I caprioli del Castellaccio

La strada che esce da Faenza ti accompagna tra filari di viti e kiwi fino a Santa Lucia. Si lascia la trattoria Manuelì, un piccolo pezzo di storia della Romagna enogastronomica, che resiste con successo; e poi si arriva al bivio di Oriolo. Che si fa? A destra su per Pietramora tra gli ulivi del Brisighello o dritto verso il Castellaccio e poi verso il Trebbio? Sganci i pedali e pensi. Ne hai tutto il tempo. Nel silenzio, all’ombra dei faggi che rassicurano le tue scelte. Quando la collina in questi bivi costringe alle scelte tra posti così belli nello sfavillio autunnale, l’animo avverte ondate di gioia e si pervade di quegli odori, di quei colori che il soffio del vento unisce a quello dell’anima. Allora fiducioso ti affidi a questa ispirazione che non capisci, non vuoi nemmeno capire. Forse non dovresti nemmeno cercare di capire. Vada per il Trebbio, anche se ci sarà quella rampa dura all’inizio. I colori ti invadono dappertutto, ti circondano, fanno di te e della tua divisa bianca e azzurra una macchia tra le tante su quella tela, sia nei pendii battuti dal sole d’ottobre, ancora tenace e coriaceo, sia in quelli in ombra, dove la bici segue sinuosi profili curvilinei, che hanno un potere sempre particolare sui loro correlati oggettivi: il giallo precoce, il verde tenace, il rosso del trascolorare di fronde infondono nell’anima un senso di pace e di speranza, di forza e di fiducia, che fanno passare le due rampe al 16% senza neanche accorgersene. Si arriva ai primi tornanti del Castellaccio e il paesaggio, mentre la bicicletta sale e suda con te, affianca alla fatica dell’erta la visione delle lontane case della città e di qualche svettante, solitario campanile. Il silenzio del pomeriggio di metà settimana è interrotto sulla tela solo da qualche figura di personaggi al lavoro: un trattore che passa, qualche agricoltore che controlla le vigne dopo la vendemmia, qualcun altro che attende i kiwi per iniziare la raccolta. Silenzio. Solo la ricerca di agilità su quei pignoni là dietro, che vorresti non finissero mai, lo rompe con i clic sul cambio. Altro non si sente. Brusco l’asfalto, imperfetto nel suo grigiore: ma lì non nuoce che sia così. Rare, rarissime le auto. Il bello dell’Appennino è la pluralità di strade che in queste occasioni, soprattutto in autunno, offre in uno stato idillico di pace quasi arcadica, nella totale immersione nel paesaggio, senza motociclisti, senza autobus, senza file di camper asfissianti di gasolio, come ormai è regola sui maestosi passi dolomitici, blasonati e belli solo da guardare in tv al passaggio del Giro, quando invidi quei corridori che possono goderseli senza auto. Il bello dell’Appennino è il modo in cui dona colori a piene mani in ottobre. Rallento. La fatica inizia a farsi sentire negli ultimi tornanti. Il Castellaccio non è lontano. Rallento e ascolto l’anima che ha qualcosa da dire. Il vento accarezza il casco, entra tra le fessure. Il soffio del vento comunica sempre con quello dell’anima. Ascolto. Perché so che, quando avverto questa sensazione, succede sempre qualcosa di importante. Procedo lentamente, animale nel paesaggio, animale tra gli altri animali, non mi sento intruso. So di non far del male con la mia presenza discreta, silenziosa, rispettosa. Sono fiducioso del mio procedere e della mia salita, lenta, en danceuse. Il vento mi continua ad entrare tra le fessure, oltre che nel casco, anche sul torace, che denudi a lui nell’illusione di traspirare meglio. Si tratta di un vento più fresco. Dal bivio con la strada dell’eremo di Monte Paolo sono salito di 300m in 4 km, molto irregolari, fatti di strappi nervosi, secchi. Ma so che dopo il Castellaccio non sarà più così. So che dopo si aprirà un altro mondo lassù. Il vento comunica ricordi dolci, porta serene immagini: una spiaggia, un aquilone, il nonno, me bambino; e poi un lago, una barca, un lido, un prato, con l’altro nonno; e poi dei corvi, le rocce del Grossglockner, e i miei genitori. Sempre vento, vento del Tempo, che comunica con gli spazi, spazi diversi, spazi di fiduciosa forza nel futuro. E la gamba va. Ha avuto un dono dalla memoria. È questo il doparsi più bello. Ultima rampa; poi al Castellaccio spiana, dicono tutti. Non sarà esattamente così, ma un po’ di verità possiamo concederla ai redattori di itinerari. La fatica non si sente più. La memoria interviene sempre; e lo fa foriera di forza. Il pedale gira sicuro. Ha trovato il suo ritmo. Sui pignoni la catena ha trovato pace. La gamba va.

