Memorie

Una panchina in un’area verde recintata. Un uomo solo che legge un libro. Davanti, una ringhiera. Sotto, il fiume, straordinariamente pieno d’acqua, che passa oltre la diga. L’uomo chiude il libro. Chiude gli occhi.

E quel passaggio ritmato dell’acqua tra le paratie della chiusa, fino a poco prima un dolce aiuto alla concentrazione e un confortevole sottofondo per la lettura, diventa un assordante rumore, che invade la mente, lo strania e prende tante, diverse e amabili forme di un passato non facilmente collocabile in una linea del tempo, dalle geografie labili, dai contorni sfumati, dai personaggi che si muovono come fossero sempre alla ricerca di risposte, convinti di possedere certezze che però si sciolgono subito come neve al sole. Forme diverse: da quella dei rii che lui bambino amava veder scendere impetuosi e vorticosi nelle vallate dolomitiche tra poderosi contrafforti rocciosi a quella dei torrenti e dei fiumiciattoli che rosicchiano i fragili calanchi dei colli vicino a casa; finché, alla fine, non ne rimane che una di quelle forme: quella, dai contorni ora ben definiti, di un torrente di montagna a lui ben noto. L’area verde con la panchina non era vicino a una chiusa, ma a un grande ponte, alto su un torrente, che passava impetuoso con le sue rapide e i suoi vivaci vortici. Non era da solo su quella panchina. Lui e il babbo erano quasi arrivati. Avevano camminato quasi tutto il giorno. Erano scesi di oltre mille metri. I piedi del giovane dolevano; le ginocchia del babbo non meno. Di là dal ponte c’era il paese e nel paese la casa. Ma, nonostante vicini alla metà, si fermarono su quella piccola radura, attrezzata con una panchina, un tavolo, i bidoni colorati per l’immondizia, una nota di certo stonata in un quel dominio assoluto di tante tonalità di verde. Quando il babbo si fermava, non parlava. Il giovane si sedeva accanto a lui. Il babbo gli passava la mano sui capelli, glieli arruffava per scherzo, e poi chiudeva gli occhi e per un attimo si straniava. Il giovane rimaneva lì, come fosse in attesa del compimento di un rito da parte di un antico sacerdote. Unico rumore era quello delle rapide del torrente. Di là il paese; di qua la montagna, il bosco appena attraversato e sul cui limitare ora si trovavano, il ripido pendio che portava ai piedi di ciò che rimaneva di un ghiacciaio su cui la storia aveva lasciato tante tracce per lo spirito del tempo che le avrebbe dovute conservare con saggezza. Ma quella saggezza non era sui libri; non era di carta; era di terra, di legno e di pietra, e della terra, del legno e della pietra ora aveva tutti i sapori ed emanava tutti gli odori; la coerenza non era quella di un sistema di idee, ma un’armonia che solo ai sensi veniva affidata e che solo con sacrificio, fatica e dolore poteva essere compresa. Ai piedi del ghiacciaio iniziava quel sentiero che era stato opportuno percorrere con i ramponi. La neve, sciogliendosi, lo aveva spesso invaso, solidificandosi in lastre là dove i raggi del sole non arrivavano; solo con i ramponi si attraversavano quei tratti ghiacciati. E solo con i ramponi si entrava nei bianchi domini di sua maestà il ghiacciaio. Il rumore del passo era diverso. Il bastone e la pedula smuovevano terriccio e sassi, docili al loro passaggio, ma il rampone scrocchiava, piantandosi là dove tutto sembrava congegnato per respingerlo e non farlo arrivare. Il bastone e la pedula ritmavano il cammino e gli conferivano persino una speciale armonia, ma il rampone non aveva quella forza e non dava quell’incoraggiamento. Fendeva, graffiava, strideva. Evocava ben note disarmonie, di cui entrambi ormai erano ben consapevoli. Ai piedi di quel ghiacciaio avevano fatto sosta nel rifugio. C’erano dei libri. Parlavano della storia di quel ghiacciaio, di trincee, di uomini che vi avevano lasciato la vita o ne erano usciti per sempre segnati nel corpo e nell’anima. Parlavano di un dolore di fronte al quale quello della fatica che lui e il babbo avevano appena conosciuto nella salita e stavano sperimentando, avvicinandosi al valico, era qualcosa di assolutamente insignificante, impossibile da paragonare. Il babbo non era di tante parole durante quelle uscite. Ma un giorno, una delle prime volte in cui avevano scalato quella montagna per lui piena di significati, aveva pronunciato solo una frase; lo aveva fatto nel richiudere uno di quei libri di cui aveva solo guardato le foto e sfogliato l’indice: “Tuo nonno, il babbo della mamma, è stato uno di questi uomini. Erano migliaia. Hanno fatto la storia rischiando la vita per conquistare terre, che ora chiedono l’autonomia a quello stato che ha donato centinaia di migliaia di anime per averle. Questa qui è la storia. La storia non è che una manifestazione dello spirito del tempo; si può viverla in tanti modi; ma quale sia veramente il significato di quello che è successo quassù i libri non riusciranno mai a dirtelo.” “Perché?”, chiese il giovane. “Perché la verità non premia, non vende. Le guerre vengono affidate alla retorica, che è un ingrediente della storia, ci piaccia o no; e la retorica, nelle mani sbagliate, è un modo come tanti con cui si camuffa la menzogna. Lo spirito del tempo parla un’altra lingua, non quella di queste pagine.” Il giovane non disse più nulla. Il babbo si era rialzato. Aveva pagato la consumazione. Avevano ripreso bastoni e zaini e si erano rimessi in cammino per raggiungere il valico. Da lì, per un altro sentiero, sarebbero poi ridiscesi a valle, fino a raggiungere quel fiume, quel ponte, quelle rapide e quella panchina, accompagnati da quello spirito del tempo che da anni cercava di capire se il babbo fosse stato mai veramente in grado di fare suo.

