Il silenzio della foglia che cade

Aveva parlato lei per tutto il tempo, da quando erano risaliti in auto, per tornare a casa dalla cena. Luca non era stato capace di ascoltarla. Era stato preso da altro. Era rimasto come impietrito da uno sguardo di Piergiorgio, uno sguardo particolarmente intenso, che aveva letto nel momento del saluto, nel parcheggio dell’agriturismo dove avevano appena cenato, uno sguardo che celava qualcosa che Luca ormai da anni avrebbe dovuto interpretare molto bene. Il modo in cui una persona riesce a imprimere nell’anima il suo suggello con un solo sguardo, anche senza una parola, come Piergiorgio aveva appena fatto, è qualcosa che riesce a condizionare il pensiero, a togliere il sonno, a incatenare i muscoli. Era preso anche da altro Luca in quel momento: una grande foglia d’acero si era posata sull’auto, mentre Luca e Barbara ripartivano, con gli occhi di lui fulminati da quello sguardo dell’amico. Mise in moto. Lo sguardo dell’amico si spense, ma solo apparentemente nel buio della notte. Si riaccese altrove, in un abisso sconvolto da eventi passati, alla ricerca della chiave per interpretare l’espressione dell’amico (lo guardava? sbriciava in lui? cercava di leggere qualcosa? o forse chiedeva qualcosa?) e di quella per dare significato a una foglia che cade. La foglia volò via. Si sollevò in alto alla partenza dell’auto. E fu richiamata indietro dal movimento dell’auto stessa, agitata. Dentro l’anima si agitò un pensiero e sulla foglia si impresse un’immagine. Barbara parlava. Senza sosta. Ma la foglia caduta e volata via parlava ancora più forte. Lo sguardo dell’amico ora gridava nell’abisso oscuro da dove all’anima risalgono soltanto allegorie di dolore.

Luca e Barbara, rincasando, furono d’accordo nel concludere che avevano trascorso, in quell’agriturismo che da tempo cercavano l’occasione per sperimentare, una piacevole serata in compagnia dei loro due amici: Grace, amica e collega di lavoro di Barbara, entrambe infermiere in ospedale, e Piergiorgio, amico di Luca, prima ex compagno di scuola e poi di studi universitari. “Curioso destino il nostro,” aveva commentato Luca un giorno a proposito del lavoro suo e di Piergiorgio. “Siamo stati prima compagni di scuola e in quella scuola ora insegno io, poi di università e di quell’università ora sei docente tu.” Era una delle tante confidenze che, alla partenza o al rientro dalle loro uscite in bici da corsa, reciprocamente scambiavano, davanti a una fetta di strudel, dal sapore settentrionale, come quello del sangue che scorreva nelle vene di Luca, figlio di emigrati veneti, e un caffè forte, dall’anima un po’ più meridionale come quella delle radici, ormai lontane, di Piergiorgio, figlio di emigrati pugliesi. Tutto questo sui tavoli del loro bar prediletto: un anonimo locale di periferia frequentato soprattutto da lavoratori del porto, con tavoli e sedie in alluminio o in plastica e rivestimenti in formica alle pareti. Il bar più improbabile per quegli scavi faticosi e dolorosi nell’anima, qualcuno potrebbe pensare; ma forse proprio per questo, come pensavano invece Piergiorgio e Luca, più gradito e sempre più apprezzato in tutti quegli anni di uscite in bici. In quel bar, in quel quartiere portuale dove tutto si mescolava, il transito del tempo attraverso le vite delle persone assumeva, lì dentro, forme speciali, come scandite dai ritmi dei turni, che, diversamente dalle persone, espressione di una varietà di dialetti e storie, erano identici, immobili, fissi da decenni. Del resto Piergiorgio e Luca stavano perfettamente al gioco: da anni la stessa fetta di strudel era immancabilmente accompagnata dal medesimo caffè ristretto e il barista o la sua commessa, che ben li conoscevano, da anni non avevano bisogno di ordini. Il tempo esigeva quei riti e compierli – lo sapevano tanto bene da non doverselo mai ricordare – era per entrambi un modo per lasciare che il tempo stesso s’insinuasse in maniera indolore in un’amicizia che di dolore ne aveva vissuto fin troppo. “In amicizia è bello anche fare cose brutte; senza amicizia è brutto anche fare cose belle. L’amicizia trasfigura il paesaggio, anche quello più apparentemente anonimo. Nel momento in cui il paesaggio diventa quinta dell’anima, ecco, è proprio allora che le categorie aduse non funzionano più per interpretare i messaggi, come quelli che può trasmettere anche un luogo che l’immaginario comune definirebbe squallido, come questo locale”, gli disse su uno di quei tavoli un giorno l’amico, con il suo lessico sempre ricercato ma mai affettato, proprio mentre Luca stava invece, assai più semplicemente, dicendo che la fetta di torta quel giorno era particolarmente buona. Il rito, l’amicizia, il tempo: temi così forti e importanti da affrontare, che facevano paura, richiedevano rispetto, imponevano puntualmente, su quei tavoli di latta con la pubblicità della birra, lunghe pause di silenzio imbarazzato, prima che uno dei due osasse, timidamente, aprire bocca, per fare domande che andavano dolorosamente a scavare nel magma di quel cratere infuocato che era per loro il tempo: ma se lo facevano, non era per certo per sterile masochismo, bensì per dare un significato più profondo a quel rito quotidiano dello strudel e del caffè e una forza maggiore a quell’amicizia così forte (“spirituale”, ebbe l’audacia di definirla Piergiorgio un giorno), che nessuno di loro due osava nemmeno pensare che potesse un giorno finire. “La volta della vita è retta da due pilastri. Tutti e due sanno che devono essere perfetti e uguali nell’esprimere la propria energia per sorreggerla. Uno si chiama amore. L’altro si chiama dolore”: era una frase che Luca aveva letto nell’unico romanzo che Piergiorgio aveva pubblicato e le cui bozze Luca aveva attentamente visionato e corretto. E quella frase per Luca aveva negli anni assunto la stessa forza dirompente dell’acqua di un torrente in piena, penetrava dappertutto, sfondava ogni resistenza, s’insinuava in ogni pertugio; e chi avrebbe mai potuto negare che quella corrente disponeva di un’energia che mai nessuno avrebbe potuto arginare?

Piergiorgio era stato uno dei più bravi a scuola. Meritava quella carriera universitaria, quantunque, come spesso capita, fosse riuscito a entrare tardi e avesse avuto necessità di svolgere lavori saltuari, per potersi mantenere gli studi e le ricerche: era, infatti, rimasto orfano di entrambi i genitori e, quindi, senza una famiglia alle spalle che lo avesse potuto sostenere, per lui tutto fu più difficile. Ma alla fine ce l’aveva fatta, perché allora la caparbietà era tra le sue migliori virtù. E Luca gli era sempre stato vicino. “Sei il mio sensale preferito,” gli disse un giorno Piergiorgio su uno dei tavoli del loro solito bar del porto, quando Luca gli trovò un libro di notevoli dimensioni da tradurre, una delle tante attività con cui Piergiorgio integrava i miseri proventi della sua collaborazione con l’università, prima di vincere il concorso ed essere assunto come ricercatore di ruolo. I libri da tradurre, Luca avrebbe voluto sceglierli per la loro qualità, se avesse potuto seguire interessi e inclinazioni, ma Piergiorgio aveva bisogno di sostegno economico e a lui servivano opere di tante pagine, non di belle pagine. Anche un manuale tecnico andava bene. Persino con il foglietto illustrativo di una scatola di preservativi trovò il modo di farlo lavorare e sorridere all’idea che qualcuno avesse bisogno di tali istruzioni. Quanto risero quel giorno, quando Luca gli disse che aveva trovato una cosa da tradurre un po’ diversa dalle solite più o meno sdolcinate raccolte di poesie e racconti di anime solitarie o pagine web di uffici turistici, che le associazioni chiedevano più spesso! Erano entrambi laureati in Lettere moderne, ma Piergiorgio aveva sempre coltivato la passione delle lingue straniere, acquisendo negli anni una riconosciuta abilità come traduttore dal tedesco e riuscendo a ottenere quelle borse di studio, che gli consentivano di fare ricerca: ottenne così prima il dottorato in linguistica, poi altri incarichi, fino a quando non vinse finalmente il concorso e poté entrare come ricercatore di ruolo, finalmente dalla porta principale, dopo essere stato costretto per anni a farsi aprire solo postierle e pertugi. Anni belli, ma anche anni di sofferenza furono quelli per la loro forte e robusta amicizia, sempre tesa come la corda di un imbrago che regge una vita e che non potrà mai permettersi di essere lasca. E Luca voleva un bene dell’anima a quel suo amico che conosceva dai banchi di scuola e per questo soffriva, quando lo sapeva in crisi. Sapeva tutto di lui? Forse era meglio dire che era convinto che pochi sapessero più di quanto sapeva lui. Il che è un po’ diverso dal pretendere di saper tutto. E solo con lui Piergiorgio si era confidato nei momenti difficili, nei tanti istanti segnati da amarezza, fasi di una vita che era doloroso ricordare, ma che costituivano – glielo ricordava sempre – i bastioni di quell’amicizia. Ma da anni, da quel giorno in cui tutto cambiò, la caparbietà non era più la sua miglior virtù. Che quello non fosse un periodo bello per lui, del resto lo aveva capito anche Barbara in quei giorni. Lo aveva capito da quel picchiettare nervoso di Luca sulla tastiera del telefonino, dal fatto che da un po’ di tempo la ascoltava distrattamente; Barbara aveva compreso perfettamente che Luca era preso da giorni da qualcosa che aveva a che fare con Piergiorgio, ma che lei non aveva il coraggio, forse neanche la reale intenzione, di indagare. Benché Barbara avesse condiviso i momenti peggiori insieme a lui, Luca del suo amico non diceva quasi nulla, neanche a lei. Era esplicita volontà di Piergiorgio: “L’amico che sa ascoltare, cerca anche di rispettare”, gli disse un giorno, come se, anziché di Luca, avesse voluto parlare di se stesso.

