Dall’interno del mondo ebraico tedesco

Non riuscirei mai a definirlo un libro da consigliare. Letto con fatica, affrontato sempre con in mano l’albero genealogico delle famiglie Oppner ed Effinger (perdersi in questo caotico groviglio di personaggi di famiglie numerose è molto facile), tuttavia il quadro storico, tratteggiato in stile che definirei naturalistico, è di grande interesse: dall’interno di due benestanti e operose famiglie ebraiche “assimilate” si coglie la velocità dell’evoluzione non soltanto sociale ed economica del mondo tedesco da Bismarck alla Seconda Guerra mondiale attraverso Weimar, ma anche quella delle famiglie e dei complessi rapporti intergenerazionali.








Ascolta sempre il corvo!

Quanto mai difficile, dopo aver letto un libro di altissima qualità, è sceglierne un altro. Le atmosfere che Murakami riesce qui a creare ti portano all’interno di due viaggi, in cui solo la dimensione indescrivibile del sogno e la forma ineffabile della fiaba possono aiutarti a seguire i due personaggi alla ricerca di qualcosa che neanche loro conoscono. Fiaba e sogno sono senza alcun dubbio le due parole chiave per costruire un tentativo di recensione di uno dei libri che mettono veramente alla prova chi avverte la pungente smania di trattarne. Non si può tacere dopo una tale lettura, dopo un così profondo accumularsi di allegorie, di allusioni, di profezie, di destini, di incertezze di cui inutilmente attendi una spiegazione, una soluzione, che sai già che l’autore vuole che tu ricerchi in te stesso, proprio come i Kami dello shintoismo. Non chiedere certezze dove sta scritto che non le avrai. Eppure sai che il vecchio Nakata e il giovane Tamura Kafka viaggiano prede di questa costante incertezza che al lettore appare alla fine, come per una sorta di miracolo, nella genialità della narrazione, una parvenza di certezza. Un piccolo aiutino lo accettate? Kafka in ceco significa corvo; ebbene, ascoltate sempre il corvo mentre leggete Kafka sulla spiaggia. E forse sogno e fiaba troveranno qualche fievole giuntura.







Oltre l’Adriatico

Trieste, la città di frontiera per antonomasia, un’isola mai nominata ma individuabile come quella delle Brioni dove il maresciallo-dittatore Tito passava l’estate, una serie di paesaggi dell’ex Jugoslavia nel tempo delle guerre che l’hanno vista disintegrarsi, l’amore per un ragazzo proveniente da “di là”, la guerra, la passione, la complessità di un retaggio familiare in cui entra di tutto, dai nonni affascinati per le decadute glorie imperiali alla mamma che lavora in un centro per malati mentali, dal padre proveniente dalla Voivodina serba ma a maggioranza ungherese all’amico Lucio figlio di profughi istriani, non c’è nulla che in questo caleidoscopio di storia e geografia martoriate che non sia complesso, comprensibile forse solo a chi vive la dimensione del limite, del vivere su uno dei confini più travagliati d’Europa. L’ex Jugoslavia, che va in frantumi alla morte di chi con la forza e la paura l’aveva tenuta insieme, è forse il vero protagonista di questo romanzo, che non potrà comprendere chi non ricorda cosa condusse alle stragi di Vukovar e di Srebrenica, cosa induce il giovane Vili ad arruolarsi addirittura tra le tigri di Arkan, le più feroci tra le truppe paramilitari serbe o filoserbe. Alma, che sceglierà poi Roma come città di residenza e lavoro, vive e partecipa nei ricordi fino in fondo di questa complessità che coinvolge anche l’intricarsi dei tempi narrativi, forse l’aspetto più interessante sul piano stilistico. Che altro dire se non che sono assolutamente meritati i premi ottenuti?







