Il viaggio come esperienza letteraria

Le testimonianze di Apollonio Rodio, Seneca, Petronio, Apuleio sono soltanto il punto di partenza per una riflessione che inizia dai definiti traguardi omerici e approda agli indefiniti “smarrimenti” della letteratura contemporanea

[Ho il piacere di pubblicare su questo mio sito il pregevole saggio del mio ex alunno Filippo Brigliadori, presentato come elaborato sostitutivo della seconda prova scritta all’Esame di Stato 2020]

Il viaggio è uno dei paradigmi più ricorrenti, uno dei temi più fortunati di tutta la storia della letteratura, che ben si adatta a rappresentare, sotto forma di metafora, il percorso della vita, concepita come itinerario a tappe, in cui si incontrano in egual misura difficoltà e soddisfazioni. Esso conserva questo ruolo privilegiato sin dagli albori della civiltà occidentale, tanto che una delle sue prime testimonianze letterarie, come l’Odissea, trova proprio nel viaggio il motivo portante.       

Ma forse proprio per questo, si tende spesso a dimenticare che le peregrinazioni di Odisseo sono mosse unicamente dalla necessità: il suo è un νόστος, un viaggio di ritorno in patria dalla guerra di Troia, e il raggiungimento di Itaca rimarrà sempre il proprio unico obiettivo. Dunque  quella curiositas che sarà il motore dei viaggi di molti eroi successivi e che spesso porta ad individuare nello stesso Odisseo l’archetipo dell’uomo occidentale, nella sua πολυτροπία la brama di conoscere, un afflato di natura quasi esistenziale, è in realtà riscontrabile solo raramente nel poema. Un caso è il momento in cui, nel celebre passo di Polifemo, unico tra i compagni e pur consapevole del pericolo a cui sarebbero andati incontro, prende la decisione di nascondersi all’interno dell’antro del Ciclope per scoprire a chi esso appartenga.

Hom. Od. 9.224-229

ἔνθ᾽ ἐμὲ μὲν πρώτισθ᾽ ἕταροι λίσσοντ᾽ ἐπέεσσιν

τυρῶν αἰνυμένους ἰέναι πάλιν, αὐτὰρ ἔπειτα

καρπαλίμως ἐπὶ νῆα θοὴν ἐρίφους τε καὶ ἄρνας

σηκῶν ἐξελάσαντας ἐπιπλεῖν ἁλμυρὸν ὕδωρ:

ἀλλ᾽ ἐγὼ οὐ πιθόμην, ἦ τ᾽ ἂν πολὺ κέρδιον ἦεν,

ὄφρ᾽ αὐτόν τε ἴδοιμι, καὶ εἴ μοι ξείνια δοίη.

Allora i compagni mi chiesero di prendere 

anzitutto il formaggio e andar via, e poi, 

cacciati sveltamente i capretti e gli agnelli dai recinti 

sulla nave veloce, di navigare sull’acqua salata: 

ma io non volli ascoltare – e sarebbe stato assai meglio – 

per poterlo vedere, e vedere se mi avrebbe ospitato. 

L’altro unico episodio in cui emerge il desiderio di sapere è tratto dal dodicesimo libro, quando Odisseo chiede ai propri compagni di legarlo con delle funi all’albero maestro della nave per poter ascoltare il canto delle Sirene senza correre alcun pericolo. 

Hom. Od. 12.184-194

δεῦρ᾽ ἄγ᾽ ἰών, πολύαιν᾽ Ὀδυσεῦ, μέγα κῦδος Ἀχαιῶν,

νῆα κατάστησον, ἵνα νωιτέρην ὄπ ἀκούσῃς.

οὐ γάρ πώ τις τῇδε παρήλασε νηὶ μελαίνῃ,

πρίν γ᾽ ἡμέων μελίγηρυν ἀπὸ στομάτων ὄπ᾽ ἀκοῦσαι,

ἀλλ᾽ ὅ γε τερψάμενος νεῖται καὶ πλείονα εἰδώς.

ἴδμεν γάρ τοι πάνθ᾽ ὅσ᾽ ἐνὶ Τροίῃ εὐρείῃ

Ἀργεῖοι Τρῶές τε θεῶν ἰότητι μόγησαν,

ἴδμεν δ᾽, ὅσσα γένηται ἐπὶ χθονὶ πουλυβοτείρῃ.

ὣς φάσαν ἱεῖσαι ὄπα κάλλιμον: αὐτὰρ ἐμὸν κῆρ

ἤθελ᾽ ἀκουέμεναι, λῦσαί τ᾽ ἐκέλευον ἑταίρους

ὀφρύσι νευστάζων: οἱ δὲ προπεσόντες ἔρεσσον.

“Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei, 

e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.

Nessuno mai è passato di qui con la nera nave 

senza ascoltare dalla nostra bocca il suono di miele, 

ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose. 

Perché conosciamo le pene che nella Troade vasta 

soffrirono Argivi e Troiani per volontà degli dei;

conosciamo quello che accade sulla terra ferace”. 

Così dissero, cantando con bella voce: e il mio cuore 

voleva ascoltare e ordinai ai compagni di sciogliermi, 

facendo segno cogli occhi: ma essi curvi remavano. 