Barbara aveva organizzato tutto: aveva detto a Grace che avrebbe conosciuto una persona interessante, rimanendo misteriosa su chi fosse tale persona, e a Piergiorgio che avrebbe avuto una sorpresa, senza dire altro, senza scendere in ulteriori dettagli. Luca l’aveva lasciata fare, rassegnato ormai al fatto che in quei suoi giochi di prestigio, o presunti tali, Barbara fosse sicuramente imbattibile, sia come organizzatrice nella fase preliminare, sia nel momento della messa in scena; ma era altrettanto convinto che non sarebbe assolutamente successo niente tra l’amico di lui e l’amica di lei, almeno per quanto lui sapeva del suo amico. E sapeva tanto. Sapeva talmente tanto che spesso riteneva lecito chiedersi se meritasse davvero di essere il fiduciario che era stato messo a parte di un mondo di dolore e di sofferenza così impegnativo e difficile da trattare. Barbara, come sempre, era stata l’entusiasta protagonista della serata. Era un vulcano sempre in eruzione, soprattutto quando le circostanze avevano la caratteristica della novità intrigante. Aveva recitato la parte della prima donna per quasi tutta la durata della cena; aveva portato la discussione su tutti i temi che a lei piaceva di più affrontare, ammiccando talvolta maliziosamente a Luca quando non resisteva alla tentazione di addentarsi in regioni pericolose e intime. Lui scuoteva la testa e, tutt’al più, usava il colpo di gomito o il piedino sotto il tavolo per mandarle messaggi, quasi sempre inascoltati. Luca sapeva che li mandava soltanto per mettersi in pace con la sua anima. Barbara quella sera però aveva esagerato, forse per un bicchierino di troppo; aveva passato il segno quando con Grace era entrata sul tema dei vestiti usati per sedurre nelle uscite a cena e aveva detto che quello dell’amica era perfetto per raggiungere l’obiettivo. Luca non aveva avuto il coraggio, dopo l’audace provocazione di Barbara, raccolta da un sorriso di Grace, ma disapprovata da lui, di guardare l’amico in quel momento. Non erano argomenti da gettargli in faccia così brutalmente; era come dare uno schiaffo per un gesto di rabbia inconsulta a una persona innocente. Piergiorgio, che di Barbara accettava tutto, era comunque abituato ad affrontare queste situazioni. La presenza di altre persone era l’unica variabile che poteva determinare imbarazzo. E proprio per quello Luca aveva temuto.

Tornati a casa, Barbara si spogliò, appena chiusa la porta di casa, e, completamente nuda, afferrò lui per la cravatta e se lo portò in camera da letto, dicendo: “Ora facciamo quello che sono convinta stiano facendo anche Piero e Grace”. Luca invece aveva buone ragioni per non nutrire la medesima convinzione. La passione cui alludeva Barbara era forse lì in casa sua. Ma altrove no. In tutte le cose che la vedevano, non necessariamente protagonista, ma anche solo presente, Barbara era la personificazione della passione. Sì, proprio in tutte le cose. Una passione forse un po’ infantile, ma tale che trascinava in un modo che Luca non aveva timore di definire affascinante e irresistibile; anche quella sera, senza se e senza ma, Luca si lasciò trascinare da quel fascino, da quegli aromi di passione che solo Barbara sapeva diffondere intorno a lui, a cui la passione non può resistere. Del resto non era forse quello il modo migliore per dare ragione alla teoria dell’amico dei due pilastri della vita?

E proprio nel momento in cui sarebbe stato meglio che non arrivasse giunse sul cellulare di lui un messaggio, che subito lo inquietò. Luca, appena gli fu possibile, si svincolò lentamente dai tentacoli del corpo di Barbara, ancora tenacemente avvinto al suo. Dopo aver avuto ragione della sua non cedevole resistenza, sollevò il lenzuolo, si mise a sedere sul letto e accese il telefonino. Vide la notifica, aprì la chat e lesse subito il nome “Pierre”: non poteva che essere di Piergiorgio un messaggio alle due di notte. Non erano mai belli i messaggi che dall’amico arrivavano in piena notte. E l’ansia iniziò a risalire. La foglia d’acero, lo sguardo di lui … Il destino riprese il suo corso abituale, che non era quasi mai quello di un agevole tragitto in discesa. La memoria dell’anima lo riportò a momenti assai meno piacevoli di quelli appena vissuti con Barbara. Luca non si preoccupò neanche di essere ancora completamente nudo, quando si alzò e andò a sedersi su una delle due poltrone ai piedi del letto. Barbara bevve un sorso d’acqua dal bicchiere che aveva sul comodino e si girò dall’altra parte con un lungo sospiro, soddisfatta del fatto che almeno il messaggio fosse stato letto da lui a cose compiute, dopo che aveva fatto il suo dovere.

Mi sento in debito con te, Luca. Prima lei mi ha invitato in casa sua, facendomi salire su. Avevo mezz’ora da aspettare. Ho passato mezz’ora a dissimulare in modo goffo dei sentimenti che non riuscivo nemmeno a interpretare, rendendomi conto del fatto che lei è troppo diversa da me. Poi mi sono alzato e sono andato a prendere mia figlia Michela, che era alla festa del liceo e che si è divertita ballando e bevendo la sua prima vodka con una sua amica, una brava ragazza che conosce da anni e con cui sta vivendo una bella amicizia. Insomma ho trovato Michela che faceva quello che alla sua età non ho mai potuto fare; e anche se avessi potuto, forse non avrei mai voluto fare. Ho pensato a Michela tutta la notte. A lei devo pensare. Michela sta realizzando tutto quello che non ho mai realizzato, in gran parte per non aver potuto, ben inteso; ma poi, quando non ho avuto più alibi e avrei potuto, anche per non aver voluto, per una base di carattere che era inchiavardata troppo bene per poter spiccare il volo. Sono vissuto per anni come un lupo chiuso in un addiaccio, circondato da prede facili a sua disposizione, ma terrorizzato da loro. Sic et simpliciter. E ora vorrei iniziare, seguendo un tuo consiglio che non ho dimenticato, la lettura di un libro da sempre in attesa nella libreria. Non potendo fare altro, come tu sicuramente stai facendo.”