Castellaccio. Finalmente. Una curva in ombra tra due possenti querce, con il loro codazzo di faggi, una di qua e una di là dalla strada ora molto più stretta. Sembra di passare sotto un’antica porta naturale. In effetti si tratta veramente di un’esperienza molto particolare per il ciclista scoprire cosa avviene, appena passata quella curva ombreggiata dalle due antiche querce.

Si apre un pianoro aprico che sostituisce al coltivi di prima, paesaggio costruito dall’uomo, prativi e pascoli, modellati solo dal vento e dal Tempo. Mi fermo come se fosse uno scollinamento. Non devo scendere. Non devo mettere né antivento, né mantellina. Non voglio. Anzi, abbasso ancora di più la zip della maglia: voglio in me la forza di quel vento. Il sole domina su tutto il pianoro. Due sole case: una abitata; l’altra dall’aspetto abbandonato. Un rumore da lontano. Una scena che, se noi non sapessimo che lì può semplicemente e naturalmente verificarsi, sarebbe descritta come d’altri tempi: si avvicina un calesse trainato da un asino, guidato da un signore giovale con un grande cappello a larghe tese, che saluta agitando il frustino: “Salùt! U’s cmênza a stè bên. L’era ora!” “Ah si – rispondo – mo da vnì so l’è dura li stes, nêca s’un’è brisa chëld”. “Aj’ò propi vest. Tci za cot e’ tot, pront da magnè”. La battuta non è nuova, ma gli do soddisfazione e rido. L’asinello riprende la marcia; lo aspetta in discesa la strada che ho appena fatto in salita. Non sembrava condividere la giovialità di chi lo stava conducendo.

Riaggancio il casco, rimetto i guanti, riaggancio gli scarpini. E via. Iniziano i saliscendi in quota che dal Castellaccio portano al Trebbio. In 7 km si salirà di appena 250m, passando dalla valle del Samoggia a quella del Marzeno. Luoghi praticamente sconosciuti a chi romagnolo non è. Strade battute da un sole complice con te del segreto che custodisce. In questo paesaggio unico, costituito dal pianoro in quota, si sta come sospesi tra due vallate. Gli alberi sono rari. I pascoli costituiscono la nota dominante. In questo paesaggio si assapora come in pochi luoghi il significato del ruolo di noi esseri umani nell’ambiente: elementi tra gli elementi. Salendo di quota, tra strappetti nervosi e brevi discese, siamo costretti ad entrare in una comunicazione che solo chi ama la montagna riesce a comprendere. Il silenzio, nota dominante, ti insegna che questa comunicazione è costituita solo di due elementi: ascolto e rispetto. Per ascoltare e rispettare non occorre esibirsi a parlare; non occorre alzare la voce; non occorre niente di ciò che hai già, anche se non lo sai; è sufficiente sapere valorizzare il silenzio, che ti parla con una voce che alla partenza, tra le ultime case della città, non avrebbe mai potuto utilizzare: il soffio del vento che sibila tra le fessure del casco. Da sempre, dopo aver percorso migliaia di chilometri su queste strade, non appena l’erta prende quota, ho imparato ad avvertire una voce che parla non solo in quel vento, ma anche negli odori che ti pervadono. Il momento della fatica del salire, fatto di lenta inspirazione e lunga espirazione, è quello in cui quel paesaggio entra in te, ti pervade e viene poi restituito con atto di riconoscenza al territorio di cui fa parte. Qui si pratica prima ascolto, inspirando, poi rispetto, espirando. Ma bisogna venire su da soli per comprendere tutto questo. Sono esperienze dello spirito, non facilmente comunicabili. Da vivere. Un atto d’amore che si può vivere con il senso del sacrificio, del dolore, della conquista. Quando i muscoli potranno rilassarsi, finalmente liberi, avrai il premio meritato.