Le Sirene parlano al cuore degli uomini e li seducono affermando di poter esaudire i loro più intimi desideri: qui promettono a Odisseo la conoscenza. Ma a ben vedere, essa non va intesa in senso filosofico, ma ha un’accezione molto più immediata e, soprattutto, personale. Egli vuole ascoltare perché loro conoscono “ciò che avviene sulla terra ferace” (ὅσσα γένηται ἐπὶ χθονὶ πουλυβοτείρῃ) e di conseguenza ciò che sta accadendo a Itaca. 

Per poter meglio comprendere il vero approccio di Odisseo al viaggio, possiamo fare riferimento al libro quindicesimo, dedicato all’incontro tra il protagonista e il porcaio Eumeo, che lo invita nella propria capanna a ristorarsi:

Hom. Od. 15.340-345

τὸν δ᾽ ἠμείβετ᾽ ἔπειτα πολύτλας δῖος Ὀδυσσεύς:

‘αἴθ᾽ οὕτως, Εὔμαιε, φίλος Διὶ πατρὶ γένοιο

ὡς ἐμοί, ὅττι μ᾽ ἔπαυσας ἄλης καὶ ὀϊζύος αἰνῆς.

πλαγκτοσύνης δ᾽ οὐκ ἔστι κακώτερον ἄλλο βροτοῖσιν:

ἀλλ᾽ ἕνεκ᾽ οὐλομένης γαστρὸς κακὰ κήδε᾽ ἔχουσιν

345ἀνέρες, ὅν τιν᾽ ἵκηται ἄλη καὶ πῆμα καὶ ἄλγος.

E gli rispose il divino Odisseo che molto sofferse: 

“Eumeo, possa tu essere caro al padre Zeus come sei caro 

a me: al vagabondaggio e ad un’atroce miseria mi togli. 

Non v’è cosa peggiore della vita raminga per i mortali: 

per il ventre funesto soffrono miserabili pene 

gli uomini ai quali tocchi vagabondaggio, pena e dolore”. 

Analizzando il passo da un punto di vista lessicale, si nota la presenza di alcuni termini ricorrenti in tutto il poema. Intanto l’epiteto πολύτλας (“che molto ha sofferto”) che appare riferito ad Odisseo sin dall’Iliade, quindi i sostantivi ἄλης e πλαγκτοσύνης, etimologicamente legati ai verbi  ἀλάομαι e πλάζω, con lo stesso significato di “vagare”, “errare”, verbi presenti anche nel proemio 

e in entrambi i casi impiegati per definire il viaggio di Odisseo, che si configura così come una circostanza passiva: l’eroe non ha preso di propria volontà la decisione di prolungare l’itinerario verso casa, ma vi è stato costretto dall’ira degli dei e particolarmente da quella di Poseidone, che l’ha voluto punire per la tracotanza dimostrata nei confronti del figlio Polifemo. Il viaggio che Odisseo, più che a compiere, si trova a subire rappresenta dunque un’esperienza sostanzialmente negativa, che porta come uniche conseguenze “pena” e “dolore” (πῆμα καὶ ἄλγος) e il cui prezzo da pagare è la perdita dell’identità: si definisce Nessuno per ingannare il Ciclope, mente in continuazione per celare chi è veramente, giunge a essere uno ξένος persino nella propria casa. 

A sottolineare quest’ultimo elemento e ad adattare il personaggio di Ulisse alla nuova sensibilità novecentesca sarà Giovanni Pascoli, all’interno dei Poemi conviviali. Il poeta immagina che, ormai vecchio, Odisseo ripercorra il proprio viaggio per cercare di coglierne il senso profondo, ma si accorge che in realtà Polifemo è solo un vulcano, che al posto delle Sirene c’è solo un gruppo di scogli. Ulisse assurge così a emblema dell’uomo moderno, davanti al quale gli ideali in cui aveva sempre ciecamente creduto crollano inesorabilmente e che si trova ora privo di ogni possibile punto di riferimento.    

Profondamente diversa è invece l’immagine che di Ulisse restituisce il crepuscolare Guido Gozzano, mettendo in atto all’interno de “L’ipotesi”, da cui è tratto il seguente breve estratto, un completo ribaltamento parodico: 

Gozzano, L’ipotesi, vv. 52-59    

Il Re di Tempeste era un tale

che diede col vivere scempio

un bel deplorevole esempio

d’infedeltà maritale,

che visse a bordo d’un yacht

toccando tra liete brigate

le spiaggie più frequentate

dalle famose cocottes…

Gozzano immagina di aver sposato la signorina Felicita, protagonista dell’omonimo celebre componimento, e di narrarle le gesta di Ulisse nel modo più semplice e immediato possibile, trasformando così il lungo e periglioso viaggio dell’Odissea in una vacanza all’insegna del lusso e del piacere, trascorsa tra “yacht” e “cocottes”.

