Il “garofano”

Palermo è una città che nasconde e rivela all’improvviso, che ti coinvolge e avvolge in se stessa, che ti apre alla vista ricchezze smisurate nascondendo povertà che come tutti ha ma non disvela, ha una dignità di capitale vera di qualcosa che non ha mai più avuto dai Normanni in poi, ma che è ancora in lei e nella sua gente; Palermo è fenicia, marinara, mercantile, ricca di ciò che la gente di mare sa che deve avere ma che gli altri mai devono sapere; Palermo non è greca, non è romana; forse una sola città in Italia per me condivide questa natura segreta e semplice, fiera di sé ma che non si svende facilmente: Genova. Il mare rende così. La storia vissuta con il mare, per il mare, sul mare rende così: un mare che non è quello che dà i futili guadagni di due mesi di turismo; un mare che è profonda struttura storica e che impregna una cultura millenaria. Amo questa città e la sua gente ormai da anni. E la sto sentendo un po’ dentro di me, come il “garofano” di sangue disegnato sul grembiule di chi ha appena decapitato un pesce spada: resta lì come impronta di una tradizione la cui fallace povertà è in realtà una ricchezza che non conosce un confine, una demarcazione, una definizione.

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