Il mosaico è un’arte e un linguaggio per pochi, si dice. Ma oggi, vedendo gli occhi estasiati di studenti che non lo hanno ancora studiato in arte, ho capito che questo linguaggio ha un potere straordinario: quello di affascinare anche senza conoscerne i segreti tecnici, quello di attivare una sorta di comunicazione subliminale, impercettibile, se vogliamo, incontrollabile razionalmente. E questo è davvero molto bello, nella misura in cui dà la dimensione di quale potere ammaliante può avere un linguaggio di immagini, una Biblia pauperum, un codice di segni che più sono semplici in apparenza, più sono potenti negli effetti finali. È questo il segreto vero del saper comunicare: non far vedere quanto sono bravo io (il mosaico è una grande opera di squadra, di maestranze composite, non va sotto il nome di un singolo), ma raggiungere un obiettivo, dominando così bene la tecnica e il mestiere, da superarli allo stesso tempo, nascondendoli al lettore. Le città del mosaico, come Palermo, come Ravenna, come Venezia, hanno questa grande ricchezza: un linguaggio straordinario che ammalia e comunica insieme, che stupisce e informa, insegna e arricchisce senza annoiare. Oggi con i miei studenti ho visitato Monreale e la Cappella Palatina a Palermo. Ebbene, dopo la visita della seconda, quando ho detto ai miei ragazzi: “è troppo bello; io mi rifaccio un altro giro là dentro”, loro mi sono venuti dietro, esattamente come i topolini col pifferaio di Hamelin. Cos’altro se non il fascino, nel senso proprio etimologico della parola, li può aver mossi?
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