Cambiando decisamente periodo, ma lasciando intatta la vis satirica e il gusto per l’ironia, è d’obbligo citare il Satyricon di Petronio e le incredibili vicissitudini che devono affrontare i protagonisti del romanzo. In questo senso risulta di particolare interesse un episodio collocato verso la fine del romanzo, o perlomeno della parte del romanzo a noi pervenuta. Encolpio, Eumolpo e Gitone si sono imbarcati di nascosto su una nave che scoprono appartenere al terribile Lica di Taranto, che viene definito come “Cyclops et archipirata” (101.5) ed Eumolpo incoraggia gli amici dicendo di fingere di essere nell’antro di Polifemo (“fingite nos antrum Cyclopis intrasse”,101.7). Questi riferimenti ci permettono di capire che Petronio vuole offrire ai propri lettori un’elegante e raffinata parodia del modello odissiaco. Le due vicende presentano infatti soluzioni narrative analoghe, ad esempio Eumolpo e Odisseo conducono inconsapevolmente i compagni in una trappola, i due antagonisti si manifestano solo in un secondo momento, atterrendo gli eroi, la nave è descritta nello stesso modo con cui Omero descrive l’antro del Ciclope: enorme, con un solo ingresso, da cui è impossibile fuggire senza essere notati. Per di più una delle soluzioni suggerite da Eumolpo per uscire da questa terribile situazione ricorda da vicino l’espediente usato da Odisseo (“ego vos in duas iam pelles coniciam vinctosque loris inter vestimenta habebo”, 102.8). Inoltre, a ragion veduta, possiamo affermare che la funzione di questo episodio sia quella di introdurre una sezione del romanzo che ricalca in maniera evidente le avventure omeriche: prelude infatti a un viaggio per mare e a un naufragio che  farà approdare i personaggi in terre lontane e sconosciute.

Il tema del viaggio è al centro anche dell’altro grande romanzo della letteratura latina, la Metamorfosi di Apuleio.

In questo caso l’intera vicenda è innescata dalla curiositas del protagonista: Lucio, giunto in Tracia, luogo ancestrale e fulcro delle arti magiche nella cultura antica, da cui egli è irresistibilmente affascinato, sperimenta l’unguento della maga Panfila e viene tramutato in asino. A questo punto, inizia una serie di complesse avventure e peripezie, che hanno come obiettivo il raggiungimento del perdono finale. Si comprende così che il viaggio, per Apuleio, non ha una valenza puramente geografica o formativa, ma è anzi principalmente allegorico. Al termine del romanzo infatti Lucio viene iniziato al culto isiaco, di cui diventa addirittura gran sacerdote a Roma. È anzi grazie alla sua conversione all’Isismo che può finalmente ritornare a essere uomo, come se tutte le disavventure capitate avessero come unico fine quello di permettere il raggiungimento e la rivelazione della Verità, qui rappresentata dai culti misterici, che proprio a partire dal II secolo conoscono una rapida diffusione in tutti i territori dell’Impero. 

Completamente diversa e sostanzialmente negativa è invece la concezione senecana del viaggio, che viene visto e interpretato in termini filosofici. È significativo in questo senso un passo delle Epistulae morales in cui Lucilio lamenta di non essere riuscito a vincere la propria inquietudine interiore, nemmeno intraprendendo un lungo viaggio: sperava infatti che conoscendo nuovi luoghi e nuove persone il proprio animo si sarebbe alleggerito. 

Sen. Ep. Luc. XXVIII

Hoc tibi soli putas accidisse et admiraris quasi rem novam quod peregrinatione tam longā et tot locorum varietatibus non discussisti tristitiam gravitatemque mentis? Animum debes mutare, non caelum. […] Quid terrarum iuvare novitas potest? quid cognitio urbium aut locorum? in irritum cedit ista iactatio. Quaeris quare te fuga ista non adiuvet? tecum fugis. Onus animi deponendum est: non ante tibi ullus placebit locus.

Credi che questo sia capitato a te solo e consideri con meraviglia, come situazione strana, il fatto che con un viaggio così lungo e con tante varietà di luoghi non hai scosso via la tristezza e la pesantezza della mente? Devi cambiare animo, non clima. […] Che può giovare la novità dei luoghi? Che la conoscenza di città o di luoghi? Codesta agitazione finisce nell’inutilità. Ti chiedi perché codesta fuga non ti giovi? Tu fuggi con te stesso. È da deporre il carico dell’animo: prima nessun luogo ti piacerà.

“Animum debes mutare, non caelum” è la sententia che riassume l’intera lettera: la sofferenza non risiede nel luogo, ma all’interno dell’anima. 

Una massima che Seneca sembra riprendere dall’Epistola 1.11 di Orazio, che già aveva affrontato un tema simile. Il poeta di Sulmona esalta infatti l’importanza di un angulus, di un luogo in cui poter riflettere e trovare finalmente la tranquillità, in cui vincere quella inertia che sembra irrimediabilmente perseguitare l’uomo. 

Hor. Epist. 1.11 25-27

[…] nam si ratio et prudentia curas,

non locus effusi late maris arbiter aufert;

caelum non animum mutant qui trans mare currunt.

Infatti se ragione e saggezza tolgono le ansie, 

non (le toglie) un luogo che domina il mare che si estende ampiamente; 

clima, non stato d’animo cambiano quelli che corrono oltre il mare. 

Altra fondamentale opera classica che trova nel viaggio il principale motore della vicenda è rappresentata dalle Argonautiche, incentrate sul viaggio di andata e ritorno di Giasone dalla Colchide, alla ricerca del mitico vello d’oro. Se Apollonio Rodio è sicuramente debitore di Omero per l’impostazione generale del poema e per gli espedienti narrativi impiegati, risulta allo stesso modo evidente l’influsso della nuova cultura ellenistica: nel gusto per la digressione, nella maggiore concisione descrittiva, ma soprattutto nella caratterizzazione dell’eroe. A differenza di quanto avviene nell’Odissea, di Giasone vengono messe in luce la sconcertante antieroicità, la sua continua inadeguatezza, la completa mancanza di iniziativa. Apollonio, grazie al suo interesse alle dinamiche private e alla prevalenza della dimensione umana su quella divina,  riesce appieno nel suo obiettivo di rinnovamento del poema epico, traghettandolo così verso la modernità e vero il mondo latino.

