La ciusa ad Sammèrch

Un fiume ricco d’acqua grazie alle abbondanti nevicate perdurate in quota fino ai primi di aprile. Uno sciabordio che urla dalle quattro paratoie tutte aperte. Erba rigogliosa nelle due piazzole con panchine. Due coppiette che si baciano. Persone anziane che guardano e ascoltano l’acqua, come interrogando il tempo attraverso di essa. Ciclisti che sfrecciano veloci con le loro mountain bike. E i due canali che partono verso la città, chiudendola in un abbraccio da nord e da sud.

Questo è un luogo che ha suscitato in me sempre un fascino particolare. Qualche volta vado lì a leggere, come cullato da quell’ancestrale, materno, incessante, regolare e rassicurante sciabordio delle acque del Montone. Quando vivevo a Firenze e venivo d’estate a Ravenna, mio nonno mi ci portava da bambino in bicicletta e si passavano ore sulle panchine con la sua immancabile Settimana enigmistica.

La chiusa di San Marco: qui passo spesso con i ragazzi durante le mie pedalate cicloturistiche scolastiche. Qui prende anima un capitolo di storia della nostra città. Qui Ravenna fu privata dai cardinali legati del suo fiume, il Montone, che la attraversava e che poi fu deviato per ragioni igienico-sanitarie. Oggi per i ravennati del Montone resta solo un nome poco invitante, quello di una strada che ne ricalca l’antico percorso nella topografia urbana: via Fiume Montone Abbandonato. Mai nome più desolante, ma allo stesso tempo più pregno di storia, può avere una strada; meno ipocrita sicuramente dell’Adigetto di Verona. Ogni città deve avere il suo fiume, perché ogni fiume ha questo singolare potere di far “ripassare le epoche della propria vita”. Ravenna è stata dall’uomo privata della sua “urna d’acqua”; le restano i Fiumi Uniti, confluenza artificiale di Ronco e Montone. Non è la stessa cosa. Ma Ravenna resta ugualmente, anche se non ha più il suo fiume, città di acque. Da qui, dalla magia silenziosa della chiusa di S. Marco, partono i due canali che la avvolgono da nord, dove la separano dalle piallasse settentrionali, e da sud, dove la separano da altri specchi d’acqua palustri. Ed ecco che qui alla chiusa di S. Marco mai come oggi l’acqua è protagonista, tanta acqua, come raramente capita di vedere. È questo dato matericamente geografico che mi riporta indietro nel lungo e lento scorrere dei secoli e delle generazioni, mi riporta al ruolo che l’acqua, nel bene e anche nel male, ha avuto per le genti che qui hanno segnato il passare del tempo con le proprie opere: Augusto ,con la Fossa che portava il suo nome e che collegava il porto di Ravenna con il Po; Traiano, con l’acquedotto che, esattamente come oggi, captava le acque in val Bidente; Onorio, che valorizzò al massimo proprio l’elemento acqua, scegliendo Ravenna, difesa naturalmente dall’acqua, come ultima capitale della “pars Occidentis” dell’impero; Belisario, il capo delle forze armate di Giustianiano, che fece di Ravenna, capitale dell’esarcato, il caposaldo della difesa dei domini italici, perché, grazie alle acque, era “akatàleptos” (imprendibile) e “adiàbatos” (inacessibile), come scrive uno degli storici al suo seguito. La storia di questa città nasce dall’acqua e qui l’acqua te lo ricorda, soprattutto quando, come oggi, è tanta e assordante. Forse è questo lo speciale “genius loci” che avvolge questo posto e che gli dà un fascino, che lo rende attraente per quell’anziano che lo ascolta in silenzio o per quei due ragazzi che si baciano accanto alle loro biciclette. Anni fa, in un posto che ricorda un po’ questo, una località che si chiamava Beaulieu, nei pressi di Brive-La-Gaillarde, nel Limousin, il collega Michel, insegnante di italiano della scuola francese che era gemellata con la mia, pronunciò una frase che oggi, solo oggi ho capito nella sua profondità: “Solo se lo ascolti, capisci perché lo chiamiamo Beaulieu, perché questo è veramente un gran bel luogo. Ma forse solo noi lo sappiamo ascoltare”. Probabilmente è per questa ragione che i ravennati vanno spesso alle loro chiuse: lì sentono l’acqua, la sanno ascoltare. Ascoltare! Ecco cosa insegna un luogo come questo: l’arte più bella di tutte. Ascoltare! perché qua è l’unica cosa che si può fare.

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