Confluenze

 

Quanti ci sono passati e ci passano tuttora accanto in bicicletta o a piedi? per fare l’orto, per pescare, per correre, per camminare o per far un’uscita in mountain bike? Il punto in cui il fiume Montone, artificialmente deviato, fa confluire le sue acque in quelle del Ronco mi ha sempre incuriosito, sin da quando mio nonno mi ci portava da bambino durante le passeggiate in bicicletta. Si intravvede appena tra i bambù che crescono alti e lì raramente vengono sfalciati. Faccio una pausa e mi interrogo idealmente un po’ su quale possa essere il Genius Loci che ha suscitato in me interesse per questo puntino nel paesaggio di confine tra città e campagna apparentemente insignificante.

È una storia di miasmi, una storia di dolori, una storia sì di morte, ma anche di vita, quella che in questo luogo, riandando a ritroso con il pensiero, si rivive. Il cardinale legato Giulio Alberoni decise nella prima metà del XVIII secolo di risolvere l’annosa questione delle inondazioni e dei miasmi nocivi, che decimavano periodicamente la popolazione di Ravenna, deviando il corso del fiume Montone, che attraversava la città e in essa spesso ristagnava nei mesi più caldi. E lo cacciò via. Fuori! Alla chiusa di S. Marco un nome, via Fiume Montone Abbandonato, semplicemente “il fiume abbandonato” per i ravennati, ci risveglia dal torpore; eccolo lì, il vecchio Montone, e’ Fiomàz: una strada che lì, a la ciusa ad San Mërch (la chiusa di San Marco), prende un’altra direzione rispetto a quella del fiume attuale, indicando il percorso del vecchio malefico fiume cacciato via dall’uomo. E’ fiomàz: chissà che sia questo il perché del dispregiativo nella toponomastica dei nonni, che indicava via Fiume Montone Abbandonato? Le malattie hanno tenuto per secoli sotto controllo la crescita demografica, che noi abbiamo fatto esplodere con il progresso, con le vaccinazioni, con gli antibatterici, con gli antinfiammatorî, con la penicillina, ma anche con le bonifiche e le grandi opere di regimentazione idraulica come questa. Progresso, salute pubblica. Pochi chilometri più avanti, quella pacifica zona della città, dimenticata dai più, dove il perfetto rettilineo del Montone artificiale si incontra con il tortuoso Ronco, visibile appena dai rivali tra i bambù degli argini, è come immersa nel silenzio, quando, soprattutto nelle giornate estive, la strada bianca del rivale potentemente contrasta con il verde dell’acqua dei due fiumi che si fanno uno e con pallore ceruleo del cielo afoso tipico della bassa padana; proprio allora essa trasuda di storia, di una storia che inizia a finire di essere una storia di malattie e di povertà. Allora la città comincia piano piano ad invertire una tendenza al decadere che perdurava da secoli di isolamento palustre. E ricomincia, lentamente, a crescere. Per Ravenna quei due fiumi, come gli altri, il Lamone, il Reno con i suoi affluenti Sillaro, Senio e Santerno, e più a sud il Bevano e il Savio, sono stati la sua vita. E, con i fiumi, i canali, che l’uomo nei secoli ha moltiplicato in una rete di chiuse che puntellano ovunque la piana ravennate. Raggiungerla per via terrestre era un’impresa, questa città di acque, dove proprio i mulini erano la principale risorsa, non i mercati dell’ortofrutta o i fori boarî, come nelle più opulente piane dell’entroterra, là dove finivano le piallasse e l’acqua della palude cedeva il posto alla terra.

Questa confluenza, dove le acque scivolano sempre lente, discreta tanto che non si fa vedere, che si fa desiderare e cercare, nella sua proditoria semplicità è un piccolo tesoretto di storia per questa città. Qui, in questo paesaggio, modificato con intelligenza dall’uomo per il proprio benessere, si capiscono fortune e sfortune della vicenda umana. Due alvei sempre rigogliosi in primavera, quando le acque scendono dai non lontani monti, poveri e quasi deprimenti nella calura estiva, come quasi tutti quelli di origine appenninica, due corsi d’acqua che si uniscono e, unendosi, guariscono una città da troppi secoli malata e isolata. Che poca fantasia ha avuto l’uomo che li ha modestamente chiamati Fiumi Uniti! Non lo meritano un nome così brutto, così banale, per il ruolo storico che hanno avuto. Eppure la città li deve ringraziare, perché senza di loro forse non ci sarebbe più, sarebbe sparita come Butrio, come Cesarea, come Spina, tra i miasmi delle paludi malsane, come tanti altri nomi dei documenti che non corrispondono più ad un centro abitato. Confluenza di vita. Una bella storia da lì si può additare ad esempio di bene per l’uomo dell’avvenire.

Se domani, a piedi o in bicicletta, sul rivale dei Fiumi Uniti tra il ponte della Ravegnana e il Ponte Nuovo, getterete l’occhio oltre lo schermo dei bambù, ripensate, riandate indietro nel tempo, scavate alla ricerca delle radici e, se trovate nella memoria una traccia, fermatevi; come le palafitte dei capanni impresse in quelle acque che tenacemente non mollano (come se sapessero perché …). Quei bambù, superati dallo sguardo, dipanano i fili del tempo, sono per così dire anche loro una siepe rivelatrice di “interminati spazi”. Ma per capirlo bisogna saper gustare la lentezza del tempo dell’uomo nella lentezza di quelle acque, alte o basse che siano; le acque di un fiume che lambisce una città e ne scandisce la geografia sono sempre ricche di memoria … e di storia. Ascoltiamole in silenzio e comprendiamo per l’ennesima volta quanto siamo piccoli nell’immensità del tempo e quanto dobbiamo essere riconoscenti a chi ha lavorato bene per noi in passato, consentendoci di non scomparire nell’oblio.

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