Le ali del gipeto

Testis, qui niveum quondam percussit Adonem
    venantem Idalio vertice durus aper,
illis formosum iacuisse paludibus; illuc
    diceris effusa tu, Venus, isse coma.
Il feroce cinghiale, che un giorno Adone bianco come la neve trafisse, mentre gli dava la caccia in cima all’Ida, testimonia che tra quelle paludi giacque il bel ragazzo; si dice che tu, Venere, sei andata là con la chioma sciolta. (Properzio)

L’ascesa

Mentre Paolo saliva, il suo sguardo era come catalizzato da Anna, che lo precedeva con il suo solito passo corto, lento e sicuro. I loro due zaini erano grandi, come due piccole case portatili. Lì dentro c’era tutto quanto occorreva per arrivare a destinazione, senza patire fame o sete, freddo o caldo. Le ultime case del paese lasciavano il posto ai prati. Dopo iniziava subito la prima parte della salita e in poco tempo da quota 1400 si sarebbe arrivati a quota 1800, poi un breve tratto in falsopiano e infine l’ultima rampa, che avrebbe coperto un dislivello di altri 400 m e li avrebbe portati a quota 2200. Una serpentina nel bosco con frequenti tornanti era la forma che nella carta assumeva il sentiero, mentre lui respirava forte, come per assaporare gli odori del fieno appena raccolto in quei maestosi prati che collegavano la serie dei paesi nel fondovalle e che costituivano una valida alternativa a piedi per raggiungerli, una gradita passeggiata per persone anziane e famiglie con bambini piccoli. Stavano entrando nel bosco e per almeno due ore avrebbero visto spicchi di luce tra i rami fitti della selva che reggeva l’impervio pendio: due ore di marcia in una dura salita, che, dalle ultime case del paese, dove attaccava il sentiero, a quota 1380, li avrebbe portati a quota 2200, dove altri prati, un grande pianoro e il primo rifugio li avrebbero attesi, ristorati e rifocillati. Passare dalla luce del verde dei prati, dominio assoluto di un sole in un azzurro completamente sgombro di nuvole, all’ombra del bosco sarebbe stata una di quelle esperienze che sarebbe riuscita a far sentire quanto mai vivo quel paesaggio, nei suoi poderosi e vivaci contrasti di colori, tonalità, ombre e luci, odori, suoni. Voleva che Anna imparasse ad apprezzare tutto quello, come una tradizione che doveva passare attraverso le generazioni, un dialogo con il paesaggio che non può, non deve assolutamente morire. Suo nonno lo ha insegnato e fatto amare a suo babbo, che lo ha insegnato e fatto amare a lui. Adesso si sentiva nel dovere di continuare quella catena, anche se mai avrebbe voluto che Anna lo avvertisse come un impegno legato semplicemente a una tradizione di famiglia. Paolo temeva anche l’effetto opposto: non avrebbe desiderato nemmeno che quel modo di vivere la montagna diventasse per Anna la pretesa che era diventata per lui, sempre alla ricerca di soluzioni a dubbi e risposte a domande troppo grandi per un essere umano. Non aveva mai parlato di questo. Era solo una forma di comunicazione con la terra, con la vita, nei suoi aspetti più genuini; era soltanto un pretesto per comprendere che quel senso di libertà che una cima consente di apprezzare non è mai scontato, richiede una conquista, un sacrificio. Suo babbo considerava le vette di quelle montagne come punte che spiccavano il volo verso l’altro, come trampolini di lancio per l’anima, e il suo istinto, associato all’educazione ricevuta, aveva potuto conferire all’atto del conquistarle un significato del tutto speciale, qualche volta forse addirittura spirituale, benché a modo suo. Alcuni così descrivevano Paolo. Il suo approccio, in verità, era molto diverso. Paolo non aveva mai negato il significato spirituale dell’ascesa, che aveva sempre apprezzato anche nelle sue letture, tra cui spiccavano i diari delle tante imprese himalayane. Era veramente affascinato dai tanti che avevano saputo dare in forme diverse un identico valore di rinascita spirituale a un’ascesa. E disprezzava chiunque lo negasse e pretendesse di dire che dopo la salita non c’è altro che la discesa. Era convinto che amare quel paesaggio fosse soprattutto un modo per ritornare a chi per secoli lo aveva vissuto tra stenti, difficoltà, miseria, inverni lunghi e freddi, ma anche a chi in esso aveva dato la vita sotto una slavina in inverno o cadendo da una via ferrata in estate. Ma soprattutto un legame della memoria lo teneva avvinto a quelle rocce: la guerra che suo nonno lassù aveva combattuto come artigliere di montagna e gli scritti che aveva lasciato sotto forma di lettere dal fronte, tutte meticolosamente visionate e passate attraverso le lenti della censura militare, che aveva lasciato il proprio bollo ovunque. Era sangue che scorreva nelle sue vene e ora scorreva anche in quelle di Anna. Non voleva ripetere la retorica stucchevole dei resoconti di suo babbo, che facevano del nonno un eroe. Lo era sicuramente stato, come dimostrava il petto di medaglie con cui si esibiva nei raduni degli ex combattenti. E se lo era stato, meritava la memoria. Ma senza retorica. Non la sopportava. Quanto al babbo, la memoria lavorava in modo assai diverso: il babbo era l’antieroe che massacrava di ironia ogni azione, che spegnava in una risata sarcastica ogni tentativo di elevazione dell’anima. Per lui, grande lavoratore nella vita di tutti i giorni, la montagna era lo specchio di un vita dura e spesso anche beffarda. Per Paolo, invece, a tutto questo gravame di tradizioni di famiglia si aggiungeva qualcos’altro che avrebbe reso la montagna il correlato del carattere beffardo della vita: la montagna lo attraeva, ma lo faceva con uno spirito che Anna da anni ormai desiderava capire e non aveva ancora compreso. C’era qualcosa che non le era stato detto. E la montagna lo sapeva. Paolo procedeva, seguendo la figlia, orma su orma, seguendo una bella tradizione che era arrivata alla quarta generazione, orma su orma. Lassù ai piedi di quel bosco dove l’erta si faceva cattiva, la retorica appariva del tutto ridicola. Anna aveva detto che lo zaino era molto pesante. Quanto era tentato dal dirle che il cannone che avranno portato su gli artiglieri, oltretutto in pieno inverno e sulla neve, sarà stato sicuramente molto più pesante del suo zaino! Ma si trattenne. Lasciò che quell’immagine, tutt’altro che retorica, ma causa di dolore nel rivangare all’indietro della mente, restasse lì dentro. Il dolore era parte della sua vita ormai da anni. Ne avrebbe parlato ad Anna, forse, ma non lì, non nel bosco. Quella era la novità che Paolo aggiungeva alla tradizione di famiglia: dopo la guerra e le medaglie del nonno, dopo il senso di abnegazione del babbo, veniva lui con la sua esperienza di vita, che lassù, su una di quelle ferrate, durante una di quelle escursioni, aveva subìto un repentino cambiamento di rotta, facendo di amore e dolore una poltiglia informe che marciva da anni nel fondo dell’anima.