E proprio l’impresa degli Argonauti costituisce uno dei più importanti sostrati culturali del Paradiso dantesco, non tanto per la quantità di riferimenti presenti nella cantica, quanto per la capitale importanza dei momenti in cui il mito di Giasone viene richiamato. Il primo caso è tratto dall’incipit del II canto, che può essere considerato vero e proprio secondo proemio al Paradiso:

Par. II, vv. 1-18

O voi che siete in piccioletta barca,                                 Voialtri pochi che drizzaste il collo

desiderosi d’ascoltar, seguiti                                            per tempo al pan de li angeli, del quale

dietro al mio legno che cantando varca,                           vivesi qui ma non sen vien satollo

tornate a riveder li vostri liti:                                            metter potete ben per l’alto sale

non vi mettete in pelago, ché forse,                               vostro navigio, servando mio solco

perdendo me, rimarreste smarriti.                               dinanzi a l’acqua che ritorna equale.

L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;                   Que’ glorïosi che passaro al Colco

Minerva spira, e conducemi Appollo,                               non s’ammiraron come voi farete,

e nove Muse mi dimostran l’Orse.                               quando Iasón vider fatto bifolco.

Dante paragone dunque lo stupore dei propri lettori davanti alla nuova materia di cui si accinge a cantare a quello che i compagni di Giasone provarono quando, giunti in Colchide, lo videro “fatto bifolco”, diventato cioè un contadino, riferendosi a una delle prove che l’eroe dovette passare per impossessarsi del vello d’oro e che consistette nell’arare un campo mai arato prima servendosi di tori dagli zoccoli di bronzo. Non è un caso poi che ritorni ancora una volta la metafora del mare e della nave per descrivere il viaggio di Dante, che qui è messo in evidente relazione con quello degli Argonauti: entrambi attraversarono paesi ignoti per raggiungere un determinato obiettivo, il vello in un caso, la visio Dei nell’altro. 

Il tema argonautico ritorna poi nel momento culminante dell’intero poema: il canto XXXIII.

Par. XXXIII, vv.94-96

Un punto solo m’è maggior letargo

che venticinque secoli a la ’mpresa

che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

Dante si trova dinanzi al problema di dare ai propri lettori un’idea della sensazione da lui provata trovandosi dinanzi a Dio: un’emozione ineffabile a tal punto che i venticinque secoli che secondo la storiografia medievale erano passati dall’impresa di Giasone risultano essere più chiari di un unico istante (“un sol punto m’è maggior letargo”). Per fare questo, crea una delle immagini più evocative e dense di significato e di bellezza poetica di tutta la Commedia: immagina lo stupore del dio Nettuno, che nella mitologia classica è sempre associato all’ira e allo sdegno, quando dalle profondità del mare ammira il riflesso della nave Argo, la più grande mai costruita dall’uomo; esprimendo al contempo la meraviglia di Dante davanti all’imago Dei e quella di Dio davanti alla straordinaria impesa che Dante stesso ha appena portato a termine.   

Bibliografia

Valentina Lisi, Il paradigma del viaggio in Luciano di Samosata, 2014

Pietro Giannini, Il viaggio dell’avventura: Odisseo, all’interno di Terra Marique: ricerche sul tema del viaggio nella letteratura classica, 2014

Paolo Fedeli, Petronio: il viaggio, il labirinto, all’interno di Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici, 2000

Vittoria Orilia, Giasone e il mito degli Argonauti nella Commedia, 2017 

Filippo Brigliadori

Nato per fuggire

Il buono, la vittima, è l’io narrante, di una vicenda che ha per protagonista Jack Burdette, il cattivo, naturale e genuino figlio della città di Holt, Colorado, crudo personaggio dell’America profonda in cui l’assenza di scrupoli è direttamente proporzionale alla sua descrizione: immenso energumeno che con forza e astuzia arraffa tutto quello che vuole, denaro e sentimenti, insuperabile nell’arte di fuggire senza lasciar traccia di sé; e ne fa quello che vuole di ciò che prende. Lo stile asciutto di Haruf non è soltanto quello che lo ha reso celebre in sé e per sé; è l’unico che si addice a narrare di queste anime che saranno derubate di tutto.

K. Haruf, La strada di casa, NNE, Milano 2020

Derive

Sète, cittadina della Francia mediterranea, porto di pesca, è il teatro su cui va in scena l’intreccio delle quattro storie dell’anziana madre Louise e dei suoi tre figli Fanny, Albin e Jonas. Su tutto aleggia la figura del defunto padre Armand, del suo lavoro di pescatore, del suo passato di esule dall’Italia devastata dalla guerra. Intorno a tutto si dispone il mare, spazio vivo che si prende vite. Carattere che accomuna i quattro è la complessità di una vicenda che nei suoi andirivieni nel tempo soltanto nel finale trova la sua pace. Louise organizza una cena per radunare i tre figli. La giornata si trascorre nei ricordi di vite che, per una ragione o per l’altra, sono diverse forme di una deriva: deriva dalla famiglia, dal padre, dalla sessualità, dal lavoro, dai figli. Quattro personaggi che sono quattro protagonisti di vicende diverse, ma spesso complementari. Se non lo fossero, Louise non potrebbe esultare alla fine per essere riuscita a riunirli.