E il premio non tarda. Eccoli lì. Meravigliosi. I caprioli del monte Trebbio. “Attenti ai caprioli. Possono far paura. Sono pericolosissimi. Spuntano all’improvviso e ti fanno cadere, i maledetti.” La voce popolare è impietosa contro di loro, quando prende le forme dei cicloamatori da bar della domenica. Non sa ascoltare, non sa rispettare. Inspira ed espira smog e aria diversa da questa. Mi sono fermato a circa 40 m da loro. Due sono a destra sul bordo della strada, uno a sinistra in mezzo ai prati. Sgancio i pedali. Scatto una foto. Da lontano purtroppo viene sgranata con il telefonino di generazione troppo vecchia. Ma si vedono tutti e tre. Non importa. Sono troppo belli: resteranno nella memoria, anche se non nel telefonino. Smonto e a piedi mi avvicino. Mi viene da sorridere. Rimettendosi a girare la ruota anteriore, riparte il contachilometri e segna una media, quella che poi nei bar viene confrontata tra patiti del tecnociclismo. Sarei proprio curioso di sapere, giù a Modigliana, alla fine della discesa che dovrò compiere, come verrebbe analizzata questa di una bicicletta portata a mano. Mi diverte la cosa. Mi diverte perché non mi sento adesso elemento di quel paesaggio, ma elemento di questo paesaggio. I caprioli non scappano, mentre mi avvicino lentamente a loro con la bici a mano. Questa è la prova. Mi avvicino ancora. Sempre lì: due a destra sul ciglio della strada, uno a sinistra più distante in mezzo al prato. Sono ormai arrivato da loro. “Spuntano all’improvviso e ti fanno cadere, i maledetti”. Non sono spuntati affatto all’improvviso. Sono lì, a casa loro, tranquilli. Mangiano, guardano, ascoltano, rispettano. E anch’io prendo una barretta dal taschino e mangio, guardo, ascolto e rispetto. E non sono caduto. I due sulla destra mi puntano gli occhi addosso. Pensano ad uno strano collega forse. Forse mi compatiscono per il buffo casco, o per la divisa bianca e azzurra, o per la bici tutta bianca. Chissà perché mi puntano così? Non hanno nessuna paura. Riprendono a mangiare. E io finisco la mia barretta. Passo accanto a loro, che continuano a mangiare, come se nulla fosse. Sento un fischio da lontano, fischio umano. Da una curva arrivano a gran velocità due ciclisti. I caprioli scappano terrorizzati. I due ciclisti mi salutano passando veloci, neanche accorgendosi dei caprioli che hanno terrorizzato. Ecco chi spunta all’improvviso! Ecco chi può far paura! Altro che i caprioli. Lezione imparata. Ennesima grande lezione imparata. Non è stato affatto difficile impararla. A me è bastato fermarmi, pensare e fare le stesse quattro cose che loro tre facevano: mangiare, guardare, ascoltare, rispettare. Elemento tra gli elementi. Un boschetto di cipressi e faggi segna la fine del pianoro e l’arrivo sotto i ripetitori del monte Trebbio. Inizia la discesa al bivio con la provinciale trafficata, che collega Dovadola in val Montone con Modigliana. Altro mondo, altro paesaggio, altro vento, altro spirito. Il vento entra con violenza tra quelle fessure che prima sfiorava. Il vento ti risucchia, quando un automobilista ti sorpassa innervosito, perché per ben due curve non è riuscito a superarti. Gli elementi sono cambiati, ma soprattutto i fattori sono cambiati. Lo spirito è cambiato. La discesa è il premio della salita, si dice tra ciclisti. Oggi non è vero. Il mio premio è stato ben altro. Come sempre, lassù. E resta quaggiù, solo quaggiù, dentro di me. Lo spirito di lassù, lo spirito del Tempo, che nel vento ha parlato, mi ha pervaso con immagini. Allora quelle immagini sono diventate materia del lavoro dello spirito, hanno preso significato allegorico, sono passate dalla dimensione dei sensi a quella dei sogni, delle emozioni. E solo due anni e mezzo dopo riusciranno a assumere quella forma che oggi qui in queste parole hanno preso. Forse.

È solo una questione di dosaggio …

Dedico questa mia odierna riflessione ai miei tanti studenti, che passano ore sui vocabolari, in cerca di parole.

Una parola è un insieme di lettere, di segni e di suoni. Bene: pensiamo innanzitutto al fatto che il vocabolo, che usiamo così spesso, viene dal greco παραβολή, dalla stessa radice del verbo παραβάλλω, che significa confrontare, paragonare; consideriamo poi che solo come significato più attestato nella letteratura ha quello di confronto, paragone, similitudine (come nelle parabole evangeliche), ma che può esprimere anche l’atto dell’incontrarsi e del dialogare. Ecco allora che ci rendiamo conto di quale immenso valore abbiamo in quell’apparentemente ingenuo, casuale, caotico insieme di segni e di suoni che si chiama parola. Ma non mi accontento. Sento che c’è di più e, siccome sono nato pignolo, sono andato a fondo e, consultando il Liddell-Scott, apprendo che nel procedere dei secoli, quando il greco era la lingua di uno dei tanti popoli che facevano parte dell’impero di Roma, seppur la più nobile, il termine παραβολή, in autori di quella letteratura che viene chiamata greco-romana, assume un altro significato, molto interessante: quello di percorso non rettilineo, tortuosità; da cui poi la metafora del giro di parole, fino ai significati di arguzia, dolo, inganno. Insomma, come tanti vocaboli delle lingue classiche anche il nostro παραβολή diventa con il tempo una vox media, ossia uno di quei vocaboli “neutri”, che possono, come il latino fortuna, che si cita sempre come esempio ai ragazzi alle prime armi, contenere in sé sia l’accezione positiva, sia quella negativa.