Tra idee e metafore

Non finirò mai di dire che quest’autore meriterebbe il Nobel più di tanti altri. In quest’opera ponderosa, divisa in due volumi, Murakami offre mille spunti di riflessione. L’Assassinio del Commendatore è un enigmatico quadro di un anziano pittore ormai vittima di Alzheimer e non più in grado di spiegarlo. Tutta la narrazione ruota attorno al quadro, dal mondo delle “idee” che si generano nel primo volume a quello delle “metafore”, anche surreali, protagoniste del secondo. Tra le righe ritrovare citazioni dotte non è facile, ma sempre intrigante. Tra idee e metafore qualcosa di concreto esiste: e quello che si fa concreto, oltre ai personaggi scolpiti con meticolosa maestria, è il paesaggio, mai quinta inerte, ma sempre ricco di simbologie, che catturano il lettore in un quadro con cornici e contenuti che solo Murakami sa creare, senza concettualismi, plasmando i suoi personaggi che viaggiano prima tra il mondo reale e quello delle idee, poi debordano in quello delle metafore, ma sempre ancorati a una realtà che alla fine, dopo tanta tensione, abilmente manovrata, si scioglie in un’insperata e quotidiana naturalezza. Lettura che resta, insomma.







Due riflessioni sulla disabilità

Due riflessioni sulla disabilità, molto diverse, ma con qualcosa che le accomuna. Innanzitutto diverse per la struttura: un articolato romanzo la prima, un lungo racconto che ho letto in poco più di due ore la seconda. L’elemento comune è il fatto che la disabilità sia trattata come strumento per arrivare ad altro. Nel primo caso la Moyes ci porta a riflettere sulla bella e struggente storia di Louisa, che accetta di lavorare come assistente di un giovane rimasto tetraplegico, Will, e trasforma l’incarico in una vera e propria missione: quella di salvarlo dalla decisione di ricorrere al suicidio assistito; Louisa, la vera protagonista, è uno di quei personaggi che nella loro semplicità sociale e culturale esprimono una profondità psicologica che li rendono unici e indimenticabili per il lettore. Nel lungo racconto di Righetto abbiamo invece il tanto dolcissimo quanto fiabesco viaggio di Nicola e Carlo, un anziano e un uomo affetto da sindrome di Down, che porta a riflettere sul tema della solitudine, anche qui senza patetismi, senza filtri, senza iperboliche rappresentazioni di effetti speciali. Storie che possono appassionare, e possono piacere, proprio per il realismo della semplicità. Semplice e chiara sarà la decisione di Will, semplice e chiaro il sogno di Carlo. Due libri “semplici”, ma due libri che hanno questo potere che io ricerco sempre: un tema, grande o piccolo, su cui riflettere; dei personaggi, realistici o fiabeschi, che inducano a una riflessione.








Immersione nel vuoto

Definito da Longo “cupo e oscuro, non certo un libro di trama”, questo romanzo di Cormac McCarty non può non lasciare una traccia nella “carriera” di un lettore. Ammetto tutta la stanchezza e la fatica provata in questa esperienza che qualcuno definirebbe giustamente di totale immersione nello stile. E da un’immersione alla ricerca di un aereo sommerso con i passeggeri, uno dei quali manca all’appello, appunto, parte la trama che non c’è. Ci sono, però – eccome! – i personaggi del nuovo Ovest americano, scolpiti a tutto tondo. Fatta eccezione per due brevi puntate nel Wisconsin e nel finale nel Mediterraneo, New Orleans è la quinta principale. “Pedante”, leggo che qualcuno definisce lo stile di McCarthy. Bisogna attraversarne tutta l’opera e la carriera per superare questa impasse, perché lo stile è il protagonista, la tecnica ne risulta sapiente proprio per i suoi voluti vuoti: vuoti nei dialoghi che spesso sono monologhi in cui il protagonista Bobby Western fa da spalla con le sue brevi battute inserite tra quelle dell’interlocutore, che così si viene definendo; vuoti nelle scene che restano sospese; vuoti nelle minuziosissime e gergali ricercatezze del lessico scientifico e tecnico. I dialoghi sono ricchi di risposte senza domande, i paesaggi cambiano senza una motivazione narrativa, ma sempre e soltanto dettata da quell’istinto stilistico che solo chi ha letto altri libri di McCarthy può arrivare a comprendere. Quello che resta al lettore attento sono i paesaggi asciutti dell’Ovest, asciutti come i personaggi, asciutti come l’originale stile narrativo. E il passeggero mancante da cui tutto parte? Non essendovi trama, è del tutto coerente che di lui si perda traccia. L’unica possibile risposta è da ricercare o nelle allucinazioni in corsivo della sorella suicida, o nel vagare, sempre da fuggitivo, di Western, o nel prossimo volume Stella Maris. 

