Non sono uno spasimante delle citazioni, ma questa frase detta alla piccola Luna, nata albina, figlia di una mamma che la sfortuna ha preso di mira togliendole un figlio, che stravede per Sandro, questo catechista improvvisato, che poi è il giovane, mammone e spiantato professore di suo fratello, ha come poche il potere di farti fermare e poi pensare, e poi fare anche un post, che non interesserà a tanti, ma male non farà. Chi manda le onde, di Fabio Genovesi, è un romanzo i cui personaggi, tutti “di frontiera”, possono lasciare interdetti la più parte dei lettori, ma hanno ciascuno il proprio perché e questa ragione si ritrova sempre e soltanto nelle relazioni che li avvolgono tra le trame, non certo complesse, della narrazione. Tragedia e dolore, tutto è alle estreme conseguenze, ma, leggendo, ti accorgi di come il sapiente uso dell’ironia stempera ogni sentimento, in modo toscanamente irriverente. E sullo sfondo le terre care a Genovesi, quel lembo di Toscana fra Versilia e Apuane, Garfagnana e Lunigiana, mare e terra, che spesso ritroviamo nelle sue opere. Terre che noi associamo a un turismo di lusso (i personaggi del libro sono tutti di Forte dei Marmi), ma in cui si muovono attori che creano uno sfolgorante contrasto con quell’immagine corroborata dai media. E qui si vede la maestria della penna di chi scrive. È un libro scabroso, fa riflettere sui temi dell’importanza della diversità in un mondo di omologati (per questo ho scelto la citazione), fa riflettere su quell’informe melma di grigiore che impedisce di cogliere la bellezza nelle sue forme più schiette e genuine. La stessa schiettezza dello stile di Genovesi, la stessa schiettezza che lui sa esprimere nel suo ruolo di commentatore del Giro. Lì imparai a conoscerlo. Chi manda le onde è un libro che alcuni eruditi definirebbero “a strati”, con vari livelli di comprensione e lettura. A me piace semplicemente notare che è un bel libro che fa pensare con ironia. E oggi ne abbiamo urgentemente bisogno.
Una bellissima Luna, tutta bianca
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