Luca, avvertendo la tensione che saliva e sentendo la necessità di trovare una posizione più rilassante, si stese e allungò le gambe dalla poltrona lungo il tappeto, mentre Barbara, la cui attenzione era stata attirata dal lungo tempo occorso a Luca per leggere il messaggio, gli chiedeva: “Era Piero?” Lei lo chiamava Piero, lui lo chiamava Pierre. Era proprio difficile rispettare la sua volontà e chiamarlo come i suoi genitori lo avevano chiamato! A Piergiorgio non piaceva essere abbreviato. “Sì, era lui. Dice solo che ha accompagnato Grace a casa, che lei lo ha invitato su e poi è andato a prendere la figlia a una festa. Dice anche che non ha sonno e che leggerà un libro.” Barbara si alzò, andò a sedersi per un attimo sulle sue ginocchia, gli diede un bacio, gli mise una mano sul petto e iniziò ad accarezzarlo. Lui le prese la mano e le disse: “Forse dovrei rispondergli.” Barbara gli disse: “Lo ha fatto salire. Tutto a posto, direi! O no?” Quanto lo faceva innervosire quel suo modo di fare! Sbrigativo, un atteggiamento talvolta irritante e insopportabile per Luca. Lo stesso atteggiamento sbrigativo con il quale era nata in Barbara l’idea di quella cenetta a quattro in un agriturismo di campagna. Andava fiera di questa sua dote e Luca ormai se n’era fatto una ragione. La assecondava in quei suoi piani, anche quando erano palesemente sfrontati e audaci, come era stato quello appena portato a termine. “Ho sonno, notte!” disse Barbara, tornando a letto, girandosi di schiena rispetto a lui e facendo sua tre quarti della coperta. Luca si rimise a sedere in posizione più naturale e pensò invece al messaggio appena arrivato dall’amico, che sapeva che non stava leggendo il libro. Barbara aveva organizzato quella cena, prima invitando la sua amica e collega Grace, cui aveva detto che avrebbe conosciuto una “persona molto interessante”, poi costringendolo ad andare a casa di Piergiorgio, fuori città, in campagna, per invitare anche l’amico, a cui parlarono solo di “una sorpresa”. La chat era sempre aperta. Il messaggio non parlava di Grace. Piergiorgio gli scriveva telegraficamente che l’aveva accompagnata a casa, che lei lo aveva fatto salire e che lui poi era andato a prendere la figlia Michela a una festa. Poi parlava della figlia e di come si era divertita, sottolineando la sua gioia per averla riportata a casa felice e ricordando che lui a quell’età non aveva avuto opportunità per godere di una tale felicità. E alla fine la similitudine del lupo in mezzo alle pecore: le può avere facilmente tutte, ma ha paura di loro. La paura lo immobilizza e, mentre gli altri possono godere dell’amore, come lui aveva appena fatto con Barbara, lui invece può solo decidere di combattere l’insonnia e la malinconia, mettendosi a leggere un libro. Un libro che non stava leggendo, pensava Luca: era insegnante di lettere, amava molto leggere, nutriva una vera passione per la buona narrativa ed era stato lui ad avergli consigliato quel libro da lui letto poco tempo prima. Anche i libri erano, infatti, un ingrediente non secondario di quell’amicizia. E delle loro letture parlavano spesso, anche durante le uscite in bici. Ma quella volta parlare di un libro non avrebbe avuto la funzione consueta, perché il libro, Luca lo sapeva, non esisteva. Doveva rispondere: conosceva fin troppo bene l’amico e aveva subito percepito che c’era qualcosa che non andava in quel messaggio. Non solo: arrivò alla conclusione che quelle parole sembravano quasi una richiesta implicita di aiuto. Lo sguardo di lui nel parcheggio e la foglia d’acero attendevano sempre la giusta chiave di lettura. “Cerca di dormire, Pierre! Buona notte!” Come si pentì di aver dato quella risposta così stupida! Aveva avuto dei sospetti sull’amico. Anzi, di più: aveva quasi la certezza che fosse in crisi e non era riuscito a trovare altre parole che “cerca di dormire!” Maledisse, stramaledisse quella sua fretta di dare una risposta purchessia. Piergiorgio non era uno con cui le parole andavano bene tutte; Piergiorgio vivisezionava le parole. Luca si alzò. Andò in bagno. Si mise il pigiama e tornò a letto. Dormire non era possibile. Il tempo passava e l’amico era sempre presente con la sua vita segnata da un destino che era stato avaro di gioie e puntellato di vari momenti difficili, che erano stati superati insieme grazie alla forza dell’amicizia. Piergiorgio, Michela, Grace, Barbara, gli amici del gruppo di cicloamatori, immagini belle e meno belle si arruffavano tra di loro, pensieri si ammonticchiavano su altri pensieri in tumuli caotici che non riuscivano a prendere la forma organica di una riflessione, di un’idea, di una forma logicamente strutturata. Il tempo passava. L’amico aveva bisogno. Lo sentiva. Quel messaggio era l’inizio di una serie. Ne sarebbero arrivati altri. Lo sapeva. Quelle parole erano un segnale da interpretare. Lo sapeva da anni. Il tempo passava. E il cuore batteva forte e l’ansia cresceva. Luca guardò l’ora proiettata sul soffitto dalla sveglia. Erano già le tre di notte. Erano le undici e tre quarti, quando sull’uscita dell’agriturismo Barbara lo aveva strattonato, dicendo che aveva freddo e che voleva andare a casa, lasciando volutamente soli Piergiorgio e Grace. Luca, divelto da Barbara, non ebbe nemmeno tempo di salutarli. Lo sguardo di lui … La foglia che cade … Lì stava la soluzione, lì era la chiave di lettura del senso di colpa che lo stava torturando da quel momento. Il suo sguardo si era incontrato per un attimo con quello dell’amico, che aveva una mano nella tasca della giacca e con l’altra lo aveva salutato, ma come se non stesse guardando lui: era un’occhiata spenta la sua verso Luca; come del resto decisamente poco passionale era il suo atteggiamento verso la bella e bionda Grace, che per l’occasione aveva indossato un vestitino corto e scollato con il manifesto intendimento di non passare inosservata. Lo sguardo di lui lo aveva colpito in modo diretto. Negli occhi di Piergiorgio c’era qualcosa di strano, qualcosa di nuovo, qualcosa che richiedeva ascolto; per tutto il tragitto in auto Luca non aveva ascoltato una parola di quello che diceva Barbara al suo fianco; per tutto il tempo aveva pensato a quello sguardo che sembrava una beffarda saetta contro di lui; per tutto il tempo non si era dato pace del fatto di averlo lasciato lì da solo. Sì, da solo, perché quella di Grace non era per Luca una compagnia: Grace, reclutata da Barbara per risolvere un problema, era paradossalmente lei un problema nuovo in quel momento. Era come se l’amico gli avesse voluto dire: “E adesso che ci faccio con questa? Mi avete messo in un bel pasticcio voi due.” No, non io, gli avrebbe voluto dire: l’idea è stata tutta di Barbara. Non prendertela con me. Prima o poi ti spiegherò. E due! Eccolo! Ore 3,02. E pensare che al suo attivo per il momento restava solo quello stupido “Cerca di dormire!” La colpa era da anni il distintivo di quelle notti in chat. Ora la colpa era quella di non aver saputo rispondere. Di colpa viveva da anni Luca nel suo avvolgente rapporto di amicizia con Piergiorgio. La teoria dei due pilastri non falliva mai.

Non ne posso più, Luca! È già la seconda crisi d’ansia da quanto sono rientrato a casa, dopo aver ripreso Michela. Ho provato a uscire in auto, ma non riesco a camminare, ho male e non so dove andare. Sedersi da solo in un bar intristisce ancora di più e non sopporto più la gente che mi guarda. Ho letto tanto tra ieri e oggi, ma non posso vivere solo con libri in mano. Sento vicina la terza crisi e ricorrerò al sedativo. Ormai è così: appena Michela se ne va, si fa il vuoto. È stato bello prima a cena. Non stavo così bene a cena da anni. Grace è sicuramente una donna molto attraente e anche simpatica. Ma poi tutto l’incanto si è ridotto alla realtà, appena Michela è uscita dall’auto ed è andata via, ritornando nella casa di sua mamma. Tutto si è spento, non appena sono tornato padrone di questa casa, che ormai è una tortura (ma tutte lo diventerebbero …). Penso a prima, sia alla bella cena, sia alla felicità di Michela dopo la festa. E penso a tutto ciò che il destino mi ha impedito di avere e di cui non potrò mai più godere, al dolore cui mi ha condannato dopo avermi illuso per tanti anni, alla vergogna con cui devo convivere e ai desolanti scenari di solitudine e miseria, di dolore e ansia, che mi si aprono sul futuro. Non ho via di scampo.” Un secondo messaggio seguì immediatamente: “Con il calmante forse riuscirò a dormire un po’. Non va bene così. Me ne rendo conto. So già quello che stai scrivendo per rispondermi. Risparmiati di dire quello che mi hai già detto tante volte. Non serve, perché tutto parte dal corpo, dal dolore, dalle tante, troppe anomalie di una vita che non trova più una motivazione, una ragione per essere goduta. Si trascinano le ore, con lo sguardo fisso al futuro, uno sguardo gravido di ansia. Un futuro che fa paura e moltiplica quest’ansia.”