Tra distopia e realtà

Un thriller? Una romanzo distopico sui generis? Un libro sicuramente originale è questo romanzo di Vera Buck. Il villaggio di Jakobsleiter non esiste su nessuna mappa, i suoi abitanti non conoscono le usanze della vita moderna e conducono un’esistenza guidata e scandita solo dai ritmi della natura. Ma la scomparsa di alcune donne incuriosisce la giovane giornalista Smilla. Si dipana così un racconto in cui il clima di mistero avvolge il lettore in una rete di sensazioni che vincono ogni aspettativa legata al genere, che superano i confini di qualsiasi tipologia tradizionale. Ogni capitolo è in prima persona e il narratore interno cambia ogni volta. Il lettore è così sempre “dentro” il racconto, avvinto e intricato nelle trame di questa ben riuscita opera prima di una narratrice tedesca di cui attendo con interesse altri titoli.

Una bellissima Luna, tutta bianca

Non sono uno spasimante delle citazioni, ma questa frase detta alla piccola Luna, nata albina, figlia di una mamma che la sfortuna ha preso di mira togliendole un figlio, che stravede per Sandro, questo catechista improvvisato, che poi è il giovane, mammone e spiantato professore di suo fratello, ha come poche il potere di farti fermare e poi pensare, e poi fare anche un post, che non interesserà a tanti, ma male non farà. Chi manda le onde, di Fabio Genovesi, è un romanzo i cui personaggi, tutti “di frontiera”, possono lasciare interdetti la più parte dei lettori, ma hanno ciascuno il proprio perché e questa ragione si ritrova sempre e soltanto nelle relazioni che li avvolgono tra le trame, non certo complesse, della narrazione. Tragedia e dolore, tutto è alle estreme conseguenze, ma, leggendo, ti accorgi di come il sapiente uso dell’ironia stempera ogni sentimento, in modo toscanamente irriverente. E sullo sfondo le terre care a Genovesi, quel lembo di Toscana fra Versilia e Apuane, Garfagnana e Lunigiana, mare e terra, che spesso ritroviamo nelle sue opere. Terre che noi associamo a un turismo di lusso (i personaggi del libro sono tutti di Forte dei Marmi), ma in cui si muovono attori che creano uno sfolgorante contrasto con quell’immagine corroborata dai media. E qui si vede la maestria della penna di chi scrive. È un libro scabroso, fa riflettere sui temi dell’importanza della diversità in un mondo di omologati (per questo ho scelto la citazione), fa riflettere su quell’informe melma di grigiore che impedisce di cogliere la bellezza nelle sue forme più schiette e genuine. La stessa schiettezza dello stile di Genovesi, la stessa schiettezza che lui sa esprimere nel suo ruolo di commentatore del Giro. Lì imparai a conoscerlo. Chi manda le onde è un libro che alcuni eruditi definirebbero “a strati”, con vari livelli di comprensione e lettura. A me piace semplicemente notare che è un bel libro che fa pensare con ironia. E oggi ne abbiamo urgentemente bisogno.