Anna saliva cantando sottovoce. Era un canto scelto non a caso. Dava ritmo al passo. Bisbigliava, procedendo a passo corto e lento, cadenzato e pesante, sicuro e regolare, una volta entrata nell’ombra del bosco dagli odori nuovi e dai colori da reinventare. All’improvviso quella vegetazione, in cui il dominio, dapprima incontrastato, dell’abete rosso avrebbe piano piano ceduto spazi sempre maggiori al pino silvestre, al larice e al pino cembro, nascose ogni traccia di presenza umana, in quello spazio dove non si sciava, non si saliva con impianti, non si andava al rifugio con fuoristrada. Lì si camminava e passo dopo passo ci si confondeva con tutto quanto ci dominava e ci guidava fiduciosi, da sopra e da sotto, da destra e da sinistra, respirando quegli odori, così diversi da quelli del fieno nei primi passi; e ci si lasciava pervadere da quei colori, così diversi da quelli dei coltivi di fondovalle, da cuiPaolo e Anna erano partiti. Lì si camminava e quel canto bisbigliato piano piano da Anna, con il suo ritmo regolare e cadenzato, prese anche Paolo, cosicché, appena Anna cessò di cantare, attaccò Paolo, anche lui sottovoce. Del resto, chi glielo aveva insegnato? Non era forse anche il canto frutto di quel sangue che li univa? Anna si voltò per un attimo. Gli sorrise senza fermare il passo, solo rallentando un po’, e poi riprese il ritmo, associandosi a lui nel cantare camminando. E fu la prima delle tante esperienze, che fortemente e con la solita passione stava cercando lassù; una delle prime forti esperienze che quell’ascesa gli avrebbe riservato. Non era facile dare una risposta a quella domanda e soprattutto non sarebbe stato facile liberarsi dall’effetto che aveva appena avuto quel voltarsi di lei sorridendo e poi quel riprendere a cantare insieme a lui: sua mamma lo faceva. Ma come poteva Anna sapere che quel gesto era lo stesso della mamma, lei che la mamma neanche poteva ricordare? Aveva tre anni e mezzo, quando la mamma era partita per la sua ultima ascesa. Quel cantare ora era diventato per Paolo un modo per stornare il dolore, la colpa, l’ansia che montava da lontano. Ricordi, visioni, ammalianti icone che risalivano da lontano iniziarono pericolosamente a prendere forma. Il passo si fece improvvisamente più faticoso e pesante. Anna si allontanava là davanti a lui. Qualcosa ora pesava dentro. Paolo sapeva bene che tutto ciò era inevitabilmente connesso a ogni esperienza di escursione in montagna: un’attrazione che affascinava e torturava al contempo. Anna per tanti anni lo aveva seguito, senza porre le domande che ancora non poteva porsi; ma ora era finita l’era dei giochi, delle stelline in cielo che ti danno la buonanotte, della passeggiata alla ricerca dei cervo amico della favola della sera prima; era finita l’era delle favole, delle tante, tantissime favole che lui le aveva raccontato ogni sera; ora Anna poteva sapere e poteva capire quello che fino ad allora non aveva mai saputo e non poteva ovviamente aver mai compreso. Lì su quelle erte impervie: lì, dove passione e sacrificio, allettanti paesaggi e infidi passaggi si confondono, dove amore e dolore avevano avuto inizio e fine, tutto sarebbe stato più facile, in una narrazione che avrebbe trovato il contesto ideale per svolgersi chiara nei dettagli e lucida nei suoi profondi significati, che ora potevano essere disvelati. Dietro al velo di quella affascinante bellezza che con i suoi colori, i suoi odori, i suoi rumori attraeva Paolo e Anna da sempre, c’era qualcosa che avrebbe fatto male riconoscere. Era questo il peso nell’anima, che aveva reso d’un tratto stanca e lenta l’orma sui sassi. Eppure, Paolo la ammirava procedere, con i suoi capelli docili al vento, castani come quelli di lei, con le sue gambe lunghe, forti come quelle di lei, con quel canto che aveva innescato uno di quegli ingranaggi fermi da tempo e che riteneva arrugginiti e non più funzionanti. Era veramente bello vedere quanto le somigliava nella postura. E a quel punto Paolo cedette: dovette fermarsi. Bevve un lungo sorso di acqua fresca dalla borraccia. Poi un secondo. Poi un terzo a garganella. Poi la vuotò tutta, rovesciandone il contenuto sui capelli sudati. Ne sentì un forte bisogno. Anna si accorse che il canto da lei intonato non era fatto più di due voci, ma solo della sua. Si fermò, si volto e lo vide seduto su un grande ramo d’abete caduto, tutt’uno con lui: due caduti, l’albero con i rami secchi e inerti puntati al suolo, lui con le gambe stese inerti davanti a sé, i gomiti sulle cosce e la testa tra le mani. Anna immaginava, ma non osava. Per la prima volta avvertiva la sensazione che in quel cammino sarebbe successo qualcosa di nuovo. Immaginava, ma mancava l’ardire di indagare. Il silenzio della natura era stato rispettato; andava ora rispettato anche quello dell’uomo. Come sempre doveva essere stato, anche quella volta ad Anna era chiaro che quelli erano stati per suo babbo viaggi nel tempo, prima che nello spazio. Ora poteva capire. Ma indagare, fare domande, sarebbe stata un’inutile tortura. Tornò indietro. Di quante foto scattate in posti come quelli era tappezzata la casa! Foto di quella mamma che solo lì, in foto, lei poteva vedere! Quasi tutte in montagna erano state scattate. Anna si andò a sedere accanto a lui. Bevve anche lei. E anche lei si buttò l’acqua sul collo, sui polsi, sui muscoli delle gambe bollenti per la lunga salita ormai al termine. La giornata era calda, ma dal fondovalle saliva ancora tanta umidità. Il passare delle ore l’avrebbe piano piano asciugata, ma non certo là dentro quella folta abetina. Quell’umidità pesava tantissimo, ostruiva il respiro della pelle delle braccia, che erano lasciate nude dalle maglie termiche che indossavano, e delle gambe, che erano lasciate nude dai calzoncini corti che entrambi avevano scelto. In realtà erano lunghi, ma, come tanti pantaloni da escursione, potevano essere resi corti. Il babbo li aveva cercati e trovati su internet: addirittura avevano due possibilità, quella di essere accorciati con una zip sotto il ginocchio o con una seconda a metà coscia. Fu proprio Serena, la mamma, a vederli un giorno addosso ad una coppia di escursionisti e a chiedergli dove si potessero trovare. Nemmeno i pantaloni che avevano addosso erano stati scelti a caso. Anna iniziava a capire, a mettere insieme i tanti frammenti sparsi di una memoria che le era stata somministrata a brani, edulcorata nelle immagini, ridotta a rasserenante favola della buonanotte. Quando Anna si sedette accanto a lui, l’immagine della mamma trionfò definitivamente e a lui ormai sembrava di essere tornato indietro di vent’anni. Era la voce di Serena quella che sentiva, non di Anna: “Forse è meglio farla in cima al rifugio la sosta, babbo. Si preannuncia una giornata calda oggi.” Si rialzò e insieme ripartirono. Anna, iniziando la sua marcia con passo ancor più lento a cadenzato, ancor più corto di quello tenuto precedentemente, portando uno scarpone appena davanti all’altro, intonò di nuovo il suo canto a bassa voce e Paolo si aggiunse con la sua voce. Era solo il primo attacco del tempo; se non voleva subire così passivamente anche gli altri, Paolo avrebbe dovuto giocare d’attacco e liberarsi del peso e della colpa, che incombeva da anni sull’anima. Senza l’espiazione di un’ascesa e di una fatica, nulla di ciò sarebbe stato possibile nella sua visione che qualche amico chiamava fondamentalista del suo rapporto con la montagna. Forse avevano ragione, un pochino almeno. Fondamentalista o no che fosse, era convinto che solo lassù avrebbe trovato una soluzione. E su questo aveva ragione. Anna, per parte sua, era convinta che anche lei avrebbe dovuto fare la sua parte. Era un dialogo di anime, che non aveva bisogno di parole. Anzi, la parole avrebbero fatto male. Paolo doveva tanto a quella ragazza straordinaria che era sua figlia. In quel momento lo aveva capito forse per la prima volta: aveva capito quando Anna si era seduta su quel ramo caduto, in silenzio accanto a lui. Per tutto questo, per il dialogo tutto interiore che si svolgeva nella fatica e nel sorriso, nel sacrificio e nel canto, solo di lei ormai si fidava, quando le pendenze dell’escursione si facevano importanti. Il cammino era lungo. A Paolo non sfuggiva che quel viaggio sarebbe ormai stato caratterizzato, nel rapporto tra loro due, da un complesso e complice gioco tattico di allusioni, di gesti studiati, di frasi frante e incomplete, di canti, di rievocazioni di odori, di suoni, di colori, che, come lassù erano riusciti a fare vent’anni prima, avrebbero dovuto anche allora sortire lo stesso effetto, prima sui sensi, poi su qualcos’altro di più profondo e ancora difficile, per il momento, da interpretare.

Un macchia gialla di botton d’oro, che spiccavano tra il verde delle loro stesse lunghe foglie, segnò la fine del bosco e l’inizio del pianoro. In un attimo il paesaggio cambiò. La salita finì. L’ombra della foresta, che proteggeva il ripido pendio, cedette il posto al sole di metà mattinata. E quest’ultimo riprese possesso dei grandi spazi del pianoro su cui dall’altro versante salivano e scendevano le mandrie, che alimentavano l’attività di due grandi malghe. In fondo, sulla loro sinistra, si vedeva il tetto del rifugio dove avrebbero sostato per riprendersi da quel primo intenso sforzo. Non poco era il dislivello coperto in quella prima tratta del loro viaggio. Erano veramente passati da un mondo a un altro. Entrambi lo avvertivano. In quel mondo libero e aereo, tenuto pulito da un vento che non aveva ostacoli, sarebbe stato più facile spiccare quel volo che nell’altro, depresso laggiù, era invece inevitabilmente assai più arduo compiere. Paolo ricordava una frase di lei, di Serena, che, nata su montagne del Centro, forse meno note e meno blasonate di quelle, un giorno lei pronunciò, dopo un lungo cammino di sei ore, che li aveva portati a un rifugio in cui avrebbero pernottato: dopo esser partiti dal paese di fondovalle, da un paesaggio che per Paolo era stato comunque fino ad allora montagna, arrivati al rifugio, Serena disse: “Sono felice di essere finalmente in montagna.” Paolo, dopo la fatica di quell’impegnativo percorso nel bosco, nell’aria pesante e umida del primo mattino, ora si sentiva finalmente ‘in montagna’. Se non c’era libertà nello spazio intorno a lui, non era montagna. Se non avvertiva certe sensazioni che erano il portato di qualcosa che colpiva i sensi in modo speciale, non era montagna. Se non riusciva a sentirsi parte di un viaggio in uno spazio che era anche tempo, memoria, rievocazione, non era montagna. Lo avrebbe prima o poi capito anche Anna. Occorreva il segno. Paolo fece una domanda all’anima e la montagna rispose subito, come lei sapeva meravigliosamente fare. Il volo di un grande gipeto fece capire meglio di qualsiasi altra cosa il significato di quel cammino. Quel gipeto sembrava aspettasse lui. Sembrava che lo guidasse lassù, scomparendo dietro le rocce della ferrata che li aspettava. Anna avrebbe capito. Quella, finalmente, era montagna, perché loro due, così fragilmente in movimento sul terreno, erano per lui che volava lassù, per quei meravigliosi tre metri di ali che volteggiavano liberi e sicuri lassù, prede possibili, come ogni forma che lì vivesse. Le marmotte correvano al fischio della loro sentinella, che le aveva avvisate, e sparivano inghiottite dalle tane nascoste tra i mughi. Quella, adesso, era montagna: sentirsi preda. E lì tutto, necessariamente, sarebbe stato diverso, finalmente diverso. Su un pianoro come quello, infatti, mentre un grande gipeto voleva sopra le loro teste, tanti anni prima due giovani, entrambi di natura riservata, silenziosa e riflessiva, si erano baciati per la prima volta: si erano conosciuti a un compleanno di un’amica comune, erano diventati amici scoprendo la comune passione per la bicicletta e le escursioni a piedi in montagna, che iniziarono a fare in gruppo con altri amici, poi da soli, avventurandosi presto anche in ferrate e tentando qualche timida arrampicata. Durante una di quelle uscite, nella sosta per il pranzo, in un alveo glaciale disseminato di grandi massi, ricordo di antiche frane, mentre Paolo indicava il grande rapace sopra le loro teste, Serena pose la testa sulla sua spalla. Da quel momento nulla, se non la montagna stessa che li aveva uniti, li avrebbe più potuti dividere. E così effettivamente fu. Anna ora poteva capire.

