Il tempo della poiana

Ho portato al traguardo con lui viaggi anche di una settimana, non solo in due, ma anche in piccoli gruppi, dalle quattro alle sei persone. Viaggiare sui pedali con lui non era solo un modo per noi, i pochi suoi amici, di riempire il suo mondo, che noi, erroneamente e troppo superficialmente, ritenevamo dominato dalla solitudine, e di ridare energia alla sua vita, che per noi era un’esistenza malinconica, indelebilmente segnata da una perdita. Andare con lui era, e qui parlo per me, un arricchimento, soprattutto nel momento in cui, dopo il viaggio andavamo a trovarlo, non nella sua casa piena di libri, ma, come alcuni di noi spesso dicevano, nella sua biblioteca che gli serviva, al bisogno, anche da casa. Ci offriva un caffè, sempre molto forte, e ci costringeva così a ripercorrere, a modo suo, un viaggio di più giorni o anche solo un’uscita di mezza giornata nel nostro paesaggio di terre basse, quello che chiamò in un suo racconto ‘lo specchio delle meraviglie depresse’. Erano momenti in cui non si riusciva a parlare. Parlava lui. Narrava. L’atto dell’ascoltare era come leggere un libro. E allora si capiva che quei viaggi non riempivano nessuna solitudine e non combattevano alcuna malinconia. Alcuni amici comuni lo paragonavano a una specie di Andrea Sperelli. E la cosa mi faceva sorridere. Uno di loro mi disse che si sentiva al suo cospetto come la Sfinge con Edipo, quella del quadro di Moreau. E lì sorrisi meno, perché non era andato lontano dall’impressione che ricevevo da quelle visite. Ma non era quella la chiave di lettura. No. Non c’era spleen, non c’era sterile abbattimento decadente in quelle parole, non c’era compiacimento nella bellezza puramente simbolica della parola in sé, non c’era affatto la convinzione di vivere quella casa come un nido di sogni; quando andavo a trovarlo, l’impressione, con la quale uscivo da quella casa, era proprio quella di aver ripercorso con l’anima e con leggerezza un’esperienza che prima avevo vissuto con il corpo e con fatica. Capivo il senso di quella fatica. Davo un significato al profondo e antico concetto di sacrificio. Mi rendevo conto che la natura, in cui il corpo aveva faticato spingendo sui pedali tra fango e sabbia, diventava un tempio in cui l’anima si risollevava tra icone e simboli, che trascendevano quel fango e quella sabbia. Alla fine tutto tornava a lei, che diventava lo specchio di un viaggio che lui non aveva mai compiuto, il viaggio progettato e mai veramente partito, l’idea nata e deceduta nel sogno. Lei era ovunque in quella casa: visibile nelle foto e nei quadri che lui ogni tanto realizzava, viva nel respiro che ovunque si avvertiva. Ma lei era soprattutto in me dopo i suoi racconti su quelle due poltrone, in mezzo alle quali era una piantana con doppia luce, una da lettura rivolta in basso e una da ambiente rivolta in alto. Lui ti invitava a sederti su una delle due, si sedeva sull’altra e, contrariamente a quanto sarebbe stato logico, non accendeva mai quella delle due luci che illuminasse la stanza, ma quella che, puntando in basso, illuminava lui, come se avesse in mano un libro, che non aveva, perché in quel momento era lui il libro. E allora lei era viva, assumendo ogni volta una forma diversa, attinta da quel paesaggio che per lui era un tempio, dove tutto aveva il suo posto assegnato, in compiuta armonia con il grande ordine naturale, cosmico. Quel giorno avvenne però qualcosa di speciale in questa metamorfosi che nelle sue parole lei finiva sempre per vivere. E non uscii soltanto arricchito da quella stanza piena di libri, ma per la prima volta ripresi la via di casa con un’intensa commozione, che mi avrebbe pervaso e trattenuto a lungo.

