Trieste, la città di frontiera per antonomasia, un’isola mai nominata ma individuabile come quella delle Brioni dove il maresciallo-dittatore Tito passava l’estate, una serie di paesaggi dell’ex Jugoslavia nel tempo delle guerre che l’hanno vista disintegrarsi, l’amore per un ragazzo proveniente da “di là”, la guerra, la passione, la complessità di un retaggio familiare in cui entra di tutto, dai nonni affascinati per le decadute glorie imperiali alla mamma che lavora in un centro per malati mentali, dal padre proveniente dalla Voivodina serba ma a maggioranza ungherese all’amico Lucio figlio di profughi istriani, non c’è nulla che in questo caleidoscopio di storia e geografia martoriate che non sia complesso, comprensibile forse solo a chi vive la dimensione del limite, del vivere su uno dei confini più travagliati d’Europa. L’ex Jugoslavia, che va in frantumi alla morte di chi con la forza e la paura l’aveva tenuta insieme, è forse il vero protagonista di questo romanzo, che non potrà comprendere chi non ricorda cosa condusse alle stragi di Vukovar e di Srebrenica, cosa induce il giovane Vili ad arruolarsi addirittura tra le tigri di Arkan, le più feroci tra le truppe paramilitari serbe o filoserbe. Alma, che sceglierà poi Roma come città di residenza e lavoro, vive e partecipa nei ricordi fino in fondo di questa complessità che coinvolge anche l’intricarsi dei tempi narrativi, forse l’aspetto più interessante sul piano stilistico. Che altro dire se non che sono assolutamente meritati i premi ottenuti?

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