La pausa in quel primo rifugio servì solo per andare in bagno, sciacquare e riempire le borracce, bere un caffè, rinfrescarsi e riposarsi un po’. Si stesero un po’ fuori sui prati, sempre in silenzio, in quel dialogo segreto senza parole, un dialogo ricco di amore, ma costruito dal dolore, che stava diventando, grazie alla montagna e a quel gipeto che lei aveva donato, una bellissima esperienza. Verso le dieci e trenta ripartirono per il successivo rifugio, dove avrebbero trascorso la serata e la prima notte. Li avrebbe attesi un sentiero, prima in discesa, poi in risalita, con modesto dislivello e con un breve e semplice tratto ferrato nella parte finale. Al giallo dei botton d’oro si sostituì il blu altrettanto vivace delle genziane delle nevi e i legnosi cespugli di brugo dai piccoli fiori rosa. Era un tripudio di colori vivaci l’inizio del sentiero che bordeggiava la parte estrema del pianoro, prima che fosse lasciato per la discesa nella nuda pietraia, ombreggiata dal grande massiccio roccioso con le alte creste dentate in fila, che richiamavano i denti di una sega: mille metri di pietra pura li separava da quel gipeto che aveva salutato il loro ingresso nel regno delle nevi, delle pietre vive, delle acque che sciogliendosi si raccolgono in piccole, appartate conche lacustri e che poi zampillano altrove dal terreno. Era la stagione in cui quel tripudio di vita che rinasce non era ancora invaso da frotte di escursionisti e alpinisti. Le distese di pino mugo lo conservano gelose al margine delle rocce, persino tra le rocce. Quando le scuole sarebbero finite e iniziate le vacanze, anche quel mondo si sarebbe come chiuso in se stesso, lesinando le fioriture, lesinando gli zampilli d’acqua solo ai pochi che li meritavano. La meraviglia andava goduta in silenzio, mentre le marmotte sentinella avvisavano solerti le altre del loro arrivo: procedevano con passo corto e lento, passo alpino, ritmato e cadenzato sempre dalle medesime strofe, sempre intonate da Anna, sempre saltuariamente accompagnate da Paolo, che si associava nei ritornelli. Come sua mamma. Paolo pensava a che gamba avesse quella ragazza che procedeva sicura della traccia, che aveva studiato ogni dettaglio della tratta di marcia appena intrapresa, dalle altimetrie alle planimetrie, studiando le curve di livello una per una e memorizzando le quote passo dopo passo, sasso dopo sasso. Anna raramente alzava la testa. Non aveva bisogno della carta. La sua carta era stampata nella memoria. Come sua mamma. Contava sassi e passi. Era Serena. Uguale. Anche lei era andata avanti così per tanti anni, ritmando il passo con il canto sottovoce. Dallo zaino ora pendevano casco e imbrago, corda e moschettoni, pronti all’uso: anche Serena lo faceva, prima della ferrata. Meticolosa nella preparazione, svolta sempre in silenzio, nell’ascolto del vento, per capire cosa potesse cambiare lassù, pronta sempre alla rinuncia, come è proprio di ogni montanaro esperto. Perché quelle visioni? Paolo si chiedeva se la montagna lo facesse perché gli voleva bene o perché lo voleva torturare. Ora quel vento si era alzato. Aveva pulito l’aria, ma non portava nube alcuna. La protezione nevosa aveva a lungo favorito le macchie dei rododendri, i fiori del tuono, i Donnerblumen: la voce popolare, tramandata di generazione in generazione, vuole che si chiamino così, perché il loro chiudersi prima del temporale annuncerebbe l’arrivo della tempesta. Là sotto, ai piedi della cengia su cui sarebbero saliti in cordata, tre cespugli indicavano che erano sulla strada giusta: e i loro fiori erano aperti. Niente tempesta. Puntarono allora entrambi le macchie di rododendro alpino. Il dialogo funzionava. Il sentiero riprendeva a salire. Lì vicino si fermarono, si misero l’imbrago, indossarono guanti e caschetto, controllarono bene apertura e chiusura dei moschettoni e partirono per il breve tratto ferrato. Tante furono le soste, rare le parole. Serena lo faceva: passo veloce per uscire da coltivi e boschi e arrivare su, “in montagna”; poi passo corto e lento, come se Anna entrasse in comunicazione con qualcosa di nuovo che dalle rocce e dagli alpeggi avrebbe dovuto dare forma a quello che non spettava a lei capire, apprendere, ma solo ascoltare, accogliere e rispettare, senza porsi domande, senza trasformare l’esperienza del viaggio in quella pretesa, da cui il babbo spesso l’aveva messa in guardia. Quando arrivava sulla cima e sotto di loro si squadernava un mondo di cui loro stessi facevano parte, di cui erano elemento vivo, attivo e integrante, Serena si appoggiava alla croce e non parlava mai. Lo faceva al rifugio, qualche volta in marcia, mai in cima. Quella grande croce di ferro, spesso arrugginita, per lei non era una conquista dello spirito nell’anelito di vincere chissà quale premio in chissà quale mondo; quella croce era lei, era la sua vita, era il suo lavoro, era il correlato di una ricarica che prima cercava e puntava da lontano, poi, una volta che l’avesse raggiunta, vi si teneva abbarbicata, oppure, come avrebbe fatto Anna in quel momento, ci ci sarebbe seduta sotto. Anna fece la stessa cosa, arrivata in cima: si sedette appoggiandosi alla croce, prese una barretta, la mangiò, fece ogni gesto in silenzio, con gli occhi rivolti alle altre cime, la schiena incollata al ferro, la mente lontana in uno spazio molto più infido e pericoloso, dove però sapeva che non era sola. Il vento giocava con i suoi capelli che aveva liberato, toltasi il caschetto protettivo. Quel silenzio era il comportamento più loquace e consapevole che si potesse tenere in quei momenti con suo babbo. Quando camminava con lui, la sensazione che costantemente avvertiva era quella che ogni parola fosse inutile spreco di fiato. Lo sapeva bene. E per questo lo rispettava. Come la mamma. Sotto si vedeva il rifugio. Paolo prese il binocolo. Scrutò tutt’intorno a lungo, girando su se stesso. Lo cercava lassù, lo cercava laggiù. Sapeva che da quel gipeto era iniziato un capitolo nuovo. Poi passò il binocolo alla figlia, che lo prese e fece lo stesso gesto, girando anche lei su se stessa. Anna guardò il rifugio. Dalla parte alta del comignolo usciva fumo. Anna fece alcune foto con la sua macchina fotografica. Altre le fece suo babbo. Esercizi di memoria che passavano di generazione in generazione: niente cellulare, solo e rigorosamente macchina fotografica. Ripartirono. Il sentiero era ferrato solo per un breve tratto iniziale nella discesa che li attentedeva. Finite le scalette della breve ferrata sulla roccia, tornarono sui prati. Una breve salita si avrebbe portati al nuovo rifugio, mentre il sole si era già abbassato molto sulla linea di un orizzonte che in montagna era sempre, inevitabilmente, immaginario e proprio per questo più bello. Al rifugio, dove tutto era nuovo, segno di recente ristrutturazione, e dove nulla sembrava ancora essere stato toccato, segno di recente riapertura, non c’era nessun altro, oltre a loro e alla coppia che lo gestiva: un uomo e una donna che nell’aspetto e nel comportamento tradivano una certa inesperienza nel lavoro. Anche in quello i tempi stavano cambiando: Paolo si sentiva come spaesato, quando si trovava, lassù, sulle sue montagne, di fronte a persone come quelle, che un tempo mai si sarebbe aspettato di incontrare. Adesso i proprietari di quelle strutture erano chissà dove, la gestione era spesso solo stagionale e veniva rilevata da gruppi di giovani, che in tanti facevano quello che una volta era il lavoro di una famiglia, talvolta addirittura di una sola persona, oppure veniva rilevata da stranieri, perché il lavoro era di quelli duri e una civiltà che vive nel benessere urbano non sa più cosa significa la fatica e la schiva come abietta, sbagliando. Serena veniva da una di quelle famiglie di montagna, che avevano conosciuto il principio della fatica e del duro sacrificio come prezzo della sopravvivenza, non del benessere. Paolo veniva da una famiglia diversa, di città, di quelle che  amava la montagna ma dall’esterno e che si lasciava pervadere dall’affetto del turista che la preferisce ad altre vacanze. Almeno si salvavano le strutture in questo modo, pensava Paolo riflettendo su quella coppia di gestori e cercando di cogliere l’aspetto positivo della situazione; altrove non avveniva neppure questo. L’uomo in particolare non fu molto benevolo nell’accoglierli. Solo successivamente si sarebbe capito perché: era alla sua prima esperienza stagionale come gestore di rifugio estivo e aveva seguito un’idea venuta in modo estemporaneo alla donna che aveva sposato e che insieme ai suoi genitori aveva avuto un bar. Fu troppo rigido nell’elencare le regole di comportamento, cosa che si faceva solitamente con escursionisti inesperti, che i gestori dei rifugi avrebbero dovuto saper riconoscere. Loro due non solo non erano inesperti, ma Paolo forse poteva dare consigli su quelle montagne meglio di lui e aveva tanto da insegnare che lui non sapeva. Il vino, tuttavia, rese l’uomo piano piano, con il passare delle ore, più loquace; la grappa riuscì a renderlo anche un pochino simpatico, sempre a modo suo, però. Alle regole teneva sempre in modo particolarmente rigido: ben tre volte indicò lo scaffale, che odorava ancora di copale, dove andavano riposti gli scarponi, prima di salire con le ciabatte su in mansarda, dove disse che non occorreva sacco a pelo, perché aveva messo la biancheria e le coperte sui letti. Andavano solo fatti. Peccato, pensarono entrambi, vittime di una seconda delusione: non ci sono più i rifugi veri di un un tempo. La temperatura su in quota precipita presto appena il sole si congeda; e la stufa crepitava, mangiando legna ceppo dopo ceppo. Loro due invece non mangiarono molto. E il gestore, che era lì con loro due, unici ospiti, insieme a una moglie, che non avrebbe mai messo la testa fuori dalla cucina, prima della fine della cena, quando lei stessa arrivò per mangiare, non si arrabbiò nemmeno. Paolo ricordava quel rifugio come gestito da una famiglia che si arrabbiava, eccome!, se uno non mangiava come e quanto volevano loro, perché chi non mangia non ha fame, e chi non ha fame non è stanco e non ha camminato abbastanza. Legge della montagna. Un po’ stupida, forse, come tante regole tramandate più per tradizione che per necessità o spirito di giustizia, ma pur sempre legge. Quello era stato per anni il rifugio delle discussioni inutili. Paolo ricordò la discussione avuta con il precedente gestore sulla pratica antica dello zuccherino bagnato o, come alcuni dicono, incendiato nella grappa; si dava all’escursionista stanco con la convinzione che così si riprendesse, senza sapere che quella grappa aveva su di lui lo stesso effetto delle foglie di eroina mangiate crude dai contadini indocinesi, che così non dovevano sentire la fatica, come facevano quelli delle Ande con le foglie di coca, per non sentire il dolore delle ripide salite su cui devono lavorare per ore avanti e indietro nell’arco della giornata. Non fa sentire la fatica, ma la fatica c’è lo stesso; annebbia la mente e il corpo finge di star bene. Ma quando arrivi e finisce il suo effetto, allora capisci l’errore commesso. Paolo ne parlava animatamente con il vecchio gestore, che altrettanto animatamente sosteneva la funzione di quella zolletta con la grappa: accanto a lui Serena, che lo sosteneva con cenni del capo; accanto al suo avversario sua moglie, che lo sosteneva con eloquente gestualità in quel dibattere tanto appassionato quanto accademico. Dà più soddisfazione parlare con i sassi che stanno là fuori, pensava Paolo in quel momento, accorgendosi di essere rimasto solo, avvolto dalle sue memorie, sempre dominate dalla figura monumentale, una grande icona del tutto ideale, di quel valore immenso che lassù aveva lasciato. Anna era uscita. Era in mezze maniche. Aveva lasciato la felpa sulla panca. Paolo si alzò con la felpa della figlia in mano e il gestore disse: “A quell’età non hanno paura di niente.” Cosa ne sai tu delle paure?, gli sarebbe piaciuto rispondere, ma saggiamente si trattenne e uscì, liberandosi del peso di quell’ingombrante e poco socievole compagnia. Che delusione aspettarsi una persona e trovarne un’altra con cui non si può nemmeno discutere, per di più nel ‘rifugio delle discussioni’. Paolo uscì, richiudendosi la porta alle spalle, ovviamente su solerte raccomandazione. Anna non era lì fuori. L’aria era fresca, ma non fredda. Da fondovalle risalivano ancora le ultime ventate tiepide dal sapore di terra; il cielo, rigido, si faceva ammirare. Paolo allora capì che cosa poteva attrarre Anna. Andò nell’unico punto da cui si aveva visuale libera verso sud e la trovò, sul retro del rifugio. Aveva aperto una poltrona sdraio e stava seduta, senza avere la schiena appoggiata. Aveva la testa appoggiata sui palmi delle mani e i gomiti puntati sulle ginocchia. Paolo le mise la felpa sulle spalle. Anna disse: “Il Toro e i Gemelli. Eccolì là.” E indicò su nel cielo. Sin da piccola era stata affascinata dalle costellazioni. Il nonno materno, quando la mamma decise di partire, la portava spesso in cima alla diga foranea in tarda serata, lontani da ogni inquinamento ottico, protesi nel mare per oltre 2 km. E le insegnava la lettura del cielo. “Ricordi quella serie di libri che mi hai regalato da piccola e che mi leggevi di sera? Quelli della stellina, intendo.” Paolo non credette che Anna sarebbe arrivata lì. Faceva paura quel ricordo. “Sì”, rispose con un filo di voce. Il libri raccontavano storie di stelle e narravano che ognuna di quelle che finivano in cielo era una persona che ci vuole bene; e il nonno, il babbo della mamma, aggiungeva che, se noi la sappiamo riconoscere e chiamare per nome, quella stellina che abbiamo ammirato più di tutte scende, accarezza il viso del bimbo, lo illumina di amore e lo fa dormire. Fiabe per la buona notte per il babbo. Momenti di immenso dolore per chi ha compiuto l’innaturale gesto di seppellire una figlia. Anna allora non sapeva, capiva a modo suo. Ma Paolo non voleva che fosse data quella lettura. Anna allora non poteva sapere. Era naturalmente convinta che la mamma fosse diventata una di quelle stelline lassù in alto. E quando chiedeva al nonno di andare a vederle, lo faceva perché voleva cercare la sua stella. Anna per fortuna non andò oltre. Paolo, in quella speciale comunicazione interiore, più ricca quando priva di parole, la ringraziò di essersi fermata e si sedette aprendo una seconda poltrona a sdraio. Aveva i pantaloni corti e sentiva freddo adesso. Ma Anna che aveva le maniche corte non lo sentiva. Come sua mamma. Rimasero in silenzio per oltre un’ora. Paolo forse si era anche un po’ assopito. Anna no. Fu lei a decidere di entrare e di andarsi a coricare. “Domani albeggia alle 5,30. Farò piano. Voglio vedere l’alba,” disse Anna. “Vengo con te.” Come sua mamma. Paolo sentiva che qualcosa stava succedendo, qualcosa di nuovo. Sentiva che un velo si stava aprendo nella sua anima, che la memoria aveva troppo a lungo tenuto protetta. Era una bella sensazione, la stessa sensazione di libertà che aveva avvertito quando era apparso sulle loro teste il grande gipeto. E anche lui trascorse quella notte nell’attesa dell’alba.