Jean-Baptiste Del Amo, Il sale, Neo edizioni, Castel di Sangro 2013

Un ragazzo italiano

Non sono convinto di quello che un giorno a un amico dissi di questo libro, che cioè può essere pienamente compreso solo da chi ha vissuto di persona o da vicino gli anni del primo dopoguerra e della ricostruzione, non ancora del vero boom economico, quelli, insomma, in cui il boom era ancora in fase embrionale. Non ne sono convinto perché Ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari può anche essere letto come un esempio particolare di romanzo di formazione; e allora trova le sue ragioni in un lessico che ti aiuta a crescere insieme al protagonista Ninni/Piero, in uno stile che tratteggia personaggi come li vede prima il Ninni bambino, poi il Ninni preadolescente che tende al Piero, infine il Piero ragazzo che compie i suoi inevitabili riti di passaggio.

Ma un romanzo vero non è solo una storia; è anche un ambiente. E Ragazzo italiano allora può essere letto anche come romanzo d’ambiente, perché mai secondario è lo spazio in cui i personaggi agiscono, che sia l’originario paese di Querciano nelle colline emiliane con i suoi riti e i suoi lenti cambiamenti tra le resistenze della tradizione cattolica e i venti socialisti e comunisti, che sia l’anonima Zanigrate nella piana lombarda, che sia la poliedrica e borghese Milano, in bilico tra il passato dei suoi tram e l’irrompere delle prime auto. Questi tre spazi hanno le loro stanze, che possono essere le camere della casa di Querciano, come le aule della scuola media di Milano prima, del ginnasio e del liceo classico poi. Hanno i loro personaggi: se sfumata e sempre ottenebrata dalla figura della nonna è quella della mamma, meno sfumata e assai complessa è quella del babbo, guida mai riconosciuta di una di quelle tante famiglie senza amore che nel suo tran tran urbano realizza il nuovo epos della modernità; se sfumata è la figura della sorella Lella, decisamente forti e ben caratterizzati appaiono personaggi come il maestro elementare e i docenti successivi. Personaggi sempre vivi, proprio perché complessi e veri. Personaggi che non sono mai tipi. Scandito in tre parti coincidenti con i periodi scolastici, il bambino alle elementari, il preadolescente alle medie, il ragazzo al liceo classico, Ragazzo italiano è comunque dominato dalla figura del protagonista Ninni, che poi diventerà progressivamente Piero, crescendo in un’Italia che cerca nuovi obiettivi, pur non riuscendo mai a risolvere l’atavico dilemma se le conviene o no recidere i vincoli con un passato non sempre visto come fastidioso e ingombrante, oppure incamminarsi serena e gaudente verso la realizzazione del sogno che l’attende.

Gian Arturo Ferrari, Ragazzo italiano, Feltrinelli, Milano 2020

La vita di un colibrì

Un’esistenza dalle caratteristiche antieroiche, potremmo dire, soprattutto nel finale. Una vita come può essere quella di tante persone del nostro tempo, in cui resilienza significa anche resistenza alle tentazioni del vittimismo e del languore di fronte alle sberle lasciate dal tempo. Ne è protagonista Marco Carrera, detto il colibrì per la sua bassa statura (che una cura ormonale comunque correggerà). Si guadagna la vita come oculista, tra la sua casa in città a Firenze e quella al mare in Maremma. Il colibrì è un romanzo la cui principale caratteristica sul piano della struttura sono i complessi salti temporali: un procedere e un retrocedere nel tempo ormai così frequente nella narrativa da essere diventato più che una moda, spesso un vizio, per chi non lo riesce a controllare in modo sagace. Veronesi non cade nella trappola, perché il lettore attento sa come gestire questa architettura che copre la vita intera di Marco Carrera, dall’infanzia con i genitori Letizia e Probo, attraverso varie prove dell’esistenza, fino alla fine. Un matrimonio finito male, vite fragili che cercano rifugio nella psicanalisi, tragedie importanti che puntellano la sua vita, una relazione a distanza con una donna a Parigi, le cui lettere in corsivo danno il ritmo alla narrazione. Oltre ai personaggi, principalmente raccolti nel nucleo familiare, tanti sono i temi su cui la lettura invita a riflettere: il dolore su tutti. Dolore nella mente di Marina, prima moglie di Marco, e in quella della sorella Irene. Dolore nel corpo per altri. Dolore nel cuore per il distacco dal fratello Giacomo. Dolore che porterà via a Marco tanti affetti, per strade differenti. E nel dolore si spegnerà il racconto che vive della forza di un protagonista che come tanti uomini del nostro tempo deve fronteggiare un disagio che è totale perché unisce corpo e anima, perché avvolge nelle docili garze di una terapia narrativa i frammenti devastati di un gruppo di persone che il tempo fa di tutto per disunire, ma alla fine troveranno l’occasione per ritrovarsi. Ma chi è il vero protagonista? Esiste un protagonista? Marco lo è davvero? È lecito chiederselo, non foss’altro perché nel procedere del racconto prende sempre più campo, pagina dopo pagina, un altro personaggio che trovo straordinario: la nipote Miraijn che vive con lui e che avrà il compito di consegnare il messaggio del racconto. Lo consegnerà con la sua misteriosa bellezza orientale, con il mistero dei suoi occhi a mandorla e con il mistero del suo nome che significa “uomo nuovo”. A lei si affida quel canto alla vita la cui bellezza non risalterebbe se non ci fosse il dolore.

