Pensa un po’! Tutto inizia e tutto finisce lì: una spina d’acacia

Sono rientrato in un bagno di sudore dal giro in bici. Infilo la mano nel taschino posteriore per prendere le chiavi e aprire il garage e mi pungo. Avevo dimenticato di averla conservata. Non c’era qualche ora prima quando ero partito. Eppure, da quella goccia di sangue, da quel frammento di natura messo chissà perché in quel taschino, da lì mi piace riavvolgere il racconto. Da qualche ora prima. Quando il sole non troneggiava ancora così spavaldo in mezzo al cielo, ma iniziava appena a intravvedersi a spicchi tra le cimase e la temperatura era di almeno dieci gradi più bassa. Da un paesaggio diverso, da colori e odori diversi, da spettacoli diversi, da mondi dell’anima così maledettamente ma anche meravigliosamente diversi. Quella goccia di sangue rende diverso il dito dagli altri. Penso a un sacrificio: il sangue rimanda al sacrificio; penso a un’espiazione: il sangue ricollega alla colpa e alla sua espiazione. Ho fatto un viaggio. Ho espiato. Cosa ho espiato? Se sono stato parte di un’esperienza di sacrificio, tutto questo a che pro? Il sangue riporta il girovagare dell’anima, attraverso i contorti meandri della mente e gli errabondi pellegrinaggi della memoria, anche al dolore. Amore e dolore sono i due pilastri della vita, si sa. Si legge forse anche sui bigliettini dei baci Perugina. Eppure è così. Quel sangue, non saprei dire perché e per come, fatto sta che adesso ha un potere che nessuno gli può impedire di esercitare: riavvolge la bobina della memoria.

Si parte. Il sole è alto di poche spanne sulla linea dell’orizzonte. L’aria fresca del primo mattino di metà giugno invita a essere assaporata. Cosa meglio di un rampichino (qualcuno la chiama mountain bike) consente di fare questo bagno di bellezza in un paesaggio classificato tra quelli con maggiore biodiversità di tutto il mondo? Si tratta del tratto di costa tra le ultime case a sud dell’abitato in direzione della pineta, in direzione del mare verso la foce del fiume, risultato dell’artificiale confluenza tra due alvei, ancora ricchi di acqua grazie alle abbondanti nevi invernali e alle copiose piogge primaverili. Un bagno di bellezza. Sì. Lo è per davvero nella pacifica e silenziosa solitudine di queste prime ore del mattino. E chi lo snobba dicendo che il rampichino è fatto solo per la montagna sarà un fenomeno della bicicletta – e questo triste primato nessuno glielo vuol contendere – ma non sa cosa si perde se sa guardare non solo con gli occhi della testa, ma con quelli dell’anima, se sa dare un significato agli opposti fortori di letame e di tiglio, ai ritmi del contadino che ha battuto il grano per tutta notte con il fresco e spegne i potenti riflettori del trattore quando arrivo io: il nostro essere urbanizzati non è più avvezzo a questi ritmi, ritmi da recuperare, anche solo come esperienza visiva, ritmi che andrebbero vissuti e farebbero bene ogni tanto all’anima.

Un bagno di bellezza. Non solo: quello che tu prevedi, attendi, desideri come bagno di bellezza potrebbe, chissà, diventare a tua insaputa, come premio della tua totalmente disinteressata esperienza di viaggio, un premio di sapienza. Cerchiamo di farci capire. Ma per essere chiari bisogna vivere quel viaggio tra coltivi e incolti, tra acque e terre, tra bosco secolare e larghe di bonifica, tra residui di saline, che richiamano alla mente l’immane disumanità di certi mestieri, che nulla avevano da invidiare alle miniere quanto a malattie e ridotta speranza di vita. Accompagnare in questo paesaggio di bellezza persone in viaggio, come un cicloturista olandese, che ha incrociato la mia traiettoria per caso, e spiegargli che qua persino i medici condotti per tanti anni sono stati mandati per punizione, perché nessuno voleva venire in posti dove chiunque aveva paura di ammalarsi e di morire e dove la speranza di vita non era bassa solo per chi faceva i durissimi lavori di salinaro o pignarolo, ecco, spiegare queste cose lascia spesso a bocca aperta il tuo interlocutore. Anche questa è biodiveristà. L’Archivio storico comunale di Cesenatico, poco più di sud di qui, lo può documentare in tutta la sua cruda e drammatica realtà. Sale e pinoli erano oro per queste genti; per il primo, il sale, ravennati e forlivesi hanno litigato per secoli, finché non sono arrivati quelli più grossi di loro a farli star zitti, prima Venezia, poi lo Stato pontificio; per il secondo, il pinolo, assai più avaro, le dicerie popolari erano assai antiche. Tre anni impiega un pinolo dentro la pigna a maturare e 30 kg di pigne occorrono per 1 kg di pinoli. Forse per questo loro carattere misterioso, per questa lentezza a crescere, per questa rarità nel farsi trovare, per questa difficoltà nel farsi cogliere già Apicio nella sua Ars coquinaria li riteneva afrodisiaci? Il filosofo persiano Avicenna disse addirittura che nessun altro prodotto di natura aveva la capacità del pinolo di far aumentare la produzione di sperma nel maschio e favorire il coito. Al popolo forse le sue dotte disquisizioni su Aristotele saranno passate inosservate; ma queste sicuramente no. Il ciclista olandese non mi segue. Pazienza. Mi chiedo come faccia a stare, lungo lungo e secco secco com’è, su quella bici che non è della sua taglia. Ma mi chiedo come faccia a tenere quella barba così lunga, da cui scendono gocce di sudore, con questo caldo. Non faccio domande. Fatti suoi.