Erano partiti alle sei del mattino. Con passo lento avevano attraversato prati vivaci di erica, doronico, erborina e artemisia, poi di genzianelle, geraci e rari papaveri retici. Avevano faticato su erte impervie e riposato in aprichi pianori, tra larici, abeti rossi e pini cembri. Avevano sfiorato con i bastoni e le pedule distese di salici nani. Avevano visto sempre il ghiacciaio. Avevano visto il lucido biancore di sua maestà avvicinarsi piano piano, passo dopo passo, un passo alpino, lento e cadenzato dall’alternato movimento di braccio destro e gamba sinistra e poi gamba destra e braccio sinistro, come quando in inverno insieme percorrevano quegli anelli di fondo che il babbo aveva sempre amato in modo speciale, lontano dalla folla turistica degli impianti di sci, dai parcheggi di funivie e seggiovie. Bastone destro e gamba sinistra. Gamba destra e bastone sinistro. E così per un’intera giornata, salendo al mattino, scendendo di pomeriggio. Poche parole. Ogni tanto il bastone destro del babbo si alzava. Lui indicava qualcosa. Il giovane ogni tanto chiedeva; ma il più delle volte, anche se non non aveva visto né sentito niente là dove indicato, rispettava quel senso quasi spirituale di vivere la montagna, senza fare altre domande, senza pretendere chiarimenti. Si era sempre chiesto se quella del babbo non fosse una pretesa. Si era spesso chiesto se la gente del posto fosse disposta a condividere quella dimensione tutta sua. Ma sapeva anche la risposta: quello del babbo non era mai un viaggio nello spazio, ma sempre e soltanto nel tempo. E quella gente del posto ormai viveva solo inebriata dai guadagni delle stagioni turistiche. Di quello spirito del tempo non era rimasto più nulla. Andava scavato negli strati della memoria. Si era sedimentato sotto cumuli di detriti, di decenni di menzogne, di sfruttamento economico, di falso ambientalismo, di storia rivisitata ad uso e consumo delle generazioni che si succedono, di tradizioni e costumi posticci riesumati solo per il tam tam tra sedicenti amici che condividevano foto in rete. “Il denaro acceca la memoria,” gli aveva detto tante volte, lui che aveva lavorato per anni come impiegato in banca. Braccio destro e gamba sinistra, gamba destra e braccio sinistro. Quello era il passo.

