Il premio

La temperatura si era abbassata dopo il temporale notturno. La pioggia caduta copiosa nella notte aveva lasciato tanta umidità nell’aria, di cui tutto era impregnato. Dalle staccionate le gocce scendevano con ritmo regolare, formando pozze che riflettevano il grigio dominante. Le nubi basse avvolgevano anche il fondovalle e la nebbia s’infittiva più ci si avvicinava al fiume. La montagna, che in quella giornata sarebbe stata protagonista, si nascondeva con atteggiamento quasi maligno dietro quelle fitte caligini mattutine. Il silenzio avvolgeva le squadre e il loro séguito di staff tecnici e medici, di amici, parenti e conoscenti, la stampa, i tifosi accorsi numerosi nonostante il clima e i valligiani, quasi tutti, anche i meno giovani, in un modo o nell’altro coinvolti come volontari nell’organizzazione di quell’atteso evento, per il momento avvolto in un grigio che metteva pensierosa preoccupazione in tutti, nei corridori soprattutto; molti di loro erano in sella alle bici sin dalle prime ore del mattino con il cellulare fisso sul meteo, la grande incognita che avrebbe potuto mandare all’aria strategie studiate e perfezionate da giorni. Con questo dominio di grigio creava un singolare contrasto la vivacità dei colori delle divise delle squadre già in allenamento e dei loro pullman parcheggiati in prossimità degli alberghi. A Marco piaceva e riusciva a infondere un po’ di carica e di alacrità il giallo-blu del pullman della sua Alberti Costruzioni, ma anche il rosso del pullman della Robocycling, la sua ex squadra, due curve più su, davanti a un altro albergo, ricordava momenti vissuti da guerriero. In mezzo un altro albergo e davanti a quello un altro pullman completamente bianco con le scritte nere: era quello della tedesca BTW-Plastik, l’ultima squadra a essersi iscritta. Anche Marco era già in divisa. Qualcuno era già uscito e aveva fatto con la bici qualche chilometro di allenamento. Tre alberghi della zona erano stati occupati dalle squadre iscritte. Altri gruppi sarebbero arrivati con gli autobus da altri alberghi in località vicine. Da anni desiderava partecipare a quella classica alpina, da poco nel calendario delle competizioni più importanti. Finalmente la sua squadra aveva deciso di puntare su di lui. Era una grande giornata. Da anni non sentiva il peso della responsabilità, ma, quando la preparazione è attenta e curata, quel peso si alleggerisce e viene sostituito dalla convinzione di poter fare bene. La sua squadra e il suo precedente direttore sportivo non lo avevano ritenuto fino ad allora adatto a gare di quel genere con un dislivello totale così impegnativo, circa 3200 km. Il suo nuovo direttore sportivo, Lorenzo Ferrucci, arrivato quest’anno e alla sua prima esperienza nella categoria più alta, aveva adesso su Marco altre idee rispetto al precedente, che lo aveva ritenuto solo adatto a gare più lunghe e a tracciati caratterizzati più da brevi ma cattivi strappi, che da percorsi con lunghe e selettive salite. Ferrucci era un toscano vecchio stampo, pane al pane, vino al vino. Non pianificava le strategie di gara sulla base di quanto diceva lo staff medico o i preparatori, non dava troppa importanza ai motivatori, di cui altre squadre facevano, secondo lui, eccessivo uso; seguiva i suoi atleti negli allenamenti, li guardava negli occhi, affiancandosi con l’auto quando li vedeva in difficoltà, per capire se non andavano le gambe o la testa. E quando era un problema di gambe, li affidava allo staff dei preparatori; quando era un problema di testa, ci pensava lui di persona. Marco però non era un atleta facile da gestire e Ferrucci lo aveva capito subito; per questo il suo rapporto con la squadra era completamente diverso dall’approccio che riservava a Marco, ragazzo descritto come atleta dalle enormi potenzialità, che però il suo precedente collega non aveva mai sfruttato e aveva sempre confinato in una posizione secondaria. Marco era per Lorenzo Ferrucci l’atleta dei ma: era forte in velocità, ma …; era potente sul piano, ma …; andava come una palla da schioppo a cronometro, ma … C’erano tutti questi ‘ma’ da capire. Lorenzo aveva voluto conoscere la sua storia, aveva provato a instaurare un dialogo personale, oltre il livello professionale e sportivo, ma non ci era ancora riuscito. C’era qualcosa che doveva scattare soltanto nella testa di quel corridore che era veramente forte, perché la gamba era fenomenale. Per anni Marco era stato tenuto come uomo da gare secondarie, non da salite come quelle che caratterizzavano il tracciato di quella gara nuova, salite che hanno fatto e faranno sempre l’epica del ciclismo. Per anni era stato messo come capitano soltanto in gare di riempimento, quelle che servono alle squadre per arricchire la stagione, per prepararsi ad altri più impegnativi appuntamenti e dare la possibilità ad atleti forti, ma non di prima linea, di avere i loro momenti di gloria. Eppure da anni Marco scalpitava per dimostrare di essere forte in salita e su grandi salite aveva fatto recentemente tanti chilometri di preparazione invernale. Conosceva bene quelle strade, conosceva alla perfezione quelle altimetrie, aveva in mente la tabella dei rapporti da usare quasi curva per curva. Incurante della bassa temperatura, andò al pullman dove i meccanici erano già al lavoro e si fece dare la sua bici che era già stata preparata: “Marco, oggi siamo tutti con te! Sarai contento. Da quanto tempo aspettavi quest’occasione …”, gli disse Giovanni, il più anziano dei quattro meccanici che erano venuti su. “Sì, sono molto emozionato e carico. Sarà freddo su in quota. Mi sono preparato molto con il freddo. Mi sento bene oggi,” rispose Marco. “Hai guardato la lista degli iscritti?”, chiese Giovanni, mentre finiva di registrare gli ultimi dettagli. Aveva posto quella domanda in modo apparentemente distratto. Marco non rispose a tono e chiese: “Ce la fai a togliermi un pignone in mezzo, per mettermi un 11 dietro?”, chiese Marco. “Che te ne fai dell’11 oggi con questo dislivello?”. Marco lo guardò negli occhi e i loro sguardi si incontrarono. “Non ti preoccupare, Gio. Ho un’idea.” Giovanni sapeva che quando Marco non voleva parlare, non avrebbe detto nulla e non insistette, tornando alla domanda di partenza, a cui Marco non aveva risposto. “Hai visto la lista degli iscritti? Ci sono delle novità dell’ultimo momento,” disse Giovanni, mentre svolgeva il lavoro richiesto da Marco sul rocchetto posteriore. “Novità? Ho visto sul sito la lista alla chiusura della settimana scorsa.” “Allora credo che sia meglio che la riguardi. Ci sono novità importanti.” Giovanni glielo aveva detto in modo strano, con un insolito tono della voce, ponendogli una mano sulla spalla. Marco seguì il lavoro di Giovanni, che senza discutere aveva già rimontato il rocchetto con la modifica richiesta. L’11 era il rapporto più lungo, adatto alla pianura, fatto per chi deve dare il massimo in volata; alcuni lo montano, se vogliono fare allunghi in discesa, ma Marco non aveva mai amato in modo particolare la discesa. Giovanni fece quanto richiesto, ma perplesso. “Non è giorno da 11. Non è giorno da 11”, ripeteva mentre completava la registrazione del delicato cambio elettronico con un occhio che ogni tanto andava al cielo e alle nubi. Tutti avevano visto le previsioni ed erano preoccupati. “Guarda la lista, Marco. E tieni conto anche del meteo.” “Lo farò dopo. Per il meteo non sono preoccupato: se piove per me, pioverà anche per gli altri. O no? Adesso mi voglio scaldare un po’. Andò sui rulli e fece un po’ di riscaldamento. Poi prese la bici e andò a fare un tratto di una delle tre strade in salita, che dal paese si inerpicavano sui grandi passi, dove si era spesso scritta la storia di quello sport, soprattutto nelle grandi gare a tappe: su quelle strade aveva trascorso settimane in inverno, per affinare la sua preparazione in salita, e aveva curato anche la tecnica in discesa, un particolare che aveva sempre trascurato nella propria preparazione. Conosceva quelle salite e quelle discese curva per curva. Aveva la cartina altimetrica di ogni strada e di ogni valico ormai stampata nella memoria, da ognuno dei versanti che lo raggiungevano. Tornò per fare colazione con i compagni di squadra e nel raggiungere il suo albergo vide, parcheggiato vicino a un altro albergo, il pullman della sua ex squadra, quella che lo aveva costretto dopo anni ad andarsene sbattendo la porta. Sapeva che la sua ex squadra sarebbe stata presente quel giorno. Aveva controllato bene la lista degli iscritti e Lorenzo Ferrucci lo aveva rassicurato. Sapeva che Marco temeva sempre quel confronto, sapeva che per anni, da quando la Robocycling lo aveva praticamente costretto ad andarsene, aveva fatto lo slalom partecipando solo alle gare in cui Demetrio Piras non fosse presente. Marco, come sempre da sei anni a quella parte, per giorni era stato quasi incollato a internet e aveva tirato un sospiro di sollievo, quando aveva visto che le iscrizioni erano chiuse e l’assenza di lui, di Demetrio, era confermata. Ma sapeva, dentro di sé, che neanche lui si sarebbe mai iscritto a una gara sapendo che si sarebbe dovuto confrontare con Marco. Lo conosceva molto bene. Ma là intorno a quel pullman della sua ex squadra aveva visto un’agitazione molto particolare, un clima di festa e gridi di incitamento che non si spiegava, se erano venuti solo per cercare di non fare una brutta figura. Aveva visto Landi agitato e molto impegnato a dare ordini a dritta e a manca. Landi, il suo ex direttore sportivo alla Robocycling, faceva così solo quando partecipava con i suoi a una gara per vincere. Marco lo conosceva da anni; per anni aveva corso con lui. Uno strano rapporto di amore e odio aveva legato lui a Mattia Landi, uomo dal carattere duro e spigoloso, irritabile e scostante, certamente rude nel rapportarsi agli altri, ma imbattibile in due cose: nel pianificare le strategie per vincere le gare e nel valorizzare e motivare i suoi atleti in gara. Mentre faceva colazione con i compagni di squadra, che lo incoraggiavano tutti in un modo diverso, insolito, e mentre ascoltava le ultime raccomandazioni di Ferrucci, che, lanciando spesso occhiate a lui, ricordava la strategia di squadra messa a punto il giorno prima, distrattamente i suoi occhi caddero sulla lista degli iscritti che Giovanni gli aveva detto di controllare. Ebbe un sussulto, quando lesse quel nome in testa alla lista della Robocycling. Le squadre erano in ordine alfabetico, la sua, Alberti Costruzioni, era la prima, con la bandierina tricolore e con il nome del suo capitano, Marco Benini, in grassetto; la sua vecchia squadra, la Robocycling, con la bandierina bianco-azzurra di San Marino, era nell’ultima pagina. In giallo erano indicate le sostituzioni. Dopo la chiusura delle iscrizioni, quando Marco aveva consultato per l’ultima volta la lista, c’erano state solo due sostituzioni, che il regolamento ammetteva, una in una squadra svizzera e una proprio nella Robocycling e il nome in giallo era proprio quello del capitano, in grassetto come il suo, il primo della lista di otto atleti che ogni squadra poteva iscrivere: Demetrio Piras. Ferrucci disse che aveva notato molto motivati i corridori della squadra tedesca BTW-Plastik, una multinazionale con direttore sportivo italiano e atleti quasi tutti sudamericani, dell’est europeo o degli stati dell’Asia centrale.

