La potente Setta delle Trame oscure

Aveva scelto proprio le più belle. E lo aveva fatto con singolare puntiglio. Raramente un uomo, una volta entrato nel mio negozio di fiori per scegliere delle rose da regalare, le aveva selezionate così attentamente, così meticolosamente, con una diligenza che io fraintesi e immaginai addirittura che fosse stata studiata quasi per mettermi alla prova. Alcune donne qui del paese lo hanno fatto per delle confezioni, non per i fiori. Ma uomini, mai. E neanche le donne erano mai state così attente ai fiori. Lui mi aveva soltanto chiesto: “Mi raccomando: che siano una gialla, una bianca e una rossa!” Poi non aveva più detto niente fino al momento dell’uscita, quando dalla porta mi salutò. Nel momento della diligentissima scelta guardava il gambo, i petali, le metteva una accanto all’altra, le osservava da ogni lato, le scartava, le sceglieva, le scartava di nuovo, le guardava ora con perplessità, ora con insicura ammirazione, ora con maggiore convinzione, senza mai farmi capire se alla fine fosse stato veramente convinto della decisione definitiva. E poi la confezione! Difficilmente mi è capitato un cliente così esigente per confezionare un dono di rose. Ogni dettaglio voleva che fosse curato con la stessa meticolosa diligenza con cui le rose erano state selezionate. Non dissi nulla e feci tutto quello che mi chiedeva. Uscì comunque dal negozio visibilmente soddisfatto, lasciandomi un’emozione poche volte provata. Era evidente che il regalo era di quelli importanti. E per quale ragione appare quasi paradossale che lo abbia dovuto confezionare proprio io, lo capirete proseguendo. Fu l’ultima volta che lo vidi, credo. Fatemi pensare. No, non l’ultima. La penultima. Era sicuramente giugno.

Il mio paese è piccolo. Le notizie girano velocemente. Purtroppo girano spesso male. Qui lo sappiamo tutti che girano male, ma nessuno ha mai fatto nulla perché questo non accadesse. Anzi. Sembra che ci sia una specie di gioia perversa nell’aggiungere chi questo chi quel particolare seducente, intrigante, più o meno misterioso, il più delle volte malizioso, talvolta anche proprio cattivo. Lui poi! Dava adito alle voci con una facilità quasi disarmante, tanto che spesso mi sono chiesta se non lo facesse quasi per divertimento, se non fosse una specie di gioco per studiare i nostri comportamenti. Ero convinta allora – ma ora so che mi sbagliavo – che lui si sentisse in un certo senso superiore a noi. Come si faceva a non far girare voci su di lui? Stavamo proprio male in tanti quando le sentivamo, ma nessuno di noi ha mai fatto nulla per fermare quella che in casa chiamavamo la setta delle trame oscure; nessuno di noi si è mai chiesto quale fosse il limite oltre il quale il troppo stroppiava; nessuno di noi lo hai mai veramente difeso, forse anche perché nessuno lo ha veramente attaccato, perché nessuno di quelli che hanno fatto girare le allusioni più maligne, gli adepti, appunto, della setta delle trame oscure, ha mai osato affrontarlo a tu per tu. Dimostrazione del fatto che, alla resa dei conti, lui era veramente superiore a noi, benché ora possa dire che tale non si era mai sentito.

E il giorno delle rose? Fu sicuramente quello che di voci ne generò di più, anche se furono una specie di canto del cigno, come comprenderete seguendomi. La ragione non è facile da spiegare, perché per essere intesa richiede che si abbiano gli strumenti per comprendere una cosa molto difficile: che in un mondo così cambiato – globalizzato, dicono quelli che vogliono fare bella figura – non esiste soltanto la mentalità della città e quella del piccolo centro, ma esiste anche tutto un campionario di sfumature intermedie che sfuggono a ogni tentativo di classificazione. Ebbene, lui era proprio una di queste sfumature. Per tutti noi, senza ombra di dubbio, la più difficile da incasellare. E proprio per questo ogni nuova voce che circolava, aveva l’effetto di una bomba a deframmentazione, esplodendo in una miriade di piccole voci, di maliziosi detti e non detti, che più facevano male a chi li sentiva, più favorivano il perverso malvezzo di trasformare un piccolo pisello secco in un grande cocomero.