Quanto viene da pensare allora! Soprattutto se si nasce eternamente insoddisfatti di imparare e conoscere e se si è inclini a soddisfare questa sana cupidigia dell’intelletto proprio con confronti e comparazioni, insomma proprio con le nostre bellissime ma infide παραβολαί …

Ma com’è possibile? Sovviene dunque un noto passo del Vangelo, Mt 5 37: Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: ‘sì, sì’, ‘no, no; il di più viene dal Maligno”. Ma chi lo decide che che cosa è “di più”, se i vocabolari sono pieni di termini che hanno la possibilità di essere maneggiati esattamente come un farmaco? Fanno bene o fanno male secondo la dose che se ne impiega. Neanche gli antichi romani, che della fides, della lealtà alla parola data, al patto, al giuramento avevano fatto più che un fondamento etico di una società, addirittura una vera astrazione religiosa, sapevano stare nei binari e, se necessario, se nell’interesse della salvezza dello stato, il ricorso allo stratagemma e all’inganno, dunque al suo contrario, la perfidia, era tollerato. Come vedete, non è affatto facile muoversi in questo campo. Quando mi intrufolo con una certa innata curiosità in queste riflessioni, ho come l’impressione di trovarmi nelle sabbie mobili.

Dunque? Come ne usciamo dall’aporia? O forse anche le parole dovrebbero avere, non tanto un lemma sul dizionario, ma una sorta di loro bugiardino, che metta al corrente dei loro effetti collaterali? E ci risiamo! Ma perché il foglietto illustrativo di un medicinale si chiama bugiardino? Altre sabbie mobili: secondo un’ipotesi popolare, forse scorretta, ma comunque antropologicamente interessante, come quelle etimologie di Isidoro di Siviglia, che non ne ha azzeccata una ma sono bellissime, l’origine sarebbe da ricercarsi in una curiosa abitudine toscana, regione in cui un tempo la locandina dei quotidiani, esposta all’esterno delle edicole, si chiamava “il bugiardo”. Mi piace questa ipotesi. Giusta o non giusta che sia, mi piace, perché coglie in pieno la meraviglia di quello spirito indefinibile e dall’indole un po’ esoterica della comunicazione, che è geneticamente ambiguo – anche qui nel significato di incerto, dubbioso, esitante, come colui che si comporta (agere) girando intorno (ἀμφί) senza una meta – perché induce a riflettere sulla necessità di conoscere la posologia di quell’insieme di suoni e segni che chiamiamo parola, sull’impossibilità di coartarlo in gabbie come quelle di un vocabolario.

E se anche, per avere scritto queste nugae, mi darete dello stupido, non sarò certo quello che si offenderà: lo stupidus, prima di essere un personaggio caratteristico del mimo, era semplicemente colui che rimaneva stupefatto, a bocca aperta, meravigliato, attonito. Si tratta solo di questione di dosaggio. Ogni parola ha il suo dosaggio; e l’effetto che produce dipende dall’uso che se ne fa, non dal suo significato stampato sul vocabolario. Per questo resterà sempre una meraviglia dell’intelletto, un’esperienza fantastica, un’ebbrezza intrigante saper giocare con le parole. Ammiratele, studiatele, lasciatevi prendere dalla loro superiore abilità di maneggiare il vostro cervello, ancor prima che voi cerchiate di tenere quest’ultimo sotto controllo! Non ce la farete mai! Perciò, viva gli stupidi!

E ricordate! È solo una questione di dosaggio …

L’affetto

Si può dialogare con il Tempo? Da tempo mi chiedo come sia possibile dialogare con il Tempo, dal momento che il personaggio di un mio romanzo ha questa particolare caratteristica di trascorrere momenti di riflessione in costante dialogo appunto con il Tempo, un dialogo ricco di ambigue complessità, come è giusto che sia. La riflessione mi ha riportato alle tante pagine che Sant’Agostino ha dedicato al tema, in cui sostanzialmente si arriva sempre ad una negazione del tempo; l’impressione che a me ne deriva è questa: è come se la memoria del passato proiettasse icone indefinibili in un futuro che sarà compito di chi avrà l’onore di raccoglierne l’eredità decifrare e interpretare. Eppure … Eppure qualcosa mi sfugge. La convinzione che un presente vivo e vegeto, condizionante e operante nella contingenza ci sia, nessuno me la riuscirà a togliere. Ed eccoci al punto: se qualcuno dichiara di aver trovato un amore perché ha saputo cogliere l’attimo, significa che quell’attimo esiste, è esistito, è stato attivo nella sua mente, nello spirito, nella materialità della sua quotidianità. Quell’attimo, quel punto, quell’impalpabile espressione del presente è un sogno? oppure un’emozione? oppure un sentimento? Che cos’è? Ma non è bellissimo cercare di porsi queste domande sulle cose più belle della vita! Andiamo avanti allora!

