Tre mesi fa a quest’ora riportai a casa la mamma che, dopo essere stata in ospedale tutto il giorno con te, era molto stanca. Mi stringevi la mano. Sapevi che le forze ti stavano lasciando. Lì rimase con te Maria Teresa. La mamma non poteva essere lasciata sola. Io a casa mia, lei a casa sua, ma vicini, non dormimmo ovviamente quella notte. Aspettavamo la chiamata ed eravamo lì con te. Chiamata che arrivò alle 5 del mattino. Sappi che da allora ogni giorno indosso qualcosa di tuo: è come averti sempre con me; e oggi ho guardato insieme a te quella Parigi – Roubaix che tu non avresti perso per nulla al mondo. Anche in bici oggi pensavo a te, che sulla bici mi portavi a scuola da bambino ogni giorno e mi venivi a riprendere la sera. Quant’era bello attraversare al buio la città scomodamente seduto sul cannone della tua Legnano! È uno dei ricordi più belli. Tre mesi sono passati, ma tu sei sempre qui. Tutto respira di te.
Eredità
Se di là c’è un altro mondo più bello di questo, tu là sarai sicuramente un grande principe. Vola, vola, vola più in alto che puoi. La tua anima buona e giusta lo merita. Non preoccuparti per noi. Qui dentro, nel nostro cuore, tu resti; nel nostro cuore non lasci vuoti; al contrario, ora il cuore è pieno più che mai, pieno di cose belle, dei ricordi belli, dei momenti felici, dello sconfinato amore che la tua immensa umanità ci ha dato.
Il nostro cuore in questo momento è come un opaco bosco di montagna, che è stato come squarciato da un veemente raggio di sole, dopo aver vissuto lunghe stagioni di tetra malinconia nella sofferenza, una sofferenza lunga, che, come fanno sempre i boschi di montagna, anche tu hai saputo affrontare con invidiabile forza e con quella dignità propria dell’uomo. Un vero esempio. Il dolore, il male, la tristezza hanno tentato invano di celare tutto il bene che il tuo cuore possedeva, ma con i tuoi occhi, pur stanchi, tu hai sempre parlato a noi, fino alla fine, fino a quella mano con cui tu hai tentato sempre di stringere le nostre, che mai ti sono mancate nelle ultime eterne e tristi ore, quando cercavamo inutilmente di nasconderti le nostre lacrime. Era il tuo dolore ad addolorare anche noi. Tu ora, finalmente, dopo lunga immeritata agonia, stai bene; noi lo sappiamo. E il bene che ci hai offerto a larghe mani ora è il signore del nostro cuore.
Grazie.
Privilegi
Ci sono momenti in cui si comprende la pienezza del vuoto, la ricchezza della povertà, l’euforia della malinconia, la gioiosa fragranza e il meraviglioso splendore di ciò che in apparenza è insipido, scialbo e opaco. Ma sono intermittenze dell’anima che è pregio e onore di pochi saper cogliere. Invidiare questi pochi privilegiati è umano. Ma cercare di cogliere quegli attimi è una dipendenza da cui non ci si riesce a sottrarre facilmente.
Indovinello
Sembra che vada e venga. Ma è sempre lì in realtà. La chiamano in tanti modi. Ti prende quando non te l’aspetti. Se tu ti adeguassi alle convenzioni culturali, non la vorresti avere, ma, quando ti assale, con lei non stai poi così male. Sarà anche una malattia per qualcuno, ma riempie comunque dei vuoti, vuoti di affetto, vuoti di umanità, vuoti di amicizia, vuoti di spensieratezza, vuoti di giovialità, vuoti di socialità, vuoti di ilarità, vuoti di confidenza, vuoti di compagnia … vuoti di amore.