Nessuno ha mai capito se si curasse o no di quelle voci. Era impossibile che non fossero mai pervenute a lui. Eppure mai ha dato adito a nessun sospetto su questo. La sua vita procedeva, per quel che appariva a noi suoi vicini, tutto sommato, tranquilla. Se solo al bar avesse un giorno fatto una battuta ironica su se stesso, forse avrebbe tacitato in un attimo le voci e sgonfiato quel pallone, tutto pieno solo d’aria, che veniva gonfiato dalla setta delle trame oscure. Ma al bar raramente si vedeva. Il paese ha quattro centri di aggregazione, tutti con il loro bar: il bar dei repubblicani con relativo circolo, al quale mi sono ritrovata iscritta, perché lo erano i miei genitori; quello dei comunisti con relativo circolo, al quale si è ritrovato iscritto il mio ex marito, perché lo erano i suoi genitori; la chiesa con relativo gruppo parrocchiale, che frequenta il mio compagno, incurante delle ire del parroco per la sua convivenza more uxorio con me; e il centro sportivo con relativo circolo, di cui sono soci i nostri due figli, che praticano calcio. Lui era l’unico che si vedeva dappertutto, raramente a dire il vero, ma, quando si vedeva, appariva in conversazione con tutti, senza quelle distinzioni che qui si fanno abitualmente da decenni. Chi frequentava il bar dei repubblicani ed era iscritto al circolo, non poteva frequentare né la chiesa, né quello dei comunisti. La stessa cosa valeva per gli altri. Un discorso a parte merita il centro sportivo. Lì veniva operata una specie di selezione della parte giovane del paese: era un centro di aggregazione decisamente più democratico, anche se affiliato al circolo dei repubblicani. C’erano il campo e la squadra di calcio dilettante con la sua struttura sociale, l’associazione ciclistica con la sua struttura sociale, i due campi da tennis con un maestro e un piccolo circolo. Ogni tanto, quelli che lavorano in città ci ricordano che i comunisti e i repubblicani non esistono più e che ci sono altri partiti nella vita politica nazionale, che la storia è andata un pochino avanti, che ci sono stati dei cambiamenti nella politica. Lo sappiamo. Il giornale, magari solo quello, arriva anche da noi e al bar si legge. La televisione si guarda e sui social ci siamo quasi tutti dai quaranta/quarantacinque in giù. Ma alla fine ci riveliamo tutti tanto conservatori e tradizionalisti che quei due bar qui da noi sono ancora chiamati così: il bar del comunisti e il bar dei repubblicani. E credo che lo saranno almeno fino al prossimo cambio di generazione. Ma torniamo all’uomo delle rose. Come si rapportava a questa socialità sicuramente diversa da quella che vedeva e in parte viveva in città? A modo suo. Lui giocava a tennis e usciva con i cicloamatori. Non sembrava che il calcio lo interessasse più di tanto. Ma se gli andava un caffé, non faceva distinzione tra il circolo del centro sportivo, quello della parrocchia, quello dei repubblicani e quello dei comunisti. Non poteva non sapere che, dietro quelle etichette e quella facciata, c’era una trasversalità perversa di interessi, di favori, di relazioni tra famiglie, di debiti morali e non; non poteva nemmeno non sapere che uno poteva sempre aver bisogno dell’altro, a prescindere dalla tessera del circolo che pagava ogni anno, perché quella aveva pagato suo babbo e quella aveva pagato suo nonno. Anche la setta delle trame oscure era trasversale.

Abitava in una piccola villetta a schiera, nello stesso complesso in cui abito anch’io con la mia famiglia. Chi diceva fosse arrivato dalla Lombardia, chi dal Veneto; anche su quello le voci si moltiplicarono fino al punto che presto non mancò chi sostenesse, ovviamente sempre prove alla mano, che venisse addirittura dalla Sicilia. Perché? Si chiamava Vito. Le famose schiaccianti prove alle mano. Il cognome però metteva davvero agitazione, dubbio, scompiglio: Derossi. Hanno cercato su internet, su Facebook, ma ne hanno trovati talmente tanti e in talmente tanti luoghi diversi e lontani tra di loro, che il cognome, se non mise propriamente in crisi la ricerca anagrafica, contribuì nondimeno ad alimentare il mistero. Pur tra tanti indigeni, non era certamente l’unico allogeno. C’era chi veniva dal Friuli, chi dalla Campania, chi dalla Sardegna, chi dall’Africa, chi dai Balcani. Ma questi allogeni lavoravano nelle aziende degli indigeni e, seppur a modo loro, respiravano un’aria diversa. Vito Derossi, quell’aria, sembrava non la respirasse.