La mamma

Era tutto completamente rosso. La roccia aveva preso fuoco la sera prima. E riprese fuoco all’alba. Spettacolo unico delle Dolomiti, quando il sole, al tramonto, si abbassa o, all’alba, si eleva. Paolo trovò Anna già seduta sulla stessa poltrona a sdraio della sera prima, con la macchina fotografica in mano e il binocolo a tracolla. Anna aveva visto qualcosa su una parete di fronte, su una frangia particolarmente scoscesa. Senza parlare, indicò nella direzione in cui aveva notato qualcosa muoversi e passò il binocolo al babbo. Paolo lo prese e li vide tutti in fila: sei camosci, che procedevano a piccoli balzi, alternando tratti lenti ad altri velocissimi, con una sicurezza e un senso dell’equilibrio su pendenze estreme come quelle, che non potevano non indurre a farsi domande sulla meraviglia di quegli spettacoli. Domande che si fecero entrambi, che su quelle rocce anche loro, svalicavano creste e gioghi, aggredivano frange e conquistavano cengie, ma aiutati da corde e moschettoni, cavi e imbraghi. Ma Paolo alzò il binocolo più in alto e vide chi sperava di approfittare di quell’uscita dei camosci, di cui sicuramente aveva già adocchiato il covile: due maestose aquile reali, che disegnavano curve perfette, modellate dal vento, docili solo in apparenza a quello stesso vento, ma pronte a cambiare repentinamente direzione per la loro picchiata, letale per un cucciolo di camoscio, da cui nessuna preda riuscirebbe mai a difendersi. Quando l’aquila reale combatte, lo fa solo per vincere e combatte quando è sicura di vincere. Snerva l’avversario senza mai nascondersi, rendendosi sempre visibile là dove solo lei può arrivare e facendo il proprio nido là dove solo lei riuscirebbe a realizzarlo e raggiungerlo, sempre impune e immune da qualsivoglia ingiuria altrui, tranne quella umana. Paolo indicò in alto e pose il binocolo ad Anna. La vita e la gioia, giù in basso sulla roccia; la morte per la vita, in agguato lassù in cielo: un ciclo forse cinico e beffardo, ma sempre educativo, quando attira l’attenzione. Anna smise di guardare. Sapeva che quel volo avrebbe ottenuto quello che desiderava. Lo sguardò ritornò sulla roccia rossa. Paolo non si sedette. Camminava nervoso avanti e indietro, preso da pensieri che Anna non immaginava. Che avessero a che fare con quelle due aquile? Era molto verosimile. Non faceva mai domande. Né lui le aveva mai fatte a lei, quando la vedeva pervasa da riflessioni, in un mondo di meditazione, che solo quelle quote, solo quei paesaggi, solo quelle rocce apparentemente senza vita, conciliavano. La vita, lì c’era. Oltretutto, una vita alacre sin dalle prime luci. Ne aveva avuto appena dimostrazione. Era una vita inserita in un ciclo continuo di cui faceva parte anche la morte. Ma una cosa differenziava chi osservava quel ciclo attraverso il filtro delle lenti di un binocolo da chi lo viveva sulla frangia rocciosa di fronte: là quel ciclo non provocava riflessione sul dolore, di qua invece richiamava solo quell’assillante presenza, quell’ineludibile pilastro della vita, quel fondamento della vita stessa, senza la quale nemmeno il suo contrario, l’amore, sarebbe compreso per quello che effettivamente è. Questa era la differenza tra quanto andava in scena di là, di fronte a loro, e quanto invece si stava rappresentando altrove, in un abisso senza confini di spazio, senza demarcazioni temporali, senza un paesaggio che facesse da quinta, senza un sole che sale e scende in un ciclo continuo. Eppure di quel contesto facevano parte anche loro. Gli alberi erano finiti duecento metri più sotto; i prati e gli alpeggi cento metri più sotto. Restava roccia, nuda roccia, che tradiva presenze di vita, le nascondeva a chi non le meritava, le lesinava a piccoli bocconi all’alba, o al tramonto. Nessuno doveva ubriacarsi di vita in un paesaggio di roccia. Eppure Anna e Paolo avevano assistito a un trionfo di vita, minacciato forse inconsapevolmente dalla morte. E dentro di lui scattò il meccanismo della memoria e si mise in moto quell’ingranaggio tanto allettante quanto perverso, che cercava e stornava allo stesso tempo da anni.

“Era una splendida giornata di inizio giugno. Eravamo venuti su nella casa dei nonni, quella in cui loro trascorrevano tutta l’estate e venivano spesso anche in inverno. Era questo stesso periodo dell’anno, tra la fine di maggio e l’inizio di giugno. Venimmo su in due. Tu rimanesti giù in paese, in casa, con i nonni. Partimmo all’alba, a quest’ora. Dovevamo fare un ferrata lunga. Le ultime nevi si stavano sciogliendo e i percorsi erano praticabili. Le previsioni meteo erano perfette. Sarebbe stata la ferrata della vita, la conquista della cima della vita per tutti e due, a cui mancava solo l’esperienza dell’arrampicata e della via. Poi, invece, verso le undici del mattino, il cambiamento improvviso del tempo, contro ogni previsione. Fenomeni convettivi, li chiamano. Non è facile prevederli e non è facile prevederne nemmeno l’intensità, soprattutto nelle giornate più calde. Solo la durata si sa che non è mai lunga. Nubi minacciose ci colsero. Il breve temporale si scatenò a tradimento. Un fulmine colpì subito il cavo su cui eravamo attaccati. E tutto finì. Chiamai subito il soccorso alpino. Fu velocissimo ma inutile l’intervento. La morte era avvenuta sul colpo. La cosa più triste non fu l’estremo addio, ma non fu nemmeno il funerale; impossibile da rendere fu il sentimento durante il viaggio di ritorno a casa, giù in città, con quel posto vuoto in auto e la colpa che rodeva, maledetta. Avevo deciso io di fidarmi del meteo. Mia era stata la decisione. Solo mia.” Poche parole, ma chiare, fatti nudi e crudi. Aveva parlato con lo sguardo fisso alle rocce di fronte, da cui erano scomparsi i camosci. Poi tacque. Anna mise insieme in un attimo frammenti di memoria, che nella sua mente di bambina e poi di ragazzina aveva spesso cercato invano di assemblare, senza mai riuscirsi. “Era molto bella la mamma!”. “Sì, Anna. Era molto bella.” Tra un babbo e una figlia non c’era bisogno di ulteriori dettagli per descrivere un dolore che Paolo già scontava abbastanza giorno per giorno in quella consapevolezza così maligna di una responsabilità che solo lui si era attribuito; quei dettagli scorrevano tutti nelle loro vene da anni, attraversavano il corpo nello stesso modo, infondevano loro un identico sentire, creavano una complicità e un modo di condividere i viaggi e le escursioni in quota in certo senso naturali.