Le zanzare mi assalivano e mi torturavano, appena mi fermavo. Pedalare in pineta è metafora del vivere: se ti fermi, forze oscure ti assediano. E non ti mollano più. Andavo avanti, senza pensare. Anche pensare significa tornare indietro e tornare nel dolore, nella misura in cui non esiste un futuro, ma solo un passato in quei pensieri. Un passato. Ma quale passato? È impegnativo rispondere. So bene di che passato si tratta, ma si tratta di un tempo segreto, di una serie di esperienze assolutamente individuali e particolari, che, come tutti i dolori dell’anima, arreca tristezza e quella dolce malinconia, in cui può essere anche gradevole cullarsi. Andavo avanti, dunque, senza pensare. O almeno, impegnato in un esercizio di autopersuasione di non pensare. Infatti, non era così che stavano le cose. Pensavo. E pedalavo. Al manubrio era segnata una velocità di 27 km/h: volavo, non pedalavo. Volavo in un paesaggio che aveva quei colori e quei tratti che qualcuno forse direbbe di fiaba. Probabilmente è così. Ma non per me. Volavo in un paesaggio in cui altri esseri, non umani, partecipavano di una ciclicità naturale, che le ruote della bici beffardamente e ignobilmente tentavano di richiamare. Anche in modo puerile. Andavo avanti, convinto di non pensare, ostaggio di quel paesaggio di pinete e valli, che da noi, dove le uniche salite sono gli argini dei fiumi e i cavalcavia, sono le paludi. Mi hanno aggredito in tanti, i benpensanti del turisticamente corretto, quando, in alcuni miei scritti, definii quel paesaggio ‘le depresse bassitudini padane dei ravennicoli’, oppure più semplicemente ‘lo specchio delle meraviglie depresse’. Non riuscirò mai a capire perché, a parole, si combatta tanto l’ipocrisia, ma poi, nei fatti e con i comportamenti della vita quotidiana, se uno dice quel che pensa, lo si deve mettere alla gogna. Coda di paglia? Tacita ammissione che quella è una scomoda verità da trattare come la polvere con il tappeto? Pedalavo, volavo sui sentieri scavalcati da radici e pruni, preso ora da questo lacerto di memoria. Un altro tassello di quel passato. Vorrei avere una redazza in mano e lavare via tutto da questo ponte immondo di ipocrisia. Eppure, come un fastidioso tinnito, i pensieri risalgono, rosicano, attraggono attenzione e impediscono di guardare un futuro che ormai è solo vacua utopia, una chimera dalle ‘primavere spente’ e dai ‘mitici pallori’, come ricorda il poeta a metà strada tra Romagna e Toscana, così caro a me, che in quella condizione sono nato e da sempre vivo. Le bassitudini non sono brutte. Le bassitudini sono depresse, perché basse; cosa c’è di così strano? Ciò che è basso è umile e depresso. È nell’ordine naturale delle cose. Gli abitanti di questa città derivano da quelli che anticamente abitavano in un centro costituito di canali e di ponti, che collegavano isolotti tra le valli, cioè le paludi; abitavano in palafitte, come palafitticoli. Cosa c’è di male nel richiamare la verità storica di un paesaggio la cui ricchezza erano enormi pantegane e sonori, alacri, vivaci ranocchi? Ma giochiamo con le parole e vediamo il male solo dove vogliamo vederlo, anche se non c’è nell’intenzione di chi quelle parole ha usato. E così, per non aver usato il turisticamente corretto nella città che è parte del divertimentificio nazionalpopolare e che per questo rinuncia alla sua storia, fui minacciato di essere cacciato da un gruppo molto, troppo politicamente corretto. Non ci ho pensato due volte: me ne sono andato per primo io stesso. Avanti, procedevo sempre più spedito con il vento del passato in poppa che spingeva fuori del bosco, nel giallo maestoso dei campi di colza in fiore, dove lei mi attendeva, con la solita fiducia, il valore della chiaroveggenza, che i nostri antenati etruschi e italici, poi romani, le riconobbero, latrice di messaggi dal mondo sotterraneo, tramite spirituale che va oltre gli eventi terreni, oltre la creatività, oltre la saggezza e anche oltre il coraggio, oltre l’indomita fierezza, nel fuoco, elemento a lei congeniale. A lei le mie radici diedero un grande significato e chi non conosce quelle radici non sa cosa si perde nel contatto diretto che solo questo paesaggio di depresse bassitudini consente. Si alzava dall’acqua della valle, a destra, con voli radenti nella sua grande apertura alare e il suo manto nerastro dominava, a sinistra, possente dall’alto il giallo dei fiori di colza. Tracciava figure nel cielo che l’aruspice avrebbe letto e interpretato, figure circolari, alla ricerca della preda. A lei le mie consapevoli radici diedero nello sguardo attento una forza che impresse sicurezza al suo volo. E la grande poiana scese, e sparì tra gli steli fioriti. Provai a scendere nella storia, in quelle radici; provai a interpretare quel segno di sicumera, ma mi fermai, nel sole che devastava la vista fuori dell’oscura pineta. Provai a sentirmi lassù, a leggere quelle tracce, a istituire connessioni con eventi, a volare emozionato nel sogno, condividendo la sua libertà e la sua fierezza. Ma non fu possibile. Il passato passa solo quando vuole, solo se vuole; se non vuole, non passa; e se non passa, pesa come un macigno che impedisce di presagire, di sognare, di emozionarsi. Il viaggio doveva continuare come immemore di una meta, nel sole che brucia, che inaridisce, che uccide dissetando lentamente ogni forma di vita, fuori da quell’oscurità, che prima, nella selva di pini e farnie, dava sicurezza. Ora non più. Nel sole senza confini non c’è più alcuna sicurezza; c’è solo paura. Il viaggio procedeva così, inevitabilmente insicuro, alla ricerca disperata di quella fiera certezza, che avevo per un attimo immaginato lassù, tra due grandi ali distese nell’azzurro.”

