Pescarzo

Passare una notte in un paese arroccato, dalle case accatastate e appoggiate l’una all’altra, che ti riporta a ritmi e usi cui non siamo più avvezzi serve, ritempra e fa anche pensare. Il paese è Pescarzo, frazione situata 4 km sopra Capo di Ponte. Lungo la strada uno dei siti di incisioni rupestri preistoriche dei Camuni. Gli strati della memoria.

Un insegnamento

Mio babbo mi ha insegnato una cosa: quando si è in vacanza, si deve apprezzare sempre chi lavora per farti godere quella vacanza. Perciò, se ricevi un servizio e ne sei contento, oltre a pagare il dovuto, devi anche sottolineare la cosa, ringraziare il titolare, apprezzare apertamente di fronte a lui quanto di buono hai avuto, gratificare i dipendenti anche con un sorriso e non solo con la fredda mancia. Lui lo faceva sempre per riconoscenza nei confronti di chi, lavorando nel turismo – e non sempre guadagnandoci – fatica, rischia e si dà da fare per farti divertire. Facciamolo, su! Un grazie con un bel sorriso non ha una tariffa alta.

Alla ricerca

Abbandonare il traffico della provinciale a San Lorenzo in Noceto, salire in costa da Marsignano al valico dei Baccanelli, proseguire in costa fino al Montecolombo su una delle strade più belle del nostro Appennino, scendere su Rocca San Casciano e risalire sui Baccanelli da Pieve Salutare, tutto in totale e beata solitudine, senza auto, senza fenomeni della domenica millantanti prodezze al limite del probabile, senza gli odiosi mototerroristi, solo con la ragazza che silenziosa faceva danzare la catena su e giù per la cassetta pignoni, quasi mi chiedesse scusa se il clic del cambio aveva fatto troppo rumore, solo con il fruscio del vento nel caschetto in una splendida giornata di sole terso con 25-26° di temperatura … vi dirò, è esperienza tale che, quando arrivi all’auto, giù nelle schifose, depresse, torride e umidicce bassitudini, vieni sopraffatto da enorme tristezza.

In breve …

Quando uno inizia un discorso dicendo “Io penso …”, fermatelo lì. Ha già qualcosa sopra la media. Da lì in poi può solo scadere.

Cicale

Sono loro che risvegliano la memoria. In un sentiero di pineta. Uno scoiattolo attraversa la strada e scompare nel fitto sottobosco. Una lepre scavalca agile un fosso. E i fenicotteri rosa, che in numerosa colonia popolano gli stagni, definiscono i contorni della pineta. Ma lo scoiattolo, la lepre e i fenicotteri si vedono. Loro non si vedono. Eppure riempiono lo spazio. Il loro non è un suono qualsiasi, non è un rumore, non è un verso: il loro diventa per me il canto della memoria, che mi illumina, che mi riporta bambino, che mi fa ritrovare accanto a te. Con te che pedalavi e che mi portavi con la tua bici attraverso i vialetti della pineta verso la spiaggia. Non mi piaceva la spiaggia, ma quella pineta quanto l’ho amata, su e giù con la mia bici! Uno spazio accogliente di terra e sabbia, di rovi e pini tra l’umanità festante del paese e quella vociante della spiaggia. Tra di loro, in mezzo a loro, che non vedo, che possono essere ovunque. Immerso nel loro canto, incessante, ora più forte, ora meno, ma sempre tale da riempire lo spazio, oggi come ieri. Assordante nella memoria, adesso. Dolce perché mi ha riportato a te. E non riempie solo lo spazio. Adesso riempie il tempo, ne connette passato e presente. E lo riduce ad un nulla. Cantate, cicale, assordate tutto! Voi siete la spina che ora mi ricarica alla dolcezza che l’amore di un padre mi ha fatto conoscere, amare, rispettare, conservare, ricordare per sempre.

Per Enzo Bettiza

Se volete capire la Dalmazia e la sua complessa storia leggete, come ho fatto e piacevolmente rifatto pochi anni fa, Esilio di Enzo Bettiza. Le pagine sulla storia della propria famiglia sono forse le più belle: attraversano il periodo napoleonico, poi asburgico, fino alla tragedia che ha coinvolto gli italiani di Dalmazia nel secondo dopoguerra. Sono pagine talmente particolari – come del resto particolare era anche lo stile dell’autore nei pezzi giornalistici – che non è possibile descriverle qui: coinvolgono, catturano, aggrovigliano il lettore in una rete di relazioni con la storia di quel mondo che era unico e che la slavizzazione forzata condotta da Tito ha cancellato per sempre. La Spalato della gioventù dell’autore diventa una città incredibile nelle sue pagine, retaggio tardivo di quella vitalità decadente e morente che fu della Mitteleuropa, dell’Austria Felix, là dove una peculiare osmosi culturale, generatasi dalla sincrasia tra contributi dell’est e altri dell’ovest, si è sempre chiesta cosa degli uni potesse vivificare gli altri, senza rendersi conto che sia da est sia da ovest si stava tramando la sua fine, con lutti e tanta, tantissima tristezza e dignitosa sofferenza. Terra di grande letteratura, forse anche perché terra di domande continue, di ricerca di radici, di identità culturali in continua evoluzione in un dialogo che allora sembrava – illusoriamente, possiamo dire con quel senno di poi che ha il potere di rovinare sempre tutte le cose più belle – possibile.
Sit tibi terra levis.