Barbara si era svegliata alla notifica di quel messaggio e Luca silenziò la suoneria della chat. Non una parola su Grace. Ormai la mente di Piergiorgio era lontana da quel corpo di donna attraente, forse irresistibile per i più, ma sostanzialmente insignificante per lui in quel momento così particolare e delicato. Barbara era sicuramente convinta che i due avessero consumato una notte di piacere, allietata da quel sesso che aveva appena soddisfatto lei. Luca era convinto dell’esatto contrario: Piergiorgio avrà accompagnato Grace a casa sua, dove lei, un po’ giocherellona e civettuola lo avrà anche invitato a salire. Lui sarà stato lì per passare il tempo in attesa dell’ora in cui sarebbe dovuto andare a prendere la figlia. E poi avrà tolto il disturbo con quel suo fare a metà strada tra lo scostante e il doverosamente cortese, che pochi come Luca negli anni avevano, invece, saputo opportunamente interpretare. Luca non conosceva Grace, se non per sentito dire: da Barbara sapeva che lei e Grace erano colleghe come infermiere in ospedale e che uscivano spesso insieme per la pausa pranzo. Aveva sentito dire che era da tanti anni in Italia e che era figlia di mamma scozzese e babbo norvegese, entrambi dipendenti di una società petrolifera del porto. Altro non sapeva, se non che era molto bella. E aveva appena avuto occasione di constatare che lo era effettivamente. Ma aveva anche potuto constatare, appena la donna ebbe aperto bocca a tavola, che tra lei e il suo Pierre ci sarebbe stata una distanza da misurare in anni luce. Tutto si addiceva perfettamente allo stile di Barbara, tutto combaciava esattamente con la sua idea della vita: Piergiorgio era solo e triste, perché separato da anni; Grace era sola e triste perché separata da poco. Per Barbara questo era sufficiente, come se far nascere l’amore e l’unione di due anime fosse come mescolare acqua a farina sul piano della cucina, quando si faceva la pizza. Non l’aveva mai rimproverata per questo. Anzi, la invidiava per questa sua capacità di essere convinta che tutto in un modo o nell’altro si possa sempre risolvere. Ma l’anima con cui avevano a che fare non era esattamente come la pasta della pizza. No. Non lo era proprio. Era una pasta refrattaria e assai dura da maneggiare, molto delicata da trattare, estremamente sensibile da affrontare. Luca anche questa volta rilesse più volte il messaggio, pensando a una risposta meno banale e possibilmente anche meno stupida di quella precedente. Non una parola era stata dedicata a Grace. L’amico parlava solo della figlia Michela e della sua solitudine. Ma parlava anche della sua vergogna. Ecco cosa faceva male nell’amicizia! Il senso di vergogna. L’amico che sa ascoltare capisce la vergogna di chi è convinto di non aver più carte da giocare nella vita. La separazione era stata un colpo terribile per il suo Pierre. Luca più volte aveva avuto il sospetto che quella donna che aveva sposato, Mariangela, non fosse la persona ideale per il suo Pierre. Ancora una volta era stata Barbara quella ci aveva messo la zampino. Era nato tutto durante una vacanza in crociera, in cui loro due avevano voluto invitare l’amico, sempre troppo solo, e Barbara aveva voluto invitare Mariangela, che lavorava negli uffici dell’amministrazione dell’ospedale. Luca soffriva quando lo vedeva tornare solo dalla stazione a casa, dopo aver fatto lezione all’università, dove ora insegnava al corso per interpreti e traduttori; e poi soffriva quando, sempre solo, lo vedeva prendere l’auto, per recarsi nella sua isolata casa di campagna, che era stata dei nonni con cui era cresciuto. In quella casa lui è Mariangela erano vissuti da marito e moglie appena due anni, giusto il tempo per mettere al mondo Michela. Non aveva mai parlato di quella separazione. Per Luca era stata sin da subito una cosa inevitabile e le cose inevitabili si spiegano da sé. Non aveva neanche mai avvertito il bisogno di fare domande. Era sicuro che avrebbe avuto risposte che già conosceva. Il vero miracolo di tutta quella fugace relazione, nata mala e finita come era inevitabile che finisse, era proprio la bellezza e lo splendore di quella ragazza che ora aveva sedici anni, Michela, da sempre affezionata molto più al babbo che alla mamma. Un miracolo! Per Luca non c’era altra parola che meglio descrivesse quello che Michela rappresentava per il suo amico. Un miracolo vivente: alta, bionda, fisico atletico, occhi neri capaci di penetrare nell’anima altrui con una forza di rara energia. Un miracolo che solo la monumentale grandezza di Piergiorgio avrebbe potuto meritare, pensava Luca quando vedeva Michela. E infatti l’amico si godeva quel merito. Luca doveva però rispondere al messaggio, non pensare a Michela. Sapeva che dall’altra parte c’era una persona che già prevedeva la frase “Vorrei tanto poter fare qualcosa per te, ma non so cosa fare.” Quante volte era caduto in quella trappola! Da un po’ non ci cascava. Eppure si rendeva perfettamente conto che, anche se non avesse usato quelle testuali parole, avrebbe comunque girato attorno al problema, senza venirne a capo. E il problema restava lì, in tutta la sua monumentale e statica drammaticità. “Fa sempre più male quando i tuoi sensi sono catturati da qualcosa che non si muove, che quando invece sono attratti da qualcosa che si muove, perché ciò che si muove può andare a finire male, ma anche bene; mentre ciò che non si muove non ti dà alcuna speranza già in partenza”: glielo aveva scritto una notte, sempre in chat e sempre nel corso di una crisi. “Pierre, sai quanto ti voglio bene e quanto soffro quando sento questi toni e questa sofferenza. Non puoi continuare a tormentarti. Soffro quando sento parlare di sofferenza da parte tua. Da troppo tempo siamo amici …” Le parole di risposta gli arrivavano facilmente, ma non avevano alcun significato. Luca non se ne rendeva conto, preso com’era dalla frenesia di dare una risposta, pur di darla. Sì. Aveva commesso il secondo errore. Erano parole vuote. Meno laconiche di quelle di prima, ma ugualmente inefficaci. Colpa si aggiungeva a colpa in un’anima che, sconsolata nella tempesta, sentendosi inutile sul molo sferzato dal vento, vedeva la pace allontanarsi come una barca alla deriva, con gli ormeggi spezzati inutilmente in mano. Non era così che si consolava un’anima in preda alla devastazione come era quella di Piergiorgio. Ma a chilometri di distanza, su una chat, in piena notte, stanco e nervoso con il cellulare in mano, contagiato ormai dall’angoscia, Luca aveva fatto anche troppo. Gli occhi volevano chiudersi, ma l’anima lo impediva. Un vincolo li teneva legati da anni, dai tempi in cui correvano insieme con le loro bici sulle strade di campagna, sui rivali dei fiumi e dei canali, sui sentieri dei boschi e delle pinete. Un vincolo che non era solo di amicizia. C’era qualcosa di molto più grande, di molto più grave e importante, che li teneva l’uno vicino all’altro. C’era qualcosa che faceva male, ma che sapeva unirli. C’erano quei riti, c’era quel significato profondo del tempo. C’era una foglia d’acero che cadeva soprattutto. L’amicizia richiedeva ascolto. E l’ascolto richiede tempo. C’era un senso di colpa, che prendeva di minuto in minuto sempre la forma di una camicia di forza, di una catena, di ceppi che non consentono fughe. Riandò al messaggio e rilesse una frase: “tutto parte dal corpo, dal dolore, dalle tante, troppe anomalie di una vita che non trova più una motivazione”. Luca stava per piangere, da quanto si sentiva impotente. Non si perdonava di non avere capito una cosa elementare. Quelle erano parole di disperazione, che l’amico già in altre occasioni aveva scritto. Si rialzò senza svegliare Barbara, il cui sonno ormai era pesante. Scalzo, per non fare rumore, andò nello studio, si sedette alla scrivania, accese il computer e, senza neanche sapere per quale ragione, andò a finire nella cartella delle foto. Erano ordinate cronologicamente. In ogni cartella contrassegnata dal numero dell’anno c’erano altre sottocartelle con i nomi dei vari eventi. Fu colpito da quella con il nome Varie, inserita a sua volta in quella di un anno recente, nonostante vi fossero foto che non erano di quell’anno. La aprì e nello scorrere le foto le parole della chat gli tornarono alla mente e si collegarono alle immagini per uno di quegli automatismi che tutti vorremmo poter comprendere e controllare: “tutto parte dal corpo”, “il dolore”, ”la vergogna”, “le anomalie”. La colpa rodeva e quell’immagine del lento e silenzioso cadere della foglia che passava tra lui e l’amico iniziava a dare a quella colpa una forma; con il passare dei minuti la forma che assumeva quell’immagine dava sempre più forza alla teoria dei pilastri. Avrebbe voluto che quella foglia si fermasse proprio lì dove l’aveva colta con lo sguardo, esattamente a metà strada tra lui e l’amico; ma un forza inarrestabile l’avrebbe inevitabilmente portata in un altrove che non aveva ancora la forza di guardare, di cui non aveva ancora la forza di ammettere l’esistenza. Era una drammatica narrazione di dolore quella che stava prendendo forma nella mente di Luca davanti allo schermo del computer acceso. Quelle foto erano lì a parlare di dolore, vergogna, anomalie. Quelle foto eranola colpa, ne costituivano la forma più autentica e sadicamente malvagia. E tutto parte dal corpo. E tutto era lì, spudoratamente squadernato davanti a lui, senza ritegno alcuno. Quella serie di foto capitate – non per caso – davanti ai suoi occhi era quanto di più impietoso potesse essere impartito alla sua anima; erano la punizione più severa per le parole stupide che aveva dato come risposta alle accorate richieste di aiuto che stavano arrivando dall’amicizia. La colpa. Lo sguardo di lui. La foglia che cade. Da dove arrivavano quelle parole? Era veramente a casa sua? Dove sei? Pierre, dove sei? Luca aveva gli occhi bagnati e non riusciva più a contenere la commozione, quando, del tutto inavvertitamente, come guidato da una forza la cui potenza ha di bello il fatto stesso di non avere una spiegazione logica, cliccò sull’icona di una foto che aveva come nome solo una data. Una foto di una pagina di giornale con il titolo dell’evento che aveva cambiato per sempre la vita del suo Pierre e a cui Luca aveva assistito senza poter dare aiuto alcuno. La colpa! Parole stupide, solo stupide parole era riuscito a scrivere in quella maledetta chat a cui l’amico aveva affidato la sua drammatica richiesta di aiuto. Dove sei? Pierre, dove sei? Scendevano lacrime sulle guance di Luca. Il significato del primo messaggio era un altro. Doveva saperlo ormai. Piergiorgio aveva detto di essere uscito, per cercare pace. Era implicito l’invito “Sono fuori. So che sei a letto con Barbara. Vorrei parlarti. Ho bisogno di te.” No. Forse non è vero. Forse sono puerili viaggi mentali. Lacrime su lacrime scendevano, tracciando solchi che fendevano l’anima. La colpa le faceva sembrare strisce di sangue su un asfalto, su quell’asfalto. Solo lacrime. Una seconda foto, una frustata terribile al cuore: era il giorno in cui Piergiorgio era tornato in bici. Luca aveva insistito perché lo facesse. Quanto aveva sofferto insieme a lui in quei giorni! “Sei a casa? Lascio un messaggio a Barbara e vengo a trovarti, se hai bisogno”, gli scrisse direttamente dal computer su cui aveva aperto la stessa chat. Immediata fu la risposta. Non era a tono. Era la punizione della colpa. Se avesse risposto prima, se avesse usato parole più efficaci e meno stolte, gli avrebbe risposto a tono. Non poteva farlo. A quelle parole non si poteva rispondere a tono.