Ferrucci si alzò e andò a sedersi accanto a lui: “Non me ne sono accorto neanch’io. Se l’avessi saputo, te l’avrei detto.” Marco ebbe un gesto di stizza, che non riuscì a controllare. Lanciò con rabbia un tavagliolo che aveva in mano, sul tavolo, rompendo una tazzina e ro­vesciandone il contenuto sulla tovaglia. Poi si alzò e, correndo, tornò sulla bici. Lorenzo provò a inseguirlo inutilmente. Marco era già partito. Ferrucci si prese il volto tra le mani e lo seguì allontanarsi, giù per la discesa. Alexej e Roger, il kazako e il belga della squadra, raggiunsero il loro direttore sportivo sulla porta dell’albergo e il primo disse: “L’ha presa male.” “Temo di sì. Sarà dura oggi, ragazzi. Dovremo combattere con le gambe, ma soprattutto con la testa. Su, alle 8,30 vi voglio qui fuori per un allenamento come previsto, poi riguardiamo altimetria e planimetria e facciamo un’ultima chiacchierata in pullman. La temperatura è più bassa del previsto. C’è possibilità di pioggia, purtroppo.” Roger disse: “Marco va forte con il freddo.” Lorenzo attese per rispondere; poi disse: “Ma oggi c’è qualcun altro che va molto forte con il freddo, molto forte in salita, e che sa far funzionare molto bene insieme le gambe e la testa.” La partenza era prevista per le 11,30. Giovanni aveva visto sfrecciare Marco in discesa, con colpo di pedale rabbioso. Interruppe il suo lavoro ai cavalletti e raggiunse il suo direttore sportivo: “Non si mette bene, vero?” Lorenzo disse: “Ho sbagliato io. Dovevo dirglielo. Gli ho mentito. Gli ho detto che non lo sapevo.” Giovanni, il più anziano di tutta la squadra, meccanico da anni, non solo aveva seguito Marco nelle vicende che avevano caratterizzato il turbinoso passaggio dalla Robocycling alla Alberti Costruzioni, ma lo aveva visto crescere come sportivo. Era un po’ un secondo babbo. Con lui era passato anche il fisioterapista indiano Chapal, amico e confidente di Marco. Era stata una trattativa nervosa, quasi surreale, non dettata da condizioni economiche, ma da errori umani, commessi da chi non sapeva che gli atleti sono anche uomini, non solo macchine per vincere. Nella sammarinese Robocyling Marco Benini e Demetrio Piras per anni avevano vinto tutto. Era stata addirittura la famiglia di Marco a trovare il denaro nella Repubblica di San Marino, per allestire una squadra nuova, quando quella per cui avevano corso per tanti anni iniziò ad avere serie difficoltà economiche e stava per chiudere la sua attività. Trovare uno sponsor disposto a investire qualche decina di milioni per una stragione in uno sport, seguito da tanti appassionati, ma solo in alcune regioni e che non aveva certamente la visibilità del calcio, non era più facile. Il presidente della società aveva già invitato gli atleti a trovare altre squadre e altri sponsor, quando il babbo di Marco si presentò con un vero cartello di sponsor, che faceva capo a un artigiano che costruiva biciclette a San Marino ed era sostanziato da due banche della piccola repubblica. Nacque così quella Robocycling in cui Demetrio e Marco, aiutati da altri atleti di livello, avrebbero per anni vinto di tutto.

Marco non vedeva il grigio dell’asfalto. Era un altro grigio che vedeva, mentre rab­biosamente pedalava cercando di sfogare quello non sapeva nemmeno lui cosa fosse. Era un grigio che era calato sulla sua vita sei anni prima, quando Demetrio e lui, erano partiti rispettivamente primo e secondo nella classifica generale del Giro dell’Austria il giorno dell’ultima e decisiva tappa: un grande successo si profilava per la Robocycling e per la piccola repubblica che rappresentava. Mai aveva avuto i suoi due uomini più forti primo e secondo in classifica. Tuttavia il destino avverso aveva deciso di farsi sentire con tutta la cattiveria possibile. Sulla discesa che precedeva la salita decisiva, Demetrio forò: il suo primato era in bilico. Dall’ammiraglia il direttore sportivo Mattia Landi gridò a Marco di andare avanti e che ora la squadra doveva puntare tutto su di lui. Ma Marco non era forte come Demetrio in salita e sapeva che senza il suo appoggio Demetrio non avrebbe conservato il primo posto. Nessun altro nella squadra aveva la corporatura e il peso di Demetrio. Solo con la bici di Marco avrebbe potuto continuare e difendere il suo primato in classifica. Marco gli diede la sua bici. Landi urlò di non farlo. Lo minacciò di sanzioni disciplinari. Era furente. Pensava solo ai premi e al denaro. Marco e Demetrio pensavano invece alla loro amicizia. Demetrio era di poche parole: non fece commenti come suo solito. Marco si arrabbiava, lui mai. Ma non seppe prendere una decisione rapida. Marco gli aveva dato la sua bici; il direttore sportivo non era d’accordo e, dando per scontato che Demetrio non ce l’avrebbe fatta a recuperare, voleva che Marco provasse a difendere quello che era in quel momento il primo posto virtuale. Il tempo passava. E fu determinante quell’indecisione. Demetrio ebbe un’altra bici con molto tempo di ritardo, Marco conservò la sua. Ma non riuscirono a riprendere gli avversari agguerriti che, avendo saputo non solo della foratura del primo in classifica, ma addirittura del litigio con il direttore sportivo, ne approfittarono. A dieci chilometri dal traguardo, Marco mise i piedi a terra, scese dalla bici e dichiarò il ritiro, urlando a Landi: “Imbecille, solo lui poteva vincere e con la mia bici, anche senza di me, avrebbe vinto.” Quell’offesa al suo direttore sportivo gli costò l’allontanamento dalla squadra: stagione finita. A fine gara, Demetrio lo cercò, ma non lo trovò. Marco aveva fatto le valigie e si era fatto portare da un taxi alla più vicina stazione da cui, in treno, tornò a casa. Demetrio gli mandò un messaggio: “Grazie, Marco. Sei stato tu il più grande oggi per me.” “Buona fortuna, Met.” Quelle furono le ultime parole tra loro due. Da allora, da quel giorno di sei anni prima, nessuno dei due, per una ragione che aveva a che fare solo con inafferrabili sensi di colpa e con la paura, aveva più avuto il coraggio di contattare l’altro. Da allora sarebbero stati avversari, non più compagni di squadra; il destino, il denaro, la gloria, la perdita di vista dei valori umani avrebbero reso addirittura nemici, che si temevano al punto da evitarsi, due giovani che erano amici da ben ventitré anni, dal primo giorno della scuola dell’infanzia. A tre anni si erano conosciuti. Erano stati amici all’asilo, alle elementari e alle medie, e poi nello sport, crescendo insieme, allenandosi insieme, realizzando un’intesa perfetta e dando vita a un binomio che non solo sulla carta era sempre vincente. Un ingranaggio si era improvvisamente inceppato. E la macchina non andava più avanti. Una banale foratura, un incidente, un contrattempo che in allenamento e in gara capita spesso, avrebbe impresso al destino di due persone un cammino diverso. Demetrio rimase uomo di punta della Robocycling, di cui sarebbe stato capitano nella maggior parte delle gare. Marco dovette ricostruirsi una vita nuova: avrebbe dovuto cercare una squadra nuova, nuovi sponsor. Marco avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo. Da sei anni avevano provato a prendere il telefono per mandarsi un messaggio, un saluto, un augurio; ma non era facile, dopo quello che era successo, trovare le parole giuste. Troppo avvolgente e impegnativo era il clima che avevano costruito in tanti anni di vita insieme. Non solo: con il passare dei giorni, il silenzio divenne piano piano paura. E quel silenzio fatto di paura ebbe come conseguenza quel controllare sempre le liste d’iscrizione alle gare, per evitarsi reciprocamente. Landi diceva a Demetrio che era folle e infantile il suo comportamento e che prima o poi si sarebbero incontrati. Ferrucci, invece, aveva cercato di capire, aveva parlato con Marco, anche perché, diversamente da Landi, che adesso odiava con astio e acido rancore Marco, nutriva profondo rispetto per Demetrio Piras. Non solo: era andato anche a trovarlo e aveva anche cercato di strappargli, inutilmente, qualche parola. Demetrio era persona di poche parole, faceva quello che doveva fare, lo faceva in silenzio senza discutere; non era vulcanico ed estroverso come Marco, spesso quasi intrattabile, quando era furioso. Così diversi, eppure così vicini per una vita intera. Era bastato un incidente da nulla, il più banale incidente che può capitare in una gara ciclistica, per azzerare tutto quanto costruito in una vita intera. Giovanni e Chapal sapevano tutto di quei due ragazzi e avevano anche loro sofferto quella separazione, quando Marco li volle con sé nella nuova squadra e dovettero lasciare Demetrio, il cui nome da allora sarebbe aleggiato solo come la figura di un fantasma prima di ogni gara.