La riflessione particolare che vorrei fare è sull’affetto, sul sentimento. Due parole che troppo spesso consideriamo sinonimi. Permettetemi di salire per un attimo in cattedra e spiegarvi. Se lo chiamiamo “sentimento”, dal latino sentio, il verbo della percezione più generica, facciamo riferimento al mondo di sensazioni, emozioni, percezioni, sogni, desideri, ispirazioni e aspirazioni che rimandano ad una sfera affatto individuale. Se lo chiamiamo invece “affetto”, da affectus, un sostantivo appartenente allo stesso campo semantico di afficio, “faccio qualcosa a qualcuno”, “colpisco qualcuno con qualcosa” (p. es. un provvedimento giuridico), i protagonisti diventano due, uno che manda e uno che riceve, uno che fa e uno che subisce, e da questa interazione può nascere una partecipazione. Chiamiamolo perciò affetto e non sentimento questo attimo vitale che può essere così importante nel bene, come nell’esempio appena fatto, ma potrebbe anche esserlo nel male.

Oggi ho vissuto un’esperienza di affetto, perché ho colpito, ho subito, ho partecipato ad una relazione di scambi di osservazioni, che ha coinvolto la memoria, la relazionalità interpersonale, le emozioni, le commozioni. E anche qui è emersa una profonda differenza, nel riflettere durante il dialogo, tra essere emozionato ed essere commosso. Quanta confusione facciamo! Ho cercato, come è mio solito, di usare le parole secondo la loro storia, non sul fondamento di quello che sembra facciano capire in base alla eco che hanno in quello o in quell’altro spirito. Ebbene, essere emozionati è ben diverso da essere commossi. Emozione viene da emoveo, “porto lontano”, “porto fuori”, “trascino via con la forza”; non evoca immagini così rasserenanti la condizione dell’emozionato, se mi tocca immaginarlo trascinato lontano con la forza, magari – e non è difficile immaginare che sia così – proprio là dove non desidera proprio essere portato.

Ma quanto è bello invece essere commosso, che viene da commoveo, “mi agito insieme”, “mi lascio portare dentro me stesso insieme agli altri”! L’emozionato si sente lontano, si sente agitato e sconnesso dalla realtà, perché il suo corpo è dilacerato rispetto al suo spirito, che vaga altrove, trascinato chissà dove, contro la sua volontà; l’emozionato vive una situazione innaturale, l’emozionato è solo anche in mezzo a cento persone, perché con esse non può avere empatia, in quanto il suo spirito è come se gli fosse stato rapinato. Soffre in un mare di imperturbabilità. Il commosso partecipa di una dimensione comunitaria e non ha spesso bisogno di dare spiegazione sul suo mondo di affetti; la sua persona, il suo sguardo, i suoi occhi, la sua autenticità espressiva necessita di poche parole, gode di fiducia e sa di poter contare sull’ascolto. Mi sento emozionato, se non mi sento all’altezza di un compito e mi è richiesta una prova superiore alle mie potenzialità, che mi lascerà l’amaro in bocca di un’Incompiuta. Mi sento commosso, quando so di aver raggiunto il traguardo con la fiducia di chi ha saputo interpretare l’affetto, con spirito di lealtà e pratica dell’arte dell’ascolto. L’emozionato ha prova di sentimenti, non di affetti. Il commosso ha lavorato insieme agli altri sui sentimenti, sulle e-mozioni, per farne affetti, com-mozioni.

Quando si torna a casa da esperienze come queste, si torna a casa sempre più ricchi e si può ringraziare questa natura che offre campi di esperienza sempre diversi, sempre più intriganti, sempre più educativi.

Quel dialogo sul Tempo ha prodotto una serie di commosse riflessioni e su quelle riflessioni, frutto di affetti, ora si può lavorare in due.

Julia

Un tavolino con una candela accesa in un clima natalizio degno di uno spot pubblicitario. Siamo tutti e due reduci da una lunga sgambata sulla pista di fondovalle della val Casies, su cui, dopo che era stata preparata artificialmente, finalmente era arrivato l’agognato aiuto dal cielo con tre giorni di neve vera. Il clima era quello tipico delle corte giornate delle vacanze natalizie in montagna, in cui tante ore si passano davanti a un prosecco, una cioccolata calda, una grappa. Gli sciatori affluiscono dopo la chiusura delle piste al precoce imbrunire di fine dicembre. Una vetrata sui prati bianchi, che una debole e fioca falce di luna calante fa riflettere appena, rappresenta il diaframma tra il mondo del benessere e del turismo vacanziero e quello della natura e del suo meraviglioso ordine. In mezzo a questi prati, lontano dal fango che cola dalle tute, dagli sci e dagli scarponi, lontano dal ronzio degli impianti ora fermi, lontano dallo sgraziato e disarmonico sottofondo dei cannoni che sparano neve finta, lontano dai motori dei gatti, che con lampade potenti squarciano il buio e battono le piste per la giornata successiva, lontano da questa disarmonia voluta dal lucro, dettata dalla legge del mercato, resa d’obbligo dal calendario in una regione che di turismo vive, laggiù in fondo, lontano solo nello spazio, ma non nello spirito, un laghetto ghiacciato appena illuminato, attirava l’attenzione dei pochi attenti ad ascoltare quel richiamo.

