L’aveva preso per fare piacere al prof. Non era un grande lettore. Eppure gli aveva spalancato un mondo immenso, seppur contenuto nell’anima di un solo uomo.

Il forno era caldo, pronto per cucinare l’arrosto con le patate, il piatto che per tanti anni era stato quello dell’accoglienza di lei su alla baita. Il tavolo fu apparecchiato per due. Accese  nell’attesa la tv della casetta, in cui il segnale arrivava appena, ma sufficiente per sintonizzarsi su un canale radio che trasmetteva buona musica. Il camino crepitava bene e tirava a meraviglia. Aveva ormai riscaldato perfettamente la casa. Lui era seduto con il telecomando in mano, quando arrivò il messaggio. La suoneria era quella. “Sto arrivando.” La Cinquecento bianca arrivò alla casetta nello spiazzo illuminato dal lampione, la cui luce arrivava fino alla curva. Una sagoma femminile nella penombra scese dall’auto. Indossava una tuta da sci e un paio di pedule. Come d’incanto la bufera si era placata. Lui la seguì mentre si avvicinava alla porta. Non aveva niente in testa. I luoghi capelli neri erano sciolti. E fu quello che spalancò l’anima e la liberò da ogni dubbio. Un tempo scioglieva sempre i capelli quando si voleva concedere a lui. Sempre. Era un segnale che per anni lui aveva ritenuto appartenente a un codice esclusivo tra loro due. Lui glieli avrebbe poi legati in una coda di cavallo, con gesto lento e delicato, quasi accarezzandoglieli. Non sapeva che in dieci anni lei non si era mai più legata i capelli in una coda di cavallo.

La figura femminile, quella che fu la ‘misteriosa divinità orientale’, si portò lentamente verso la baita, con il volto rivolto in basso, sulla traccia di sentiero che lui aveva spalato sulla neve. Prima di mettere i piedi sull’assito del pavimento del loggiato d’ingresso, trovò una frase disegnata sulla neve fresca: “Questa è sempre stata casa tua. Non avere più dubbi!”

Lui era sulla porta. Lei si era avvicinata ai tre gradini di accesso. Salì sul primo. Si voltò indietro. Vide la curva nell’oscurità, oltre la luce del pianoro illuminato. Quando lei arrivò vicino a lui, rimase con il volto basso. Non osò alzarlo. Lui non si mosse. Fu quella morbida e fluente chioma nera, che fu portata a lui da una folata di vento, ad accarezzargli il volto. Lei allora alzò lentamente il viso. Il suo era già in attesa. Lei si alzò sui piedi e portò le braccia sulle sue spalle. Lui sorrise. Non la abbracciò subito, come se esigesse altri segni e dimostrazioni. Lei aveva viaggiato tra mille dubbi. “Non avere più dubbi!”, le aveva scritto lui nella neve. Una lacrima solcò il volto di lei. Lui gliela asciugò.

“Questa lacrima è l’ammissione di un errore durato dieci anni?” La sua voce uscì strozzata. Il suo sguardo tornò alla curva, dietro le spalle di lei. “Eppure per me tu sei sempre stata lì, dietro quella curva.”

Lei non rispose. Si voltò verso la curva di cui aveva letto tanto in quegli anni, rimanendo con le braccia sulle sue spalle. Fu allora che lui la abbracciò e la tenne a lungo stretta a sé. Tutti e due avevano lo sguardo adesso nella stessa direzione, concentrato sullo stesso luogo, laggiù, oltre lo spiazzo illuminato. Ognuno dei due si faceva la stessa domanda che nessuno di loro aveva il coraggio di fare all’altro: “Quanto male ti ha fatto in questi anni?” Abbassò le mani dalle spalle di lui e da una tasca della giacca estrasse il libro. Entrarono. La porta si chiuse alle loro spalle e in un attimo il freddo della bufera e il buio delle sera furono sostituiti dal caldo del camino e dalla luce di due anime che per tanti anni si erano cercate e ora si erano ritrovate nelle pagine di un libro.

