Per Enzo Bettiza

Se volete capire la Dalmazia e la sua complessa storia leggete, come ho fatto e piacevolmente rifatto pochi anni fa, Esilio di Enzo Bettiza. Le pagine sulla storia della propria famiglia sono forse le più belle: attraversano il periodo napoleonico, poi asburgico, fino alla tragedia che ha coinvolto gli italiani di Dalmazia nel secondo dopoguerra. Sono pagine talmente particolari – come del resto particolare era anche lo stile dell’autore nei pezzi giornalistici – che non è possibile descriverle qui: coinvolgono, catturano, aggrovigliano il lettore in una rete di relazioni con la storia di quel mondo che era unico e che la slavizzazione forzata condotta da Tito ha cancellato per sempre. La Spalato della gioventù dell’autore diventa una città incredibile nelle sue pagine, retaggio tardivo di quella vitalità decadente e morente che fu della Mitteleuropa, dell’Austria Felix, là dove una peculiare osmosi culturale, generatasi dalla sincrasia tra contributi dell’est e altri dell’ovest, si è sempre chiesta cosa degli uni potesse vivificare gli altri, senza rendersi conto che sia da est sia da ovest si stava tramando la sua fine, con lutti e tanta, tantissima tristezza e dignitosa sofferenza. Terra di grande letteratura, forse anche perché terra di domande continue, di ricerca di radici, di identità culturali in continua evoluzione in un dialogo che allora sembrava – illusoriamente, possiamo dire con quel senno di poi che ha il potere di rovinare sempre tutte le cose più belle – possibile.
Sit tibi terra levis.

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