Si vedeva dalla vetrata del pub, dove alla chiusura degli impianti tanti si fermano, sfruttando l’adiacente distributore. Lei mi invita con un tacito gesto della mano a concentrarmi con lo sguardo fuori della vetrata, fuori da quell’orgia di benessere, fuori da quel caos portato da esigenze, di cui non sono mai riuscito a sentirmi partecipe, in direzione di quello specchio di ghiaccio. Qualcosa mi avrebbe subito reso parte di ben altro, di un’esperienza di quelle che si incidono profonde nel robusto granito del Tempo, che giustamente sa scegliere cosa conservare e ammette solo ciò che la sua severa giuria approva. Un’esperienza che ora si tenterà di trasferire dall’anima alla pagina.

Sul laghetto pattina, sola, una ragazza con un body bianco, la cui grazia attira soprattutto noi che abbiamo avuto il tavolo vicino alla vetrata del pub. E quella ragazza quasi diafana, quasi sospesa e fluttuante su quella superficie lucida si trasforma nell’immagine più autentica della Bellezza, come sa esprimersi nelle forme più naturali della sua grazia. Le tracce che i suoi pattini disegnano sul ghiaccio disegnano altre figure nello spirito, che rimandano indietro il tempo. Lo spirito si anima. L’anima, catturata da quella visione, s’infonde di quel vigore, che sa essere proprio di una vita vera, vissuta per la passione, per l’amore; il sentire che s’infonde nell’anima è quello di un calore che riesce a conferire a quel paesaggio freddo una nota che pochi, forse, sanno cogliere e apprezzare. È la nota, il marchio, il sigillo prezioso e inconfondibile della Differenza.

La luce scende, la temperatura precipita. Il termometro del distributore adiacente al pub segna già -12. Usciamo. Lei è attratta da quella ragazza e da quella naturale grazia. Ha pattinato anche lei poco prima, in una pista di pattinaggio, lo stadio di hockey del vicino paese. Insieme io e lei abbiamo visto turisti alle prime armi, qualche locale più esperto, qualche turista più esibizionista, tante cadute, tanta gente sgraziata e pericolosa per se stessa e per gli altri. Che contrasto! Quella figura eterea in bianco, quell’evento inatteso è uno spettacolo della natura, che ci riscalda nel sereno gelido imbrunire di fine dicembre. Ci abbracciamo nell’ammirare l’incanto della visione in quel candore naturale, un contesto che assume subito tutti i connotati del fiabesco. La ragazza volteggia veloce nello specchio di ghiaccio, per ora illuminato solo dalla sua bianca figura, nella vallata buia. I suoi movimenti, perfetti nella loro grazia naturale, è come se trovassero in quel contesto l’occasione ideale per la loro realizzazione, in un’armonia che dà vita a un’esperienza totalizzante per chi assiste e non può non esserne interiormente partecipe: un coinvolgimento che sconvolge e pone serie domande su quale sia l’autentica armonia tra uomo e natura.

Sergej, il cameriere russo che da anni lavora in quel pub di confine, dove l’italiano e il tedesco si mescolavano un tempo a dialetti veneti e ladini, ma ora anche alle tante lingue dell’est europeo dei lavoratori stagionali che vengono su dalle città o da oltre confine, Sergej, che conosciamo bene e che tutti gli anni ci saluta gioviale nel rivederci, lascia per un attimo il lavoro, ci vede incuranti del freddo gelido di quella serata serena e viene da noi: mi piace immaginare che ci considerasse russi come lui, temprati come lui. Si avvicina a noi due. Si mette in silenzio, estasiato nel guardare anche lui la ragazza che volteggia sui pattini con una grazia angelica sullo specchio di ghiaccio. Va alla cabina elettrica. Alza un interruttore. Si accende il lampione che illumina la parte del parco con il laghetto, in cui pattina la ragazza. Si illumina uno spettacolo che non si sa se sia più arte umana in atto o natura in movimento. Non si capisce se quella grazia sia il risultato di un esercizio praticato in pista con robusta tenacia o se non sia piuttosto il naturale esito della perfetta osmosi con quel paesaggio, in quel contesto di cui lei è solo apparentemente virtuosistica protagonista. Più la si osserva, più la si ammira, più si viene catturati e sconvolti da tanta naturalezza nei movimenti, più ci si convince – e questo è il punto più importante – che diversamente non può essere.