Marco, mentre in preda alla furia continuava a pedalare in discesa, senza nemmeno sapere dove stesse andando né cosa stesse facendo, ebbe un ricordo di pochi giorni prima di quella partecipazione al Giro dell’Austria. Francesca aveva detto a Demetrio che era in­cinta. Perché quel ricordo? Marco si arrabbiava quando qualcuno gli ricordava che la vita di Demetrio era stata tutta costruita sulla sua e che anche nella carriera di Demetrio lui aveva sempre avuto un ruolo determinante. Eppure forse era vero, anche se Marco non amava ammetterlo. Per lui, per Marco, Marco Benini e Demetrio Piras erano una cosa sola, stavano uno accanto all’altro, in posizione assolutamente paritaria e nessuno doveva permettersi mai di mettere uno dei due davanti all’altro, nemmeno un direttore sportivo. Francesca era una sua vecchia fiamma dei tempi della scuola superiore. A diciassette anni si erano trovati a una festa in una casa di campagna e si erano messi insieme. Ma a Francesca cominciò a stare stretta la vita da atleta di Marco con tutte le sue lunghe assenze e la loro storia finì. Beffarda ironia avrebbe voluto che, con l’intenzione di dire una battuta durante una cena della squadra, quando due compagni notarono che Demetrio non aveva una ragazza, Marco, appena lasciato da Francesca, disse: “Ce ne sarebbe una libera.” E da quella sera Francesca, che aveva da poco rifiutato un atleta, proprio perché atleta, si sarebbe messa con un altro atleta, lo avrebbe sposato e gli avrebbe dato un figlio. Ma a Demetrio Marco aveva sempre permesso tutto. Erano le 8,30. Sarebbe arrivato tardi all’appuntamento fissato dal direttore sportivo per l’allenamento e il ripasso della strategia di gara. Fece inversione improvvisamente con la bici, incurante di un’auto che suonò a lungo il clacson e si diresse all’albergo, dove arrivò con abbondante ritardo e tutti gli occhi puntati addosso. Salì sui rulli, fece alcuni esercizi, si prestò alle cure del massaggiatore e del suo inseparabile Chapal. Nessuno parlò con lui, ma tutti parlavano con quelli che avevano a che fare con lui. Il clima non era quello consueto del pregara. C’era qualcosa di insolitamente nuovo che aleggiava nell’aria e creava un’inquietudine molto particolare, a cui Marco non era avvezzo. Dopo quell’allenamento ci sarebbe stata la riunione, che, per ragioni di riservatezza, si sarebbe tenuta sul pullman, come di consueto.

Mentre Lorenzo Ferrucci parlava e diceva le cose che Marco già sapeva, che lui era il capitano, che le salite erano quattro, che compito della squadra era fare ritmo con rapporti duri per le prime due, con pendenze medie tra il 6% e il 7%, e che nelle ultime due Alexej e Roger sarebbero subentrati agli altri per assottigliare il gruppo e tirare l’attacco di Marco, previsto sull’ultima salita, con pendenza media dell’8% e massima addirittura del 19%; che dallo scollinamento al traguardo ci sarebbero stati 13 km di discesa e poi tre di piano, fino allo strappo finale, gli ultimi micidiali 400 metri con un tratto addirittura al 22%; insomma, mentre il direttore sportivo ricordava la strategia di squadra, Marco non riusciva a non pensare solo a come si sarebbe comportato lui, Demetrio, e a quale strategia su di lui avrebbe costruito la Robocycling di Mattia Landi. Alla fine, dopo essere stato presente solo fisicamente, ma del tutto assente con la testa, Marco serio alzò la voce, dicendo: “Non dire boiate, Lorenzo. Landi non è venuto per vincere; è qua per farcela pagare. E Demetrio doveva far parte della squadra da sempre; ci ha preso tutti per il naso quel farabutto pieno solo di rancore: lo ha iscritto come sostituto all’ultimo momento apposta. Landi è qua solo perché odia me e oggi imposterà la sua gara solo sull’odio per me.” Tutti tacquero e si voltarono verso il divano posteriore del pullman, dove Marco si era seduto isolato da tutti e da cui si era improvvisamente alzato. Sapevano che aveva ragione da vendere. Roger prese la parola: “Lorenzo, dovevi dirglielo. Perché non l’hai fatto?” Marco si alzò. Era rosso dalla collera. Urlò rivolto a Lorenzo Ferrucci: “Non dirmi che lo sapevate tutti e non me l’avete detto!” Un gelido silenzio avvolse il pullman. Giovanni, il capo meccanico, scuoteva la testa: “Hai sbagliato, Lorenzo. E oggi sarà dura. Marco, calmati. Sono cose che nella vita vanno messe in conto.” Era il più anziano. Quando Giovanni parlava, nessuno lo contraddiceva mai. Nella Alberti Costruzioni non era solo il capo meccanico in quei momenti psicologicamente delicati prima della gara; era una specie di padre spirituale. Ma il gelo nell’aria che si respirava in quel pullman era tanto. Solo Roger si muoveva e lo faceva nervosamente. Gli altri erano immobili. Nessuno osava guardare negli occhi un altro. “Ma come si fa a rovinare in questo modo una gara così importante per tutta la stagione!”, disse sempre Roger nel suo italiano ormai quasi perfetto; era l’unico che riusciva a parlare. Chapal scuoteva la testa, ma neanche lui trovava parole. Ferrucci trovò la forza per parlare: “Ho sbagliato. Va bene. Ho sbagliato. Ho sbagliato. Okay. Ho fatto una cazzata. Ma adesso c’è una gara da vincere e Marco è il nostro capitano. Siamo venuti per farlo vincere. La strategia di gara è questa. Non si cambia.”

Lorenzo – intervenne Alexej, che con i suoi 34 anni era il più anziano dei corridori – con Demetrio in gara Marco in salite dure come queste non ce la farà mai. Marco è venuto per vincere, perché sapeva che Piras non era iscritto, ma la sua preparazione non è al livel­lo di quella di Piras ed è la prima gara della stagione in cui è capitano.” Ci fu un lungo si­lenzio. Tutti erano seduti, tranne Roger, che andava avanti e indietro tra le file dei sedili, e Marco, che era in fondo al pullman.

Attaccherò, se riesco a star con lui. Ma in discesa,” disse Marco, dopo quella lunga pausa.

Cosa! Mai tu sei andato completamente fuori di cervello!” urlò Lorenzo Ferrucci, sa­pendo che la discesa era il punto debole di Marco e avendo studiato il meteo con la stessa acribia dei dati planimetrici e altimetrici.