“La mafia non esiste”

Passano i decenni, fra poco anche due secoli, ma la verità è che dal 1861 siamo ancora qui a discutere se esiste o no la mafia. Una delle cose più divertenti, quando hai occasione di parlare con uno straniero che per lavoro o per turismo viene in Italia, è smontare tutti i castelli di carte che nella sua testa si è fatto a casa sua, leggendo libri o guardando film: perché dovrai spiegargli che è tutta un’invenzione quella della mafia, che la mafia non è mai esistita; che il popolo italiano è amante delle tradizioni di famiglia, della buona tavola e del campionato di calcio; che davanti ad un buon piatto di pasta non ci sono distinzioni di classe, di ceto sociale, di credo religioso o politico; che aiutare per avere un posto un amico che ha bisogno non è un sopruso verso chi avrebbe meritato sulla carta quel posto, non è mafia, ma è sano rispetto dei buoni valori della vita. Se ci riesci, sei un grande.

Il provocatore

Assomiglia molto al pescatore il provocatore.
Il provocatore è una figura molto interessante del nuovo modo di fare politica mediatica in rete. Sia chiaro: la provocazione è una subdola e perversa arte antica, ma assai difficile da praticare con successo. La rete oggi mette a disposizione degli strumenti che la rendono invece più facile da praticare, ma soprattutto potenzia le abili qualità del provocatore, che raramente appare e soprattutto raramente si sporca le mani. Ci sono tanti che si cimentano in questa arte, ma i più in modo maldestro e inefficace. Il provocatore veramente abile non è colui che, dopo aver lanciato il sasso nello stagno, partecipa alla discussione, ma colui che la sa scientemente e abilmente manovrare da lontano, ma soprattutto da fuori, facendola andare dove vuole lui, senza mai passare il segno e lasciando che siano gli altri ad arrabbiarsi, nella speranza, davvero subdola, se non un po’ perversa, che siano loro a fare il botto e passare il segno. E mentre li lascia scannare tra di loro, compiaciuto per l’esca e per l’amo usati, il vero abile provocatore ridacchia beffardo ed è pronto già con la nuova canna da pesca con un altro amo e un’altra esca. Ma nell’acqua a scannarsi lui non va mai. Manovra tutto a distanza e il bello è che lo fa invocando persino il silenzio degli altri, perché le sue prede possano scannarsi meglio … e abboccare. Che brutta persona che è il provocatore! Tanto brutta e perversa da diventare quasi un idolo. È un po’ come quando si è attratti da un film dell’orrore, che magari è più che altro un orrore di film, ma la curiosità, spesso più che morbosa, prevale e lo si guarda ad occhi sgranati dalla prima all’ultima scena. Brutta, veramente bruttissima persona il provocatore … ma, se fa bingo, è un artista.

Tutti per uno, uno per tutti

 