Prima la combattevo; adesso mi affido a lei. Mi lascio cullare da lei, nei pensieri, nelle parole, nelle pagine, nei libri, nella musica, nelle passeggiate, nelle pedalate. Sarà anche una malattia per qualcuno, ma senza di lei non avrei capito tanti arcani della vita, senza di lei non sarei quello che sono, senza di lei non avrei compreso il senso profondo di tanti comportamenti e atteggiamenti miei e altrui, senza di lei, in breve, sarei peggiore.
Lei mi culla come un bambino. Gioca con me. Nelle sue mani mi sento sicuro. È la mamma dell’adulto: se non ci fosse lei, la mia aggressività, quell’aggressività d’indole che da sempre nella mia vita va su e va giù, compare e scompare, mi avrebbe indotto tante volte nell’errore. Lei mi guida. Lei mi protegge.
Ogni tanto non mi fa dormire; ogni tanto mi induce a cambiare fianco sul letto. Fa la birichina. Ti fa vedere ciò che non vorresti, immaginare ciò che non vorresti, ambire a ciò che non vorresti, desiderare ciò che non vorresti. Ma tu sai che lei in quel momento sta scherzando con te.
Nel deserto dell’esistenza lei, così bistrattata da tutti, è per me una sicurezza. In questa fitta pienezza di vuoti senza di lei non sarei quello che sono.
Voi che la chiamate malattia, imparate piuttosto ad amarla, a capirla e a convivere con lei; ma soprattutto imparate a chiamarla con il suo nome.
La Signora in grigio
Una passeggiata mattutina tra la nebbia è una passeggiata tra odori di foglie cadute, lentamente marcescenti, che sulla ciclabile hanno creato un letto colorato, un letto di luce che ti guida, ti segna il cammino che si perde dove lei ti impedisce di vedere, ma che tu conosci bene. Passa uno che corre con le cuffie. Passa un altro con le cuffie pure lui. Nessuno parla. Attraverso la strada e dalla ciclabile di periferia salgo sul rivale del Montone. Sfreccia un ciclista con passamontagna sotto il casco. Passa una signora con un bel golden retriever, una macchia di luce potente nel grigio imperante. Passa un altro che corre. E poi ne passano altri due, un ragazzo e una ragazza, insieme silenziosi. E poi due che camminano veloci con gli occhi sul telefonino, silenti loro pure, ma attenti e vigili. Nessuno parla. Là davanti solo il golden retriever si vede ancora. Camminatori, corridori e ciclisti sono spariti nel nulla. Silenzio. Nessuno parla. Le microscopiche goccioline si accumulano sui capelli, sui vestiti, sui guanti, piano piano diventano gocce, e si depositano anche loro sulle foglie. Nessuno parla. La Signora in grigio avvolge tutto, ovatta tutto, zittisce tutti senza dare nessun ordine; quando lei comanda così dolcemente, il mondo è diverso, sembra più lento, più sereno, più riflessivo, … chissà? forse anche più buono. Sin da bambino ho sempre adorato questa nebbia e questo paesaggio della bassa padana di cui lei adesso è signora, da tutti silenziosamente rispettata. Questa notte ho sognato i miei cari che, silenti e felici, nella nebbia mi sorridevano. E ora li rivedo, li risento, grazie alla Signora in grigio che mi fa dialogare con loro. Questa notte ho sognato lei che nella nebbia mi accompagnava, mano nella mano. Sorrisi e silenzio e tanta gioia nel cuore. Grazie alla Signora in grigio ora non mi sento solo. E procedo.
Purificazione
Intridermi di pioggia passeggiando, mentre ci si chiude in casa e i camini cominciano a fumare, è bello, panico, atavico, ancestrale, primigenio … è gioioso.
Intridermi di pioggia passeggiando, mentre gli ultimi ritardatari tornano a casa per la cena, mi consente di apprezzare da fuori ciò che dentro ormai manca a me.