Ormai il blocco, che c’è sempre stato, è tale che non riuscirei mai a fare il passo; non ci riuscirei con nessuna donna. Ho apprezzato il gesto. Grace è veramente bella. Ma credo che tu mi conosca. Anche Barbara mi dovrebbe conoscere ormai. Anche lei sa che ho sofferto per tanti anni. Ma in quegli anni non ero solo. Adesso Michela è grande. Trascorre meno tempo da me. Si è allontanata. Non vive più in questa città. Tutto si aggrava. È difficile capire da fuori. Sono cose in cui bisogna trovare in se stessi la forza, se c’è. Purtroppo gli altri possono poco. Non so cosa uno possa capire di quello che sento io. Prima in casa di lei, di Grace, quando lei mi ha invitato a salire, il pensiero fisso era lì. A quello che non c’è, ovviamente, a quello che ha dato i problemi che hanno portato alla separazione, a quello che non solo mi ha privato della possibilità di godere come tutti, ma mi ha portato a odiarmi, a non sopportare la vista del mio corpo, a soffrire fino a piangere in preda all’ansia ogni volta che sono costretto a vestirmi e svestirmi, a lavarmi. Vergogna e dolore. Solo una quantità senza confine di dolore e di vergogna. E con questi problemi non si può mai avere fiducia neanche in se stessi. Mi sono gettato a capofitto nel lavoro, nello sport e nei libri, perché era una forma di riscatto, come tu ben sai, Luca. Ma nel lavoro non ho coronato i miei progetti come avrei voluto, nello sport mi sono dovuto accontentare di quello che potevo fare e i libri non ho più la forza di pubblicarli. Prova a metterti nei miei panni! Lo hai mai veramente fatto? Non è facile, sai. Prova a immaginare il senso di rabbia che ti viene quando ti devi imporre la maschera di quello che va avanti lo stesso, pur non potendo fare gran parte di quello che fanno i tuoi coetanei, amici e conoscenti. Per quanto alla fine tutto sia andato bene clinicamente, il sigillo nell’anima è ormai di quelli indelebili, che plasmano il carattere e fanno di te un finto eroe che è riuscito a riscattarsi. La realtà è ben altra. Nulla cambia di ciò che è scritto. Adesso vado a dormire. Ciao, Luca.”

Era inevitabile: Luca riandò allora con il pensiero al pomeriggio, all’idea di Barbara di trascorrere quel sabato sera con qualcuno. Erano rimasti a corto di idee e di occasioni. Barbara aveva avuto l’illuminazione di trascorrere la serata con una cena a quattro, a cui invitare Grace e Piergiorgio. Luca ripensò anche all’improvvisata puntata a casa di lui in campagna. Ripensò a quanti anni di vita riavvolgeva nella sua memoria ogni volta che usciva dalla città diretto a casa di lui. E poco dopo casa sua, la casa di Pierre, prima di girare per la carraia, c’era quella curva, c’era il ponte sul canale, c’era la discesa che portava alla carraia dove Pierre solitamente girava, perché lì era casa sua. Luca era estraniato. La sua mente era ormai totalmente schiava della colpa e del passato. Barbara parlava nel vuoto dal sedile accanto al suo, ma non era la voce di Barbara quella che sentiva, non era in auto che stava percorrendo quel tratto di strada. Era sceso nell’abisso del tempo, quello che faceva più male, ma l’unico che dava delle risposte senza equivoci. Piergiorgio avrebbe compiuto venticinque anni l’indomani. Era felice dalla gioia. Era allenatissimo e, nonostante i tanti chilometri percorsi in bici, era ancora fresco di forze, quando arrivò primo del gruppo in cima al ponte, per poi lanciarsi nella discesa. Si era girato un attimo, l’istante fatale, per fare un saluto agli amici, dal momento che in fondo alla discesa avrebbe poi girato a destra verso casa sua e il gruppo avrebbe proseguito per la città. Si era deconcentrato per una frazione di secondo. Luca, mentre Barbara continuava a parlare, avvicinandosi alla casa dell’amico, non poté fare a meno di rallentare e riavvolgere quel capitolo di dolore tremendo che gravava da anni sulla coscienza. La genesi della colpa. Lì tutto era chiaro. “Facciamo a chi arriva prima in cima alla salita del ponte!”, aveva gridato proprio lui, Luca, ai quattro amici, tra cui Piergiorgio, che erano usciti con lui quella domenica mattina. Piergiorgio aveva raccolto la sfida ed era scattato all’inizio della rampa, cambiando rapporto, bruciandoli con tre soli colpi di pedale, lasciandoli di stucco dopo oltre cento chilometri percorsi e arrivando in cima per primo con una freschezza di pedale e una forza nelle gambe che era per tutti sempre motivo di invidia. Non erano ancora giunti in cima alla salita, quando la tragedia si era compiuta. Avevano solo sentito l’urlo straziante dell’amico. Avevano visto una macchina agricola ferma in mezzo alla strada. Quando arrivarono non lo videro. Lo sentivano gemere e urlare. Era rimasto incastrato sotto il mezzo che lo aveva agganciato. Il contadino che lo guidava era un vicino di casa di Piergiorgio. Era disperato. Non si era accorto di nulla. Luca chiamò subito il 118. L’emorragia era grave. C’era sangue ovunque. L’amico arrivò in condizioni disperate all’ospedale. Il primo pensiero di Luca era andato al destino: Pierre aveva perso i genitori per un incidente stradale e, da quando aveva quattro anni, era vissuto con i nonni paterni in quella casa in campagna, che poi sarebbe divenuta la sua, quando a ventidue anni si ritrovò solo, costretto, volente o nolente, a prendere in mano il timone di una barca che, prima di trovare la quiete nel porto, avrebbe avuto ancora, appena tre anni dopo, altre tempeste da attraversare. Quella tempesta. Lì, ai piedi di quel ponte. In fondo a quella discesa.