Anna in realtà non aveva mai conosciuto i dettagli. Li aveva immaginati in tanti modi. Sapeva di un incidente in montagna. Solo quello le era stato detto anni prima dai nonni, quando iniziava a fare domande e quando la sua età non era più quella in cui la mancanza della mamma poteva essere spiegata con la trasformazione in una di quelle stelle del cielo, che lei amava così tanto guardare. Paolo aveva parlato in silenzio, rivolto alla montagna con o senza binocolo, a quella frangia da cui i camosci erano velocemente scomparsi, svalicando una sella tra due torri. Loro non avevano bisogno di imbrago e corda, di casco, guanti e moschettoni. “Ogni tanto mi chiedo se sia o meno lecito che noi stiamo quassù; se sia giusto che la nostra presenza ottenga l’assenso in queste quote. Perché osare? Dov’è l’errore che compie l’escursionista o l’alpinista che conquista una vetta? Perché la natura lo punisce? E perché, quando lo punisce, lo fa in modo così orrendamente violento e crudele? Qual è la sua colpa? Quale la sua responsabilità?” Fece una pausa. Anna ascoltava. Non erano più fatti nudi e crudi. Si aspettava che prima o poi in una di quelle occasioni sarebbe successo quello che attendeva. Quella prima occasione era stata da lei preparata molto bene. “Se fossimo stati in tanti in cordata e ci fossero state altre vittime ridotte come lei, la tua mamma sarebbe stata riconoscibile solo per gli orecchini, che le avevo regalato e che portava sempre, anche in escursione e anche in ferrata.” Anna, che nei suoi silenzi aveva imparato da lui l’arte della dissimulazione, questa volta non resse e scoppiò a piangere. Cercava di trattenersi, ma non ci riusciva. Paolo si pose dietro a lei. “Fai bene a sfogarti adesso che sai. Ho pianto tanto anch’io, Anna. Ora sei cresciuta e non vedo nulla di ingiusto o innaturale, se tocca un po’ a te.” Fece un’altra pausa, continuando ad accarezzare i capelli della figlia, che piangeva a dirotto, con singhiozzi quasi infantili. “Su quegli orecchini era disegnato a sbalzo un grande rapace. La mamma diceva che era un’aquila. A me piaceva che fosse qualcos’altro. Prima pensai al falco. Poi mi ricordai del progetto di reinserimento del gipeto su queste montagne, che in quegli anni era in atto, e allora dissi che erano le ali del gipeto quelle raffigurate come aperte sui due orecchini. Di lei solo quello mi restò, due orecchini. Feci io il disegno dei due rapaci ad ali spiegate e cercai un orafo che facesse il lavoro. Non fu facile trovarlo. Ma alla fine il risultato premiò l’impegno.”

Alle loro spalle si chiuse una finestra. Qualcuno aveva origliato e ascoltato la conversazione. Non se ne curarono. Rimasero lì ancora a lungo e in silenzio. Anna non riusciva a trattenere le lacrime, pensando a quel cielo stellato ammirato la sera prima. Paolo pensava alla spensieratezza di quei camosci, scomparsi su un crinale ora non più visibile. Un piccolo masso era rotolato in una conca sottostante, forse spostato dal salto di uno di loro. Nell’anima non avvertiva più il peso sopportato per troppi anni e quelle lacrime di Anna avrebbero fatto la loro parte forse anche nell’anima di lei. Come un tabù che viene infranto, con la forza di una volontà non dettata da se stessi. La montagna aveva creato le condizioni, aveva invitato a godere dei suoi spettacoli, aveva pervaso con il suo vento, i suoi odori e colori il loro spirito, li aveva preparati alla rivelazione, ammaliandoli. Era tutto scritto da qualche parte. Lì sarebbe avvenuta la rivelazione. Non altrove. E lì infatti era avvenuta, almeno la parte più cruda, quella dei fatti. I fatti, che restano nella memoria, avevano però scavato trincee negli anni. In quel trincee, in quel senso di colpa, si era svolta una lunga battaglia. Forse ne stava arrivando l’epilogo. Erano già le sette e mezzo, per loro molto tardi, quando entrarono nel rifugio dove la colazione era già pronta. Sembrava quella di un albergo, da quanto cibo e da quante bevande erano state disposte solo per loro, per due persone. La signora, che era apparsa poco la sera prima quando era stata quasi sempre in cucina, apparve invece molto gentile quando disse: “Mi scuso per prima. Non volevo ascoltare. Ma era impossibile in questo silenzio non sentire quello che vi siete detti lì fuori poco fa. Non ho parole. E, come si dice sempre, le parole rischiano di essere la cosa più stupida in questi momenti. Sono molto dispiaciuta. Chi fa questo lavoro quassù non può, anzi, non dovrebbe mai restare insensibile di fronte a queste cose. Sono dispiaciuta e addolorata sinceramente.” Era una commozione di quelle non facili da nascondere la sua. Suo marito era al bancone con la testa bassa. Aveva sentito anche lui. Si alzò. Disse loro di non preoccuparsi di rifare i letti e che, se pensavano di tornare, sarebbero stati i benvenuti. Paolo ringraziò. Con Anna risalì su in mansarda. Rifecero lo zaino. Raccolsero i panni che avevano lavato e che erano già asciutti. Si prepararono e partirono. Erano vestiti in modo identico: berretto con visiera, maglietta tecnica bianca a maniche corte, pantaloni corti, calzettoni rossi, pedule nere. Non c’erano tratti ferrati da percorrere quel giorno, solo un lungo giro di salite su forcelle e discese per valloni, durante il quale avrebbero visto diversi di quei laghetti glaciali di quota, che Anna aveva sempre amato sin da piccola, quando desiderava essere portata da suo babbo a vedere solo quelli, i laghi. I gestori del rifugio li salutarono con animo molto diverso da quello del giorno prima, quando Anna e Paolo s’incamminarono in direzione nord. Era entrata una storia nuova nella loro vita, una storia di montagna, non certo una delle tante. Nessuno dei due avrebbe mai saputo come definirla, se bella o brutta, ma il legame forte, che quei due ospiti appena partiti riusciva a comunicare loro, lasciava credere che ci fosse qualcosa di molto bello al fondamento di quello che di loro avevano saputo e a cui avevano appena assistito. Non avendo altre persone ospiti nella piccola struttura e avendo tutto il tempo per preparare il rifugio per l’arrivo dei primi escursionisti, li seguirono, mentre di spalle le due figure si allontanavano con quel loro singolare passo lento, corto e pesante – un passo meditato, aveva un giorno detto Serena – con cui erano arrivati, che aveva destato interesse il giorno prima, ma che ora forse aveva una sua spiegazione. Li seguirono finché le loro piccole figure non si confusero infine con il grigio della roccia, lentamente scomparendo dietro uno sperone e dirigendosi verso nord, nelle conche dei laghi.

La fioritura di anemoni e acetoselle splendeva là dove la roccia opponeva minore resistenza. In Anna, che aspettava i suoi laghi, infondevano allegria. Sempre lei procedeva davanti, con le sue robuste e abbronzatissime leve da esperta e sicura camminatrice. Era sufficiente che si abbassasse un po’ la calza termica, che arrivava a metà polpaccio, perché si notasse il contrasto tra la parte che aveva preso sole e quella che era rimasta coperta. L’altro segno, sulla coscia, era più sfumato, per via della diversa lunghezza dei pantaloni che indossava in escursione. La stessa cosa capitava a Paolo sul viso e sulle mani, dal momento che usciva abbastanza spesso anche in bicicletta: aveva il segno, davvero molto evidente, degli occhiali e dei guanti. Lui si cosparse di crema. Marchi di natura. Quelle prime ore erano le più infide, bastarde le aveva chiamate Serena un giorno: il sole non si sentiva ancora, ma bruciava ugualmente, come quello che invece avrebbero sentito nelle ore centrali della giornata. Avevano un altro rifugio come punto di riferimento. Vi si arrivava anche da sentieri più turistici e più frequentati di quello, decisamente meno noto, molto più lungo e dalle altimetrie più nervose, su cui si erano incamminati loro. Non incontrarono nessuno per tutta la mattina, finché non raggiunsero il rifugio, che trovarono invece molto affollato. Dovettero attendere per mangiare. Anna si accontentò di un piatto di insalata, su cui fece mettere del tonno, quando ebbe saputo che era disponibile. Altra delusione, soprattutto per Paolo e per quello che gli veniva rinfacciato come il suo ‘fondamentalismo nell’era sbagliata’. Non propriamente un piatto montanaro era quello di Anna, come quello di salsiccia e polenta, che invece aveva ordinato lui, il fondamentalista duro e puro, per cui la tradizione non era cosa su cui si poteva scherzare. Ma Anna non amava fare la montanara nei posti aggrediti dal turismo di massa. Per lei non era abbastanza montagna un posto in cui tutti facilmente potevano arrivare, come quel rifugio, che presto avrebbero lasciato per tornare in quello che era stato il regno della mamma e che per questo adesso Anna comprendeva anche come suo. Potevano starci anche la patitine con il ketchup in quel menu. Come sua mamma: più passavano le ore, più chilometri macinavano sotto i loro scarponi, più Anna assomigliava a Serena. Le assomigliava nella postura a tavola, nel modo di rispondere sorridendo, senza profferire parola; le assomigliava incredibilmente nel modo di procedere, con quell’andatura lenta e sempre regolarmente cadenzata, con quell’abitudine di pestare con forza il sentiero, come per aver la certezza di essere sulla strada giusta, o forse per aver la sensazione di farla propria. Era cresciuta e si era fatta lei pure donna. E ricordava la mamma soprattutto nel modo di interpretare l’esperienza del viaggio in alta quota: testa bassa, poche parole, passo lento e cadenzato, di giorno riflessiva, di sera più loquace, di giorno accoglieva e recepiva, apprendeva e comprendeva, di sera rispondeva ed esprimeva, interpretava e tentava di dare una forma a quanto udito, annusato, visto, percepito. Tutto sempre a stretto contatto con la realtà di quella montagna che, quando ci camminava sopra, avvertiva come firmamento e sostegno della sua vita, benché non ci vivesse. Lì cercava quelle risposte alle domande. Il babbo aveva anticipato la domanda quella mattina all’alba, dandole una prima risposta. Ma mancava la risposta alla domanda più importante, più impegnativa e, sicuramente, anche più dolorosa: perché solo adesso? perché aspettare che arrivassi ai diciotto anni? Creare le condizioni per quella prima rivelazione non era stata impresa così difficile. Procedere diventava un cimento più arduo. Ma era necessario? Non era forse tutto già abbastanza chiaro? Non aveva suo babbo già patito abbastanza dolore nel sentimento di colpa? Nel pomeriggio avrebbe visto finalmente i suoi amati laghi. E forse da lì qualche ispirazione sarebbe venuta. Quanto le piacevano i laghetti alpini, che si nascondevano in conche appartate, visibili spesso solo all’ultimo momento! I più belli avevano un’aria discreta, si facevano conquistare e si concedevano a pochi abili e forti camminatori. Forse per quello li amava. Paolo, invece, sembrava rimasto fermo a quel pianoro, quando le energie erano scemate e un grande gipeto gli aveva ridato il carburante necessario per arrivare alla prima destinazione: pensava ancora al volo di quel gipeto, che era apparso all’improvviso all’uscita del bosco la mattina del giorno precedente. C’era qualcosa che lo collegava a quelle ali e a quell’animale, che esprimeva troppa grazia nel suo volo lassù in alto, per non avere un significato importante; qualcosa che era in attesa. Ma occorreva tanta forza. Ancora non c’era quella sufficiente. Occorreva che quelle gambe lavorassero e faticassero ancora. Dovevano trovare l’agilità di quelle di Anna, dei camosci che con i loro balzi sulla roccia avevano consentito il balzo nel tempo e la rivelazione. Allora forse avrebbe trovato l’occasione per cui aveva ideato quel viaggio: occorreva assolutamente un’altra occasione. Il suo solito fondamentalismo lo induceva a pensare che essa fosse da ricercare necessariamente nella natura; aveva pretestuosamente escluso le persone da questa funzione. Ma la montagna gli stava riservando una sorpresa. E ancora una volta l’avrebbe dovuta ringraziare.