Finita la stagione dell’asparago selvatico, che dà il meglio di sé appena si dissipano le ultime brume invernali, ci si accontenta delle tante erbette che crescono sulla buona terra dei rivali, in attesa della raccolta di more in agosto. Sono i tempi dell’uomo che vive la pineta e ne sfrutta quel sottobosco così tanto amato anche dai timidi daini, che solo all’alba o all’imbrunire si avvicinano ai sentieri. Al campeggio gli avevano detto, a lui, al cicloturista olandese con barba da filosofo greco, che in pineta avrebbe visto i daini; sì, così gli avevano detto i sapientoni che si definivano protettori e grandi conoscitori dell’ambiente, proprio come se i daini fossero ammaestrati a fare le belle statuine per i turisti.

Il cicloturista olandese è stupito da questa narrazione, mentre procediamo, passando repentinamente dal paesaggio assolato del rivale del fiume a quello del lido affollato di turisti, da quello della campagna dove il fieno pervade tutti i sensi, ma proprio tutti, al viale di tigli che ci introduce in una strada bianca nelle cui piazzole giovani ragazze nere attorno a un camper mettono un brusco stop al bagno di bellezza. Loro sono belle, non lo è quello che sono costrette a fare: oltre il passaggio a livello un camposanto di paese, un tuffo nella storia di quel paese, dove anche giovani caduti in guerra vanno fieri della loro foto in divisa; ma quante domande pongono quegli uomini anziani che, forse appena usciti dal camposanto stesso, si mettono in fila fuori dal camper? Lui, il barbuto cicloturista che viene da un paese dove il sesso a pagamento si fa in negozio con ricevuta, scatta foto, assai inopportune. Gli spiego che potrebbe esserci il protettore da qualche parte e che forse è meglio fotografare uccelli e fiorellini. Credo che non abbia capito. O forse ha capito altro. Comunque, non sembra sveglio.

Procediamo oltre la statale, tra le larghe di bonifica; un pozzo di metano troneggia al centro di un vastissimo campo di colza appena battuto, alimentando quella visione di contrasti che pongono sempre domande senza risposte; un campo appena arato è aggredito da decine e decine di gabbiani; il vomere ha rivoltato le zolle e tutta la vita di vermiciattoli, che sotto di esse si era per mesi celata, è stata messa brutalmente a disposizione di quegli aggressivi uccelli di mare. Anche loro fanno come noi; se l’obiettivo dei sapiens è arrivare alla fine del mese guadagnando di più e lavorando di meno, non è forse più sapiens di noi chi ci fa capire che è più facile mangiare quei lombrichi, che volare ore e ore in cielo sul mare sperando di vedere affiorare un misero pesciolino pieno di lische?

Il cicloturista olandese, tecnologicamente dotato di tutto quello che su una povera bici può essere montato, mi fa notare che rispetto al suo gps siamo finiti fuori strada. Gli dico di non preoccuparsi. Per noi italiani tutte le strade portano a Roma. Ride e mi segue, con la sua bici a cui è attaccato di tutto: campanelli, fanali, navigatori, computer, portacellulari, portattrezzi; insomma, un albero di Natale fuori stagione. Mi sta cominciando a diventare un po’ più simpatico.

Ho appena detto che l’Italia è così varia che basta passare un ponte che cambia tutto: paesaggio, lingua, abitudini. L’ho appena detto che, passato un ponte su un canale, ci troviamo fuori dalle desolate larghe di bonifica, in un campo di girasoli più alti di noi, con tante case sparse circondate di tigli e di querce. E i tigli si sentono. Eccome se si sentono. Li riconosce anche iron-man, che pigia tasti ovunque in quel coacervo di elettronica di cui ha appesantito la sua bici. Ma se un cellulare ha già l’app con il gps, che bisogno c’è del gps?, gli chiedo, così, in modo del tutto disinteressato e distratto. Mi dice che è più preciso. Ma se un cellulare ben configurato ti dice già che consumo calorico e che dispendio energetico in watt hai avuto dalla partenza, che bisogno c’è di cardiofrequenzimetri e altri marchingegni?, gli chiedo sempre più distrattamente. Mi dice che sono più precisi. Fatti suoi. In fondo, è lui che viaggia per l’Europa portandoseli addosso. Tipo ben strano, comunque. Mi chiede una pizzeria per mangiare. Una pizzeria? Ma hai capito dove siamo? Siamo tra pinete e piallasse, larghe di bonifica e rivali di canali. Una pizzeria! Ma da che pianeta è cascato questo?