Eros e follia: binomio perfetto

Da tempo desideravo leggere Un amore senza fine di Scott Spencer, del 1979. Un classico, si dice. E lo è. Come al solito, i pareri discordi mi hanno convinto. Un libro che fa parlare di sé in tanti modi diversi è un vero libro. E così mi sono sprofondato nella vicenda narrativa di Jade e David e del loro fuoco d’amore. Sì, fuoco: perché da un incendio, quello appiccato da lui diciassettenne alla casa di lei e della sua famiglia, tutto prende avvio. E un vero incendio di sentimenti avvolge il lettore dall’inizio alla fine, circondato dalla vacuità di tutto il resto, persino nel vuoto di valori di un contesto in cui anche la politica, quella delle grandi infatuazioni che puntualmente delude, viene meravigliosamente derisa. David, figlio di attivisti della sinistra anni Sessanta che non sanno essere genitori e non sanno farsi amare da lui, è attirato proprio dalla famiglia anticonvenzionale di Jade. Ma questo rapporto di amore sarà segnato, come da una sorta di peccato originale, proprio dall’episodio dell’incendio: la follia entra allora in dialettica con l’eros, il processo con la difficile rieducazione. Figure perfette di personaggi minori si associano ai due ragazzi protagonisti. Gli psichiatri, i fratelli di Jade, sua madre Ann e le altre figure narrative ricevono una caratterizzazione mai scontata, sempre acuta, pungente, che resta nella memoria fino a farle quasi male, attraverso strumenti di cui stiamo perdendo noi stessi memoria, come la lettera o la telefonata. Non cercate una logica dove questa non può esserci, perché mai stata negli intendimenti. “Allora capii che ero entrato a far parte della vasta comunità dei condannati, uomini e donne: l’amore s’era contorto in me precipitandomi in un caos.” Così, con le parole di David, fareste bene ad avvicinarvi a questo libro.

Scott Spencer, Un amore senza fine, Sellerio, Palermo 2015

Sacrificio per la vittoria

Anche questa volta il fiuto del lettore “forte” non mi ha tradito. Magnifici perdenti è un libro in crescendo che si svolge su due tracce: il ciclismo professionistico di Solomon e il suo amore per Liz, ricercatrice genetista, che vede nell’attività del marito qualcosa di molto vicino alle leggi biologiche che studia. La storia è quella di un Tour de France: tappe di montagna per scalatori, tappe di pianura per velocisti, giornate di riposo, strategie di squadra, serate in albergo, scelte tecniche, pioggia, vento, notizie e ordini di squadra nell’auricolare via radio, tecnologia al servizio della resistenza fisica sempre sul delicato confine oltre il quale si va in rosso, fatica sempre al limite, sforzo sempre al massimo, sofferenza per la gloria, sacrificio. I personaggi sono quelli di una squadra di categoria élite, il livello più alto del professionismo. Il contesto narrativo è, da una parte, seguendo il primo dei due binari della nostra traccia, quello internazionale di una squadra professionistica moderna, dei compagni di squadra di Solomon, del suo capitano Fabrice, del suo direttore sportivo Rafael, del suo compagno di stanza Tsutomo, del suo fisioterapista, il Macellaio, del medico Marc, e altri corridori; quello intimo della sua storia con Liz e il figlio Barry, dall’altra. Non manca l’ironia nelle boutade di Fabrice, come nella presentazione del piccolo di statura, ma sempre troppo grande negli intenti, Rafael. Sullo sfondo di tutto questo una morale terribile, quella di sempre nel ciclismo, che non dà scampo e che ha segnato questo sport da quando si pratica: diversamente da quanto si verifica altrove, qui non conta il piazzamento, chi arriva primo assurge all’empireo di gloria, chi arriva secondo sarà sempre il vero sconfitto. Solomon lavora per Fabrice. Deve tutto a Fabrice, anche l’essere stato scelto come componente della squadra per quel Tour, nonostante i test in allenamento dai risultati poco incoraggianti. La ‘morale’ pone su tutto il suo sigillo: Fabrice deve vincere, non deve assolutamente accontentarsi di entrare nella top ten, i primi dieci in classifica generale, tanto meno essere secondo. E perché vinca, non a Solomon, non a Tsutomo, non a Sebastian, non agli altri compagni di squadra, ma a Liz verrà chiesto il sacrificio del magnifico perdente. Solomon in cima a una salita passa accanto a uno striscione su cui è scritto: “Dopati, tornatevene a casa!”. E il sacrificio, nell’utopia continua della vittoria, avrà un prezzo terribile. La tensione narrativa sale piano piano fino alla fine; e vi assicuro che, se amate questo sport per quello che è, vi commuoverete.

Joe Mungo Reed, Magnifici perdenti, Bollati Boringhieri, Torino 2018

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