I laghi più belli, quelli che Anna desiderava raggiungere, erano quelli che si trovano più in alto, quelli detti laghi di circo, che anche nelle loro forme arrotondate ricordano la formazione dai circhi glaciali. Sono laghetti situati nelle conche, che con lo sciogliersi delle nevi assumono dimensioni maggiori, poi vanno riducendosi con l’avanzare dei mesi più caldi. Quella era senza dubbio la stagione più bella per ammirarli. Infatti proprio sulle sponde di uno di quelli incontrarono l’unica presenza umana della seconda parte della tappa, dopo la folla del rifugio: un giovane fotografo tedesco, che aveva scelto proprio quell’ultimo scorcio di primavera per fare foto sui laghetti alpini. Si misero subito a chiacchierare. Paolo parlava un po’ in tedesco, poi scelsero l’inglese per rendere anche Anna partecipe della conversazione. Il giovane avrà avuto al massimo venticinque anni. Quando Paolo vide che Anna si era messa a fare tante domande e il giovane aveva iniziato a farle vedere tante sue foto sullo schermo della sua macchina fotografica e sul suo cellulare, allora decise di lasciarli un po’ soli. Non avrebbe saputo dire quanto voluto o istintivo fosse stato  quel gesto di andarsene e di lasciarli lì da soli, con i piedi nudi a mollo nell’acqua, con le loro macchine fotografiche, di cui lui spiegava segreti e trucchi, con le foto già fatte e con altre in progetto. Erano belli da vedere quei due ragazzi che si erano appena conosciuti, pensò lui voltandosi indietro per un attimo e rischiando anche di cadere per la breve deconcentrazione. Paolo si arrampicò su una cengia ampia e comoda non distante dai due ragazzi, più alta di circa trenta metri, una specie di balcone naturale che si protendeva sul laghetto; quando fu in posizione buona e con la luce giusta, scattò una prima foto e poi altre. Ne riguardò alcune. Anna in una di esse era stata immortalata nella posizione tipica delle sue pause durante le escursioni: seduta per terra, braccia che abbracciano le ginocchia, sguardo rivolto in alto, ma con gli occhi chiusi. Come sua mamma. Si era tolta scarponi e calze e aveva immerso i piedi nell’acqua gelida del laghetto. Il giovane fotografo invece le girava attorno facendo foto adesso anche a lei. I due si stavano divertendo. Paolo scese, mentre il giovane stava preparando lo zaino per riporvi la sua attrezzatura di obiettivi, filtri e cavalletto. In tedesco, non in inglese questa volta, gli disse: “Sua figlia è veramente una brava ragazza! Complimenti!” Paolo gli rispose in inglese, in modo inavveduto: “Non è solo colpa mia. Di solito si è in due a ottenere questi risultati.” Il ragazzo sorrise: “Complimenti anche alla mamma, naturalmente.” Non c’era bisogno di dare spiegazioni: fu questo il senso dell’occhiata che si incontrò tra Paolo e Anna. Ripresero la marcia salutandosi. Paolo disse: “Non mi sembra il tipo da non aver approfittato del mio allontanamento per chiederti il numero di telefono.” Anna non disse nulla. “Chi tace acconsente,” commentò Paolo. “Mi ha chiesto se sono su Instagram per mandarmi le foto,” rispose Anna. “Ah già, adesso il telefono non è più di moda,” disse Paolo, dovendo amaramente accettare il divario generazionale. “Si chiama Henrik. Sua mamma è danese, suo babbo bavarese. Ha venticinque anni. È in vacanza in Italia con un gruppo di amici appassionati di ciclismo. Lui oggi ha preferito camminare e fare foto. La sera si ritrovano in albergo, vicino ai campeggi.” Paolo disse: “Secondo il mio punto di vista, a una ragazza potrebbe anche piacere uno così.” Anna sorrise dicendo: “Sono le mamme che di solito fanno queste osservazioni. Ma qui evidentemente …” “… qualcuno ha dovuto per forza prenderne il posto.” Anna si rimise velocemente calze e scarpe, gli saltò a fianco, lo prese per braccio allegra e disse: “Mi piaci di più quando racconti storie di montagna, storie di gnomi e streghe, storie di comunità dimenticate. Andiamo! Abbiamo ancora tre ore di marcia e altri due laghi da vedere, che non mi voglio assolutamente perdere. Henrik ci è già passato. Ha detto che le ore in cui li vedremo noi saranno le più belle. Mi ha detto di fare tante foto e di mandargliele.” Paolo questa volta rimase serio commentando: “Ci sa fare il tipo, eh. Vede una bella ragazza mora, alta; vorrebbe provarci, ma, c’è un ma: è con suo padre. Bisogna giocare d’astuzia. Approfitta di un attimo in cui il padre si allontana e parte all’attacco con l’artiglieria pesante …” “No, no. Fermo. Per prima cosa non è stata usata nessuna artiglieria, tanto meno pesante; in secondo luogo nutro il fondato sospetto che tu ti sia allontanato apposta. Quando mai ti sei messo a farmi foto da lontano su un laghetto alpino? Dimmi! Quando mai, babbo?” Paolo non disse nulla. Non avrebbe più parlato di artiglieria. “Andiamo, babbo! Su. Ne abbiamo ancora tanta di strada da fare.” Quanto le somigliava! Anche quell’episodio aveva contribuito ad aumentare la sensazione che, crescendo e facendosi donna, Anna prendesse da quella mamma, ormai presente solo in foto, ogni movenza, ogni modo di rispondere, di alludere, ma soprattutto di scherzare. Anna giocava con la vita. Amava giocare con tutte le situazioni che la vita le proponeva, anche quelle più delicate. Riservata e non certo estroversa, riusciva a irradiare comunque una positività che faceva invidia anche al babbo, ai suoi parenti e ai suoi amici e amiche, pochi ma ben scelti. Nessuno aveva avuto naturalmente il coraggio di farle mancare nulla nell’infanzia, così come poi anche nell’adolescenza. Essere figlia unica l’aveva inoltre investita di una responsabilità ancor più grave e seria in quella casa di città in cui vivevano in due, ma in cui frequenti erano sempre state le visite di nonni e zii. La donna di casa ormai era lei, e non certamente da oggi. Paolo la lasciò andare avanti anche questa volta. Anna tacque e si lasciò pervadere di nuovo dalla forza segreta di quel vento che veniva freddo sul suo volto. Paolo la seguì. Fecero tante foto e, quando si trattò di fare quelle per Henrik, sorprese Anna dicendole: “Se vuoi, te ne faccio qualcuna anche con te.” Era una strana sensazione quella che come padre stava vivendo. Quando mai un padre non è sospettoso delle mire di un ragazzo sulla figlia? Unica figlia, per di più. Non vengono chiamati mosconi dai padri quelli che girano come ronzando attorno alle figlie? Eppure, Paolo si sentiva parte di una situazione nuova. Anna aveva già avuto proposte da un ragazzo proprio quell’anno, ma a lei non piaceva. E non piaceva nemmeno a lui. “A te piace, babbo, Eugenio?” Così si chiamava il ragazzo, compagno di scuola, ma non di classe, e coetaneo di Anna. Paolo, che conosceva il ragazzo e anche la sua famiglia, senza esitazione alcuna, rispose: “No, non mi piace.” E Anna, sempre senza esitazione alcuna, aveva risposto decisa: “Allora non piace nemmeno a me.” E tutto finì così. Tale era l’affiatamento tra i due. E grazie a quell’affiatamento, quando passarono accanto alla parte terminale di un piccolo ghiacciaio, sotto il quale era la conca dell’ennesimo laghetto, e Paolo volle fare una foto ad Anna con il ghiacciaio alle spalle, volendola sorridente le disse: “Prova a sorridere.” “Ho il sole basso in faccia, babbo. Non ci riesco.” “Pensa a Henrik!” “Ecco, adesso ci riesco.” Affiatamento tanto, reticenze nessuna. Ma quando si trattava della mamma tutto era maledettamente diverso e tutto maledettamente si complicava, si contorceva e si aggrovigliava nell’anima, prima ancora che in gola. Le parole uscitegli quella mattina all’alba, potevano essere l’inizio di un cambiamento, di una fase nuova. Non forziamo la realtà, pensò Paolo. Arriverà il momento, ne sono sicuro. La montagna ci offrirà sicuramente l’occasione prima o poi, forse in questo viaggio, forse in un altro. Non si può dire. Ci sono in quell’abisso, che è ancora una melmosa cloaca di dolore, cose che fanno ancora molto male, che hanno avuto il potere terribile di provocare anni di dure difficoltà nel relazionarsi con gli altri, spesso anche di autentica depressione. La presenza di Anna è stata come una specie di carburante, che gli ha sempre consentito di andare avanti e di superare quei momenti di abbattimento, di uscire da un tunnel che sembrava non aver fine. Fu un giorno di cinque anni prima che il viaggio della vita vissuta, e non più solo subita, poté ripartire. Anna aveva tredici anni, ma viveva, ragionava e si atteggiava già da donna di casa. Era naturale che fosse così. Ha sempre avuto per forza di cose una maturità superiore alle sue coetanee, un modo di interiorizzare gli episodi della vita diverso da quello delle sue amiche e coetanee. Gli altri, parenti e amici, glielo dicevano; gli insegnanti glielo ricordavano. Ma Paolo era restio ad ascoltare quei riferimenti. Gli sembrava una specie di profanazione di un monumento e di uno spazio che non poteva e non doveva essere condiviso. Avrebbe cambiato idea con il passare degli anni e con il crescere di Anna. Ebbene, quel giorno di giugno, appena dato l’esame di terza media, Anna chiese di andare in montagna. Paolo parlò in banca con il suo direttore, il quale fu ben felice che un impiegato gli chiedesse di avere ferie a metà giugno, quando nessuno le chiedeva, e non a Ferragosto. Partirono per quindici giorni con le bici e da quelle due settimane con Anna in alta quota, tra rocce e laghi, cenge e rifugi, ferrate ed escursioni per scattare anche solo fotografie, pedalate su sentieri più o meno ripidi, ritornarono cambiati. Soprattutto lui ritornò diverso, perché comprese che l’artefice vera della sua ripresa sarebbe stata proprio Anna. E da allora si affidarono l’uno all’altro, in un rapporto di fiducia nuovo, ora alla pari, che trasformò radicalmente Paolo. Il monumento e lo spazio sacro potevano adesso essere anche condivisi. Ancora una volta il suo fondamentalismo sarebbe stato messo duramente alla prova dei fatti. Quando mai avrebbe finito di avere pretese dalla sua vita? Quando mai sarebbe riuscito ad avere della vita un’idea meno esclusiva, meno rigida, meno ingessata? Al fondamentalismo vero di suo babbo, che vedeva riferimenti spirituali in ogni aspetto della natura, Paolo aveva sostituito una nuova forma di integralismo, in un certo qual modo, naturalistico, comunque troppo rigido per essere gradito da chi non lo conosceva bene. Quella montagna, su cui con più energia aveva trovato espressione la sua visione rigida della vita, sarebbe stata, proprio lei, l’artefice di una rivelazione inattesa; insomma, una scoperta vera e propria, come quella di una nuova via per un alpinista.

