Immersione nel vuoto

Definito da Longo “cupo e oscuro, non certo un libro di trama”, questo romanzo di Cormac McCarty non può non lasciare una traccia nella “carriera” di un lettore. Ammetto tutta la stanchezza e la fatica provata in questa esperienza che qualcuno definirebbe giustamente di totale immersione nello stile. E da un’immersione alla ricerca di un aereo sommerso con i passeggeri, uno dei quali manca all’appello, appunto, parte la trama che non c’è. Ci sono, però – eccome! – i personaggi del nuovo Ovest americano, scolpiti a tutto tondo. Fatta eccezione per due brevi puntate nel Wisconsin e nel finale nel Mediterraneo, New Orleans è la quinta principale. “Pedante”, leggo che qualcuno definisce lo stile di McCarthy. Bisogna attraversarne tutta l’opera e la carriera per superare questa impasse, perché lo stile è il protagonista, la tecnica ne risulta sapiente proprio per i suoi voluti vuoti: vuoti nei dialoghi che spesso sono monologhi in cui il protagonista Bobby Western fa da spalla con le sue brevi battute inserite tra quelle dell’interlocutore, che così si viene definendo; vuoti nelle scene che restano sospese; vuoti nelle minuziosissime e gergali ricercatezze del lessico scientifico e tecnico. I dialoghi sono ricchi di risposte senza domande, i paesaggi cambiano senza una motivazione narrativa, ma sempre e soltanto dettata da quell’istinto stilistico che solo chi ha letto altri libri di McCarthy può arrivare a comprendere. Quello che resta al lettore attento sono i paesaggi asciutti dell’Ovest, asciutti come i personaggi, asciutti come l’originale stile narrativo. E il passeggero mancante da cui tutto parte? Non essendovi trama, è del tutto coerente che di lui si perda traccia. L’unica possibile risposta è da ricercare o nelle allucinazioni in corsivo della sorella suicida, o nel vagare, sempre da fuggitivo, di Western, o nel prossimo volume Stella Maris. 

Tra distopia e realtà

Un thriller? Una romanzo distopico sui generis? Un libro sicuramente originale è questo romanzo di Vera Buck. Il villaggio di Jakobsleiter non esiste su nessuna mappa, i suoi abitanti non conoscono le usanze della vita moderna e conducono un’esistenza guidata e scandita solo dai ritmi della natura. Ma la scomparsa di alcune donne incuriosisce la giovane giornalista Smilla. Si dipana così un racconto in cui il clima di mistero avvolge il lettore in una rete di sensazioni che vincono ogni aspettativa legata al genere, che superano i confini di qualsiasi tipologia tradizionale. Ogni capitolo è in prima persona e il narratore interno cambia ogni volta. Il lettore è così sempre “dentro” il racconto, avvinto e intricato nelle trame di questa ben riuscita opera prima di una narratrice tedesca di cui attendo con interesse altri titoli.

Una bellissima Luna, tutta bianca

Non sono uno spasimante delle citazioni, ma questa frase detta alla piccola Luna, nata albina, figlia di una mamma che la sfortuna ha preso di mira togliendole un figlio, che stravede per Sandro, questo catechista improvvisato, che poi è il giovane, mammone e spiantato professore di suo fratello, ha come poche il potere di farti fermare e poi pensare, e poi fare anche un post, che non interesserà a tanti, ma male non farà. Chi manda le onde, di Fabio Genovesi, è un romanzo i cui personaggi, tutti “di frontiera”, possono lasciare interdetti la più parte dei lettori, ma hanno ciascuno il proprio perché e questa ragione si ritrova sempre e soltanto nelle relazioni che li avvolgono tra le trame, non certo complesse, della narrazione. Tragedia e dolore, tutto è alle estreme conseguenze, ma, leggendo, ti accorgi di come il sapiente uso dell’ironia stempera ogni sentimento, in modo toscanamente irriverente. E sullo sfondo le terre care a Genovesi, quel lembo di Toscana fra Versilia e Apuane, Garfagnana e Lunigiana, mare e terra, che spesso ritroviamo nelle sue opere. Terre che noi associamo a un turismo di lusso (i personaggi del libro sono tutti di Forte dei Marmi), ma in cui si muovono attori che creano uno sfolgorante contrasto con quell’immagine corroborata dai media. E qui si vede la maestria della penna di chi scrive. È un libro scabroso, fa riflettere sui temi dell’importanza della diversità in un mondo di omologati (per questo ho scelto la citazione), fa riflettere su quell’informe melma di grigiore che impedisce di cogliere la bellezza nelle sue forme più schiette e genuine. La stessa schiettezza dello stile di Genovesi, la stessa schiettezza che lui sa esprimere nel suo ruolo di commentatore del Giro. Lì imparai a conoscerlo. Chi manda le onde è un libro che alcuni eruditi definirebbero “a strati”, con vari livelli di comprensione e lettura. A me piace semplicemente notare che è un bel libro che fa pensare con ironia. E oggi ne abbiamo urgentemente bisogno.





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