Accanto a lui condividevo in silenzio, partecipando commosso al racconto. Era proprio come se leggesse seduto sulla poltrona. Ascoltavo seduto su un’altra poltrona. Tra di noi la piantana con la luce da lettura accesa su di lui. Narrava come leggendo, con tono rilassato, sintomo di profonda consapevolezza. Il viaggio procedeva nella solitudine di uno spazio divenuto ostile, sguaiato. La commozione dell’anima mi riportava alla valle incantata di Musil, ai paesaggi del Fèrsina, al contatto evanescente con Grigia, all’estinzione del protagonista che vede terminare il suo viaggio terreno, ma resuscita nel paesaggio dell’anima, incantata come la valle. “Grigia era anche la poiana”, furono le parole con cui ebbi la dimostrazione di quanto le nostre menti ormai fossero sulla medesima lunghezza d’onda. Egli, infatti, nel suo narrare si sentiva imprigionato nel terreno e temeva che quello stesso suolo potesse da un momento all’altro aprirsi in una voragine, da cui i mani lo catturassero e lo riportassero nel loro mondo di memoria, nei loro fasti di dolore. Era costretto ad andare avanti, perché la meta, lo sapeva, era oltre quei campi, oltre quelle valli bruciate dal sole, là dove lei, la saggezza che prevede e quindi provvede, aveva indicato il cammino. Proseguì con l’intendimento di ritrovarla, di rivederla, di riassaporare per un attimo il sentimento fugace di una libertà mai pienamente goduta da un’anima invischiata nei legacci e nelle reti della memoria. Avanti. Avanti nel sole che brucia la vita, avanti nella luce che offende i precordi, avanti nella piana tra acque salmastre e terre argillose che tolgono sicurezza e fiaccano ogni certezza. Ma avanti comunque. C’è uno stimolo. C’è uno spiraglio.

Il viaggio nello spazio, sempre più confuso con il tempo, lo riportò a lei, che ora prese le forme di una divinità orientale, concreta, reale, corporea, che si manifestò come tra le nebbie del Wandererdi Friedrich, in una natura primigenia, selvaggia, ma non tanto da non permettere l’accesso a chi ha sete di conoscerla e amarla, con l’imperativo della stessa passione interiore del Wilhelm Meister, ma anche con la malinconia seduttrice dei liederdel Winterreise. Quella natura era adesso infida. L’esperienza che di essa stava vivendo era dolore e sacrificio, un prezzo necessario da pagare. Ascoltavo e mi lasciavo coinvolgere, mentre il mio sguardo vagava libero tra gli scaffali della sua libreria che tappezzavano tutta la stanza, e non solo quella. Lì nasceva quello spirito indagatore che combatteva contro la schiavitù della memoria, ma lì nasceva anche la parte libera di quello spirito, che da quelle letture cercava anche di prendere le distanze alla ricerca dello stimolo, di quellostimolo e di quellospiraglio, che aveva appena intravisto.