No, Lorenzo, calmati tu adesso e ragiona, per favore,”, disse di nuovo Alexej, men­tre Chapal continuava a scuotere la testa. “Marco ha detto l’unica cosa sensata di oggi. Non c’è più possibilità di vincere sulla salita. Ascoltami: io e Roger ci risparmiamo più che possiamo nella prima parte di gara, cercando di nasconderci nel gruppo; non tiriamo noi; lasciamo fare agli altri; possiamo provare a fare un buon ritmo nelle ultime due salite, quando io e Roger porteremo davanti Marco; e lì si giocherà tutto; Marco non potrà mai staccare Piras in salita; quest’anno Piras va veramente forte; proveremo noi a tenere alto il ritmo; lui è forte, ma la Robocycling non ha uomini in grado di tenere un alto ritmo in sali­ta; Piras potrebbe rimanere senza squadra e forse anche innervosirsi. Poi in discesa l’attac­co di Marco potrebbe essere la sorpresa anche per lui; nemmeno Piras è forte in discesa, non dimentichiamolo. Per la prima volta intervenne Chapal, il fisioterapista: “Ho seguito molto Marco nella preparazione invernale, come sapete. Marco è migliorato molto in di­scesa.” Aveva detto una bugia, ma una bugia molto utile in quel momento, in cui la testa doveva essere più importante della gamba, in cui l’approccio mentale alla gara diventava più importante di quello fisico, in cui la particolare spiritualità indiana di un fisioterapista avrebbe potuto forse fare la differenza, per risolvere una tensione nervosa assolutamente imprevista alla vigilia. Bisognava fare quadrato attorno al capitano. Marco in quel momento si sentiva più vicino a lui che a Ferrucci. Attraversò tutto il pullman, fino a trovarsi davanti dove erano Lorenzo, Giovanni e Chapal. Lorenzo Ferrucci e Giovanni iniziarono a parlare di dettagli tecnici delle bici. Lo sguardo di Chapal incontrò quello di Marco che, senza il permesso di Lorenzo, stava uscendo dal pullman. Chapal lo seguì fuori. Le foschia del mattino si stava diradando, ma il cielo restava coperto di nubi. Nella riunione Lorenzo aveva detto che la probabilità di pioggia sarebbe stata alta per tutta la durata della gara.

Lo sai che non è così che si fa l’approccio a una gara, Marco, vero?”

Lo so.” Aveva le lacrime agli occhi, segno di quanto alte erano in lui la tensione nervosa e l’ansia. Chapal gli mise una mano sulle spalle e gli fece fare esercizi di respirazione. “Non sarà facile per te oggi, Marco.”

Doveva succedere prima o poi. Il nostro mondo è questo e tutto sommato è anche un piccolo mondo. Evitarsi in eterno era impossibile.”

Non vi siete mai più sentiti da allora? Proprio mai?”

Mai.” Marco si sedette su una panchina. Chapal si sedette accanto a lui. “Dai, parliamo un po’. Come vi siete conosciuti?”

All’asilo. Siamo stati quasi fratelli, più che amici, fino a quel maledetto giorno.”

Se ti va di parlarne, mi fa piacere. Forse ti può far bene parlarne. La polvere non si nasconde sotto il tappeto.”

Questa non è filosofia indiana. Lo diceva anche mia mamma,” ribatté Marco, ritrovando un po’ di serenità. Poi accavallò la destra sulla sinistra, portò le braccia all’indietro, appoggiò sulle mani la nuca, chiuse gli occhi, piegò la testa all’indietro, tirò un profondo sospiro e iniziò a raccontare. C’era ancora un’ora prima della partenza. Due curve più in alto, lungo la strada principale del paese, c’era l’albergo fuori del quale era parcheggiato il pullman della Robocycling. Marco pensò che forse là dentro Mattia Landi stava dando sfogo a tutta la sua vecchia acidità contro di lui nell’illustrare la sua strategia di gara. Landi era veramente bravo nel suo mestiere, aveva la cattiveria giusta che in quel mondo serve per vincere e, se la tirava fuori tutta, lo faceva per una sola ragione: perché sapeva che era venuto solo per vincere. Del fatto che gli atleti hanno un’anima e un passato a lui non era mai interessato nulla e quel fatidico giorno di sei anni prima lo aveva pienamente dimostrato. Ma come direttore sportivo era il più bravo che Marco avesse avuto.

Demetrio era figlio di un portuale. La mamma era alcolista e si era separata dal babbo lasciandolo solo con il figlio e con problemi economici. Sparì nel nulla quella donna, di cui nulla si seppe più. Il babbo di Demetrio fu costretto a mettere il figlio in un costoso asilo privato e poi anche alle elementari, per poterlo riprendere quando usciva dal lavoro, non potendo contare su aiuti e non potendoseli nemmeno permettere. Per noi bambini era una presenza sicuramente diversa quella di Demetrio. Quasi tutti appartenevamo a famiglie benestanti. Rari erano in quell’istituto privato, che aveva scuola dell’infanzia ed elementari, i casi di figli di operai o portuali. Ma la scuola si trovava per il babbo di Demetrio proprio sulla strada che portava al porto e per lui era comoda anche per quella ragione. Ma gli adulti guardano a queste cose, non i bambini. Demetrio veniva spesso a casa mia. Mio babbo aveva saputo del fatto che viveva solo con il suo e lo invitava spesso. Il babbo di Demetrio poté anche accettare un incarico meglio retribuito, che però prevedeva turni di notte. Mio babbo gli disse che Demetrio avrebbe potuto tranquillamente rimanere a dormire a casa nostra e per me, ultimo di quattro figli e con tre sorelle femmine, avere un amico con cui giocare fu bellissimo. Per questo, non a caso, Chapal, ti ho detto che io e Demetrio, più che amici, eravamo quasi fratelli.”

Bella questa storia. Amicizia fraterna. Va’ avanti, Marco,”, disse Chapal, che aveva capito di aver fatto bene a far parlare Marco.

Una storia di amicizia fraterna. Hai detto bene. A casa mia Demetrio vedeva ogni ben di Dio, che a casa sua non avrebbe mai visto. Mio babbo, come tu sai, è titolare di una grande  azienda nel settore agroindustriale. La nostra famiglia era agli antipodi rispetto a quella di Demetrio. Agli antipodi in tutti i sensi.”

Intendi dire anche come visione del mondo?”

Sì, anche come visione del mondo. Il babbo di Demetrio aveva in corpo una rabbia repressa, che si manifestava anche nelle sue idee politiche, sempre espresse in modo radicale ed estremo. Era sindacalista combattivo e militante dell’estrema sinistra. Uomo da battaglia, sempre candidato nelle elezioni amministrative, ma mai eletto; sempre in prima fila in piazza, ma quasi relagato dal destino sempre all’ultimo posto nella scala sociale. Eppure mio babbo prima, io poi, nonostante le enormi differenze abbiamo sempre nutrito rispetto per quella persona per la quale la vita era stata così difficile. Era figlio di immigrati sardi, colpiti dalla chiusura delle miniere, rimasti con un pugno di mosche in mano e costretti a cercare fortuna nel nord. Aveva avuto la sfortuna dell’etilismo della moglie, che, divenuto cronico, l’aveva ridotta a una parvenza di essere umano; dopo la nascita dell’unico figlio, era sparita nel nulla. Nessuno aveva mai più saputo nulla di lei. Si ipotizzò un suicidio, che era ed è tuttora la più probabile tra le ipotesi, ma non è mai stato trovato il corpo. Fatto sta che il bambino non poté che essere affidato al babbo. I miei genitori furono molto bravi. Non ebbero mai atteggiamento paternalistico nei suoi confronti. Mia mamma veniva da una famiglia molto semplice di militari. Mio babbo aveva creato una grande azienda quasi dal nulla, con la voglia di lavorare e rimboccarsi le maniche e anche con quel pizzico di fortuna, che nella vita spesso fa la differenza.”

Fortuna audaces iuvat,” lo interruppe Chapal.

Neanche questo mi sembra faccia parte della filosofia indiana.”

No, infatti,” rise Chapal, contribuendo ad allentare ulteriormente quella tensione che prima nel pullman era salita davvero troppo. Lorenzo Ferrucci, che stava ancora parlando con Giovanni delle biciclette, dei rapporti e di altri aspetti tecnici e con i preparatori della dieta in gara, da dentro il pullman osservava i due che stavano parlando seduti sulla panchina. Aveva da tempo capito che Chapal non era solo un fisioterapista, ma aveva un ascendente sugli atleti e su Marco in particolare, che in certi momenti era importante, talvolta addirittura determinante. Ci sapeva fare quel ragazzo e in quei momenti capiva perché Marco avesse insistito per avere quei due collaboratori con sé, quando fu costretto a cambiare squadra: Giovanni era non solo il meccanico, ma anche l’anziano ex corridore saggio ed esperto; Chapal era non solo il fisioterapista, ma una sorta di motivatore, dotato di una singolare capacità di ascoltare e di creare il clima opportuno nella squadra prima di ogni appuntamento importante della stagione. Il cielo nel frattempo si stava oscurando e la minaccia della pioggia si faceva sempre più concreta.

Fu mio babbo, che era ciclista a livello amatoriale, a capire che il ciclismo sarebbe stato un possibile riscatto per Demetrio. A otto anni eravamo già tutti e due atleti in una squadra. Presto sarebbe iniziato il percorso nelle categorie juniores. Demetrio era sempre il più forte. A me piaceva divertirmi. A lui piaceva vincere. Quando saremmo stati più grandi, avrei capito che era giusto che fosse così.”

Hai detto una cosa bella.”