L’auto di Piergiorgio era nel cortile antistante la casa. Barbara e Luca scesero dalla loro. Dunque, molto probabilmente, pensarono entrambi, l’amico era in casa, se non era fuori in bici. Anche il cancello che dava accesso al cortile esterno era aperto. Lo avevano cercato in casa suonando il campanello, ma non aveva risposto. Quando non era in casa di solito era nel piccolo capannone, un tempo ricovero dei mezzi agricoli del nonno, ora adibito a garage. Luca e Barbara andarono direttamente lì. Lo trovarono che lavorava alla bici da corsa, che aveva appena lavato e asciugato e che ora stava lucidando e oliando. Indossava ancora la divisa del loro comune gruppo sportivo, segno che era appena rientrato da un’uscita in bici. Perciò non aveva la protesi e il pantaloncino corto lasciava nuda la parte terminale del moncone della coscia destra. Qualche anno prima sarebbe stato molto imbarazzato in quella situazione, imbarazzo maggiore se le persone fossero state sconosciute, ancora maggiore se donne. Da quando Luca lo aveva convinto a risalire sulla bici da corsa, sulla quale la protesi non poteva essere indossata, Piergiorgio aveva superato gran parte di quei problemi. Ma su quanti strudel e su quanti caffè ristretti avrebbero dovuto ancora contare, su quei loro tavolini di latta, prima di vedere qualche spiraglio in quella tenebra! Piergiorgio aveva posizionato la bici sul cavalletto da lavoro e stava dando il grasso alla catena, quando sentì arrivare Luca e Barbara, che salutò scusandosi per essere sudato e dicendo che era appena reduce da un’uscita in bici. Era evidente la situazione e assolutamente pleonastiche quelle parole, ma Luca sapeva che quello era per l’amico un modo per vincere l’imbarazzo, quando si trovava con il suo corpo funestato dalla sorte in preda di sguardi altrui non sempre innocui. E quello di Barbara poteva, infatti, non essere del tutto innocuo: Luca lo sapeva. Sedutosi per terra, Piergiorgio si slacciò lo scarpino sinistro e si tolse il calzino. Poi, senza nemmeno usare la stampella che aveva in garage, saltellando sul piede sinistro scalzo, li invitò a entrare in casa, dove infilò nella protesi, che aveva lasciato sull’ingresso, ciò che rimaneva della gamba destra e in un’infradito il piede sinistro. A Luca capitava spesso di vederlo senza protesi, perché era suo compagno quasi fisso nelle uscite in bici e nei raduni amatoriali; ma il senso di colpa di aver avuto lui l’idea di quella stupida gara da ragazzini sulla rampa del ponte non si era mai cancellato. Era quello il vincolo perverso che si aggrovigliava intorno a lui di notte, nei momenti di solitudine. Non si poteva eliminare con un colpo di spugna; era inciso in modo indelebile, come non si era mai potuta cancellare dalla sua mente l’immagine di lui arrivato felicemente primo in cima al ponte. Piergiorgio si distrae per girarsi indietro e lanciare un urlo di vittoria verso i compagni di uscita che aveva staccato, iniziando la discesa. E la colpa inizia il suo lavoro indefesso: rode, divora, lacera e fa a brandelli un’esistenza che non lo meritava. Da quel dolore trasse forza l’amicizia. Da anni Luca era roso e logorato da quel senso di colpa, sempre vivo, sempre capace di fare male. Lo prendeva di notte prima di dormire. Lo assaliva sul lavoro. Lo distraeva alla guida. Era un senso di colpa che si associava sempre a quell’immagine di lui in cima al ponte e a quella di lui poi in ospedale, delle sue lunghissime giornate di lotta tra la vita e la morte, senza più parenti e con pochi amici che lo potessero visitare e confortare. Le domande sul destino della vita erano assillanti, ogniqualvolta il pensiero andava a Piergiorgio, ogniqualvolta un ricordo riaffiorava dagli abissi del passato, ogniqualvolta quello che chiamiamo sempre troppo superficialmente ‘caso’ gli metteva davanti agli occhi foto come quelle. Il senso di colpa lo aveva portato anche a insistere perché tornasse in bici; ma perché? qual era il significato di quella mossa? una pratica apotropaica? un esorcismo? perché doveva tornare per forza in bici? Pierre lo aveva fatto. Lo aveva ascoltato. Era tornato in bici. Ma non aveva risolto il problema così facendo. Far risalire Piergiorgio in bici era una pretesa come l’idea di Barbara della cena per fargli conoscere Grace. Barbara … sì, proprio lei. Luca era dubbioso su come Barbara avesse potuto reagire alla vista della gamba di Pierre, a cui non era abituata; ma era ancor più preoccupato di come Pierre avrebbe reagito alla presenza di Barbara in quel contesto così particolare. Barbara ebbe alcuni colpi di tosse nervosa, quelli che si fanno quando non si è sicuri dell’atteggiamento da tenere, quando non si sa cosa dire e come comportarsi; in poche parole, Barbara non riusciva a simulare quella disinvoltura che invece Luca sapeva esprimere con naturalezza di parole e gesti, senza tradire imbarazzo. Eppure la reazione che pochi istanti dopo lei ebbe lo stupì: fu proprio lei a rompere il ghiaccio e, appena si furono seduti, a lanciare l’idea dell’uscita con l’amica e collega Grace. Barbara, compagna di vita buona e fedele, ancora innamorata di Luca come il primo giorno e sempre capace di conferire allegria nei momenti più difficili, non aveva mai fatto lo sforzo di capire la complessità di quell’anima dell’amico di Luca, un labirinto di tracce che, ritornando sempre al punto di partenza, riuscivano solo a moltiplicare domande senza avere risposte. Piero, come lo chiamava lei, era “una persona che si sentiva sola”, “uno che parla poco”, “un uomo malinconico”, “una persona sfortunata da tirare su”, e via dicendo; cosa mai ci potesse essere da scovare in quel recondito ricettacolo di dolore o da stanare da quell’enigmatica solitudine, dal quel silenzio e da quella malinconia non era per lei un problema. Il vero problema era sempre “dobbiamo fare qualcosa per farlo sorridere”. Così Barbara risolveva tutto. Aveva avuto quell’idea e Luca sapeva che a quel punto bisogna organizzare la cena. Se non l’avesse assecondata, Barbara gli avrebbe piantato il muso per giorni. Ma la amava e le voleva sinceramente bene proprio per quello. Luca sapeva che questa situazione era a dir poco un paradosso: per lui Barbara non era affatto una persona superficiale; per lui Barbara era esattamente quello di cui aveva bisogno, quando si rendeva conto che, al cospetto delle domande troppo difficili che l’anima talvolta poneva, bisognerebbe avere la forza di ammettere che non spetta a noi pretendere di fornire delle risposte. E Barbara non era soltanto utile per quell’esercizio di umiltà: era insostituibile. “Questa sera, poche storie! Esci con noi e ti presento una mia amica che ti piacerà sicuramente. Si chiama Grace, è bella e bionda.” Luca non disse una parola. Piergiorgio disse soltanto: “Va bene: vengo. Ma c’è mia figlia Michela da me oggi: dovrò prima accompagnarla a una festa e poi tornare a prenderla.” Fu in quel momento che gli occhi di Barbara andarono a posarsi sui piedi di Piergiorgio, di cui solo il sinistro si poteva muovere e lo faceva molto nervosamente. Vi rimasero troppo a lungo per Luca, che si alzò, prese Barbara e le disse che era opportuno tornare in città per potersi preparare. Quando si furono alzati entrambi, lo sguardo di Luca si incontrò per un attimo con quello di Piergiorgio e fu come se una scintilla si fosse accesa a metà strada. Una scintilla di rabbia, che entrambi ben conoscevano.