Seguivo la sua narrazione, svanito tra evocazioni di illusioni romantiche e di delusioni decadenti. Il corpo, che evocava lacerti di una memoria mai sufficientemente sbranata dalle aggressioni della ragione, iniziava ad avere le prime avvisaglie di fatica; ma l’anima gli dava il carburante necessario per procedere, colpo di pedale dopo colpo di pedale, sul terreno instabile per la sabbia che si confonde con la terra, per l’acqua che si confonde con i coltivi. C’era qualcosa che lo aveva riportato alle radici da ricercare, a una visione da ritrovare. Aveva spesso pensato che la storia fosse come una marionetta nelle mani di due persone, Tempo e Spazio. Lui ora viaggiava nello spazio vincendo la forza del tempo e contemporaneamente viaggiava nel tempo combattendo con le asperità dello spazio. Senza quelle due forze non si procedeva. Era il senso della storia: un viaggio senza un fine. Ma qualcuno c’è che lo conosce. E qualcuno c’è che lo può interpretare. Da tempo era convinto che la spiegazione non fosse da ritrovare più nei libri, nei saggi, nelle ricerche erudite; la risposta andava cercata lì; per quello compiva quei viaggi, complemento necessario delle sue letture: per avere delle risposte dal rapporto diretto tra tempo e spazio. E quali ambienti più di quelli potevano dare quelle risposte? Lì si procedeva sul discrimine tra tenebra e luce, tra terra e acqua, che si trattenevano a vicenda. Lì c’era una forza che poteva interpretare la memoria e dare un senso alla domanda sulle radici. Il dolore del viaggio era il prezzo da pagare.

Una grande poiana ne sarà il premio: la chiaroveggenza, il disvelarsi del fine, il perché di un supremo giudizio. Così vollero i nostri antenati. E così sarà, se sapremo di nuovo interpellarla, se vorremo interpretarla, se avremo la capacità di capirla, l’umiltà di amarla. Solo allora l’anima spiccherà con lei il volo della libertà. E solo allora l’ipocrisia di chi non accetta la verità e preferisce celarsi dietro vacue identità mediatiche sarà stanata. La libertà è lassù, va compresa in quei disegni perfetti, in quei cerchi tracciati nello spazio azzurro come con un compasso, grazie alla forza del tempo che riporta sempre alle radici e al sapere antico di chi seppe a quel volo dare un significato. Lo voglio anch’io. Avanti, che il viaggio non finisca di essere domanda e ricerca, che sappia vincere dubbi e ostacoli, che sappia coniugare pineta opaca e valle aprica, che sappia amare le sapienti ali, distese nell’azzurro, di una maestosa poiana.

Abbassò gli occhi su una foto di lei, sui suoi lunghi capelli neri, che raccolti in una coda di cavallo, facevano risplendere un viso nel quale, in contrasto con gli occhi neri e la carnagione scura, la potenza del sorriso trionfava come la luce della luna in quelle tenebre che gli davano fiducia sulla sella della bici. Quel sorriso aveva la forza di una clematide in fiore tra gli arbusti della pineta. Lo vidi piangere, per la prima volta. Era quella la sua vittoria. Aveva vinto. Aveva visto la sua grande poiana. E con la sua narrazione l’aveva rifatta finalmente sua. Ci alzammo. Mi accompagnò alla porta tenendo in mano un album di foto, come si faceva un tempo; in mezzo alle pagine, piene di foto di lei, c’erano dei fogli, stampe di altre foto; mi diede una di quelle stampe. Era lei, la grande poiana, che aveva fissato in uno scatto, nell’attimo del volo. Da quel giorno le nostre uscite in bici ebbero un significato diverso. Imparai a guardare avanti e soprattutto imparai che per farlo, bisogna inevitabilmente compiere anche dei passi indietro, con spirito di sacrificio, se necessario, alla ricerca di radici che vivono ancora in noi e che aspettano solo un interprete sagace, come lui mi dimostrò quel giorno di essere. Il giorno dopo ritornammo in quella pineta, in quelle valli con spirito rinnovato. Non avevo mai desiderato così tanto vedere il volo di una poiana, là dove terra e acqua si confondono nello spazio, come passato e futuro si confondono nel tempo. Ebbi per un attimo l’impressione che quelli che per lui erano viaggi dell’anima non sono esperienze difficili, né tanto meno così impegnative, come certa letteratura ha preteso di farci intendere. Sono aerei voli, voli liberi, liberi perché consapevoli delle radici da cui partono.

La vedemmo. Ci fu il premio. Era nello stesso punto. Aspettava lui. Disegnò un cerchio perfetto sopra di noi. Piansi. Con la commozione del corpo una nuova ineffabile consapevolezza scese in me, nell’anima, da lassù. Mi mise la vigorosa mano sulla spalla. Sorrise. Non disse una parola. Le radici non erano più un segreto. Ero parte di quella comunicazione, perché con la mia commossa debolezza avevo finalmente condiviso il dono della forza più grande e ineffabile che esista.

E nulla fu più come prima.

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