Lei, con il suo libro in mano si pose accanto al camino; glielo pose di fronte agli occhi tenendo il viso basso. Non riusciva a far entrare i suoi occhi in quelli di lui. “Non avere più dubbi!” Dubbi forse non ne aveva, ma vergogna e rimorso non erano ancora usciti dal cuore. Gli occhi di lui adesso erano bagnati. Gli occhi di lei anche. Una comunicazione durata dieci anni era in quelle pagine. Lui tentò di incontrare gli occhi di lei. Lei non riusciva ancora ad alzare i suoi. Il libro cadde per terra. Si abbracciarono di nuovo in silenzio. Lei scoppiò in un pianto dirotto. Liberatorio. Lui la lasciò piangere. Poi andò all’ingresso e abbassò l’interruttore delle luci esterne. Non più un fiocco di neve scendeva. Non un soffio di vento spostava più le fronde. Tutto si era fermato per assistere all’atto finale di una commedia, che sembrava avesse preso in giro un paese intero per dieci lunghi anni. “Era nell’ordine naturale delle cose che succedesse”, disse lei, trovata finalmente la forza per alzare gli occhi e incontrare quelli di lui. Salì su per la scala a chiocciola, diretta alla camera. Lui la seguì. Lei si spogliò: la morbida chioma nera le scese sulle spalle, mentre, come era stata sempre loro tradizione, metteva foglie d’acero ai piedi del letto.

L’ultima curva non era più illuminata e non era più diversa dalle altre. Mario dalla finestra della sua casa in paese vedeva la strada che conduceva alla baita e aveva visto spegnersi le luci. “Credo che sia arrivata su da lui. Forse per noi tutti ricomincia qualcosa di nuovo. Chissà …” Alberto parcheggiò il camion e guardò in alto, in direzione del bosco, che seguì fino in cima, fin dove finiva la strada della baita. Le luci esterne, l’unica cosa che di sera si vedeva dal paese, non erano più accese. Nulla era più diverso. Tutto era tornato come doveva. Come era giusto che fosse. Era giusto anche che quel lampioncino all’inizio dello stradello fosse acceso. Era giusto che la strada fosse pulita. Era giusto che la loro Cinquecento bianca fosse tornata. Spense le luci del camion. Scese nella neve. Entrò in casa. Gli occhi si posarono su un quadro di lui, il suo ultimo regalo, addirittura del giorno prima: una donna di spalle in ombra su un pontile, rivolta verso un lago, una lunga chioma di capelli neri, una luce sfuocata su di lei, in lontananza un pendio illuminato da un violento raggio di sole, un bosco, una strada, una casetta. Lo guardò bene. Guardò attentamente il particolare della strada e della casetta: mancava qualcosa in quel quadro, che gli era stato appena regalato. Mancava la curva. Sentì il cuore balzargli in gola e gli mandò un messaggio: “Bravo prof! Siamo tutti con te!” Halit dal rifugio scrisse un messaggio a tutti nel gruppo delle emergenze: “Al passo non nevica più. Sapete niente del prof?” Alberto gli rispose per primo: “L’ho sentito poco fa. Sta bene, Halit. Finalmente credo che stia bene.”

La strada che portava al tempio della memoria, anche in quel particolare suo tratto finale, ripido e tortuoso, aveva ripreso i colori di tutto il resto del paesaggio, finalmente addormentatosi e placatosi. Era stato duramente provato dalla furia degli elementi per tante ore. Ore di ansia per tutto il paese. Tutti loro ebbero pace. La bufera era finita. Loro erano tutti sereni. Le luci delle case del paese si spensero una ad una. I turisti l’indomani avrebbero trovato tanta neve fresca sulle piste. La baita fumava di nuovo al buio, emanando un calore che da dieci anni nessuno aveva più sentito.

E anche lei, l’ultima curva di quella strada che conduceva al tempio della memoria, l’indecifrabile, enigmatico simbolo di uno di quei metabolismi della vita di cui nessuno dovrebbe mai osare interpretazioni dettate da una qualsiasi logica, era rientrata, come del resto era inevitabile, nell’ordine naturale delle cose.

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