Lei aveva avuto l’idea, dopo che ebbe saputo che a Luca era arrivato qualche giorno prima un messaggio di Piero, in cui l’amico gli parlava del referto di un esame che non era andato bene. Da un po’ di tempo lamentava dolori anche alla gamba sinistra, quella che era stata salvata dall’incidente e di cui solo dopo una lunga riabilitazione Piergiorgio aveva ripreso l’uso. Luca al computer recuperò quel messaggio del mercoledì precedente: “La risonanza è andata male. I miglioramenti nei legamenti sono appena percepibili. La membrana ossea è sempre più infiammata. Da lì viene il dolore che ho avuto tutto ieri e che ho oggi alla gamba sinistra. Non so perché la chiamo così, avendo solo quella. Ma tant’è. Venerdì mi vedrà l’ortopedico d’urgenza nel suo ambulatorio al policlinico. Mi viene da piangere. Ma non posso cedere. Ora devo trovare la forza. Adesso che sono solo si vede la qualità dell’animo, se sa essere ancora vero lottatore o no. Voglio credere che lo sia. Ma il male è tornato forte davvero. E il dolore del corpo mette sempre a dura prova l’anima. Adesso devo chiamare il mio medico. L’ortopedico mi ha dato un altro antidolorifico più forte, per ovviare a quegli effetti collaterali, che si erano manifestati nei mesi passati, quando iniziai ad avere quegli spasmi che non riuscivo a controllare.” Quelle parole erano di mercoledì. Giovedì mattina l’amico gli aveva scritto dall’università: “Stamani alla prima ora niente ascensore in dipartimento: era rotto. E non avevo bastone. Sono salito lentamente e, per scendere per le scale, essendo venuto senza il bastone, ho dovuto chiamare un bidello. Di solito lo riparano subito. Mi sono sentito per la prima volta male sul lavoro, Luca: non un male nel corpo (a quello ho già dimostrato abbastanza, credo, di saper far fronte), ma un male più subdolo, nell’anima. Non mi era mai successo di rendermi conto che senza un ascensore sono in balia di altri. Non è stato per niente bello, credimi.” Nel pomeriggio era arrivato un altro messaggio: “Domani, se sto così, non riuscirò ad andare in ateneo. Là dentro c’è troppo da camminare; distanze enormi per me da un’aula allo studio; oggi ho impiegato tempi lunghissimi per raggiungere le aule. Gli studenti si lamentano dei ritardi. Non capiscono le ragioni. E a me non compete certo dare motivazioni. Questo dolore alla gamba comincia a creare non pochi problemi. E pensare che averla salvata fu ritenuto un successo!” In serata Piergiorgio gli aveva scritto di nuovo: “Luca, sono imbottito di antidolorifici pesanti. Dolore prima fortissimo, ora passato. Avevo finito la medicina. Me lo sono dovuta andare a prendere da solo. Chi mi va a comprare le medicine? Ho già bisogno della badante? Devo fare le pulizie, fare da mangiare, stirare. Tutto devo fare, non avendo nessuno. E tutto va fatto a denti stretti adesso. Ci provo. Vado avanti. Ma non so quanto resisterò. Non voglio più pensare ad altro. Basta sogni di gloria con notti passate scrivendo libri inutili! Basta dedizione totale al lavoro! Basta rischiare per le strade con la bici! Basta illudersi di trovare anime gemelle che non mi accetterebbero mai e che non cercherò mai più per primo io stesso! Devo fare di tutto per sopravvivere adesso. Voglio farcela. Sarò solo, ma devo farcela.” Alle undici di sera era arrivato l’ultimo messaggio di quella giornata di tensione: “Tra l’antidolorifico che è un oppiaceo, prescritto dall’ortopedico, e l’ansiolitico, che mi ha prescritto la psicoterapeuta, sono sedato totalmente adesso, nel corpo e nell’anima. Mi sento veramente un altro. E sto bene. Viva la chimica! A che serve questa linguistica, se non a masturbare l’unica cosa che posso masturbare, cioè il cervello?” Su questa altalena di sentimenti ondeggiava l’amico giovedì. Questo era lo stato d’animo tre giorni prima. Luca aveva parlato anche con Michela, che era a casa della mamma, ora trasferitasi in un’altra città, per parlarle del babbo in crisi e per avere informazioni di cui non fosse stato messo a parte. Ma Michela non sapeva nulla dei nuovi dolori lamentati dal babbo ed era sinceramente preoccupata per il suo stato di salute. Decise pertanto di venire da lui nel fine settimana, cosa che già da un anno faceva ormai da sola. Da due anni Mariangela si era, infatti, trasferita e i contatti tra Piergiorgio e la figlia Michela erano divenuti più radi. Il venerdì sera Michela era arrivata e per il sabato sera le sue amiche di prima, appena ebbero saputo del suo ritorno a casa del babbo, avevano organizzato quell’uscita a cui Piergiorgio l’aveva accompagnata prima di andare a cena con loro due e Grace. Michela era molto preoccupata e Luca lo capì dai messaggi. Era nata dopo l’incidente in bici; non aveva mai rimproverato alla mamma di aver ceduto alle lusinghe di un altro, come diceva spesso lei, “solo per una gamba in più”. Luca aveva subito previsto che Mariangela non avrebbe mai pienamente accettato quell’handicap nel marito. A lui fu subito chiaro che a Mariangela Piergiorgio piaceva, che la sua aria intellettuale era qualcosa che lo rendeva sicuramente interessante, che la sua cultura, la sua posizione di docente universitario avrebbe potuto fare di lui uno strumento per ben figurare in società, nelle cene tra amici importanti, dove una gamba artificiale sotto un bel pantalone lungo si riusciva a nascondere bene. Quello il problema vero che Piergiorgio non aveva capito, ma Luca sì: a Mariangela, che amava frequentare ambienti mondani, serviva fare bella figura in società e con il passare del tempo accettare quella protesi sarebbe stato sempre più impegnativo, perché Piergiorgio non era mai stato, neppure prima dell’incidente, affezionato a quel genere di vita. La decisione della separazione avvenne anche prima del previsto e Michela fu affidata alla mamma, ma rimase sempre molto affezionata al babbo; l’impressione che dava a tutti era addirittura quella di essere più legata a Piergiorgio che a Mariangela. La certezza si ebbe quando la mamma, ormai lanciata nella carriera, accettò un avanzamento di posizione che avrebbe previsto però un trasferimento. Per Michela, quattordicenne al momento del trasloco, fu un bruttissimo colpo, non solo perché si sarebbe dovuta fare nuove amicizie, ma soprattutto perché improvvisamente la distanza tra lei e il babbo sarebbe stata tale che solo nel fine settimana, e non sempre, sarebbe potuta venire a trovarlo. Fu un brutto colpo anche per Piergiorgio. Bruttissimo, davvero. Luca, quando l’amico gli ebbe dato la notizia del trasferimento di Michela, per la prima volta aveva avuto l’impressione che la forza del suo spirito e la sua volontà di riscatto, fino ad allora in risalita dal giorno in cui era stato dichiarato non più in pericolo di vita, avevano avuto una prima avvisaglia, un primo segnale di arresto.

Erano le cinque del mattino. Luca adesso aveva davvero sonno. Non erano più arrivati messaggi da Piergiorgio. Forse aveva trovato la pace che desiderava? Andò a letto. Il sonno era tanto, ma l’ansia gravava ben più del sonno sull’anima. E la colpa la moltiplicava. Dannata colpa. Questa volta le immagini che lo torturarono furono altre e in quelle immagini apparve il Pierre forte, che più gli era piaciuto in quei lunghi anni di amicizia prima dell’incidente. Ma a ognuna di quelle immagini lo spirito beffardo della memoria ne associava sempre una del periodo successivo, dei giorni in ospedale sospesi nell’ansia, della lunga, lenta e sofferta riabilitazione e soprattutto del dolore dell’anima che subentrò come nota costante, quasi come un segno caratteristico dell’amico. Piergiorgio considerava però proprio quel genere di connessione, quel groviglio di complicità, sempre soltanto intuite ma mai chiaramente esplicitate, il bastione della loro amicizia. Luca si portò le mani agli occhi. Non riusciva a dormire nonostante il sonno. Non voleva che Barbara lo sentisse piangere. Ma piangeva. Piangeva strozzando i singulti in un’odissea di immagini che si sovrapponevano le une alle altre, le une più dolorose delle altre. Le immagini di quei terribili momenti scavavano lacerazioni di dolore nel passato dell’anima: e ancora una volta ecco le giornate in ospedale, al capezzale dell’amico tenuto in coma; la notizia dell’amputazione sopra al ginocchio della gamba destra e delle gravi lesioni multiple alla sinistra; la presenza di poche persone che si interessassero a lui; le reticenze dei medici che non parlavano, se non per dire “stiamo facendo tutto quello che possiamo per salvarlo, ma il quadro generale dei traumi è molto grave”. Tutto ripassava davanti al palcoscenico della memoria nell’inquieto silenzio della notte, accompagnato dal ritmo del respiro pesante di Barbara, che con la sua tranquillità, lì beatamente distesa accanto alla sua devastante angoscia, testimoniava meglio di chiunque altro quanto si è diversi nel modo in cui si realizza l’approccio all’altro, come ci si rapporta ai grandi drammi della vita, come senza dubbio era la vicenda vissuta da Piergiorgio, e, a monte di tutto, come può essere differente il modo di intendere le relazioni umane. Ma anche le parole usate dall’amico nella chat rimbombavano dolorosamente da una parete all’altra nella testa di Luca, scuotendolo in una terrificante ridda di colpi uno più penoso e angosioso dell’altro. “Il sigillo nell’anima è ormai di quelli indelebili”. “Nulla cambia di ciò che è scritto.” “L’Inevitabile è uno spirito che ti sfida, ma che tu, beffardamente, sai che vince sempre,” gli aveva scritto un giorno. Ma perché proprio io sono stato scelto come strumento per realizzare quel destino? Perché? Luca si portò le mani alle tempie. “Nulla cambia di ciò che è scritto.” Fu costretto a rialzarsi per l’ennesima volta. Piangeva. Quanto piangeva! Piangeva in preda alla crisi dettata dal sentimento devastante di sentirsi inutile nel momento determinante. “Nulla cambia.” Era ormai un’eco maligna e malevola, che assumeva la forma di un’ossessione nella sua mente. L’ossessione di una colpa mai risolta. “Nulla cambia”. Le tempie scoppiavano. Il cuore andava a mille. Le gambe tremavano. Si tolse il pigiama. Sentì come un richiamo. Non sapeva da dove veniva. Si vestì con l’accozzaglia di capi che trovò: un paio di vecchi jeans, una polo nera, una giacca elegante in principe di Galles, un paio mocassini. Controllò l’ora: le sette del mattino. Mandò un messaggio a Barbara, mentendo: “Sono andato a prendere le paste per la colazione. Torno subito.” E uscì in auto diretto alla casa di campagna di Pierre.