Sandro Veronesi, Il colibrì, Nave di Teseo, Milano 2019

Vagabondare

Lo si chiama patchwork narrativo. Preferisco chiamarlo, riferendomi a una struttura culturale delle mia terra e della mia città, libro a mosaico. Si tratta de I vagabondi della scrittrice polacca, premio Nobel per la letteratura, Olga Tokarczuck. Scritti sul tema del viaggio, dalla forma del breve saggio o della pagina riflessiva, si intrecciano con storie vere, che hanno un proprio elementare tessuto narrativo, quello usuale nel racconto lungo. I protagonisti sono i più disparati: Anuška, una meravigliosa tessera di un difficile puzzle psicologico, abitante nella periferia di Mosca nell’epoca postcomunista, che perde il riferimento della sua famiglia – un marito assente impegnato per lunghi periodi lontano da casa e un figlio disabile che necessita di continui viaggi e file in farmacia – e si trova, apparentemente senza una ragione, associata a una senzatetto che tutti i giorni vede cantare alla stazione della metro; oppure il rappresentante di libri Kunicki alla ricerca della spiegazione della misteriosa scomparsa della moglie e del figlio durante una vacanza in Croazia; la sorella di Chopin che ne riporta il cuore in patria, estratto dal corpo, lavato e conservato per il viaggio dal medico; l’anatomista fiammingo del XVII secolo Philip Verheyen, scopritore del tendine d’Achille, alle prese con l’ossessione della conservazione delle parti dei corpi da studiare e della propria gamba amputata. Un vero caleidoscopio di personaggi accomunati dall’essere alla ricerca e in viaggio, alla ricerca di un posto in cui possibilmente rinascere e realizzare i sogni di una vita come tante. Il tutto espresso con lo stile assolutamente originale di una prosa dall’afflato che è stato definito quasi mistico, quello che alla Tokarczuk è giustamente valso il massimo riconoscimento letterario. Per il lettore comune, che facilmente si distrae, tendono a perdersi, invece, le brevi pagine riflessive e quasi saggistiche, inserite tra queste storie che appaiono, al confronto, ariose nel loro sviluppo narrativo; eppure, il meglio del libro a mio parere è proprio qui. Sono svariate decine, tutte sul tema del viaggio, o meglio, per attenersi al titolo, del vagabondaggio. Sceglierne alcune sarebbe qui impossibile. Mi limito a concludere con una bella citazione tratta proprio da una di queste pagine, che affascinano proprio per la loro incisività: “Ogni volta che parto per un viaggio scompaio dalle mappe. Nessuno sa dove sono. Al punto di partenza o al punto d’arrivo? Esiste qualcosa che sta in mezzo?”

Olga Tokarczuk, I vagabondi, Bompiani, Milano 2019

Il premio della nostalgia

Uscendo dal ristorante e passeggiando, una domenica tra amici in collina trascorre tra ricordi e progetti, in quel sottile filo di demarcazione che ti costringe a barcamenarti tra passato e futuro. Lasciarsi cadere da una parte o dall’altra sarebbe bello ma allo stesso tempo rischioso, intrigante ma anche pieno di interrogativi. La fine del pranzo è come la liberazione da quella sensazione di essere vissuto sospeso. Capita spesso. “Guarda!”, mi dice lei, indicando in alto. Ma gli occhi vanno in basso.

L’uscita all’esterno apre ad altri scenari. Lei è con me. Mi prende a braccetto. Condivide mondi di cui non lascio a nessun altro la chiave. Mi guarda e sorride. La guardo e un sospiro non mi consente di sorridere. Lei alza lo sguardo in alto a occhi chiusi. Abbasso il mio sulla scarpa, sulla stampella, su quel sentore di differenza di cui lei non ha mai avvertito la carica negativa. Osservandola con morbosa curiosità i più non ti considerano degno di essere messo a parte dei loro progetti. Fu segno di chissà quali diaboliche macchinazioni, ordite per metterti in un cantone e giustificare il tuo isolamento. Fu causa di solitudine, di dolore, anche di malinconia. Fu motivo di convinzione di non poter godere delle medesime gioie dei più. Fu dolore. Ora è nostalgia, un po’ dolce, un po’ amara. In questo mondo segreto e complice vagano le nostre due anime. “Guarda!”, ripete lei indicando in alto a me che sono sempre attratto in basso, stringendo la morsa sul braccio.

Qualcosa accade lassù. Quell’aria tersa ammalia con una forza speciale: la memoria allora lavora e ti fa sentire libero, come quando il babbo ti guidava in quel paesaggio di irti pendii boscosi e possenti frange rocciose, che adoravo più di qualsiasi altro territorio: meritato il riposo della salita, sulla cengia o sul pianoro, sul valico o sulla forcella, potevo ammirarlo sicuro e fiducioso nei miei mezzi, tutt’altro che scontati, diversi dai canoni condivisi. Procedere al traguardo con mezzi non convenzionali non è un problema, se l’anima trova occasione di librarsi lassù. Occorre un aiuto: noi due lo abbiamo avuto. Ora innalzo anch’io lo sguardo.