Non lo dicevo solo io. Lo pensava mio babbo. Voleva veramente molto bene a Demetrio. A diciassette anni eravamo già in quella squadra, la Juke Gelati, che poi sarebbe fallita e che si sarebbe ripresa con il nome di Robocycling grazie proprio al denaro e agli sponsor che in extremis trovò proprio mio babbo a San Marino. Partecipare alle riunioni e sentire i sammarinesi dello staff dirigenziale che parlavano di noi italiani come stranieri faceva una strana impressione. Ma così era. Mio babbo ha sempre sostenuto di aver fatto tutto alla luce del sole. Molti hanno messo in giro invece delle calunnie solo per il fatto che gli sponsor non erano stati trovati in Italia, ma a San Marino. Solo le vittorie avrebbero messo a tacere le malelingue. E così fu. Demetrio era forte in salita e su di lui si puntava per i successi nelle grandi corse a tappe; io invece ero quello più adatto alle lunghe e massacranti gare di un giorno da 250 e passa chilometri; ma, se mi impegnavo e trovavo l’aiuto giusto nella squadra, ero forte anche in volata. Solo dopo, grazie a Demetrio, insieme al quale mi allenavo sempre, avrei acquisito una certa sicurezza e resistenza anche in salite più dure e impegnative di quelle generalmente più brevi delle gare di un giorno. E così diventai piano piano l’ultimo uomo nelle grandi salite. Tra me e Demetrio non c’era bisogno di parole. Quando vedevo che si alzava sui pedali, sapevo che quello era il segnale: ‘vai, Marco; adesso tocca a te, poi parto e li faccio secchi.’ Lo disse una sola volta. Avevamo diciotto anni. Poi non ebbe più bisogno di dirlo.”

Ma quando tu vincesti l’europeo juniores di Zurigo a diciotto anni, andò tutto a rovescio …”, intervenne Chapal.

Faceva parte del gioco. Era una gara lunga di un giorno. Nel finale c’era uno strappo duro. Percorso ideale per me. In sette staccammo il gruppo e partimmo appena la strada iniziò salire. Demetrio a un certo punto salì sui pedali e iniziò a fare un ritmo pazzesco, come solo lui in salita avrebbe potuto fare. Era il segnale. Mi stava preparando. Attaccò la salita a un ritmo infernale. Non fu facile staccare gli altri cinque. Ma in cima arrivammo solo noi due. Lui era stremato. Arrivato in cima, urlò: ‘Vai!’ E si piantò senza fiato. Potevo solo perdere a quel punto.”

Ricordo la giornata e ricordo anche quello che fece Landi.”

Marco non commentò il riferimento di Chapal al fatto che il suo direttore sportivo si era complimentato prima con Demetrio che con lui, il vincitore. A lui non importava se Landi era fatto così. La sua amicizia con Demetrio era qualcosa che Landi mai avrebbe potuto capire, anche se avesse voluto, e per questo ben al di sopra di queste piccolezze.

Della vostra carriera sportiva so tutto. Non c’è bisogno che me ne parli. Mi interessa sapere qualcosa della vostra amicizia in privato.”

Non c’è tanto da dire. La nostra vita privata, da quando siamo passati prima in under 23 poi in élite, è stata sempre molto ristretta. Ti ho già detto di Francesca e del suo matrimonio. L’unica cosa da dire è il dispiacere che mio babbo ha avuto, quando è successo l’episodio del Giro dell’Austria. Per lui era inimmaginabile che io e Demetrio, per lui quasi un quinto figlio, potessimo trovarci non solo separati nella vita, ma addirittura avversari. Del babbo di Demetrio so che pianse addirittura quando seppe dell’accaduto.”

Per Landi forse voi due non eravate diventati solo avversari, ma persino nemici.”

Non si dovrebbe mai usare quella parola, ma forse hai ragione, Chapal.”

Arrivò un’improvvisa folata di vento e le nubi d’un tratto si abbassarono. “Se dovesse piovere, hai sempre intenzione di attaccare in discesa?” chiese Chapal.

Vedremo. Credo sempre fino a un certo punto alle strategie di Lorenzo, ma è lui che deve decidere.”

Ma lui non è di quelli come Landi che le cambiano spesso in gara.”

In questo Landi è sicuramente più flessibile. Posso dire in confidenza con te che è anche più bravo?”

Fa parte della sua cattiveria. La cattiveria può essere una componente agonistica buona nella pratica sportiva.”

Landi non ha intelligenza sufficiente per distinguere. Lui decide in base a premi e compensi. La sua bontà e la sua cattiveria sono sempre strettamente proporzionali all’entità dei premi.”

Del resto è il vostro mestiere. Il dilettante può permettersi di ragionare come dicevi che ragionavi tu nel confronto con Demetrio, quando mi hai detto che lui correva per vincere e tu per divertirti. Adesso correte tutti e due per vincere e non siete più compagni di squadra. Visto che ti sei calmato, mi permetti una domanda impertinente?”

Spara.”

E se dovesse mai succedere che voi due vi trovaste da soli sull’ultima salita?”

Impossibile.”

Invece è possibilissimo, visto il quadro dei concorrenti e la mancanza di altri scalatori, almeno sulla carta, forti come voi due. Assolutamente possibilissimo. E mi rifiuto di credere che tu non ti sia arrabbiato proprio perché sai che è cosa possibilissima.”

Hai detto bene: ‘almeno sulla carta’. Potrà piovere, sarà sicuramente freddo, il fondo stradale sarà a tratti bagnato o addirittura tutto bagnato. Ma lo sarà per tutti. Insomma, si creeranno delle condizioni molto particolari oggi, che metteranno a dura prova i direttori sportivi come Ferrucci poco flessibili e poco propensi a cambiare strategia a gara iniziata. Non credo che succederà.”

Ma se succedesse?”

Credo che ognuno onorerà la maglia che indossa. Siamo professionisti o no?” Chapal si accontentò di quella risposta banale e diplomatica e si limitò a un sorriso ironico. Aveva altre idee in proposito e ben altri erano gli scenari che si prefigurava. Ma preferì tacere. Cadde la prima goccia d’acqua, proprio quando Ferrucci iniziò a chiamare i corridori, che ritirarono dai meccanici le bici. Per ultimo arrivò Marco. Era l’unico che non aveva indossato l’antipioggia. L’unico che non aveva manicotti. E tutta la squadra urlò, come di consueto, quando arrivò insieme a Chapal e lo esortò a gran voce. Alexej e Roger, che avrebbero avuto un ruolo particolare quel giorno, lo abbracciarono con forza. Per ultimo Giovanni, nel consegnargli la bici, gli chiese: “Avevi già deciso prima di attaccare in discesa, quando mi hai chiesto di montare l’11 dietro. Dimmi la verità! Non mi freghi. Ti conosco da troppo tempo, Marco.”

Marco lo guardò fisso negli occhi. “Se ti dicessi di no, non mi crederesti.”

Marco, sta’ attento. Non fare stronzate! Oggi non scherza il meteo.”

Saprò gestirmi, come ho sempre fatto.”

No, oggi non è una giornata come tutte le altre, Marco. Ho paura che tu stia facendo un errore enorme. Pensa a correre e, se possibile, a vincere per te e per la squadra. Siamo venuti per vincere, è vero. Ma una corsa non è una vita. Ce ne saranno tante altre.”

