Geografie

Le rare giornate in cui dal ponte della Cella o, ancora meglio, dal rivale del Ronco verso la chiusa di S. Bartolo(meo), grazie al cielo terso si riescono a vedere le montagne, con il profilo inconfondibile del Sasso Simone e del Simoncello, del monte Titano a ovest e le due gobbe del monte Mauro nella vena del Gesso ad est (che non ho visto, ma mi assicurano che si vedono), fanno sembrare queste depresse bassitudini un po’ meno depresse.

Tra i pini

Oggi lì, nel silenzio, tra i pini maestosi e vigili, abbiamo parlato dei viaggi in montagna, di quel giorno in cui sullo Stelvio ai primi di agosto trovammo la neve e mi fotografasti con la berretta di lana, imbacuccato come fosse Natale. Ce l’ha la mamma nell’album quella foto. L’abbiamo vista ieri. Ti ho ricordato che ci arrivammo con la Fiat 850, con la levetta dello starter per metterla in moto; pensa, ti ho detto, che oggi, se non hanno il suv 4×4, non si ritengono adatti ad arrivarci. Sono sicuro che hai riso. Ti ho sentito. E qualcuno l’ha chiamato “cenere muto” … Tornerò ancora, te lo prometto, perché, tu ben lo sai, io amo questa terra che ti ha generato e che mi ha generato e non sono certo di quelli che vanno “sempre fuggendo di gente in gente”, e parleremo sempre così, franchi e sereni, come sempre, io e te, lì tra quei meravigliosi pini, maestosi e vigili. E che questa lacrima, che mi è scappata su di te, scusami, arrivi almeno fino a te. No. Non doveva scappare. A presto. Ciao, babbo.

Alla fontana di Bertinoro

Pillola odierna di varia umanità. Incontro alla fontana di Bertinoro (per il quale lascio a voi trovare alla fine l’aggettivo giusto): un ciclista turista (non cicloturista) di Milano, in soggiorno a Cesenatico, età indefinibile per via della “mise” decisamente aggressiva (divisa nera Team Sky, occhialoni neri fascianti sopracasco), ma direi giovane, forse sui 30. Bici fascia professional di valore decisamente alto non solo con telaio, ma anche cerchi e manubrio in carbonio. Fisico ben strutturato, con penosi tatuaggi milanisti sui polpacci. Dopo avermi detto che la riviera romagnola è bella perché “piena di gnocca buona, come dite voi” (mi vengono i goccioloni quando assisto a questi interscambi culturali …), avermi decantato le meraviglie delle vicine di ombrellone e avermi detto che ci ha già provato con tutte, ma nutre ancora speranze (eh beh, se forse venisse un po’ meno a Bertinoro, forse …, penso tra me e me), insomma, dopo aver parlato a macchinetta per un bel po’, mi fa lui una domanda: “E tu da dove vieni?”. “Da Ravenna”, rispondo io, “un po’ più lontano di Cesenatico”. “Ravennaaaaa, noooo, miiiii…a, sei venuto in bici da laggiù? ma è lontano un casino … Però è un bel posto, sai, ci sono stato, non lì lì, lì vicino, lo conosco bene: Modica, Capo Pachino, una meraviglia, e anche là la gnocca mica scherza …” “Credo che tu ti stia confondendo con Ragusa”, gli dico io. “No no. Ma cosa mi dici? Nel mio palazzo c’è uno che ha la macchina targata Ra. RA uguale Ragusa. L’ha detto anche il portiere di giorno. RA uguale Ragusa.” Non sapevo se piangere o ridere. Ma ero talmente abbattuto che sarei stato per salutarlo e andarmene, lasciandolo nella sua beata ebetudine fatta di queste marmoree sicurezze topografiche, se non fosse stato ancora lui, il logorroico esperto geografo, a fermarmi di nuovo e, con un po’ di perplessità nel tono della voce, a chiedermi: “Ma la tua auto, quella di Ravenna, come fa di targa?” “RA. Ra uguale Ravenna”, rispondo già con gli scarpini agganciati ai pedali e pronto a svincolarmi dal geografo. “Ah, ciao Ravenna! Facciamo un selfie?” e mi scatta una foto con il flash acceso in pieno sole a 20 cm dagli occhi, rischiando anche di farci cadere tutti e due con la liberatoria pacca sulla spalla. Ecco fatto. Fine della storiella or ora vissuta. Ora trovate voi l’aggettivo per il personaggio, che credo di avervi sufficientemente caratterizzato.

Pescarzo

Passare una notte in un paese arroccato, dalle case accatastate e appoggiate l’una all’altra, che ti riporta a ritmi e usi cui non siamo più avvezzi serve, ritempra e fa anche pensare. Il paese è Pescarzo, frazione situata 4 km sopra Capo di Ponte. Lungo la strada uno dei siti di incisioni rupestri preistoriche dei Camuni. Gli strati della memoria.

Un insegnamento

Mio babbo mi ha insegnato una cosa: quando si è in vacanza, si deve apprezzare sempre chi lavora per farti godere quella vacanza. Perciò, se ricevi un servizio e ne sei contento, oltre a pagare il dovuto, devi anche sottolineare la cosa, ringraziare il titolare, apprezzare apertamente di fronte a lui quanto di buono hai avuto, gratificare i dipendenti anche con un sorriso e non solo con la fredda mancia. Lui lo faceva sempre per riconoscenza nei confronti di chi, lavorando nel turismo – e non sempre guadagnandoci – fatica, rischia e si dà da fare per farti divertire. Facciamolo, su! Un grazie con un bel sorriso non ha una tariffa alta.