Quella figura bianca … Bianca come tutto il resto intorno a lei. Bianca come la semplicità di un’anima che si apre alla vita, alla natura, al paesaggio che di lei vive. Bianca come quel paesaggio che lei desidera come conoscere e trasfondere dentro di sé con i suoi volteggi. Bianca come la semplicità di lei che anela a far parte attiva di quell’esperienza straordinaria, che per tutti noi si chiama paesaggio. Bianca come quell’incontro meraviglioso tra uomo e natura. Bianca come chi sa di essere elemento imprescindibile e armonicamente integrato in quel paesaggio, un paesaggio che lei in quel momento sa animare di Armonia e che non violenta, come altri, con gatti delle nevi, impianti e cannoni. Bianca come tutto intorno a lei, come l’ambiente freddo cui infonde calore, un paesaggio che lei riesce mirabilmente a interpretare con le armi più belle che la natura le ha dato, quelle del suo corpo: una candida icona di Armonia, di Grazia, che ha l’ammaliante potere di incantarci, di affascinarci. Quella candida figura di perfezione ci manda un messaggio ineffabile allo spirito. Ci guardiamo, ci abbracciamo, ci uniamo in un bacio, che suggella la consapevolezza di essere entrambi memori di averlo simultaneamente recepito e assimilato.

Sergej resta accanto a noi. Lei si stringe nuovamente a me. La abbraccio ancora forte. Sergej comprende la particolarità del momento, interpreta l’intensità dell’esperienza in atto e torna dentro: dopo un po’ dalle casse esterne del parco, di cui il laghetto è parte, esce la musica delle Danze polovesiane dal Principe Igor di Alexandr Borodin. E l’atmosfera si fa magica, perché la musica ha di questi poteri.

“Julia è venuta in Italia otto giorni fa. Vuole festeggiare il Natale russo con me. 7 gennaio.”

“È la tua ragazza? È molto brava Julia. Siine fiero, Sergej”, gli dico.

“Julia è mia sorella. Siamo cresciuti nello stesso orfanotrofio. Tutti e due abbiamo pattinato sin da piccoli. Poi ho deciso di venire a lavorare qua due anni fa e le nostre vite si sono separate. Ho allenato io per anni Julia e l’avevo fatta arrivare anche in alto. Adesso non posso più restare qui con voi. Scusatemi, devo tornare a lavorare.” La sala del punto di ristoro doposci, il più amato e frequentato di quella piccola remota vallata, non molto nota al turismo di massa, si era infatti riempita e richiedeva a chi lavorava al bar e ai tavoli ritmi di lavoro superiori alla media. Non c’era tempo da perdere.

Julia era più giovane di Sergej che aveva circa 19 anni. Ne avrà avuti al massimo 16. Il vortice della musica da ballo popolare russa di Borodin era entrato nel sangue della ragazza. Si vedeva. Si percepiva. Non si stancava mai di roteare con una dolcezza tale che lei, stretta al mio fianco, disse: “Credevo che solo nelle favole o nei film esistessero cose del genere. Quella ragazza sembra che sia nata con i pattini ai piedi. Voglio conoscerla. Andiamo da lei.”

Lasciammo che il brano musicale finisse e poi, io e lei, andammo tutti e due giù al laghetto ghiacciato. Julia si stava togliendo i pattini, di cui accuratamente protesse le lame, prima di rimetterli nella borsa. Era una ragazza dalla corporatura perfetta, una chioma bionda raccolta in una lunga coda di cavallo contornava un viso dai lineamenti tipicamente russi, con occhi lunghi e stretti, quasi a mandorla e un sorriso sincero. Aveva solo il body da gara, ma non sembrava aver freddo. Tempra russa, tempra diversa: straordinario esempio di adeguamento al miracolo della Differenza che il corpo umano sa realizzare, che ci insegnerebbe anche a capire, ma che noi il più delle volte rifiutiamo di ascoltare.

“Ciao, Julia! Complimenti! Sei veramente molto brava,” le dissi.

“Ci hai saputo davvero commuovere e incantare,” le disse lei.

Julia conosceva poche parole di italiano, ma sapeva qualcosa di inglese e allora lei, che parlava abbastanza bene inglese, diversamente da me che non ho mai particolarmente amato quella lingua, le chiese: “Tuo fratello ci ha detto che ti ha allenato lui.”

Julia, che era sudata, si mise il piumino per coprirsi dal freddo. “Vieni a bere qualcosa di caldo con noi.” Sergej, visto che la sorella aveva finito di pattinare, le disse ad alta voce da lontano qualcosa in russo, spense il lampione e la musica. Julia gli rispose qualcosa in russo: il lampione sul laghetto si spense e quello spicchio di valle perse il fascino, a cui la figura di Julia non poco aveva contribuito. Ma la musica che proveniva dalle casse fu riaccesa sulle note di una radio locale, che diffondeva però ritmi più popolari e montanari, alternati a canzoni natalizie.