Marco salì in sella e seguito dalla sua squadra aprì la passerella della cerimonia della firma, mentre lo speaker scandiva ad alta voce: “La prima squadra è la Alberti Costruzioni, capitano Marco Benini, Alexej Darumov, Roger Demaire, Pierluigi Emidi, Giammattia Mazzoni, Luigi Montalti, Viktor Stepanenko, Isaias Tekonda”. Marco non vide la Robocycling. Non volle guardare. Si posizionò sulla linea di partenza ed ebbe un sussulto solo quando lo speaker presentò la Robocycling: “Terzultima squadra iscritta è la Robocycling, capitano Demetrio Piras.” Non volle guardare. Non volle nemmeno pensare cosa stesse accadendo nell’animo di Demetrio. Cercò la concentrazione, consapevole di quelle parole che gli aveva appena detto Giovanni, che quella non era ‘una giornata come tutte le altre’. Non era facile trattenersi. La tentazione di voltarsi e di cercare Demetrio era forte. Ma quei silenzi, che con il passare degli anni si erano tramutati in paura, pesavano e con i silenzi e la paura era subentrata in Marco anche la colpa di non aver insistito nel cercare l’amico. Tanto avvolgente era il rapporto che si era creato tra loro due. Eppure, prima o poi i loro sguardi si sarebbero dovuti incrociare. La giornata sarebbe stata lunga. L’ammiraglia della Alberti Costruzioni, guidata da Lorenzo Ferrucci era la prima della lunga fila. Una seconda auto era nella parte terminale dei mezzi al seguito. Marco disse a tutta la squadra di controllare che il collegamento radio con l’ammiraglia funzionasse. Tutti gli diedero l’okay, tranne l’eritreo Tekonda, che poi risolse il problema. Il direttore di gara, prima di salire in auto si complimentò con Marco come vincitore della precedente edizione e gli disse: “Sarà dura oggi. In bocca al lupo! Attenti alla strada se piove, ragazzi. Non fate cazzate.” Per il momento piovigginava a tratti e la strada non era ancora bagnata. Il sindaco del paese volle dare, come da tradizione, la simbolica partenza sventolando la bandierina. L’inizio vero della gara, il km 0, sarebbe stato due chilometri fuori del paese, dopo una passerella in cui i corridori si sarebbero prestati per foto e video dei tifosi. L’organizzazione sapeva quanto le società sportive e soprattutto i loro sponsor tenessero a quei momenti di pubblicità. Oltretutto la località di arrivò non distava molto da quella di partenza e quindi tante di quelle persone che erano presenti alla partenza sarebbero state all’arrivo, sul terribile strappo finale di 400 m, o sull’ultima lunga e difficile salita, resa ancor più impegnativa dal fatto di essere la quarta di una giornata, che prima ne prevedeva una terza non molto diversa come dati e come altimetrie. Al km 0 la strategia di Ferrucci prevedeva di mescolarsi nella ‘pancia’ del gruppo e di non farsi vedere troppo attivi. Così fece anche la Robocycling. Partì subito una fuga in cerca di gloria. Erano quattordici corridori. La Robocycling ne aveva piazzato uno. La Alberti Costruzioni nessuno. Erano stati sorpresi. Primo errore. Prima falla nei piani di Ferrucci. Primo segnale di quanto attenta era stata la preparazione di Mattia Landi. Via radio Marco chiese come comportarsi con la fuga. “Non si cambia quanto deciso,” fu la categorica risposta di Ferrucci. Ora tutti i ruoli erano cambiati. A tavola, in pullman, in allenamento Marco, come capitano, poteva prendersi anche delle libertà con il suo direttore sportivo, ma in gara sapeva che era un piccolo dittatore, che non amava essere contraddetto. Eppure era chiaro che qualcosa non stava andando come previsto, quando dal gruppo partì un secondo gruppetto alla caccia dei fuggitivi. Di questo gruppetto facevano parte due corridori della Robocycling. Landi stava pianificando tutto chilometro per chilometro. Ferrucci restava alla finestra. Demetrio non si faceva vedere, rimanendo sempre attorniato da quattro compagni rimasti con lui. Marco, cui era stato detto di stare in fondo al gruppo con tutti i suoi, lo aveva intravisto da dietro più volte. Parlava spesso alla radio. Landi era molto attivo, evidentemente. Marco si chiedeva il perché dell’attendismo di Ferrucci, ma sapeva che non amava essere chiamato per discutere strategie di gara. Nella prima salita la fuga aveva raggiunto un vantaggio di quasi sei minuti. Il secondo gruppetto di otto non aveva trovato accordo e piano piano era stato ripreso dal gruppo, grazie anche anche alla mancanza di collaborazione dei due della Robocycling. Nella seconda salita non successe nulla e la situazione rimase stazionaria con il gruppo guidato dalla formazione tedesca della BTW-Plastik, che manteneva sempre un ritmo costante, evidentemente con qualche intenzione di scombinare i pronostici, tutti per la coppia Benini-Piras. Aveva buoni scalatori anche la BTW-Plastik, soprattutto il colombiano Anton Felipe Gutierrez, capitano in quell’occasione, che aveva dimostrato di essere in una buona condizione di forma in quel finale di stagione. E da buoni professionisti erano venuti per giocare le loro carte. Per le altre squadre le possibilità erano essenzialmente legate a piazzamenti e buone prestazioni in un tracciato così selettivo. Ma le incognite erano sempre tante e tutti erano lì pronti ad approfittare di qualsiasi situazione, che si rivelasse favorevole.

La gara iniziò all’attacco della terza salita, come Ferrucci aveva previsto. Quelli della BTW-Plastik aumentarono il ritmo e fecero tante vittime. Alla fine della terza salita degli otto della squadra tedesca ne erano rimasti ancora sei. Della Robocycling con Demetrio ne erano rimasti cinque, contro ogni previsione, mentre Marco aveva solo Alexej Darumov; nemmeno Roger Demaire aveva retto a quel ritmo forsennato che avevano fatto i BTW. Marco chiedeva notizie di Roger. Aveva assolutamente bisogno della forza più giovane di Roger sull’ultima salita. Ferrucci diceva di aspettare. Li avrebbe ripresi in discesa. Ma la pioggia, seppure ancora debole, aveva reso la strada bagnata ed era difficile recuperare in quelle condizioni. Landi aveva previsto tutto. Forse la BTW era addirittura stata contattata. Forse addirittura qualcuno aveva fatto delle promesse. Landi ne era capace. Per lui il fine giustifica sempre il mezzo e nessuno lo aveva mai pizzicato con le mani nella marmellata. Comunque fosse, i piani di Ferrucci erano completamente saltati. Marco era nervoso. Riceveva pressanti incoraggiamenti. “Fanculo” gli scappò ad alta voce, ma a microfono spento, pensando al fatto che Demetrio aveva ancora con sé ben quattro uomini di quella squadra che era stata definita scarsa, mentre lui aveva solo il trentaquattrenne Darumov, che era già notevolmente appesantito nella pedalata, a causa del ritmo che i BTW avevano imposto. Nella discesa, come previsto, i Robocycling presero in mano la situazione. Ai fuggitivi, rimasti solo in quattro e molto provati, all’attacco dell’ultima salita restavano poco meno di due minuti di vantaggio. Non avevano speranza alcuna. La Robocycling impose subito il ritmo, perdendo un uomo che era arrivato stremato alla fine della discesa precedente. Demetrio poteva contare ancora su tre compagni ed erano carichi e agguerriti. Landi non era venuto per fare una passeggiata. Ormai era chiaro. E la sua strategia per il momento si stava rivelando perfetta in ogni particolare. Marco, su disposizione di Ferrucci, restava in coda al gruppo dei migliori con Alexej in attesa del promesso ricongiungimento di Roger, che non sarebbe mai avvenuto, perché il suo gruppo era dato da radio corsa a ben quattro minuti dal loro e con un ritmo di pedalata decisamente inferiore. Avrebbero perso ulteriormente. Un secondo “Fanculo” partì ad alta voce, quando Marco ebbe la notizia del distacco di Roger. Questa volta il suo nervosismo non passò inosservato. Accanto aveva Demetrio.

Fu di un attimo l’incrocio di sguardi. Non ci fu espressione nel volto, ma gli occhi era come se avessero parlato senza parole. Quello sguardo di Demetrio fu come una sciabolata per Marco, già nervoso e su cui, praticamente senza più squadra, gravava ormai una responsabilità al di sopra delle sue possibilità. In quello sguardo Marco avvertì una sorta di ammonimento. ‘Attento che adesso attacco. Landi mi ha mandato qua non certo a salutarti, ma solo a punirti.’ Era sicuramente così. Il gruppetto era ridotto a non più di una ventina di atleti e i quattro fuggitivi con quel ritmo imposto dagli uomini della Robocycling furono presto ripresi. Alexej fece segno che era al limite e si staccò. Ferrucci via radio continuava a dire che tutto andava bene. ‘Fanculo’ per la terza volta disse Marco, rimasto solo, senza uomini, a microfono spento. La Alberti Costruzioni era già sconfitta come squadra. Ora tutto era sulle sue spalle, sulle sue gambe appesantite dall’ansia e dal nervoso, sulla sua testa ingombra di un passato che pesava come un macigno. A cinque chilometri dallo scollinamento dell’ultima salita, nel tratto con le pendenze pià cattive, quando l’ultimo uomo della Robocycling finì di fare il suo lavoro e diede il segnale convenuto, Demetrio parlò alla radio e poi con quel suo micidiale scatto secco che Marco bene conosceva partì, staccando tutti. “Vallo a prendere, cazzo!”, urlò Ferrucci via radio. Marco la spense definitivamente. Si portò davanti a ciò che rimaneva del gruppetto dei migliori. La salita era veramente di quelle cattive, ma Gutierrez resisteva bene con due uomini della sua BTW-Plastik. Quei cinque chilometri furono un’odissea di dolore. Marco non fece scatti. Non era il suo stile. Andò su di ritmo regolare. Gutierrez perse i due uomini, gli altri corridori uno alla volta persero contatto e restarono in due all’inseguimento di Demetrio. Radio corsa lo dava con un minuto di vantaggio a quattro chilometri dalla fine della salita. Marco chiese l’ammiraglia. La direzione corsa autorizzò l’intervento e Ferrucci si accostò a Marco, ma fu dal finestrino posteriore che Giovanni disse: “Marco, non fare idiozie. Le cose non sono andate come previsto. Non insistere. Vai del tuo passo.” Era cambiato il direttore sportivo? Ferrucci taceva, ma diede una borraccia a Marco. Proprio in quel momento arrivò la pioggia vera, quella battente, che avrebbe reso una follia l’attacco in discesa, che Marco aveva pianificato. “Fanculo!”, questa volta sentirono tutti molto bene e la tensione nervosa di Marco era palese. Avrebbe voluto avere Chapal, ma era sulla seconda auto in fondo. Avrebbe voluto raccontargli tante di quelle cose che in quei quattro chilometri rivisse.

