Il volo dell’airone

La strada bianca davanti a lui si perdeva nell’orizzonte delle piatte campagne autunnali. La luce era soffusa. C’era nebbia; era novembre, ma non era abbastanza fitta da impedire di seguire per lungo tratto quella traccia bianca, che squarciava il grigio dominante alla sua destra e alla sua sinistra. Sembrava non finire. Era il suo desiderio forse che non finisse, anche se ben sapeva dove finiva. Dal casco scendevano gocce di umidità accumulatasi nei tanti chilometri già percorsi; anche dal telaio della bici ne scendevano. Quella pausa aveva aumentato la percezione dell’umidità. Arrivò ad un bivio con uno stradello erboso che saliva sull’argine del fiume. Lo prese e arrivò sul silenzioso rivale. Lasciò per terra la bici, sulla rugiada. Si tolse casco e passamontagna. Si girò verso l’alveo pieno d’acqua. La corrente procedeva lenta, aggiungendo acqua grigia al tanto grigio tutt’intorno, che di quell’acqua si alimentava. Si alzava da lì la nebbia, da quel flusso, da quell’acqua, da quella placida corrente che gelosamente conservava in sé risposte a domande antiche. Anche lei si perdeva nell’orizzonte, dall’altra parte. Si girò. Rivide la strada bianca che per lungo tratto aveva percorso e che si perdeva anch’essa nell’orizzonte. Si sedette per terra. Voleva ascoltare un richiamo che veniva da lontano, appena percepibile. Ma rilesse il messaggio, già letto tre volte. La notifica era arrivata poco dopo la partenza, due ore prima. Non lo aveva letto subito. Pur sapendo di chi era, aveva atteso la prima sosta. Sapeva di chi era e sapeva che cosa diceva. Non c’era fretta, perché non c’era attesa. La lettura era stata una conferma di quell’attesa per nulla sospesa nel dubbio. La nebbia aveva bagnato anche lo schermo del cellulare, come volesse piangere per lui: le lacrime, le aveva spese tutte ormai. Arrivato al fiume aveva riletto il messaggio per la seconda volta e aveva anche meditato una risposta; ma si era come persa nella caligine generale. Anche la mente era annebbiata ormai. Non percepiva forza. Non trovava le parole annaspando alla cieca in quella foschia. Eppure essa non infondeva tristezza. Appariva parte di un ordine cosmico, di un inevitabile, necessario, naturale ciclo. Rimise il cellulare nel taschino. Riprese la bici, incerto se proseguire per la strada bianca, o per l’erboso rivale. Era più faticoso, ma scelse il secondo. E procedette, controcorrente, su, avanti, verso quel grigio che, infittendosi laggiù in fondo, nascondeva i primi colli. Laggiù in fondo all’anima non c’era invece più nulla da nascondere. Avanti. Macinare chilometri, sfidare acido lattico e battito cardiaco. Avanti. Macinare linee rette di sentieri erbosi, di rivali amici, che difendono l’anima che scorre in quelle acque dolci e lente. Ed ecco la visione attesa e desiderata; ecco: l’antico incoraggiamento alla sapienza, unico capace di dissipare nebbie, di combattere menzogne, di evitare delusioni e di non cedere a fallaci, illusorie lusinghe: la placida e maestosa eleganza di due aironi, che non si alzarono in volo al suo avvicinarsi, gli fece capire che poteva sentirsi in terra amica. Il loro candore illuminò il paesaggio grigio, giustamente grigio ora. Anche la nebbia aveva trovato il suo giusto posto. Lì tutto rispondeva all’ordine naturale delle cose. E all’ordine naturale delle cose doveva adeguarsi anche la sua anima. Avanti. Macinare chilometri di erba, seguendo una traccia di sentiero sempre più amica. I due aironi si alzarono in volo. Si posarono ai bordi dell’acqua più avanti rispetto a lui, ripiegando due metri di ali. Avanti. Macinare ancora, pedalare e liberare dai residui vincoli quell’anima. Avanti, verso quell’orizzonte, che prima o poi svelerà la sua natura. Il sentiero di rivale arrivò ad un altro bivio. Poteva continuare o scendere sulla sterrata che aveva percorso per tanti chilometri. Restò sul rivale. Avanti. Avanti ancora. Nel taschino, sulla schiena non si sentiva il peso di quella risposta mancata. Non apparteneva più a quel mondo quel messaggio? Le ali dei due aironi nuovamente si distesero sopra di lui, seguendolo come due aquiloni. Un filo lo legava a loro. Si abbandonò a quel filo, si lasciò prendere da quel vincolo di libertà. Avanti. L’anima fluiva sempre placida nella direzione opposta, verso la foce e la sua libertà, immemore di tradimenti, immemore di pericolosi giochi con i sentimenti e le emozioni. Ma lui doveva comprendere quel monito, doveva seguire l’incoraggiamento, doveva ascoltare gli aironi, doveva dare una risposta e per poterla dare non doveva assecondare l’anima, ma la memoria. Doveva andare contro quella corrente. Inevitabilmente. Avanti. Macinare chilometri, chilometri, chilometri. Verso quell’orizzonte celato dalla nebbia, verso l’origine di tutto. Lì era la risposta. Lì sogni ed emozioni, tradimenti e menzogne non avrebbero avuto più segreti. Da lì era giunto quel richiamo. Ne era sicuro. Perché conosceva quel fiume. Perché si fidava di lui. Perché lì tutto era nell’ordine naturale delle cose. Quei romani antichi, quelle genti dell’Italia antica di cui leggeva i testi a scuola con i suoi ragazzi lo chiamavano spesso Pater. Ma si vergognavano di dirlo nei testi, nelle opere letterarie; lo facevano dove credevano di non essere visti da nessuno, vicino ad una sorgente, in un bosco opaco, nel segreto di un paesaggio amico, ascoltando la voce di un vento o interpretando come segno un baleno; là dove sapevano che avrebbero avuto quelle risposte alle grandi domande della vita, che le divinità ufficiali non avrebbero mai dato loro. Pater. Il padre lo chiamava. Devo arrivare là dove tutto ebbe origine. Avanti. Avanti sempre. Ormai non erano più gocce di umidità quelle che bagnavano le lenti. Sentiva l’ansia salire, sentiva sì l’acido lattico accumularsi nelle gambe, ma sentiva il cuore soprattutto che batteva; batteva forte perché sapeva che la strada presa era quella giusta. Avanti. Quella corrente dava forza, perché nasceva là dove tutto sarebbe stato chiaro. Devo arrivare.

