I caprioli del monte Trebbio

L’asfalto è di quello brusco. Le fenditure obbligano sempre alla cautela nel salire con la bici da corsa. Le dure rampe del primo chilometro che dal bivio di monte Paolo dopo Santa Lucia delle Spianate portano ai 420m del valico del Castellaccio e poi ai quasi 600m del monte Trebbio offrono maestose vedute, tornante dopo tornante, in questo quadro d’autunno incipiente: Faenza, con le sue case e il campanile del Duomo, si rivela piano piano in lontananza. Città ricca e di antichi blasoni all’epoca dei papi: si fa desiderare. L’aria si pulisce salendo. Il respiro ne gode. La salita è addolcita dalla vista. Nei campi ferve l’attività. Da una vicinale, non visibile, ti saluta il ragliare acuto di un asino. Vita. Vita. Vita. Ovunque tripudio di vita e di alacrità. Quando la rampa si sviluppa solitaria sotto i tuoi pedali, il paesaggio e il suo silenzio ti avvolgono e la natura prende possesso di te i pensieri iniziano a turbinare, portati da quelle immagini. E la mente inizia il suo lavoro, andando e riandando per gli infiniti scaffali del suo archivio.

La civiltà urbana associa l’autunno alla tristezza e alla decadenza, alla fine della gioia intesa come fine delle vacanze estive; ma la civiltà della terra non condivide affatto. Per i latini la parola autumnus è un sostantivo derivato dalla stessa radice di augeo, il verbo che significa “aumento”, “accresco”, “arricchisco”: l’autunno è la stagione in cui la ricchezza si realizza grazie alla fatica nelle arsure estive, esse sì immagine di morte e di devastazione nelle lande assolate, di difficoltà a resistere e sopravvivere per la cronica mediterranea carenza di acqua. L’uomo antico detestava ugualmente gli eccessi nel freddo come nel caldo; ma sapeva apprezzare le gioie della primavera e dell’autunno.

Con questi pensieri arrivo felicemente affaticato en danseuse al valico del Castellaccio. Una curva basta, perché l’aria sia diversa. Faenza non si vede più. Una curva o un tornante in salita o in discesa, in montagna o in collina, possono aprire mondi nuovi e stupirti sempre. Sulla destra, in direzione nord, dominano su tutto i ripetitori del Trebbio. Loro ripetono ciò che non vedi e non senti. Ma ciò che vedi e senti ti richiama alla vita: un fruscio 200 metri davanti a te, un movimento fugace, indistinto. Che poi distingui: un capriolo sul ciglio della strada sta brucando. Sul prato a sinistra un secondo sta invece guardando verso i monti che si stendono a sud, elevandosi lentamente e gradualmente verso il crinale. Sulla sinistra, in direzione sud, ti si spalanca, infatti, la dolcezza unica dell’Appennino. Una dolcezza sua particolare, che va letta, capita e apprezzata. Le Alpi ti si presentano subito ardue nei loro imponenti contrafforti: a luglio da Bassano del Grappa, ai piedi dei monti e alla fine della pianura, sono salito su cima Grappa a 1700m in 23 chilometri. Qui in Appennino in 23 chilometri si sale di 400m, massimo 500. È il valore aggiunto dell’Appennino questa incomparabile dolcezza, è la sua ineffabile “umanità” che ti viene incontro e ti rende facile l’erta, ti rende vario il paesaggio, rende docile ai pedali la montagna stessa. Il primo capriolo cessa di brucare, attraversa velocemente l’asfalto, raggiunge l’altro, insieme scendono per il declivio e scompaiono alla vista tra le erbe alte, incuranti della mia presenza.

Il capriolo corre davanti a me. Sussulta in lui tutta insieme la natura. La sua felicità è la più bella testimonianza della ricchezza e della gioia di vivere dell’autunno.

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