Julia ci seguì al tavolo su cui Sergej aveva portato le cioccolate da noi richieste; ne facemmo aggiungere una per Julia, che la gradì e ringraziò. Lei iniziò a porle domande sulla sua vita, su di lei; la ragazza diede risposte sempre fredde, di una freddezza che tradiva disprezzo per quel passato. Apprendere dalla viva voce di una protagonista quanto si legge, il più delle volte distrattamente, attira e coinvolge, ma induce sempre a riflettere. Julia ci ricorda come la quantità di bambini abbandonati negli orfanotrofi in Russia cresca a dismisura, perché il sussidio di stato alle famiglie dura solo tre anni e dopo il terzo anno le famiglie non sono più in grado di mantenere figli, che vengono abbandonati. In orfanotrofio si impara a fare la sarta, la calzolaia, la donna delle pulizie, ma in orfanotrofio si può anche leggere molto, perché in Russia non arriva internet in tutte le case; pochi fortunati hanno tempo per fare i selfie sui social e questo solo nelle città, non nelle sterminate realtà dei piccoli centri della campagna contadina, dove si vive di poco, ma si sopravvive. “L’arte è tanto per noi, per me e per Julia; l’arte è il grande sfogo di un popolo abituato a soffrire”, interviene Sergej, che per un attimo si siede al nostro tavolo.

Il mio sguardo torna al laghetto ora buio e come diventato improvvisamente gelido, abbandonato dal quel piccolo miracolo di arte e di natura, di cui prima era stato un naturale palcoscenico. Julia lo aveva riscaldato di armonia, di fascino, di fiaba.

“Quando hai iniziato a pattinare, Julia?”, le chiese lei.

“A tre anni.”

“Ci credo …”, fu il mio commento. “E tu?”, chiesi a Sergej. “Anch’io a tre anni. Julia ne ha 16, io 20.” Ero rimasto fermo a 19. Evidentemente li aveva compiuti da poco. “Abbiamo iniziato a pattinare presto. Accanto all’orfanotrofio c’era una pista ghiacciata per tanti mesi dell’anno. Quando ho visto che Julia era appassionata e veramente dotata per il pattinaggio, ho deciso di portarmela in pista e poi sono diventato il suo allenatore. Abbiamo gareggiato e partecipato a competizioni locali. Ma solo chi aveva soldi per permettersi trasferte, per partecipare alle gare in Canada, negli Stati Uniti, andava avanti. Negli orfanotrofi dove vivono milioni di bambini gli sponsor non arrivano. E allora sono venuto qua a lavorare. Sperando di trovare i soldi per far andare avanti Julia nella sua passione. Ha già 16 anni, e sono già tanti in questo sport. È brava. In Russia tutti la ammirano. Voglio che Julia si trasferisca qua e che qualcuno la alleni.”

“Tu la devi allenare!”

“Lo faccio. Tutte le ore libere dal lavoro le passiamo sui pattini. Ma non basta. Bisogna entrare nel giro. Qua si sta bene, si guadagna bene, ma sono vallate chiuse. Siamo lavoratori stagionali per loro. Serviamo come sguatteri, per questo ci pagano, non per pattinare. Non è come da noi. Da noi l’arte è sopra tutto.”

Dopo la breve pausa, Sergej mi puntò le palle degli occhi nelle mie palle degli occhi: “Qua si guadagna e qualcuno fa tanti affari con la neve per cui noi da noi si soffre e si muore; ma qua, per il denaro, l’arte l’avete uccisa. Come la natura”. Tacemmo. La prima stoccata era già stata micidiale. Questa seconda fu il colpo di grazia. “Da noi l’arte è sopra tutto,” avete detto Sergej. “Per il denaro l’arte l’avete uccisa,” aveva ribadito, girando il coltello nella piaga.

Abbassammo gli occhi tutti e due su quelle parole. Sergej tornò al lavoro. Lei mise una mano su quella di Julia e le disse: “Tanti di noi hanno combattuto battaglie che tu non puoi immaginare e qualche volta, combattendo, si può anche vincere. Anche tu ne hai combattute. Julia, non demordere.” Julia ringraziò della cioccolata e andò a cambiarsi.

Tra la folla di sciatori che entrava e usciva in quell’iride di colori artificiali delle tute da sci ci alzammo per uscire anche noi. All’arte e allo spettacolo di armonia nella natura si sostituì quello della cassa, della puzza di sudore dei corpi spesso sovrappeso di chi ha faticato non per lavoro, ma per divertimento: una stonatura per lo spirito che ha appena avuto ben altra lezione. E quando ebbi pagato alla cassa, lei mi prese dolcemente il braccio, attrasse la mia attenzione verso il corridoio di servizio e mi disse: “Guarda!”

Julia aveva indossato una grossolana tuta da ginnastica sdrucita, aveva preso il materiale e stava andando a ripulire i bagni del pub lordati dalla neve sciolta colata dagli scarponi degli sciatori reduci dalle piste, mettendo la sua naturale e artistica, armoniosa e ineffabile esperienza di perfezione al servizio di un altro modo di intendere la vita, che quell’armonia non sa né ascoltare, né rispettare.

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