Si comprende se si vive quello spirito di differenza come occasione per osservare tutto da un punto di vista originale. La montagna, la sua aria, i suoi venti, il suo spirito, che sa parlare una lingua amica, in me producono questo effetto. Tutto è diverso e la differenza è un valore, non un difetto. L’aria della bassa, invece, mi invita a stare a testa china. Il piano mi fa sentire servo della memoria. So che è parte indissolubile di me, ma non amo darla in pasto a sguardi che non la meritano. Sono gli effetti di quelle radici che si piantano. Poi tu cresci, ma loro ti tengono abbarbicato al tuo destino. Se le recidi, perdi tutto. Anche se tu ti innalzi, come è giusto che nella vita accada, alla fine ti ricorderai sempre di loro, perché prima o poi ti costringeranno a farlo. Essere quassù significa tornare laggiù, in quella nostalgia che non è mai sterile rammarico, né inutile pentimento. Ha il sapore dell’accettazione di un destino che non hai nessun diritto di modificare. Saresti empio e irriconoscente, se lo facessi. È segno di umiltà riconoscerlo come marchio di fabbrica con ingenua fierezza. Così vagava la mia mente, finché lo sguardo non la condusse altrove. “Guarda”, ripete lei.

Adesso la vedo. Lassù un’aquila reale volteggia solitaria. Da un po’ di tempo si avvista con una certa frequenza, ma il momento in cui si riesce a vederla è sempre uno spettacolo per l’anima. Dice un amico che nidificano anche sulle cime degli alberi della grande abetina che si apre pochi chilometri più su verso il crinale; aggiunge che erano solo poche coppie quelle inserite inizialmente, ma che ora sono una quarantina. E comincia a leggere del programma di inserimento dei rapaci nel parco, dall’aquila reale al falco pecchiaiolo. Lo lascio sciorinare le sue statistiche. Gli altri scattano foto. Non so cosa ascoltino le mie orecchie; so cosa ascolta adesso il mio cuore. A me interessa altro. A lei anche.

La ammiro. La maestà del volo dell’aquila è qui, sopra di me. La perfezione ossessiva dei suoi giri, ripetuti più volte, alla ricerca di chissà quale conquista, mi attrae a sé come un magnete. Ma sono docile. Non sento il dolore della differenza che mi segna. Avverto unicamente la forza della libertà che troneggia lassù. Quel volo che ostenta forza e sicurezza non ricorda forse che la natura ci ha progettati per essere ammirati quando siamo predatori e leoni, maestosi guerrieri che lottano per la vita esponendosi e non nascondendo di se stessi nulla, soprattutto quella differenza che è il tuo valore aggiunto, quella che gli altri potrebbero ritenere un errore di progetto, un anello che non tiene, uno scarto di produzione? Non ricorda forse che quello che tu hai ritenuto un errore di fabbrica è proprio la parte più significativa del tuo esistere, del tuo essere come quell’aquila? E tutto questo non si realizza forse quotidianamente in un mondo in cui per conigli e iene non c’è altro spazio che la vergogna e il disonore? Non importa. Lo spettacolo va in scena: la maestà dei volteggi dell’aquila con la grazia del suo impercettibile colpo d’ala; la perfezione del disegno che traccia su di un azzurro immune da macchia, qui al margine della cerreta, in una selvaggia terra che qua e là sbuffa gas e non dimentica la sua natura vulcanica; il conforto dell’amicizia solidale che fa da armonico controcanto a quella potenza solitaria che volteggia lassù; la sicura compagnia di lei che mi ha seguito ancora una volta per mano fino a un traguardo speciale, la conquista di un altro tassello di quel senso vero di una vita che è tale solo se è audace lotta quotidiana, temeraria, là dove tutti ti vedono, ma nessuno ti cattura, là dove la paura non esiste, la sicurezza è energia, la fiducia in se stessi è tutto quanto possiedi per il futuro, la nostalgia non è mai rimpianto. La conoscenza del vero valore della vita, da sempre, per me ha avuto come occasione per intraprendere il suo viaggio nella bellezza la rappresentazione che l’anima sa offrire di quanto i sensi catturano per lei: oggi un’aquila reale. E con lei la montagna, i ricordi, il babbo, l’incomparabile bellezza della nostalgia, e lei qui accanto a me, la coda di cavallo al vento, gli occhi neri che sfondano ogni barriera, la sua mano che mi stringe sicura. Senza la nostalgia non ci sarebbe quella ricarica che il dolore di ieri ti dà oggi. Il braccio di lei si stringe ancora di più al mio. L’amico termina la lettura della sua guida, ricordando che le aquile reali di solito cacciano in due: una vola bassa con il fine di incutere paura nella preda, mentre l’altra cerca di catturarla dall’alto. È vero. Lo diceva sempre anche il babbo, lassù in cima ad altre vette. “Per me ce n’è un’altra da qualche parte”, dice l’amico, riponendo la guida nello zaino, Mi allunga un binocolo. Gli altri cercano, ma non trovano e si allontanano verso le auto. Rimaniamo noi due. Il vento porta i suoi capelli ad accarezzare le mie guance. Il tempo amico, l’esperienza che ammaestra e fa di noi aquile e querce, la bellezza della nostalgia condivisa negli anni, tutto questo guida lentamente il suo viso silenzioso sorridente sulla mia spalla.

“Mi sento lassù. Sai, sono un po’ come quell’aquila. Mi sento libero, forte e fiducioso predatore. Sono finalmente quello che sempre sarei voluto essere,” mi sfugge sottovoce, alzando gli occhi, volando basso, convinto che solo lei senta.