Alla ricerca

Abbandonare il traffico della provinciale a San Lorenzo in Noceto, salire in costa da Marsignano al valico dei Baccanelli, proseguire in costa fino al Montecolombo su una delle strade più belle del nostro Appennino, scendere su Rocca San Casciano e risalire sui Baccanelli da Pieve Salutare, tutto in totale e beata solitudine, senza auto, senza fenomeni della domenica millantanti prodezze al limite del probabile, senza gli odiosi mototerroristi, solo con la ragazza che silenziosa faceva danzare la catena su e giù per la cassetta pignoni, quasi mi chiedesse scusa se il clic del cambio aveva fatto troppo rumore, solo con il fruscio del vento nel caschetto in una splendida giornata di sole terso con 25-26° di temperatura … vi dirò, è esperienza tale che, quando arrivi all’auto, giù nelle schifose, depresse, torride e umidicce bassitudini, vieni sopraffatto da enorme tristezza.

In breve …

Quando uno inizia un discorso dicendo “Io penso …”, fermatelo lì. Ha già qualcosa sopra la media. Da lì in poi può solo scadere.

Cicale

Sono loro che risvegliano la memoria. In un sentiero di pineta. Uno scoiattolo attraversa la strada e scompare nel fitto sottobosco. Una lepre scavalca agile un fosso. E i fenicotteri rosa, che in numerosa colonia popolano gli stagni, definiscono i contorni della pineta. Ma lo scoiattolo, la lepre e i fenicotteri si vedono. Loro non si vedono. Eppure riempiono lo spazio. Il loro non è un suono qualsiasi, non è un rumore, non è un verso: il loro diventa per me il canto della memoria, che mi illumina, che mi riporta bambino, che mi fa ritrovare accanto a te. Con te che pedalavi e che mi portavi con la tua bici attraverso i vialetti della pineta verso la spiaggia. Non mi piaceva la spiaggia, ma quella pineta quanto l’ho amata, su e giù con la mia bici! Uno spazio accogliente di terra e sabbia, di rovi e pini tra l’umanità festante del paese e quella vociante della spiaggia. Tra di loro, in mezzo a loro, che non vedo, che possono essere ovunque. Immerso nel loro canto, incessante, ora più forte, ora meno, ma sempre tale da riempire lo spazio, oggi come ieri. Assordante nella memoria, adesso. Dolce perché mi ha riportato a te. E non riempie solo lo spazio. Adesso riempie il tempo, ne connette passato e presente. E lo riduce ad un nulla. Cantate, cicale, assordate tutto! Voi siete la spina che ora mi ricarica alla dolcezza che l’amore di un padre mi ha fatto conoscere, amare, rispettare, conservare, ricordare per sempre.

Per Enzo Bettiza

Se volete capire la Dalmazia e la sua complessa storia leggete, come ho fatto e piacevolmente rifatto pochi anni fa, Esilio di Enzo Bettiza. Le pagine sulla storia della propria famiglia sono forse le più belle: attraversano il periodo napoleonico, poi asburgico, fino alla tragedia che ha coinvolto gli italiani di Dalmazia nel secondo dopoguerra. Sono pagine talmente particolari – come del resto particolare era anche lo stile dell’autore nei pezzi giornalistici – che non è possibile descriverle qui: coinvolgono, catturano, aggrovigliano il lettore in una rete di relazioni con la storia di quel mondo che era unico e che la slavizzazione forzata condotta da Tito ha cancellato per sempre. La Spalato della gioventù dell’autore diventa una città incredibile nelle sue pagine, retaggio tardivo di quella vitalità decadente e morente che fu della Mitteleuropa, dell’Austria Felix, là dove una peculiare osmosi culturale, generatasi dalla sincrasia tra contributi dell’est e altri dell’ovest, si è sempre chiesta cosa degli uni potesse vivificare gli altri, senza rendersi conto che sia da est sia da ovest si stava tramando la sua fine, con lutti e tanta, tantissima tristezza e dignitosa sofferenza. Terra di grande letteratura, forse anche perché terra di domande continue, di ricerca di radici, di identità culturali in continua evoluzione in un dialogo che allora sembrava – illusoriamente, possiamo dire con quel senno di poi che ha il potere di rovinare sempre tutte le cose più belle – possibile.
Sit tibi terra levis.

“La mafia non esiste”

Passano i decenni, fra poco anche due secoli, ma la verità è che dal 1861 siamo ancora qui a discutere se esiste o no la mafia. Una delle cose più divertenti, quando hai occasione di parlare con uno straniero che per lavoro o per turismo viene in Italia, è smontare tutti i castelli di carte che nella sua testa si è fatto a casa sua, leggendo libri o guardando film: perché dovrai spiegargli che è tutta un’invenzione quella della mafia, che la mafia non è mai esistita; che il popolo italiano è amante delle tradizioni di famiglia, della buona tavola e del campionato di calcio; che davanti ad un buon piatto di pasta non ci sono distinzioni di classe, di ceto sociale, di credo religioso o politico; che aiutare per avere un posto un amico che ha bisogno non è un sopruso verso chi avrebbe meritato sulla carta quel posto, non è mafia, ma è sano rispetto dei buoni valori della vita. Se ci riesci, sei un grande.

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