L’ammiraglia della Alberti Costruzioni si avvicinò di nuovo a Marco. Lorenzo Ferrucci continuava inutilmente a incitare e gli diede da mangiare; gli gridava che si liberasse di Gutierrez e andasse a prendere Demetrio. Dietro di lui Giovanni ora taceva. Aveva già detto quello che doveva dire. Marco non ascoltava più. Andava su di regolarità. La sua mente era precipitata indietro. Vedeva due bambini che correvano felici, con la stessa divisa della società che li aveva visti crescere e farsi uomini. Vedeva le serate insieme con gli amici. Vedeva le ragazze che lui, Marco, puntava sempre spavaldo, mentre il più timido Demetrio se ne restava sempre in disparte. Vedeva la gioia di quando il babbo li veniva a prendere insieme e li portava a casa sua tutti e due in attesa che il babbo di Demetrio arrivasse a prenderlo. Vedeva le cene con i tre genitori e quelle interminabili discussioni di politica, che partivano sempre dalla tensione appassionata dell’opposta visione di fondo e arrivavano sempre a una risolutiva partita a carte e a un abbraccio nel momento del saluto sulla porta di casa. Non riusciva a pensare di avere un avversario là davanti da prendere. Aveva un amico che aveva abbandonato. Aveva una grande persona a cui per anni aveva voluto un bene dell’anima. Aveva un fratello che un terribile senso di colpa dopo anni di colpevole silenzio avvolgevano in un alone di colpevole paura. Con quell’ansia non poteva prenderlo. Il distacco, infatti, stava aumentando. Tre chilometri allo scollinamento: un minuto e mezzo. Gutierrez era un’inespressiva maschera di ghiaccio. Ogni tanto gli si affiancava, per far sentire la sua presenza, ma, non appena Marco allungava, perdeva subito qualche metro: segno che era forte, ma non aveva la gamba per attaccare, o pretattica? L’ammiraglia della BTW-Plastik si portava al suo fianco e lo nutriva con insistenza, incoraggiandolo a provare l’attacco. Ma Marco era convinto che non ne avesse più e che presto si sarebbe staccato anche lui. Eppure restava lì. E quella presenza gelida dava fastidio, aumentava il sentimento di ansia e rendeva meno fluida la pedalata, quando le pendenze diventavano di quelle serie e avrebbero richiesto più concentrazione. Dentro l’ammiraglia si viveva un’altra storia, si faceva il bilancio di una stagione partita con pochi successi mancati sempre per un soffio e con quell’ultima possibilità di raddrizzare una situazione ben diversa da quella prevista all’inizio. La decisione di puntare su Roger Demaire in alcune gare all’estero era stata un fallimento; avrebbero dovuto puntare di più su Marco, costretto spesso a far da gregario in gare in cui avrebbe potuto essere protagonista. Poi sono arrivate le grandi corse a tappe. Marco avrebbe potuto dare grandi soddisfazioni, ma decise di partecipare solo a quella in cui Demetrio sicuramente non avrebbe mai partecipato. Aveva ottenuto delle vittorie di tappa, era stato il primo della generale per tanti giorni, ma nel finale, non adatto a quel genere di gara, non aveva retto alla maggiore resistenza degli avversari e aveva perso in un giorno ben dieci posizioni. Ferrucci aveva puntato tutto su quella gara di fine stagione, ma nulla era andato secondo le previsioni. L’iscrizione a sorpresa di Demetrio, reduce da una serie di successi importanti in quella stagione e assolutamente imbattibile in salita, aveva scombinato tutti i piani della squadra. Lo sponsor era molto alterato. Il presidente della società sportiva ancora di più, perché la mancanza di introiti e di premi rischiava di provocare la non conferma dello sponsor. Tutti erano tesi, perché sapevano di essere all’ultima possibilità. Tutti avevano una pressione che provocava ansia, chi per questioni finanziarie e societarie, chi per questioni sportive, chi per questioni personali. Marco era là davanti, il primo degli inseguitori, ed era l’unico su cui tutte queste pressioni in quel momento si accumulavano e pesavano davvero tantissimo.

Quante volte avrebbe voluto chiamare Demetrio! Lo aveva ringraziato dopo quell’episodio del Giro dell’Austria, che era costato a Marco l’allontanamento dalla Robocycling. Non si era comportato come Landi. Non meritava di essere allontanato così brutalmente da una vita in cui fino a quel momento non era stato solo un amico, ma spesso proprio il protagonista. Marco pensava a tante cose, tranne che a quella maledetta e cattiva salita. Poi a un tratto apparve Francesca, la ragazza amata, l’unica ragazza che avesse avuto un ruolo non occasionale nella vita di Marco, che aveva amato di vera passione. Erano loro tre seduti al tavolo di un ristorante. Erano all’aperto in campagna. Francesca e Demetrio si erano da poco sposati e Francesca pronunciò una frase che rimase impressa in Marco: “La vostra vita è fatta di traguardi e conquiste di premi. Mi sento per voi come il premio cui ambiva uno, ma che, per uno di quei beffardi imprevisti della vita, ha vinto l’altro. Vi auguro di conservare questa bellissima amicizia che vi lega e di non essere mai avversari nella vita.” Marco e Demetrio si erano guardati negli occhi dopo quelle parole inattese. E tutti e due si chiesero che significato potessero avere e a cosa pensasse veramente Francesca in quel momento e con quel riferimento al premio. Adesso Marco aveva tutto chiaro. Erano avversari. Ma a fine stagione, in tempo di bilanci, di riscatti e di rivalse, non si è più solo avversari: si rischia di essere nemici. Da una parte una squadra che ha vinto tutto, che arriva con il vento in poppa dei pronostici e che vuole giocare l’arrogante ruolo del pigliatutto con lo stratagemma dell’iscrizione all’ultimo momento dell’uomo più forte in salita, dall’altra una squadra che è in chiara crisi di risultati, dopo aver vissuto tre stagioni rosee e gratificanti. Da una parte Demetrio con la mentalità del vincente e sul terreno più adatto alle sue caratteristiche; dall’altra Marco con quella del costretto a vincere e su un terreno non adatto e non propriamente ideale per le sue caratteristiche.

Due chilometri. Il distacco era di 1,35. In un chilometro aveva perso solo cinque secondi: o anche lui inizia a sentire la fatica, o fa pretattica, o rende bene la regolarità che mi sono imposto, pensava Marco. Proprio in quel momento Gutierrez tentò lo scatto che Marco mai avrebbe ritenuto possibile. Non trovò la forza di reagire, la bici rimase come inchiodata all’asfalto dopo quella fucilata del colombiano di tre pedalate secche. Aveva sentito lo scatto del cambio nella bici di Gutierrez dietro la sua: due pignoni in su o in giù? Montava un classicissimo 53-39 davanti e, approfittando di un tratto piano dopo due strappi durissimi, era sceso di due pignoni dietro e aveva montato il deragliatore sul 53 davanti. Non importava dove avesse la catena dietro: era la forza che riusciva a imprimere su quel 53 davanti che scoraggiava. In tre pedalate gli aveva dato quasi 50 m. “Vai di regolarità e riprendilo con calma. Regolarità, Marco. Regolarità,” era Giovanni questa volta che parlava dal finestrino dell’ammiraglia tornata per l’ennesima volta al suo fianco. Ferrucci gli diede un gel da mangiare. Marco ne mangiò nervosamente solo una metà. Il resto lo gettò con stizza sul cofano dell’auto. Non andava. Le spalle andavano a destra e a sinistra. Le pedalata era scomposta. Marco di solito era sempre bellissimo da vedere in sella; il suo stile era sempre impeccabile nella posizione, anche sotto sforzo. Così Ferrucci non lo aveva mai visto. Così avrebbe perso solo altri minuti. L’attacco di Gutierrez, la sfinge che sembrava in crisi e che faceva invece solo pretattica, era stato un colpo troppo duro. “Vai, vai, Marco.” Era sempre la voce di Giovanni.