Quando furono arrivati nel ghiacciaio, allora il babbo aveva rallentato la marcia. Al valico avrebbero trovato un altro rifugio. Fu molto faticoso raggiungerlo. Lì presero solo un tè caldo con dei biscotti secchi che avevano con sé. Il babbo aveva gli occhi calamitati dalla finestra del rifugio aperta sulla distesa bianca che si stendeva sul versante nord di quella montagna sui cui per anni erano saliti in tre, quando lui era bambino, il babbo giovane e il nonno ancora in forze. Allora era il nonno a non parlare quasi mai e a indicare con il bastone in silenzio. Il babbo rispettava quel silenzio e invitava il bambino a fare altrettanto. Riti e tradizioni. Un dialogo silenzioso nel tempo, di padre in figlio. Uno spirito che parlava una lingua i cui fonemi e grafemi non sarebbero stati costituiti da segni convenzionali, ma da immagini, incubi, emozioni, sogni, ossessioni, in cui tutto era criptico, tutto era affidato ad un bastone che si alza a indicare qualcosa che non si vede, a uno sguardo che accenna a qualcosa che non si sente, a un tentativo di sorriso che intende comunicare qualcosa che solo con gli anni si sarebbe potuto correttamente intendere. Questa era la tacita convinzione che esortava ad andare avanti e a ripetere il rito della salita a quella montagna.

Il babbo, il giovane, due zaini, quattro bastoni, una panchina, un silenzio che aveva dominato lo scorrere del tempo dall’alba al tramonto, ora negato solo dalle rapide di un torrente. Il babbo aprì lo zaino. Prese dei pieghevoli illustrati in raffinata e colorata carta plastificata, trovati all’ufficio del turismo. Parlavano di trincee, di sentieri tracciati o ripristinati per arrivare alla loro scoperta, di antiche vie militari, di tradotte nel fondovalle. Tutto era bello e colorato, quasi divertente. Vi erano foto in cui le guide, sorridenti e fiere nelle loro pose, erano immortalate in divise storiche. Il babbo stracciò tutto e, avvicinandosi ai bidoni colorati chiese al giovane: “Quale?” Il giovane si strinse nelle spalle e, senza dimostrare di esserne sicuro, indicò quello blu con scritto ‘carta’. Il babbo guardò le case del paese di là dal grande e alto ponte. Entrambi si alzarono dalla panchina e attraversarono il fiume, mentre lo spirito del tempo, che laggiù, tra vortici e rapide, scorreva eterno, cercava di parlare con la voce franta e lenta, come quella di un anziano che cerca in tutti i modi di tenerlo vivo, che sa che non avrà più tante occasioni per conservarlo.

Il giovane si fermò su quel ponte. Cercò di ascoltare il vecchio fiume, come aveva fatto con il vecchio bosco e l’antico ghiacciaio. Scattò una fotografia. Il babbo procedette da solo verso casa; non gli impedì certamente la sosta. E svanì tra le curve disegnate dai vecchi tabià.

L’uomo riaprì gli occhi. La nebbia si stava alzando e la temperatura si stava abbassando. Riprese il libro. Lo mise nello zaino. Ripensò a quell’ultima escursione con il babbo. Provo solo a immaginare quanto di inascoltato ancora rimanesse in quelle acque, in quel fragore che la chiusa, in momenti come quello appena vissuto, faceva apparire davvero assordante. Risalì sulla bicicletta, lasciò la chiusa e ritornò a casa lungo il rivale, tra i fitti canneti. Troppe voci ormai lo richiamavano da quelle acque da cui non era mai facile separarsi, quando dovette scendere per avvicinarsi alla città. Pedalò veloce. Aveva una meta. Era sempre quella. Attraversò tutta la città. Arrivò sotto l’antico pino, nel luogo dove regna quel silenzio che lì, più che altrove, urla il senso della vita. Arrivò prima che il cancello fosse chiuso. Era sempre quella la meta da raggiungere ogniqualvolta si riattivasse l’antico dialogo e riprendessero forma quei paesaggi scolpiti nel tempo. La nebbia, che si stava velocemente addensando, salendo dai prati e dai canali, lo favoriva. Si accoccolò accanto a quella pietra, accanto a quel tumulo, e, sedutosi sulla nuda terra a gambe incrociate il figlio riprese quel colloquio con la vita vera che aveva iniziato bambino con il nonno e continuato adulto con il babbo, tra boschi e ghiacciai, tra torrenti e prati. Aprì lo zaino. Estrasse una fotografia: vi era ritratto un impetuoso torrente; era stata scattata su un ponte; su un lato si intravvedeva l’inizio di una ripida strada tortuosa, che passava tra case e tabià. La depose sulla terra umida da cui la nebbia si alzava sempre velocemente, come se avesse premura di proteggere quel dialogo con il tempo che solo lì riusciva ad essere sincero. Perché lì, lo spirito del tempo non parlava più per enigmi.

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