“Sì. Credo proprio che sia l’incontro che mi ha cambiato la vita,” dice lei, volando dall’alto, abbassando lo sguardo e incontrando il mio. 

“La nostra vita necessita di queste ricariche e ha bisogno della forza della nostalgia,” le sussurro, accarezzandole una guancia.

“Per questo siamo qua. Per fare di quella nostalgia la nostra comune passione,” dice lei, mentre, portato dalla brezza, il suo viso si accosta al mio. Più giù, sopra una macchia di farnie, eccola. È l’altra. Sì, erano due. L’amico aveva ragione. Il babbo è contento. Seguiamo gli altri alle auto raggiungendoli. Un ultimo sguardò lassù. La nostalgia è nostra. Non ci lascerà. Il premio è meritato.

Nel narrare non sempre il fine è tutto; spesso l’attenzione è attratta dal metodo

Uscito tredici anni fa, rimasto in attesa in scaffale per due anni, Trauma dello scrittore-psichiatra americano Patrick McGrath, è un romanzo che non si comprende se non si è vissuto un conflitto forte con la propria anima e il proprio passato. Tre uomini, lui, suo fratello dall’indole artistica ed estroversa, preferito dalla mamma, e suo padre, dal carattere burbero e introverso iniziano e terminano il grande segreto e il grande sospetto in cui si racchiude quella che possiamo considerare una grande incompiuta: la vita sentimentale con l’ex moglie Agnes, e la figlia Cassie, il paziente Danny, fratello di Agnes, veterano del Vietnam, il cui suicidio rende inutile ogni aiuto, la nuova fiamma Nora che passa disinvoltamente dal ruolo di amante a quello di paziente, in un groviglio di sentimenti diversi, di dialoghi narrativamente perfetti, in cui i gesti e i silenzi parlano più delle parole (quanto mi piace recensire facendo attenzione a queste sequenze, le più difficili da realizzare sul piano strettamente tecnico!). Accomuna questo caleidoscopio di emozioni, tutte sapientemente in crescendo verso il finale, il sentimento della fragilità di un mondo in cui nulla riesce a trovare un fine, Dopo Follia, e dopo Trauma, proseguirà il saccheggio delle opere dello psichiatra anglo-canadese, poi statunitense, che, si dice nelle comunità di lettori, dia ottima prova di sé anche nella forma breve del racconto, quella che, mi sia consentito dirlo senza che nessuno s’impermalosisca, viene erroneamente bistrattata dall’editore italiano, ma è invece di grande interesse per chi lavora proprio su temi come questi.

Patrick McGrath, Trauma, Bompiani, Milano 2007

Musica iberica

Molto complesso questo libro di Manuel Vilas: un diario particolare che va su e giù nel tempo, ma in cui tutto resta circoscritto nella famiglia, nei rapporti soprattutto con i genitori, in una Spagna che vive il trapasso dal franchismo ai tempi attuali. Una lettura musicale, armoniosa, lenta, caratterizzata da quel particolare sentimento che conduce il narratore/autore a dare ai personaggi della sua famiglia come soprannomi quelli di grandi musicisti del passato. Mettere a nudo se stessi è più facile di quanto si creda: richiede forza. Ma mettere a nudo con questa lucida trasparenza i rapporti con tutti i componenti la propria famiglia richiede di più: richiede coraggio.

M. Vilas, In tutto c’è stata bellezza, Guanda, Parma 2019, 416 pp.

Sogno

La vita è come una lampadina che trema prima di morire, sussulta e palpita di quel desiderio di non morire. E ugualmente ti dona tutto quello che può offrirti: la sua luce. Mi chiedo se lei sa che senza di quella resteresti al buio, che senza la vita ci sarebbe tenebra, che senza la luce potrebbe anche esserci soltanto ansia, terrore e il nulla, senza il suo respiro soltanto sospiro. Forse sì. Come quando la spegni di sera. E ti lasci pervadere dalla morbosa e neghittosa malinconia del buio. E allora ti affidi di nuovo a lei, anche se trema. I suoi sussulti accendono la vita. Ti fanno capire che solo un’altra vita, un’altra luce, potrà continuare a farti gioire delle meraviglie di quella luce, soprattutto dentro di te, in quel groviglio di emozioni che qualcuno chiama spirito. Mentre palpita, tu sai che potrebbe resistere, non credi che stia finendo di donarti la sua forza, fai di tutto per svitarla e avvitarla di nuovo, per stringerla bene al suo sostegno. Sai che cosa succede se si spegne. Non sei un elettricista, non sei un tecnico, non conosci la complessità del suo esistere; non puoi pretendere di sapere quella del tuo vivere. E ti attacchi, più stretto che puoi, alla sua vita.

La sua luce è nei tuoi occhi adesso, occhi che non vedo, occhi che non sento, occhi di cui non percepisco palpito e sospiro, occhi che mi appaiono meravigliosi per quel mistero che li attraversa da dentro. Tu sei la mia luce che vince il nulla. Palpiti e non lo fai sentire. Sussulti e non lo fai capire. Tremi, ma infondi fiducia, con la resistenza della tua energia fino alla fine.

La tua forza è la mia forza. La mia vita è la tua vita. Trema, trema sempre, mia luce. Non spegnerti mai. E, se dovesse mai capitare, facciamo di tutto, perché questa nostra luce si riaccenda insieme in un altro mondo, in un’altra sconfinata bellezza, che domani possa vincere questa fragilità e questo tremebondo palpitare di oggi.

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