Ogni mattina si alzava e andava in città a lavorare. Era insegnante di musica, con una laurea in lettere. E anche questo per il piccolo paese, abitato in gran parte da agricoltori, artigiani e operai, era un caso. Non era certamente l’unico laureato che vivesse da noi, ma in lettere c’era solo lui. Abbiamo avuto, tra i numerosi allogeni che si sono inseriti tra noi indigeni, anche una maestra che veniva dalla Puglia, arcigna e zitella, cattiva come il fiele, acida più di un limone acerbo. Abitava non lontano di qui, appena fuori del paese, in una casa ereditata da zii che erano contadini, anche loro immigrati; ha abitato quella casa isolata per alcuni anni, finché un automobilista, che aveva alzato il gomito già alle undici del mattino – da queste parti non è cosa rara – non la investì proprio davanti a casa, di domenica mattina, di ritorno dalla chiesa. Viveva anche lei da sola. Su di lei voci zero. E anche questo è ben curioso. Se una donna vive da sola, è cosa che non desta interesse più di tanto in un piccolo paese come questo. Ma un uomo, laureato in lettere, che vive da solo, agita le più diverse fantasie. Da vicina di casa mi sono posta spesso la domanda. Non ho mai avuto una risposta. Era sempre gentile, educato. Era davvero un bell’uomo. Usciva sempre elegante. Sono convinta che dedicasse ore alla ricerca dell’aspetto migliore. E mai due giorni di fila con lo stesso capo d’abbigliamento addosso. Ne sfoggiava sempre di nuovi. C’era sempre un tocco di classe. Insomma, roba non da paese. Beh, credo mi possiate se capire se ammetto di aver avuto una certa attrazione per lui.

Non posso a questo punto non parlare dell’auto, non foss’altro perché, come vicina di casa, la vedevo spesso parcheggiata in strada in prossimità del mio cancello. Era una vecchia Fiat 600, auto d’epoca. Il primo modello, quello con la maniglia nella parte anteriore dello sportello. La teneva con una cura maniacale. Aveva un garage pieno di pezzi di ricambio che si scambiavano gli appassionati di quelle auto antiche. Pensate un po’! L’invidia del paese era arrivata al punto che alcuni erano convinti che avesse una sorta di perversa passione feticistica per quell’auto. A me sembrava solo bella, veramente bella, una vecchia elegante signora della piccola borghesia, sempre piena di dignità e perfezione nel suo apparire in pubblico: l’auto più idonea, più, come dire, congruente e coerente con la persona che vi saliva alla guida, per chi vedeva spesso lui e vedeva altrettanto spesso la sua auto. “Un dandy fuori tempo massimo”, lo definì un suo ex collega. Una buona definizione, credo. Sarà stato anche fuori tempo massimo, ma a me piaceva.

Gli insegnanti lavorano al mattino, hanno solo diciotto ore alla settimana, hanno tutti i pomeriggi liberi, hanno tre mesi di vacanza, anzi, quattro, se ci mettiamo vacanze natalizie, pasquali, morti, santi e patroni. Le solite cose che si sentono ovunque. La setta delle trame oscure ci sguazzava in questo. Eppure lui, in media tre giorni alla settimana, tornava a casa per l’ora di cena. Mio figlio ha frequentato quella scuola e sapevo perché avesse quegli orari: aveva a scuola diversi incarichi aggiuntivi e per alcuni anni fu anche vicepreside. Ma, per quanto fosse vero nel modo più sacrosanto, la cosa non convinceva gli adepti della setta delle trame oscure, sempre depositari del dogma unico. Aveva di certo i suoi oscuri intrallazzi. Chissà cosa fa tutto quel tempo! Quando un anno si seppe che era stato candidato alle elezioni comunali, in paese la setta delle trame oscure lo fece diventare subito il frequentatore di una potente loggia massonica. Per un po’ girò persino la voce che in casa sua si sentissero voci di riunioni segrete di un gruppo di cui sarebbe stato il capo, come se da framassone – in città lo sono in tanti – fosse diventato una specie di eresiarca o di santone; in realtà, nessuno aveva mai sentito niente; si vedeva una luce accesa a lungo, anche fino a ore piccole, perché Vito Derossi ogni tanto usciva con un libro, scriveva, aveva la sua piccola cerchia di lettori e appassionati, in città ovviamente, perché qua riuscire ad andare oltre le pagine della cronaca locale del giornale è veramente un’impresa. Da casa nostra lo vedevamo, soprattutto nei mesi estivi, quando stava con la finestra aperta, senza assolutamente alcun segreto da nascondere; era seduto nel suo studio, al computer. E scriveva. Ma era troppo forte la tentazione degli adepti della setta: lo faceva – intendo il tenere la finestra aperta e il farsi vedere al computer – per creare un diversivo, sentenziò uno al bar dei comunisti; era una controfigura messa lì apposta per ingannare i vicini, era arrivato persino, quasi teneramente, a dire un giorno un ragazzo in una riunione del gruppo in parrocchia. Era uno dei pochi in paese che leggessero, quel ragazzo. Leggeva le cose sbagliate, evidentemente.