Intridermi di pioggia passeggiando, mentre le grondaie scaricano acqua sui marciapiedi e questa prende rumorosamente la direzione delle caditoie, ricorda il ruolo antico di questo elemento, il suo fluire incessante, e ciò che esso ha significato per generazioni e generazioni di uomini: la loro storia, il più misterioso e intrigante tra i viaggi di sola andata.
Intridermi di pioggia passeggiando, mentre l’acqua entra dappertutto in me, ricorda la mamma, la vita, la figlia, ricorda con le gocce che solcano il viso la bellezza che amai e che rivorrei con me, accanto a me, al mio braccio, la serenità che mano nella mano a lungo mi guidò (… e ora mi guida, intridendomi, facendomi suo).
Intridermi di pioggia passeggiando, mentre le luci dei fanali si sdoppiano nei riflessi dell’asfalto, ricorda come tutto possa rigenerarsi facilmente, come tutto possa essere fluido e sempre nuovo, ringiovanire scorrendo, moltiplicandosi e assumendo forme nuove e varie, come è giusto che sia nella vita, negli elementi.
Intridermi di pioggia passeggiando, mi ricorda che l’acqua è donna e che la vita è donna e senza la donna non è vita.
Intridermi nell’acqua passeggiando, mentre i pensieri divorano il tempo scandito dal passo e dal tonfo nelle pozze di perla, è gioia inesprimibile, fantasia dell’anima, sogno, estasi, ebbrezza nel cuore.
Intridermi di pioggia passeggiando mi fa amare la vita, quella che ho, quella che non ho più e quella che vorrei, rivorrei, in un rito di catarsi in cui tutte le ubbìe si annullano.
Ma è solo sogno. Fugace sogno. L’unica realtà è l’acqua che intride, entra, scava, pulisce, ripulisce, rinnova, seppur per poco. Quanto è bella questa donna che ti intride, questa donna che è la pioggia. Come vorrei essere sempre tenuto avvolto nel suo sicuro e caparbio abbraccio di vita!
Tripudio
Punti di vista. Le nubi si alzano dopo le tante ore di pioggia a fondovalle e svelano cime bianche in alta quota. Il gorgogliare dell’Ansiei rigonfiatosi è diventato un urlo di gioia. Una capinera impaurita per essere finita nel camino di casa mi ha come ringraziato di averla presa e rimessa in libertà, svolazzando felice sotto la pioggia e trasmettendo la stessa felicità a me e a mia figlia Laura. Mentre spacco un po’ di legna per questa sera (l’umidità richiede pezzi più piccoli), l’erba alta del prato della radura non sfalciato, con il suo ondivago agitarsi, tradisce la presenza di un animale del bosco (una volpe? sono numerose qua) che l’acqua rendeva felice. E l’odore inebriante del bosco bagnato che inonda e pervade tutto? E lo chiamano maltempo … per chi cerca di capirlo, quello che ci impedisce di divertirci affollando impianti e rifugi o affannandoci su strade per raggiungere ristoranti e alberghi, quello che per alcuni è ostacolo anche per la più semplice passeggiata è invece solo un segno dell’eterno ciclo di sospensioni e rinascite della vita. A me piace intridermi di vita e sono uscito e mi sono bagnato con Spotty che trotterellava felice anche lui. E godo anch’io di questo vivere in questo tripudio di natura. Punti di vista. Sono solo punti di vista.
Il “garofano”
Fascino
La ciusa ad Sammèrch
Un fiume ricco d’acqua grazie alle abbondanti nevicate perdurate in quota fino ai primi di aprile. Uno sciabordio che urla dalle quattro paratoie tutte aperte. Erba rigogliosa nelle due piazzole con panchine. Due coppiette che si baciano. Persone anziane che guardano e ascoltano l’acqua, come interrogando il tempo attraverso di essa. Ciclisti che sfrecciano veloci con le loro mountain bike. E i due canali che partono verso la città, chiudendola in un abbraccio da nord e da sud.
