La Distesa Solitaria

Cogliere lo spirito di una terra è possibile solo se la si vive? Esiste un genius loci? Sì. Esiste. L’ho già più volte scritto ed io stesso lo cerco laddove possibile. Certo, si può vivere anche letterariamente una terra e darne al lettore un’immagine, appunto, soltanto letteraria e assolutamente fittizia. Ma non sarà mai la stessa che vi può dare una persona che quella terra ha calcato giorno per giorno, di cui conosce i modi di vivere, di cui riconosce le persone anche solo per il modo in cui vi salutano, per il modo in cui vestono, parlano, si divertono. E infatti l’Alaska che si delinea pagina dopo pagina ne Il grande inverno di Kristin Hannah è quello che sui libri di scuola si chiamerebbe un paesaggio dell’anima, un paesaggio che partecipa di una vicenda che nel suo incredibile intreccio di dolore rappresenta in modo perfetto sul piano narrativo sentimenti come l’angoscia e il patire; percezioni che derivano non da se stessi, ma dalla convivenza con loro di chi li deve subire nel proprio corpo e che è costretto ad alimentare in se stesso come serpi che si cibano a piccoli brani della sua anima. Gli anni Sessanta finiscono per la storia del Stati Uniti con il Vietnam e con le conseguenze che nelle anime tale conflitto ha lasciato. E questo, lo sappiamo, ha dato tanto alla cultura di quegli anni e di quelli immediatamente successivi. In queste pagine si dà un altro contributo. L’ex militare ed ex prigioniero di guerra, l’eroe pluridecorato Ernt Allbright ne esce sconvolto, distrutto, annullato e il suo sconvolgimento mentale avvolge un’intera famiglia, che a lui è legata da spire inestricabili e da lui non vuole proprio districarsi. Il dolore di Ernt avvolge in un amore insano l’affetto di Cosa e Leni, che lui odia amando e che loro amano odiando. Un crescendo di situazioni drammatiche in un paesaggio limite, dove nessuna delle categorie che l’uomo moderno dà per scontate e acquisite posso avere un valore, dove la breve estate viene vissuta non come godimento e vacanza, ma come occasione per l’ansiosa raccolta di tutto quanto serve per un lungo e famelico inverno che ogni anno miete vittime, dove il vicino di casa deve essere per forza, ti piaccia o no, il tuo migliore amico, perché solo lui può salvarti da “mille modi in cui in Alaska si può morire”. Amore e dolore si avvicendano nel rapporto tra Ernt e la moglie Cora, tra Ernt e la figlia Leni, tra Leni e l’amico Matthew, due sentimenti che solo quel paesaggio riesce a rendere indistinguibili l’uno dall’altro. L’Alaska, la Distesa Solitaria, il paesaggio scelto da chi ha bisogno, come Ernt, di isolarsi dal mondo nemico e che vede il nemico ovunque, non appare come spazio narrativo solo nelle pagine iniziali e nelle pagine che precedono la conclusione. L’Alaska, necessità per Ernt, sogno per Leni e Cora, domina la scena con i suoi monti, le sue coste, i suoi ghiacci, i suoi inimmaginabili inverni, i suoi personaggi altrove introvabili, perché solo lì probabili. Questo è il punto di forza del romanzo, la cui trama tiene avvinto il lettore proprio per la capacità dell’autrice di disegnare sempre quinte mai inerti; quel ghiaccio uccide, quegli orsi e quei lupi condizionano le vita, quel buio che non finisce mai, che uccide piano piano e avvolge tutto è all’origine delle vicende che sconvolgono le vite di Ernt e di chi con lui deve convivere, la moglie Cora e la figlia Leni, le due figure femminili, due icone di un dolore di fronte al quale mai ci si arrende, che esse si trasfigurano in amore previa immancabile espiazione, che dominano la scena dall’inizio alla fine. Insomma, non mi sono certamente annoiato. Anzi. Kristin Hannah, Il grande inverno, Mondadori, Milano 2018, resterà il ricordo di un buon libro.

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