Arrivarono al rifugio con notevole ritardo, quasi alle sette di sera. Trovarono posto facilmente. Anche lì, per la stagione appena all’inizio, non c’era alcun altro ospite. I gestori erano stranieri però. Venivano dall’Europa orientale e la comunicazione fu più difficile, non per ragioni linguistiche, ma perché mancava quell’afflato con la montagna che quelle persone, sradicate dalle loro terre e dalle loro identità, avrebbero dovuto invece avere. Altro segno di cambiamento. Altra piccola delusione. Ma anche altro insegnamento che i cambiamenti, ogni tanto, sarebbe bene accettarli. E ancora una volta, la terza, in un rifugio: prima il comportamento rigido dell’accoglienza, poi la folla da turismo di massa, ora la presenza di persone brave e gentili, ma fredde e dall’apparenza inadeguata in quel contesto. Il tempo per fare la doccia e poi sarebbero scesi decisamente più affamati della sera prima. Essendo unici ospiti, mangiarono insieme ai gestori, di cui ammirarono la capacità di reggere alla quantità di vodka che bevvero e che ripetutamente fu loro offerta e sempre rifiutata. Era fatta sicuramente in casa, quasi imbevibile per la gradazione molto alta, che rendeva impossibile distinguere addirittura che liquore fosse, se non fosse stato detto loro che si trattava di vodka. Il tramonto fu uno spettacolo di quelli che non annoiano mai, tanto meno loro due. Le pareti del massiccio di fronte a loro terminavano in una serie di denti che si alzavano appuntiti come piccole torri. Il sole scendeva, passando tra l’uno e l’altro di quei pinnacoli rocciosi, illuminando le rocce di fronte, quelle su cui era appoggiato il rifugio e che, così battute dall’ultima luce, assumevano quella caratteristica colorazione rossa, che Anna immortalò in tantissime foto. “Belle, davvero!” Commentò Paolo, quando Anna gliele fece rivedere sullo schermo della macchina fotografica. “Le hai mandate a Henrik? Forse gli piacerebbe vederle.” Anna lo guardò in modo strano. Non era da lui fare così. “Pensi che debba mandargliele, anche se non sono laghi?” Paolo rifletté serio: “Io lo farei.” Parole autentiche, senza nulla di svenevole. Anna era sempre più frastornata dal comportamento di suo babbo. Le avevano tante volte ricordato che il cambiamento della percentuale di ozono nell’atmosfera al di sopra dei 2000 metri poteva modificare il comportamento umano, ma non credette che potesse arrivare a tanto. Suo padre era stato sempre molto geloso di lei e molto attento alle sue amicizie e frequentazioni. Questa volta la lasciava comunicare con un giovane fotografo tedesco appena conosciuto poche ore prima sulle sponde di un laghetto alpino. Non solo: la esortava a farlo, quando lei non ci pensava, nei davvero pochi momenti in cui il pensiero di Anna non andava a Henrik. Stava veramente succedendo qualcosa. Tutto, in quel viaggio, aveva cominciato ad avere un sapore non più sinistro, ambiguo, indecifrabile, ma almeno singolare, da quando quel gipeto era apparso sul grande pianoro all’uscita dal bosco, alla fine della dura salita iniziata in paese. Paolo ne era assolutamente convinto. Tutto era iniziato a cambiare in quel momento. Trascorsero la sera sulle carte. L’indomani era la giornata più attesa da Paolo: avrebbero affrontato la grande ferrata che li avrebbe riportati ai piedi del pianoro del primo giorno. Da lì infine sarebbero ridiscesi in paese. Paolo sapeva che quella appena trascorsa era stata la giornata dei laghi, la più attesa invece da Anna. La ragazza ebbe un atteggiamento insolitamente poco partecipe ed evasivo, quando lui le descriveva a cena e dopo cena l’itinerario del giorno dopo. Paolo rimase convinto che pensasse a quel giovane fotografo tedesco, a Henrik. E invece, quando furono saliti nella mansarda e si furono messi dentro al sacco a pelo, Anna, che aveva preso posto su una branda in un angolo lontano, disse: “Non ti lascerò mai, babbo.” Paolo non se lo aspettava. Fu colpito da quella sciabolata veramente a tradimento. Parole puerili in apparenza. Eppure dietro quelle sembianze tradivano qualcosa di profondamente vissuto, soprattutto temuto. Così non doveva finire il viaggio. “Buona notte, Anna. Non pensare a me. Tu avrai la tua vita, io avrò la mia, come è giusto che sia, arrivati a un certo punto delle nostre vicende.” Anna si alzò a sedere e disse: “Non riesco a immaginare come noi due possiamo avere vite separate.” Paolo non trovava le parole, avvertendo sempre di più la sensazione di essere stato colpito sul lato scoperto. Le cercava, ma non le trovava. E non arrivarono. Anna si distese di nuovo: “Notte, babbo. Voglio rivedere l’alba domani mattina.”

Paolo iniziò a raccontare una storia, una di quelle che Anna amava sentire raccontare la sera come favole della buonanotte. “C’era una volta una bellissima ragazza che viveva ai bordi di un lago. Tutti la ammiravano, ma lei, non appena uno si avvicinava al lago, si immergeva in acqua e scompariva. I contadini erano convinti che fosse una ninfa e iniziarono a venerarla come una dea. Era molto timida. Un giorno la montagna franò sul villaggio. Tanti morirono. Quelli che sopravvissero rimasero isolati dal resto del mondo. I contadini allora mandarono il loro più anziano, una specie di stregone, a parlare con la ninfa, perché li aiutasse. Lo stregone salì fino al lago. Sapeva che la ragazza non si faceva avvicinare da nessuno. La vide e, senza farsi vedere, la chiamò e le disse: ‘Sono venuto a chiederti di aiutarci, tu che sei sicuramente una dea delle acque. Una frana ha ucciso tanti di noi nel villaggio e chi è rimasto ora è isolato.’ La ragazza ascoltò e rispose: ‘No. Non posso aiutarti. Sono troppo timida e ho paura a lasciare il mio laghetto. Mi dispiace.’ Lo stregone allora disegnò un grande arcobaleno che univa le montagne intorno al lago e ci passava sopra. ‘Ecco, vedi. Ho grandi poteri anch’io. Se uniamo le forze, probabilmente riusciamo a salvare le persone del villaggio.’ La ragazza fu ammaliata dal grande arcobaleno e disse allo stregone: ‘Sono triste, perché sono timida. Se mi mandi un bellissimo giovane, il più bello del villaggio, mi farai felice e allora vi salverete tutti.’ Lo stregone scese nel villaggio e riferì la risposta. Tutti i giovani sopravvissuti vennero convocati e fu scelto il più bello, che accompagnò lo stregone su fino al lago. Si chiamava Antelao. La ragazza non c’era. Lo stregone fece avvicinare il giovane ai bordi del lago, rimanendo nascosto e disegnando di nuovo un grande arcobaleno, come quello che aveva ammaliato la bella ragazza. La ragazza allora uscì. Vide il giovane. Lo prese con sé e insieme si immersero nel lago. Quando lo stregone fu sceso in villaggio, iniziò a piovere a dirotto. Piovve per giorni e giorni, tanto che il lago tracimò e l’acqua, scendendo scavò un passaggio dove la frana aveva chiuso la valle. Lo stregone disegnò il suo arcobaleno sui monti per ringraziare la bella ninfa. Di Antelao e della ninfa del lago non si seppe più nulla. Nessuno li vide più. Da quel giorno il lago si sarebbe chiamato per sempre lago della Ninfa e il monte dietro di lui Antelao.”

“Non me la ricordavo questa,” disse Anna. Paolo non amava dire che se l’era inventata sul momento. Lo avrebbe potuto fare alla bambina che Anna non era più. Ma adesso era meglio tacere. Si raschiò la gola e tirò su con il naso, nel modo nervoso che Anna ben conosceva. Si girò dall’altra parte verso il muro: “Buona notte, piccola.” Sentì solo un sospiro venire dalla branda di lei. Forse anche un singhiozzo trattenuto. Forse.