Questo è un luogo che ha suscitato in me sempre un fascino particolare. Qualche volta vado lì a leggere, come cullato da quell’ancestrale, materno, incessante, regolare e rassicurante sciabordio delle acque del Montone. Quando vivevo a Firenze e venivo d’estate a Ravenna, mio nonno mi ci portava da bambino in bicicletta e si passavano ore sulle panchine con la sua immancabile Settimana enigmistica.
La chiusa di San Marco: qui passo spesso con i ragazzi durante le mie pedalate cicloturistiche scolastiche. Qui prende anima un capitolo di storia della nostra città. Qui Ravenna fu privata dai cardinali legati del suo fiume, il Montone, che la attraversava e che poi fu deviato per ragioni igienico-sanitarie. Oggi per i ravennati del Montone resta solo un nome poco invitante, quello di una strada che ne ricalca l’antico percorso nella topografia urbana: via Fiume Montone Abbandonato. Mai nome più desolante, ma allo stesso tempo più pregno di storia, può avere una strada; meno ipocrita sicuramente dell’Adigetto di Verona. Ogni città deve avere il suo fiume, perché ogni fiume ha questo singolare potere di far “ripassare le epoche della propria vita”. Ravenna è stata dall’uomo privata della sua “urna d’acqua”; le restano i Fiumi Uniti, confluenza artificiale di Ronco e Montone. Non è la stessa cosa. Ma Ravenna resta ugualmente, anche se non ha più il suo fiume, città di acque. Da qui, dalla magia silenziosa della chiusa di S. Marco, partono i due canali che la avvolgono da nord, dove la separano dalle piallasse settentrionali, e da sud, dove la separano da altri specchi d’acqua palustri. Ed ecco che qui alla chiusa di S. Marco mai come oggi l’acqua è protagonista, tanta acqua, come raramente capita di vedere. È questo dato matericamente geografico che mi riporta indietro nel lungo e lento scorrere dei secoli e delle generazioni, mi riporta al ruolo che l’acqua, nel bene e anche nel male, ha avuto per le genti che qui hanno segnato il passare del tempo con le proprie opere: Augusto ,con la Fossa che portava il suo nome e che collegava il porto di Ravenna con il Po; Traiano, con l’acquedotto che, esattamente come oggi, captava le acque in val Bidente; Onorio, che valorizzò al massimo proprio l’elemento acqua, scegliendo Ravenna, difesa naturalmente dall’acqua, come ultima capitale della “pars Occidentis” dell’impero; Belisario, il capo delle forze armate di Giustianiano, che fece di Ravenna, capitale dell’esarcato, il caposaldo della difesa dei domini italici, perché, grazie alle acque, era “akatàleptos” (imprendibile) e “adiàbatos” (inacessibile), come scrive uno degli storici al suo seguito. La storia di questa città nasce dall’acqua e qui l’acqua te lo ricorda, soprattutto quando, come oggi, è tanta e assordante. Forse è questo lo speciale “genius loci” che avvolge questo posto e che gli dà un fascino, che lo rende attraente per quell’anziano che lo ascolta in silenzio o per quei due ragazzi che si baciano accanto alle loro biciclette. Anni fa, in un posto che ricorda un po’ questo, una località che si chiamava Beaulieu, nei pressi di Brive-La-Gaillarde, nel Limousin, il collega Michel, insegnante di italiano della scuola francese che era gemellata con la mia, pronunciò una frase che oggi, solo oggi ho capito nella sua profondità: “Solo se lo ascolti, capisci perché lo chiamiamo Beaulieu, perché questo è veramente un gran bel luogo. Ma forse solo noi lo sappiamo ascoltare”. Probabilmente è per questa ragione che i ravennati vanno spesso alle loro chiuse: lì sentono l’acqua, la sanno ascoltare. Ascoltare! Ecco cosa insegna un luogo come questo: l’arte più bella di tutte. Ascoltare! perché qua è l’unica cosa che si può fare.
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