Nessuno lo aveva mai visto con una donna. Se l’avesse avuta, non sarebbe circolata – ne sono assolutamente convinta – alcuna voce su questo fatto. Del suo passato nessuno sapeva niente. Per me era impossibile che non avesse avuto alcuna storia prima e che adesso adorasse solo un’auto antica. Non entro nei dettagli, perché mi fa veramente ribrezzo il livello a cui la malignità del paese era arrivata su questo aspetto. Parlarne farebbe del male a lui, a me, alla mia famiglia e a tutti quelli, che in città erano tanti, qui no, che gli avevano voluto veramente bene. Mio figlio mi diceva che era stimato come insegnante, che i suoi studenti lo ritenevano una persona che faceva con serietà il proprio dovere. Era bravo. E il fatto che lo fosse fece sì che molti genitori iniziarono presto a chiedergli di prendere a lezione i propri figli, nonostante abitasse a sette chilometri dalle prime case della città. Dava lezioni private dello strumento in cui era diplomato, il violoncello. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Sì. Quei ragazzi e quelle ragazze che entravano e uscivano da quella porta furono veramente, per me, la goccia che fece traboccare il vaso. Quelle note, così diverse dai gusti musicali dei più, iniziarono a favorire le più perverse fantasie. Nel piccolo paese non esiste persona senza peccato che si debba esimere dallo scagliare la prima pietra. Qui tutti arrotondano in nero, chi in un modo, chi in un altro; ma lo fanno con le mani; lui lo faceva con la testa. Loro lo fanno producendo manufatti, lui dando qualche lezione. E in più produceva testi narrativi e componeva per il suo strumento, spendendo sicuramente più di quanto guadagnasse. Ma era un’attività inconcepibile, non era un lavoro, al massimo poteva essere un dolce hobby; insomma, anche quello dava fastidio e anche su quello la setta delle trame oscure riuscì a produrre calunnie a iosa. E questa era l’unica, ma determinante, differenza: il fatto che lui lo facesse con la testa, gli altri con le mani, era come se scuotesse da sotto le acque di un mare già mosso, docile a essere ulteriormente agitato, le increspava e con la sua corrente le accelerava piano piano, fino a farle diventare uno tsunami che inondava e devastava tutto: questo ha un nome e si chiama invidia. E la setta delle trame oscure lavorò con la massima alacrità. Nessuno disse mai nulla. Si accennava con malizia. Si usava la tecnica del detto e non detto, del coltello appoggiato al collo che sfiora la pelle senza ferirla. Nessuno lasciò mai nulla di scritto. Nessuno fece mai post diretti sui social. Ma le allusioni non mancavano. E a me facevano male. Figuriamoci a lui, che sicuramente non poteva non sapere.

Eppure … Sì, nella vita ci sono sempre dei se e dei ma che fanno la differenza. E per fortuna! Eppure, sì: sapevo una cosa che il paese, credo, non ha mai saputo. Sapevo che la mamma di una di quelle ragazze che andavano a lezione di violoncello da lui una sera si presentò a casa sua, poco prima dell’ora di cena. Indossava un bel vestito corto, era elegante e pettinata con una chioma di capelli neri e lisci raccolti in una coda di cavallo. Credo di averla vista solo io e credo che sia rimasta lì a lungo. Lui la accolse con un bacio sulla porta di casa. Quella fu l’ultima volta che lo vidi. La mattina dopo l’auto non c’era più. Era successo qualche settimana prima della sua visita in negozio per ordinare la confezione di rose. Arrivò l’estate. E in estate la setta delle trame oscure lavora meno. C’è chi fa viaggi, chi ha la seconda casa al mare, chi ce l’ha in montagna, chi va dai parenti che abitano lontano, chi è più preso dalle attività agricole. Il centro sportivo chiude e restano in funzione solo l’affitto dei campi da tennis, poco richiesti, e di quello da calcio, ancora meno richiesto, se non per i due giorni della sagra paesana. Il gruppo parrocchiale sospende le riunioni. Stessa cosa i circoli del bar dei comunisti e dei repubblicani: anche loro in estate si mettono in pausa. La setta delle trame oscure, l’unica che unisce in modo trasversale le quattro conventicole, ha meno materiale, insomma, su cui operare e soprattutto meno risorse umane e professionali da tenere in servizio.