Ho capito che non è tipo da idilli bucolici. Lo riporto sull’asfalto della statale, tra i camion e le auto che sfrecciano. Probabilmente un paese con una pizzeria qua c’è. Infatti è là che maneggia pigiando tasti sulle sue diavolerie elettroniche. Questo ha fame. Lo vedo in difficoltà. Accendo il mio cellulare. Ricordo di aver installato un’app per trovare ristoranti nelle vicinanze. E trovo una pizzeria aperta a mezzogiorno a 8 km dal punto in cui siamo, sicuramente uno di quei posti frequentati dalle squadre di lavoratori, quasi tutti stranieri, che lavorano nei campi. Credo di averlo fatto veramente felice dal luminoso sorriso con cui si congeda da me facendo dietrofront. Fa parte della biodiversità anche lui, in effetti, penso tra me e me. Appena trovata una sterrata più adatta alle mie ruote grasse, ritorno in direzione del mare e in quelle larghe verdi, secate da canali che non fanno una curva, una minima deviazione per chilometri. Arrivo a una chiusa, nelle cui vicinanze è una fontana, dove sciacquo finalmente la borraccia impolverata e la riempio; quanta acqua devo sprecare, prima che ne esca che non sia bollente! Alla fine inizia a diventare un po’ più fresca, poi davvero fredda. E finalmente posso bere acqua che non sia calda e non sappia di polvere, con quel singolare retrogusto di plastica e gomma che prende dopo un po’ nella borraccia. E allo sciabordio della gora tra le paratie della chiusa tutte aperte affido la pausa pranzo: un sacchetto di frutta secca, una banana, una mezza borraccia di acqua. Fresca, acqua vera. Silenzio tutt’intorno. In lontananza si vede una macchia nel cielo. Disegna figure cangianti. Sto assistendo a uno degli spettacoli forse più emozionanti che queste terre sanno regalare: il volo in gruppo dei fenicotteri rosa. Riparto per ritornare a casa. Ma il bagno di bellezza mi ha riservato un ultimo dono. Non me lo aspettavo.

Appena uscito dalla pineta, sopra i campi di colza appena battuti lo vedo volare. Horus aveva le sue sembianze. La sua intelligenza ne ha fatto per l’uomo antico simbolo non solo di preveggenza, come la poiana per gli aruspici etruschi e poi romani, ma di accorta avvedutezza, di capacità di organizzare, di non aver mai fretta per raggiungere l’obiettivo. Lui infatti studia a lungo dall’alto, esamina, valuta, calcola traiettorie, fa tutto con freddezza e perfezione e raramente sbaglia, quando il suo piano è portato a effetto. Mi fermo. Lo guardo. Le sue ali sono immobili, dritte nella fase di studio; ma ecco, a un certo punto le punte di quelle ali cambiano d’un tratto posizione, si piegano, la velocità del volo non sfrutta più le ascensionali, deve vincerle esprimendo quella che è considerata la velocità maggiore in natura: la picchiata del falco pellegrino. Neanche un’auto di formula uno è ancora arrivata a tanto. Prendo il cellulare e mi informo. 372 km/h è la velocità massima raggiunta da una Mercedes in gara; 387 km/h è quella che può raggiungere il volo in picchiata del falco pellegrino. Riparto con la mia diversità in quel grande palcoscenico di altre diversità. La mia mente è presa dal babbo che non c’è più, dai suoi moniti e dai suoi silenzi: lui avrebbe parlato per ore di quel falco; la mente è invasa dalle scadenze del lavoro, che stonano quanto mai là in mezzo; eppure senza quel bagno di bellezza e senza quell’esperienza di sapienza, lenta e oculata pianificazione, e infine perfezione all’atto dell’esecuzione del volo del falco, forse non esagero se dico che sarei diverso. Anche senza quella maledetta spina d’acacia, lunga come mezzo pollice e che mi ha forato la posteriore nella discesa di un rivale ad appena 5 km da casa, sarei forse diverso. Anche senza quel bizzarro cicloturista che cercava pizzerie in mezzo alle piallasse, sarei forse diverso. Ho estratto quella spina d’acacia, l’ho maledetta in tutti i modi; però poi l’ho messa nel taschino e me la sono portata in garage. In fondo, di tutta quella bellezza e di tutta quella sapienza, una volta lavata dalla polvere e dalla sabbia la bici, alla fine, dopo tante pretese, dopo tante riflessioni, dopo tanti andirivieni nel tempo e nello spazio, alla fine non resta forse solo lei, una spina d’acacia?

E credo proprio che sia giusto così. Solo una spina d’acacia.

© 2018. Stefano Tramonti

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