Olim humani artus, cum ventrem otiosum cernerent, ab eo discordarunt, conspiraruntque ne manus ad os cibum ferrent, nec os acciperet datum, nec dentes conficerent. At dum ventrem domare volunt, ipsi quoque defecerunt, totumque corpus ad extremam tabem venit: inde apparuit ventris haud segne ministerium esse, eumque acceptos cibos per omnia membra disserere, et cum eo in gratiam redierunt. (Livio 2 32)
(Un tempo le membra del corpo umano, notato il ventre ozioso, si ribellarono contro di lui e cospirarono, perché le mani non portassero il cibo alla bocca, né la bocca ricevesse ciò che le era dato, né i denti lo masticassero. Ma, mentre volevano domare il ventre, anche loro stesse deperirono e tutto quanto il corpo giunse all’estrema rovina: fu allora chiaro che il servizio del ventre non era affatto pigro e che questo distribuiva i cibi ricevuti per tutte le membra; e così tornarono in grazia con lui.)
Quello della disoccupazione intellettuale è un problema enorme per una società in cui le politiche del diritto allo studio e del benessere generale portano quasi tutti i giovani all’università. Nel nord Europa da tempo si riflette su queste dinamiche e sulle loro conseguenze. Noi iniziamo solo un po’ più tardi. La pubblicazione delle foto dei tedeschi che abbracciavano i siriani nelle stazioni e alle frontiere avvenne una settimana dopo la dichiarazione dei governatori dei Länder che facevano notare al governo nazionale come la “grande fabbrica d’Europa” non sarebbe potuta restare mai in piedi senza manodopera importata in un contesto sociale in cui i tedeschi fanno pochi figli o non ne fanno addirittura e quei pochi vanno tutti all’università. Una società completa è quella che riempie tutte le caselle e l’apologo di Menenio Agrippa, che voleva far capire ai rappresentanti delle classi popolari ritiratisi sull’Aventino l’importanza della loro presenza nei luoghi della politica, resta una pagina di grande attualità: chi si scanna contro lo ius soli e non fa almeno tre figli (se da due ne nasce uno, si cala; se da due ne nascono due, si resta uguali, se da due ne nascono tre, si cresce: è abbastanza evidente), chi si scanna contro lo ius soli e non rinuncia ad un minuto del suo tempo per occuparsi di un genitore anziano demandando tutto a persone straniere, chi si scanna contro lo ius soli e deve ricorrere all’operaio straniero, perché in casa sua tutti studiano all’università e nessuno sa sostituire una lampadina, tutte queste persone dovrebbero solo fare una riflessione: all’impero romano occorsero due secoli di benessere per cambiare i connotati germanizzandosi nelle strutture militari e orientalizzandosi in quelle culturali e religiose; a noi basterà molto meno. Le classi in cui studiano i nostri figli sono già delle realtà enormemente diverse e più varie dal punto di vista etnico rispetto solo a quelle di 15 anni fa. I cicli storici sono sempre gli stessi nei secoli; quello che sta cambiando è il ritmo in cui avvengono i mutamenti, che è troppo veloce per le capacità di reazione e di assorbimento del nostro vecchio e decadente, ma anche ricco e benestante mondo. Ci stiamo leccando ferite che ci siamo fatti da soli e non sappiamo guardare oltre la punta del nostro naso. C’è tutto un mondo oltre quella punta, un mondo che va conosciuto, che va capito, anche combattuto e non accettato qualche volta; per l’avversario contro cui si combatte si vince solo se lo conosce e se si conoscono le armi con cui combatte. E se queste prevedono la demografia, bisognerà rispondere con la demografia. Qualcuno intenderà queste righe come animate da una sorta di cupio dissolvi, ma oggettivamente non vedo alternative concretamente sostenibili.

“Quattro libri al mese”

Ho comprato in pochi giorni circa una ventina di libri, soprattutto di storia, ma anche narrativa, saggistica, per l’estate. In fondo è questa la parte più importante del lavoro di un insegnante: studiare e leggere sempre. Un quarto di secolo in classe insegna che la serenità nel fare lezione viene solo dalla padronanza della materia in tutti i suoi aspetti, dalla capacità di allargare le visuali di interpretazione dei testi ai contesti più diversi, dalla disponibilità a creare nella tua mente quella multimedialità e quell’ipertestualità che nessuna macchina potrà mai parimenti raggiungere, ma anche dalla cosa più semplice di tutte, da quella così semplice da essere quasi spudoratamente umile: la passione di imparare e conoscere, anche per te stesso e il tuo lavoro, ma soprattutto per gli altri, per gli studenti che di te hanno bisogno e che nella tua sicurezza – non ostentata ma auspicabilmente disinvolta e naturale – potrebbero trovare anche un vincastro alle proprie incertezze. Ogni tanto succede. Non illudetevi che capiti spesso, ma posso garantirvi che capita. E per questo, quanto meno, ci provo.
A tal riguardo, mi si è impressa indelebilmente nella memoria una frase che mi disse un giorno il professore con cui ho collaborato all’università per quasi otto anni, occupandomi di forme di eversione sui mari in epoca romana e dei relativi sistemi di controllo. Ricordo quel momento come fosse ieri. Eravamo nella sala dottorandi e ricercatori del dipartimento di Storia antica dell’università di Bologna. Lui passò di lì diretto al suo studio, dopo aver fatto lezione in aula Quinta. Mi vide leggere un saggio di Salvatore Bono sulle marinerie barbaresche nel Mediterraneo di epoca moderna e, decisamente sorpreso in quel contesto, si sedette di fronte a me e sorridendo mi disse: “Sei un vero divoratore di libri; ho visto pochi leggere a 360 gradi come te; fai bene; chi non legge almeno quattro libri al mese non dovrebbe avere nessun diritto di sedere su una cattedra. Ma tu ci arrivi a quattro libri al mese?”. Fu una battuta, ben inteso; eppure, se queste parole mi si sono impresse così nella mente e così tenacemente resistono negli anni, c’è il suo perché.

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