Gli aironi si fermarono. Nel piegarsi delle loro anime, ripiegò la memoria in un abisso di dolore. Era inevitabile. Lo sapeva. Anche a quello era preparato. Si fermò. Mise mano con decisione ai freni. I dischi fischiarono. Gli aironi, pur spauriti, drizzarono il capo, ma non volarono via. Qualcosa ora turbava quell’armonia infranta. Qualcosa che veniva da dietro; la risposta mancata. Riprese il cellulare, rimanendo in piedi a cavallo della bici. Compose la risposta a lungo meditata. Un airone, uno solo, si alzò e portò quel messaggio, come sapesse da tempo che avrebbe dovuto compiere quella consegna. La memoria era annegata nel mondo dei tradimenti e delle delusioni, delle menzogne e dei puerili infingimenti in cui l’anima era stata per tanto tempo illusa e alla fine beffardamente derisa. Non meritava tante parole quella risposta, ma un nobile e autorevole messaggero. Lo aveva trovato in un grande, semplice, candido airone che partì fedele, consapevole della gravità del momento e dell’importanza del ruolo. Seguì il richiamo del Pater. Ripartì. Avanti. Spingeva con forza sul faticoso manto erboso, su, verso la risposta vera, quella che contava. Un richiamo dalla nebbia. Il padre aveva risposto. In lui trovò fiducia. La strada finì, il fiume era arrivato alla foce, il suo corso aveva trovato la libertà, lui era arrivato alla sorgente, l’orizzonte aveva squadernato la verità, l’ordine naturale delle cose aveva ridato l’agognata serenità. La strada finì. Il sentiero non seguiva più il rivale. Non c’era più la traccia. L’anima aveva capito. Il Pater aveva risposto. La sua parola veniva da lì, da un tumulo di terra, coperto di fiori e da un’antica iscrizione. Il figlio s’inginocchiò e ascoltò. Gli aironi si riunirono lì con lui, sul tumulo di pace. Gli aironi della saggezza. Gli aironi del silenzio. Gli aironi del timore, del rispetto. Le due anime si riunirono. Altrove erano le menzogne, altrove le frustrazioni e le delusioni, lì non si giocava pericolosamente con i sentimenti altrui; lì si dialogava con l’antica verità, con il timore di ciò che è giusto temere. Dissipatasi la nebbia, il dialogo era ora assai più dolce di quanto si aspettasse. Come i due aironi, che finalmente avevano dispiegato maestosi le ali nella libertà dell’azzurro, sui colli liberi da nebbia, dove illusioni e finzioni non avevano spazio, Il padre e il figlio dialogano; e la concordia è figlia dell’armonia ritrovata nell’ordine naturale delle cose, dove il timore non è mai paura, ma rispetto, non gioca con i sentimenti degli altri, non li lusinga blandamente, ma li ascolta con devozione, li accompagna silenzioso, li asseconda, li guida con la sua placida e fiduciosa corrente, che scende e si affida a quelle leggi in cui l’uomo riconobbe le sue prime divinità. Il padre e il figlio volarono. Delle incerte tracce di sentiero non c’è più alcun bisogno per cercare la risposta che conta; ci sono le ali immense di due candidi aironi.

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