La grande ferrata

Si alzò da sola, Anna, per vedere l’alba questa volta. Non c’erano poltrone né panche su cui sedersi. I gestori avevano raccolto tutto dentro un ripostiglio adiacente all’edificio. Anna si sedette per terra. Davanti a lei si apriva un canalone buio, che scendeva ripido in direzione sud; alla sua destra la ripida frangia rocciosa su cui era adagiato il rifugio e su cui avrebbero presto attaccato la ferrata, con la quale avrebbero raggiunto una delle tante aguzze cime del massiccio, sarebbero ridiscesi sull’altro versante e, dopo aver valicato un’ultima forcella, si sarebbero ritrovati al pianoro di partenza; alle sue spalle il sentiero dei laghi da cui erano arrivati; alla sua sinistra, risalendo il pendio del canalone, si trovava al buio l’altro massiccio roccioso, da cui Anna attendeva la salita del sole. Era stata una notte rigida, ma dentro al sacco a pelo non aveva sentito il freddo. Ora il vento si stava alzando. Le previsioni meteo non erano così belle per quell’ultima giornata, come lo erano state per le prime due. Ma fino alle prime ore del pomeriggio non avrebbero corso pericolo, aveva detto con un filo di voce suo babbo ieri sera, mentre lei lo ascoltava, apparentemente assente. Aveva capito di aver dato l’impressione di essere assente; e invece pensava a lui, al babbo, in quel momento in cui invece Paolo credeva che lei vagasse chissà dove con la mente; pensava alle loro montagne, pensava a quanti chilometri e a quante giornate avessero passato insieme; pensava a quanta fatica era stata espiata lassù. Perché? A che fine? Con quale risultato? Il sole iniziava ad apparire dietro le creste turrite alla sua sinistra. Perché erano ancora lì a giocare con la memoria? Che cosa li richiamava con tanta forza lassù? Erano tutti e due vittime dello stesso maligno destino, pensò Anna, riflettendo su quelle previsioni meteo. Anche quel passaggio il tempo richiedeva come necessaria espiazione. La ragazza era abbastanza intelligente da aver capito che, crescendo, per lui, per il babbo, era di giorno in giorno sempre più naturale che pensasse alla persona che aveva perso e che in lei ne rivedesse movenze a fattezze. Era la cosa più naturale. Ed era una cosa bella. Ma non era comunque comprensibile un attaccamento a quelle montagne, che assumeva quasi la forma di quello a un feticcio in certi momenti. Doveva esserci una spiegazione. Le sfuggiva. Da tempo, da quando, crescendo, aveva iniziato a porsi quelle domande, Anna cercava di cogliere in lui ogni gesto, ogni parola, ogni velato sintomo che lo tradisse. Ma Paolo sapeva dissimulare troppo bene. Anche quando l’aveva lasciata sola con Henrik aveva dissimulato. Non era pensabile che lui fosse felice, al pensiero che lei potesse essere portata via da quel fotografo straniero. Non era pensabile che lui fosse felice all’idea che loro due, Anna ed Henrik, comunicassero scambiandosi foto di montagna su internet. Dissimulava, con grande accortezza e sagacia; ma dissimulava. Non poteva essere diversamente. E ieri sera lei lo aveva addirittura colpito a tradimento. Che errore aver pronunciato quella frase, senza aver contatto fino a dieci prima! Anna non si dava pace all’idea di aver commesso un errore così grave. Il sole si alzava velocemente. Aveva già superato le creste dentate e il canalone aveva subito cambiato tonalità di grigio. Presto sarebbe diventato la grande pietraia bianca su cui la sera prima avevano accompagnato il tramonto del sole. Ritornò dentro. Risalì in mansarda. Il babbo si stava preparando per la ferrata. Era già pronto, addirittura con l’imbrago. Pagarono velocemente il gestore, dopo aver preso un caffè e diviso una tavoletta di cioccolato. E partirono, sapendo che la ferrata era lunga e che il meteo prometteva pioggia per il pomeriggio. Paolo era serio.  Davvero molto preoccupato era il suo sguardo. Lo denotava chiaramente il modo inusuale in cui nervosamente finiva i preparativi. Anna aveva capito tutto. Era evidente la ragione. Era stata la lettura di quelle previsioni che aveva scavato nell’abisso della sua anima quello che lui non riusciva oggi più a dissimulare: paura. Sul cellulare di Anna arrivò una notifica da Henrik. Le aveva chiesto il numero di telefono. Se lo erano scambiato. Il babbo non lo sapeva. Paolo era talmente nervoso e agitato, che non prestò attenzione ai movimenti di Anna che, prima di partire, aveva mandato un messaggio a Henrik. Ora era arrivata la risposta. Anna gli aveva detto che stava partendo e che lo salutava. Henrik ora le rispondeva che voleva rivederla assolutamente prima di tornare in Germania. Anna guardò il babbo. Non rispose a quell’ultimo messaggio. Partirono velocemente, attaccandosi subito al cavo con i moschettoni. La salita era ripida sin da subito. In cordata Paolo stava sempre davanti. Era diverso. Incrociava i moschettoni, sbagliava l’aggancio al cavo al primo colpo. Compiva gesti distratti e insicuri. Arrivarono in cresta e videro sull’altro versante le nubi in arrivo, ancora a distanza di sicurezza. Ma l’agitazione di Paolo crebbe. In discesa perse l’equilibrio più volte. Mai successo. Anna a un certo punto gli chiese se tutto andava bene. Lui disse di sì. Mentiva. Anna non ribatté, non voleva indagare. Per diciotto anni non lo aveva mai fatto. Non lo avrebbe mai fatto nemmeno quel giorno. Ci sarebbe stata una seconda cresta da valicare, prima di iniziare la seconda e definitiva discesa sul pianoro. Quando l’erta si fece dura sulla roccia e ricominciò il cavo, Paolo, per la prima volta da quando andavano insieme in montagna, lasciò Anna andare davanti in una ferrata. Salirono anche su quell’ultima cresta, agganciando e sganciando i moschettoni dal cavo con gesto rapido e nervoso, benché le nubi non mandassero ancora segni preoccupanti. In cima Anna si sedette. Raramente c’è posto per due su una cima. Lì c’era e Paolo si sedette accanto a lei. Mangiarono una barretta. Altro messaggio. Lassù il segnale era perfetto. “Sono arrivato. Quando sarai arrivata in paese anche tu, vorrei salutarti.” Anna guardò il babbo. Paolo aveva capito da chi venivano quei messaggi. Non riusciva più a dissimulare. Era nervoso. Aveva paura. Come avrebbe reagito a una seconda partenza? Se aveva nuovamente saputo dare un senso alla sua vita, tutto era dovuto a quella ragazza meravigliosa che aveva sempre saputo illuminare le sue giornate. Sentiva che la stava perdendo, si chiamasse o no Henrik la causa, fosse italiano o no, fotografo in vacanza o malgaro al lavoro con le giovenche; sapeva che era giusto così, ma non era pronto. Anna gli mise un braccio attorno al collo: “So a cosa stai pensando.”

Paolo non disse nulla, slacciò le cinghie superiori dello zaino, poi quelle inferiori, lo poggiò davanti per terra, aprì la piccola tasca superiore, ne estrasse una piccola scatola bianca. “Adesso sono tuoi. A me non servono più. Sei tu che li devi tenere. Li ho conservati solo per te.” Anna aprì la scatola. Erano gli orecchini della mamma. “Mettili.” Anna li mise. “Ti stanno proprio bene.” Anna era commossa. Non sapeva cosa dire. Era stato tutto calcolato. Su quella cresta sarebbe stato dato il dono del gipeto. “Adesso mi sento veramente libero. E quando rivedrò dal vero quel gipeto che ora porti addosso, ne avrò la conferma. Lo cercherò senza sosta. Prima o poi lo vedrò.” Anna si alzò. Il vento rinforzava. Paolo si alzò dicendo: “Credo sia opportuno scendere: restare qua non è prudente.” Anna sapeva bene cosa intendeva e a cosa pensava. In discesa Paolo tenne la corda più lunga, in modo che Anna potesse stare più lontana. La discesa era meno ripida della salita. Arrivarono al pianoro. Lo attraversarono e iniziarono subito a scendere per lo stesso ripido sentiero, che attraverso il bosco li portava giù in paese. La discesa fu molto veloce per il timore di essere colti dal temporale, che si stava minacciosamente preparando. Arrivati sui prati da cui si vedevano le prime case, mentre i primi radi goccioloni pesanti, ma ormai per loro innocui, iniziavano a scendere, Anna mandò un messaggio a Henrik: “Ci vediamo alle 18 al pub sotto la chiesa.” “Ti aspetto lì,” fu la risposta immediata. Un fulmine si vide in lontananza, lo seguì un forte fragore: “Appena in tempo,” disse Paolo. Anna pensò ad un altro colpo di fulmine. “Henrik mi chiede di andare con lui al pub a bere qualcosa. Abbiamo tante foto da vedere.” Paolo sorrise: “Anna, non mentire a me. Non lo hai mai fatto. Tu hai chiesto a lui di andare a bere qualcosa. E lui ha detto di sì.” Anna non mentiva mai con il babbo. Arrossì. Si vergognava di quello che aveva detto. “Scusa. Hai ragione. Credo che stia … non so come dire.” “Non c’è nulla da dire. Penso soltanto che sia successa la cosa più naturale che possa verificarsi quando una ragazzo e una ragazza si sono conosciuti in un bel posto, hanno capito di avere qualcosa che li può unire e, come dire?, credono di potersi piacere. E, aggiungerei, se questa cosa che vi può unire è la montagna, tu sai che non ti ostacolerò mai. Conoscetevi. Mi sembra un bravo ragazzo.” Anna adesso ebbe il forte impulso di procedere con la sua missione: avrebbe voluto chiedere, ma ormai era inutile. Ormai era chiara la risposta alla domanda che lui teneva segreta da anni: un senso di colpa lo aveva sempre portato lassù, a soffrire, a camminare fino a logorare piedi e scarpe. Il babbo doveva espiare. E l’aveva trascinata come compagna in quel cammino sempre arduo, sempre più impegnativo, con traguardi anno dopo anno, uscita dopo uscita, sempre più elevati. Avevano camminato per ben venticinque ore in tre giorni. In quell’ultima giornata erano state dieci le ore di cammino. I piedi erano pieni di vesciche, avevano sfondato due paia di calze a testa e la ferrata aveva lasciato i suoi segni con vari graffi su braccia e gambe. I capelli erano appiccicati dal sudore; le maglie termiche fradicie sulla schiena. Se dovevano espiare, quella volta avevano espiato abbastanza, pensò Paolo. Basta. È finita. Il cammino è terminato.

Gli amici gli mandarono un messaggio: “Vieni stasera con noi al bar del campeggio! C’è una festa. Ottimo vino, buona musica e tanta bella gente.” Il gipeto ora può finalmente volare libero. Andò alla festa. Anna uscì con gli orecchini della mamma. L’avrebbe rivisto. Doveva rivederlo. Sì: sarebbe tornato lassù solo per quello, solo per ringraziarlo. 

E senza più alcuna pretesa.

 

 

© 2018. Stefano Tramonti

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