Fatto sta che credo che nessuno si sia accorto che la villetta era rimasta chiusa a lungo. Che la Fiat 600 bianca fiammante non c’era più. E solo ad anno scolastico iniziato si seppe che non lavorava più nella sua scuola. Le voci ripresero allora a un ritmo forsennato. La sua assenza scatenò una vera ridda infernale. Tutto quello che era rimasto per anni sopito e represso si scatenò alla luce del sole e sui social apparvero non più allusioni, ma frecciate dirette. L’invidia prese la forma di una malevolenza e di una cattiveria di cui, a onor del vero, non avrei ritenuto mai capace il mio paese. A tanto era arrivata la potenza della setta delle trame non più oscure.

Quelle tre rose, però, adesso spiegavano tutto. E quell’auto che era arrivata poco prima delle otto di sera, la bellezza di quella figura femminile apparsa come per incanto, quel bacio sulla porta e il silenzio che avvolse la casa quella notte, senza la luce dello studio accesa fino a tardi, come quasi sempre avveniva, sono l’unica motivazione che riesco a dare di quelle tre rose, la confezione più bella, elegante e raffinata che in tanti anni abbia mai fatto. Averla fatta per la persona più bella, elegante e raffinata che questo paese abbia avuto mi rende fiera. Non ebbi più notizie di Vito Derossi. Nessuno in paese ne ebbe più. La sette delle trame non più oscure poteva agire allo scoperto. Un giorno vidi quello che tutti ne ritenevano il capo, solo per il fatto che era l’unico ad avere la tessera del circolo del bar dei comunisti e un figlio che frequentava il gruppo parrocchiale. Basta poco qui per fare carriera. Lo vidi al bar dei comunisti, mentre facevo colazione in attesa dell’orario per aprire il negozio. Il bar era proprio accanto al mio negozio. Per quello ci andavo. Se ci fosse stato quello dei repubblicani, dei leghisti, dei fascisti, dei cattolici integralisti, del circolo della corsa nei sacchi, ci sarei andata lo stesso. Non sapevo assolutamente niente di quale fosse il destino di Vito Derossi, ma, quando vidi formarsi attorno a quell’uomo un crocchio di persone e sentii pronunciare spesso il suo nome, quando avvertii nei volti e nelle parole il ben noto clima di cattiveria gratuita che si era presto generato al solo nominarlo, allora stetti al gioco e dissi la prima cosa che mi venne in mente. Fui diretta, impulsiva. Mi associai al crocchio riunitosi al bancone del bar e dissi: “Si è sposato e si è trasferito in un’altra città. Ha avuto un buon successo editoriale con il suo ultimo libro e aveva bisogno di risiedere vicino al suo agente.” Nulla era vero di quello che dissi, anche se il mio auspicio era che lo fosse; e non so sinceramente come mi sia venuta la forza per dirlo, forse per il disprezzo verso quella che ancora oggi chiamo la setta delle trame oscure, poi non più tali. Nulla era vero, come nulla era vero di quello che loro avevano fino ad allora espresso, prima sommessamente e in modo subdolo, poi dichiaratamente e in modo esplicito. In quel piccolo mondo di menzogne cattive poteva anche starci una grande menzogna non cattiva. La potente setta delle trame un tempo oscure avrebbe potuto adesso prendere la mira e aggiustare piano piano il tiro contro un altro bersaglio. Ma questo a me non interessa. Non è quello il genere di umanità per cui amo confezionare i miei fiori. Una cosa, questa vera, posso dirvela: credo di essermi innamorata di lui. Mi tremavano le mani quando confezionai quelle tre rose. E leggevo i suoi libri; l’ultimo che aveva scritto, una raccolta di racconti, prima di partire da qui, mi ha talmente colpito con i suoi riferimenti realistici a questa specie di cloaca che qualcuno osa chiamare paese, che lo conservo gelosamente. Si ritrovano tutti i personaggi, i gruppi di varia natura, le maldicenze di ogni genere, le calunnie più o meno subdole, quella pericolosa miscela di ignoranza e benessere economico che le innesca con grande facilità. Sapeva tutto, in ogni dettaglio. Era a conoscenza di tutti i piani della setta. Il primo racconto inizia con un uomo che entra in un negozio, in un piccolo centro abitato della benestante provincia padana, e si fa confezionare tre rose. A parte il fatto che tra lui e la fiorista nasce una storia, rimasta nei sogni sicuramente miei e, chissà, forse anche suoi, il resto lo conoscete già.

© 2018. Stefano Tramonti

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