Marco pensava a Francesca e alle sue parole. Il premio. Marco sapeva che quella vita era tutta un premio e finalizzata al premio. Marco aveva Demetrio davanti a sé sulla strada, dentro di sé nell’anima, attorno a sé nella vita. Demetrio era ovunque in quel momento e non era un avversario. No. Non poteva mai essere un avversario. Questo era il senso delle parole di Francesca. Ma bisognava dirglielo. Marco sentiva di doverglielo assolutamente dire. La pioggia continuava, meno battente, ma sempre incessante. Ecco il significato di quello sguardo di Demetrio, quando, prima di attaccare, gli si era messo a fianco. Non lo aveva fatto per tutta la gara. Si erano tenuti rigorosamente l’uno distante dall’altro dalla partenza e per tutta la durata delle prime salite. Ultimo chilometro: le pendenze più dure erano alle spalle; da lì allo scollinamento non si superava il 5%. Marco iniziò a spingere. Ritrovò in fondo al barile una scorta di forza e riprese subito Gutierrez. Arrivarono in vista di quello che in una corsa a tappe sarebbe stato un gran premio della montagna e lì era solo un traguardo a premi. Gutierrez volle la volata per il secondo posto. Marco gliela concesse. Ma appena iniziato lo scollinamento, montò l’11 dietro e avvertì tutta la forza di quella parte buona della cattiveria e incurante della pioggia, incurante del pericolo, incurante della strada bagnata partì a tutta, sorprendendo Gutierrez, che perse subito terreno e, innervosito, da quell’inatteso attacco in discesa, sbagliava le traiettorie e perdeva secondi preziosi a ogni curva. Marco andava fortissimo. Aveva il perfetto controllo del mezzo. Nell’ammiraglia che lo seguiva erano preoccupati. Nessuno parlava. Ferrucci era bianco in viso. Giovanni cercava di tranquillizzarlo dicendogli che Marco sapeva quello che faceva. Ma la velocità con cui aveva preso quella discesa era da folli. Marco era folle. Folle, completamente folle. Doveva chiarire anni di silenzio, doveva riprendere Demetrio. Doveva dare un significato alla parola premio che solo loro due avrebbero capito. Demetrio era il premio della sua vita. Da sempre. Non lo avrebbe capito Ferrucci, non lo avrebbe capito Giovanni, non lo avrebbe capito Landi che era nell’auto che seguiva Demetrio e che separava i due in quel momento. La moto del servizio radio corsa tramite lavagna comunicò a Marco a metà della lunga discesa di ben 13 km che il distacco era sceso a 1,05; aveva guadagnato trenta secondi. Demetrio non amava le discese. Era sul bagnato. Sapeva che aveva un discreto margine per vincere e non rischiava. Marco giocava solo di testa e di tattica. Lui, là davanti, sa che con la strada bagnata nessuno attaccherebbe in discesa, perciò la mia unica possibilità e fare quello che lui non pensa e non prevede. Demetrio scenderà con la bici sicuramente frenata, per gestire il vantaggio, pensava Marco che rischiava il tutto per tutto. Alla fine della discesa Marco aveva guadagnato addirittura altri 40 secondi: 25 secondi di vantaggio vennero comunicati dalle moto di servizio ai due. Gutierrez aveva sbagliato due curve ed era caduto due volte. Era fuori dai giochi ed era stato ripreso dal resto del gruppetto che aveva attaccato l’ultima salita. Marco era nel tratto di fondovalle, quasi pianeggiante, un falsopiano in cui aveva trovato il suo terreno migliore. Lì era lui quello imbattibile. Aveva fatto montare un rapporto durissimo. Demetrio non era capace di spingere con quella potenza e non aveva l’11 dietro, con cui si sarebbe potuto difendere da quell’attacco. Marco non pensava a niente. Pensava solo al premio che lo aspettava. E aveva trovato una forza incredibile. Non pioveva più. 53/11 e spingere, spingere, spingere! Ogni tanto le nubi addirittura si aprivano. 15 secondi venne scritto con il gesso sulla lavagna. Se non fosse per le curve lo avrebbe visto. E infatti, appena la strada ebbe un rettilineo vide il rosso fiammante dell’ammiraglia della Robocycling, che era stata fatta fermare. Il finestrino era aperto. Landi mise in moto prima che arrivasse Marco, contro le norme del regolamento. Marco si avvicinò all’auto che procedeva lentamente, si abbassò il finestrino e Marco sentì la gracchiante voce del suo ex direttivo sportivo: “Chi non muore si rivede.” “Noto con immenso piacere che sei sempre in lista per avere il guinness dei migliori complimenti, ma non riesci a vincere neanche quello,” rispose sarcasticamente Marco, proseguendo il suo inseguimento e stando al gioco degli sfottò. Demetrio era ormai chiaramente visibile. E Marco lo raggiunse poco prima dello strappo finale, quasi all’altezza dello striscione dell’ultimo chilometro. Rimase dietro per un po’, per riprendere fiato, dopo lo sforzo compiuto per riprenderlo. Anche Demetrio era molto provato. Landi gli aveva chiesto il massimo e a fine stagione anche lui evidentemente aveva dato quello che poteva. Ma anche lui aveva un’anima e sicuramente anche in quell’anima durante la gara qualcosa era successo. Dietro di loro l’auto del direttore di gara. E dietro ancora l’ammiraglia rossa della Robocycling guidata da Landi e quella gialla e blu della Alberti Costruzioni guidata da Ferrucci. L’ultimo tratto del falsopiano prima dello strappo finale fu percorso al rallentatore. Sembrava una gara di velocità su pista. Demetrio rallentava, Marco gli si affiancava, ma non lo superava. Così per quattro o cinque volte. Quando Marco si trovava accanto a Demetrio, cercava il suo sguardo, ma non lo trovava. Demetrio era molto diverso da quello che conosceva da una vita. I suoi occhi non erano dritti puntati sulla strada che si apriva davanti, ma erano insolitamente bassi. Il suo colpo di pedale non era quello veloce e scattante, che Marco gli invidiava da una vita. Marco sapeva che, se avesse attaccato in quel momento, lo avrebbe staccato, per la prima volta nella vita, e sarebbe stato contro ogni pronostico per la gara, per la cronaca, per la stampa, per la tv, per i loro direttori sportivi, per le loro squadre e i loro compagni che erano rimasti staccati là dietro, ma sarebbe stato contro ogni legge di natura per la vita, per la loro vita. Cosa contava di più? Demetrio non guardava. Non aveva coraggio. Marco lo capiva. Arrivarono allo strappo. Marco dovette tenere la bici quasi frenata, per stare dietro a Demetrio le cui gambe non giravano improvvisamente più. Furono 400m eterni. Non finiva mai quella tortura dell’anima. Demetrio scosse la testa. Stava tentando di dire qualcosa. Ma Marco aveva pianificato tutto, fino all’ultimo dettaglio. Fanculo a tutti: aveva fatto lui la strategia. Aveva lui tutti i piani in testa. Tutto stava andando esattamente come era previsto che andasse. Duecento metri. Centocinquanta metri. Demetrio era quasi piantato. Testa bassa, gambe che tremavano. E allora Marco, in vista del traguardo, incurante del pubblico assiepato, attuò l’ultimo stralcio del suo piano e in modo che solo l’amico sentisse, affiancandoglisi, disse: “Vai, Demetrio, vai!”. Demetrio aveva già capito tutto da quando era stato ripreso. Tra loro due non c’era mai stato bisogno di parole, quando Demetrio aveva chiaramente inteso che Marco aveva più gamba di lui su quello strappo finale e che l’averlo raggiunto dopo un attacco in discesa, e su quella discesa!, gli aveva dato una carica che lui aveva ormai smarrito nella fatica. Sapeva che Marco ne aveva di più e aveva più voglia di vincere e che la sua squadra aveva più bisogno di vincere. Marco per parte sua non aveva un pubblico intorno, non aveva le telecamere, non aveva le ammiraglie: aveva nella testa solo tanti anni di vita insieme, la vita sua e la vita di Demetrio, la famiglia sua e quella di Demetrio, i genitori suoi e il babbo di Demetrio; aveva nella testa le parole di Francesca, soprattutto. Questo Demetrio non lo sapeva. Forse un giorno glielo avrebbe detto. Demetrio era incerto. Marco era quasi fermo sui pedali. Demetrio non osava. E a quel punto Marco gli tornò vicino e disse nuovamente: “Vai!” Marco lo vide ripartire e lo seguì a pochi metri di distanza, finché non tagliò il traguardo. Nessuno dei due alzò le mani al cielo. Marco era frastornato. Non pensava. Non guardava. Non ascoltava nessuno. Vide due bambini che giocavano insieme, che correvano in allenamento insieme, che andavano a scuola insieme e che iniziarono a fare quello sport insieme. Non doveva essere quello a dividerli. Mai. Marco non pensava a nulla in quella calca di fotografi e giornalisti che si assiepava attorno a tutti, che inseguiva anche lui, il secondo arrrivato. Giovanni era stato scelto per essere il primo della squadra a raggiungerlo dopo il traguardo: lo abbracciò, gli mise un asciugamani sulle spalle ancora fradice, ma non disse una parola. Marco intravvide solo una persona che si faceva strada tra la folla che festeggiava il vincitore Demetrio Piras. Era Landi. Si fermò. Giovanni si allontanò stupito. Landi non si occupò di Demetrio, cercava Marco e, quando lo poté riconoscere nella folla, gli corse incontro e gli disse: “Ciao, Marco. Oggi, scusami, non è facile trovare parole … solo oggi credo di aver capito capito per la prima volta quale grande campione ho perso”. Marco gli strinse la mano. Quello ero il suo premio.

Mentre Marco si lasciava portare fuori dalla calca da Giovanni, Demetrio si fece strada con la bici a mano in mezzo alle tante persone e andò a cercarlo, passando in mezzo alle maglie della Alberti Costruzioni. Rimasero sotto un gazebo, montato lontano dall’impalcatura della premiazione, uno di fronte all’altro, lontano da occhi curiosi. Poi Demetrio ruppe il silenzio: “Avremo tante cose da dirci dopo la premiazione. Ma non me ne andrò di qui senza che tu mi abbia detto perché l’hai fatto.” Marco gli mise tutte e due le mani sulle spalle, dicendogli: “Tu lo dovresti sapere e non me lo dovresti chiedere. Ci sono dei premi nella vita. Ce ne sono di tanti tipi. Si può avere un premio per aver vinto una gara. Si può avere un premio per aver ritrovato un amico. Non credo di essere meno professionista per aver fatto qualcosa che tra di noi, nella nostra amicizia, è stato da sempre nell’ordine naturale delle cose.” In quel momento arrivò Ferrucci. Era furibondo. Quando vide Demetrio e Marco abbracciati, si fermò sulla porta, scuotendo la testa. Demetrio allora lo chiamò e gli disse: “Lorenzo, voglio che Marco salga sul podio con me.” Ferrucci era stordito da quella giornata incredibile e rispose: “Ne parlo con il direttore di gara e con gli sponsor.”

Non dirmi che hai attaccato in discesa!” disse Demetrio.

Non avevo scelta. In salita ti ho mai battuto?”

Hai pensato a Zurigo?”

Neanche una volta.”

Bugiardo!”

Ti assicuro, Met. Non ho mai pensato a Zurigo.”

Non capisco allora. Non capirò mai.”

Francesca te lo spiegherà. A lei ho pensato. Solo a lei.”

Adesso capisco ancora meno.”

Capirai. Ne sono sicuro.”

© 2018. Stefano Tramonti

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