Il Canto di Borea

Il meteo annuncia neve. Il mare è in burrasca. I contadini annusano l’aria è dicono che si è aperta la porta della burjana. Nell’aria prima immobile il vento di bora rinforza. Borea è stato declinato in tanti modi. Passa il tempo e invade lo spazio; lo spirito lo ascolta sulla nera battigia. Egli guardò a nordest. Si dispose ad accogliere quel vento con la barba, con corpo di serpente e grandi ali d’aquila, Aquilone per altri. Da anni non andava in spiaggia al buio. Chi ama la solitudine non può non andare in spiaggia al buio in una gelida sera d’inverno. Si diresse a nord. Il gelo di Borea accarezza ora non più la fronte, ma la guancia destra. Il fragore delle onde è assordante. Solo Borea agita così l’Adriatico; nemmeno Austro arriva a tanto. Le sciabolate di Borea portano in alto acqua e sabbia, come le navi di Serse. Così avrà rapito Orizia, pensò. Se rapisse anche me! Avvertì distinto il richiamo delle cavalle di Dardano. S’incamminò verso nord, lentamente. Le onde rotolano una sull’altra, una contro l’altra; gli spiriti nell’anima avvolgono e riavvolgono memorie, una sull’altra, una contro l’altra. Acqua, gocce d’acqua gelata si stampano su quella scena di un palco senza spettatori, in un paesaggio senza spazio e senza tempo, che ora luccica di un licore amaro, ora si rabbuia in una tenebra pacifica. Si fermò e chiuse gli occhi. Borea entrò. Prese la forma di un brivido, che gelando brucia. Un sussulto d’orgoglio gli consentì di riannodare fili di matasse perdute. Solo quel paesaggio consentiva di riprendere controllo del tempo. Il brivido è frenesia ora: ha il capo di una di quelle matasse. Apre gli occhi. Un fiocco di neve, il primo, bagna il guanto destro. Passa attraverso la lana, entra in lui; altri lo seguono; entrano in lui tutti, con la forma di un sapere antico, che soffice e silenzioso prende dolcemente possesso di un mondo puro, squarciando veli resistenti a tutto, tranne che alla conoscenza. Un sapere antico prevalse. Un sapere antico illuminò di nuova forza lo spirito che lo cercava. Borea urlava, spronava, incitava. Borea cantava epinici di gloria. Borea non ha rivali e la neve lo porta qua e là, su e giù, dentro, sempre più dentro, dentro lo spirito che era lì per lui. Riprese a muoversi. Camminare verso nord diventava arduo cimento: Borea urlava e sferzava le guance, colpiva le tempie, bagnava la fronte. L’immagine prese forma. Finalmente chiara. La saggezza dei fiocchi di neve ricomponeva lacerti di tempo, rialzava rovine distrutte. Il passo era sicuro, deciso, diretto a nord, pronto ad elevarsi tra i fiocchi di neve, tra le braccia di Aquilone, dalla sabbia malferma, melmosa e fallace. L’immagine era chiara. Borea non mente. Avanti, sempre avanti, nel buio, nella neve sempre più convincente, che lo accarezzava amica, sul discrimine dolente tra terra e mare. La battigia s’imbianca, si purifica di mesi di dolore; l’anima si vivifica di sapienza nuova. Avanti, avanti con la forza di uno spirito che ha trovato la chiave di lettura di un mondo antico, sommerso, dimenticato. E le sue rappresentazioni sono atti di forza che danno coraggio nel gelo gioioso, nella burrasca, nella burjana, tra le ali di Borea. I fiocchi di neve parlano allo spirito, evocano aquiloni e rose che nella rugiada sbocciano sfidando il tempo; e la loro sapienza disegna nitide forme nello specchio dell’anima. Tra le braccia di Borea si sentiva in pace. Avanti, diretto a nord. Tra le ali di Borea si sentiva in volo. L’immagine è lì. L’immagine è sua. I fiocchi di neve l’hanno disegnata. Il suo candore, la sua bianca purezza sono la forza della sua sicurezza. Si fermò per assaporarla. Tra i fiocchi si aprì uno squarcio di luce, di pace. L’aquila vola nell’immensità del tempo, tra spazi senza un prima, senza un dopo; si libra là dove urla Borea, tra fiocchi di gioia, di candida, gelida, incontaminata purezza.

La bambina ora dorme, tra i fiocchi fitti. L’icona di un mito di purezza, in un mondo di favola. Dormi, mio dolce fiocco di neve. Dormi e assapora la sicura sagacia del vento dell’est. Dormi.

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