Il leprotto del monte Chioda

Fare la salita insieme ad un compagno di pedali è una cosa scontata. Si fa in tante occasioni e in tanti luoghi. Farla insieme ad un leprotto è già meno scontata come esperienza. Salgo con il mio rapporto tranquillo, che mi consente di alleviare la fatica e di trasformarla in piacere, gustando un paesaggio, quello del Monte Chioda che possiede quella non rara caratteristica, tipica delle vallate appenniniche, di cambiare radicalmente dopo lo scollinamento: su un versante boscoso e ombreggiato da faggi e poi da abeti, sull’altro brullo ed esposto. Ma è il leprotto che ha, per così dire, vivacizzato quel versante brullo, perché è da lì che sono salito. Uscito da Rocca San Casciano e passato quello che noi chiamiamo il “rampone” con le due impegnative curve al 16%, quando la pendenza si è ammorbidita e il respiro è tornato regolare, è spuntato lui. L’ho visto da lontano in fondo ad un breve rettifilo, sul ciglio dell’asfalto: due lunghe orecchie. Mi ha atteso. al mio avvicinarsi è sparito. Passata la curva, altro breve rettifilo: e lui? Eccolo là, sempre in fondo ad aspettarmi. Mi avvicino e riscompare. Altra curva, altro rettifilo. Non c’è più. Altre due curve. Niente. Sparito. Completo in totale solitudine gli ultimi 3 km di salita e mi avvicino al meraviglioso pianoro sulla sommità del Chioda. Eccolo là! Questa volta le due lunghe orecchie spuntano proprio in mezzo alla strada. Mi permette di avvicinarmi di più questa volta. Il gioco del nascondino gli è piaciuto. Scappa via. Uno scatto fulmineo. Non so perché, ma la sua presenza credo che abbia avuto su di me l’effetto di una sorta di sostanza dopante, proprio quando, dopo la seconda curva, era sparito. Era come se andassi su proprio per cercarlo e non pensavo che al leprotto. Non pensavo alla fatica, non pensavo al sudore che l’aria fresca mi asciugava sotto il windstopper, non pensavo a come proteggermi dal primaverile vento fresco che mi sferzava, quando le curve della provinciale mi costringevano a cambiare direzione. Pensavo solo a lui e scandivo il ritmo della pedalata pensando alla sua corsa a salti e alla velocità con cui ricompariva e nuovamente si smaterializzava. Non lo so se è per quel leprotto, ma la tristezza che mi ha assalito quando sono arrivato in vista delle prime case di Modigliana era forse legata a lui e al sentimento di libertà che la sua figura dalle subitanee apparizioni e sparizioni mi aveva comunicato in quell’ora di salita senza altri ciclisti, senza incontrare auto, senza il fastidio irritante del rombo delle moto, una salita indimenticabile, proprio perché accompagnata solo da un giovane agile leprotto, a cui era piaciuto giocare a nascondino con me. Un consiglio agli amici che praticano cicloturismo e ciclismo amatoriale: non tenete solo gli occhi sul computerino, non pensate solo a medie e statistiche, quando salite su un valico in bici. Pensate che fuori da quell’asfalto, che voi misurate solo a rapporti tra corone e pignoni, c’è anche una vita, un mondo che non sappiamo mai apprezzare abbastanza, un mondo più libero, un mondo dove si sa ancora giocare a nascondino. Solo per questo il leprotto del Chioda mi si è impresso nella memoria. Non per altro.

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