Il paesaggio invocava pace, la regolarità dei filari delle viti e dei campi di mais supplicava serenità. Una potenza superiore alla comprensione umana trasfigurava tutto, dando la sensazione che quelle invocazioni e quelle suppliche fossero state esaudite. I canali che tagliavano numerosi la campagna conferivano la percezione di un sentimento di vita e di ritrovata tranquillità. Placide le acque fluivano dalle gore accarezzate da bianchi rivali, che si perdevano lontano in un orizzonte dominato da una luce che già dichiarava vittoria. La sua auto procedeva con lentezza e quasi con rispetto in quel paesaggio noto, il paesaggio della colpa. Quella era una strada che aveva già troppi correlati di dolore nella sua mente e per la sua anima sofferente; quella strada non ammetteva più violenza; l’obolo di passaggio era già stato speso. “Nulla cambia di ciò che è scritto.”

Alle sette e mezzo del mattino della domenica il traffico era quasi nullo. Uscito dalla città, arrivò alla carraia sotto il ponte. Avvertiva ora un senso di particolare gaiezza in tutto ciò su cui il suo sguardo si posava, come se lo accarezzasse in segno di ossequio. Percorse la sterrata fino alla casa, le cui luci esterne erano spente. Nessun segno di presenza umana. E non c’era l’auto nel cortile. Ciò che in altre circostanze sarebbe parso strano a lui non parve più tale. Suonò il campanello. Nessuna risposta. Pierre gli aveva detto che Michela era già ripartita per tornare dalla mamma. Mandò un messaggio. Nessuna risposta. Telefonò. Nessuna risposta. Tutto era quieto e silenzioso. Normalmente quieto e inevitabilmente silenzioso. Il cancello non era chiuso a chiave. Entrò a piedi nel cortile. Nessun rumore. Una leggera brezza si levò da est. Una sola grande foglia si posò, danzando dolcemente nell’aria, sull’auto. Anche la porta del garage era appena accostata. La bici da corsa era sempre sul cavalletto, su cui l’aveva vista il giorno prima con Barbara. Qualcosa mancava, ma Luca non capiva cosa. Si sarebbe saputo presto cosa mancava dai giornali: dopo qualche giorno si sarebbe trovata una bici, una vecchia mountain bike, in una delle località costiere vicine alla città, abbandonata all’inizio della diga foranea, dove la massicciata inizia, per addentrarsi nel mare per due chilometri e mezzo. Luca la riconobbe come quella con cui l’amico girava anche per la città e che caricava in auto, quando non andava all’università in treno. Il suo Pierre era lì. Lì accanto a lui. Lo sentiva felice, lì accanto a lui, anche se non riusciva a vederlo. “Che importanza ha quello che vediamo, quello che sentiamo, quello che percepiamo? Non importa niente tutto questo. Importa solo una cosa: quello che noi siamo in grado di rappresentare”: glielo aveva scritto un giorno, tornando in treno dal lavoro. Ebbene, l’immagine di Luca era lì. Era un’immagine felice. Era l’immagine felice di chi è arrivato in cima al ponte. Era quella la rappresentazione cui l’amico aveva accennato. E non recava più dolore.

Sì. Mancava qualcosa in quel garage. Ma non avevano alcuna importanza in quel momento gli oggetti che non c’erano. Luca aveva capito una sola cosa: che mancava lui. E sarebbe mancato per sempre, una mancanza di quelle che avrebbero recato inevitabilmente tristezza, ma non dolore. Una sottile distinzione che in poche situazioni si riesce a realizzare e a comprendere, ma Luca aveva gli strumenti per farlo. Piergiorgio scomparve nel nulla, in silenzio. Nel silenzio della foglia che cade. “Adesso vado a dormire. Ciao, Luca”: erano state quelle le ultime parole dell’unica persona che, vivendo giorno per giorno la violenza del destino e combattendo giorno per giorno l’impari lotta con l’inevitabile, gli aveva insegnato qualcosa di importante nella vita. Luca aveva messo sullo stesso piano quello che gli insegnava giorno per giorno Piergiorgio e quello che apprendeva da Barbara. Anche questa era una sottile distinzione che pochi avevano gli strumenti per comprendere. Ma nessuno dei due avrebbe risolto il problema che per Luca era quello che li generava tutti: in un mare di dolore restava la sua colpa; in un mare vero, probabilmente, aveva trovato infine pace un’anima che solo di pace aveva veramente bisogno. “Nulla cambia di ciò che è scritto.” E la colpa sarebbe rimasta, con o senza Luca e il suo dolore in carne e ossa al suo fianco, con o senza Barbara e il suo amore, sempre fisicamente tangibile e immancabilmente presente accanto a lui.

Ricordati di prenderlo alla crema il bombolone per me”, gli aveva scritto Barbara, mentre Luca richiudeva il garage di Piergiorgio, pensando anche alla pasta e chiedendosi se le aveva veramente mentito. I due pilastri: mai dimenticare che la volta sta in piedi, solo se tutti e due, insieme, la reggono! Una seconda foglia cadde accanto alla prima, le si posò accanto, tremò, si agitò due o tre volte, un po’ a destra e un po’ a sinistra, finché un colpo di vento le fece sue entrambe. Lo sguardò di Luca, alla ricerca delle due foglie volate via insieme, seguì la bianca carraia sterrata, che accarezzava il canale verdastro, dalla parte opposta a quella della strada asfaltata, della curva, del ponte e della discesa. La strada bianca si perdeva nella luce del primo mattino, quasi decollando verso un orizzonte di luce, illuminato di serenità e ora arricchito di un nuovo valore, di un forte significato; la gora verde, che passava sotto il ponte, restava limacciosa e ferma, stantia e triste, senza alcun anelito di librarsi. “La vita beffardamente trae alimento dal dramma della differenza”: quante volte glielo aveva scritto! E quelle parole trovavano conferma in quel trionfo di vita e di luce dorata lassù e in quel canale che, laggiù, mandava invece solo sentore di marcio e putrefatto. E memore di quella differenza ora Luca avrebbe dovuto per forza accettare e vivere quella vita, perché “nulla cambia di quanto scritto”. Nulla. Un’altra grande foglia cadde lentamente da un albero sopra la sua macchina. Luca la seguì e, nell’accompagnare la sua lenta caduta nell’aria immobile e nel silenzio della campagna all’alba, rivide quello sguardo della sera prima nel parcheggio dell’agriturismo, l’ultima immagine di Piergiorgio che si era impressa come un sigillo nell’archivio di quel suo abisso infernale che era stata la sua anima fino a pochi attimi prima, uno sguardo che avrebbe potuto interpretare, uno sguardo che allora aveva parlato senza parole, ma che ora aveva anche troppe parole, parole inevitabili, dettate da uno spirito fin troppo sagace in una chat scontata e inevitabile. Il campo visivo a cui i suoi occhi anelavano con ansia era in alto. Lo sguardò salì, si lasciò alle spalle fango e putredine. Infine l’ansia trovò pace in quella luce dorata.

Il sole prendeva possesso, trionfando nel suo mondo di luce sulla campagna serena, tra le foglie che cadendo danzavano nell’aria in un placido tripudio; la bellezza di quel momento di gioia era data dai movimenti irregolari e dalle diverse traiettorie disegnate nell’aria. Luca risalì in auto e insieme al suo Pierre, inevitabilmente vivo quanto mai nella sua anima serena, tornò a casa, con un impegno da rispettare. Un impegno vero questa volta. Un impegno che si rivelò inevitabile, quando fermò l’auto davanti al bar di periferia. Scese. Entrò nel fumo denso tra i tavoli e i rivestimenti di latta e formica, tra i turnisti del porto smontanti che giovialmente salutavano in quella domenica mattina, un qualunque giorno per loro, quelli dei turni montanti: anche quello era inevitabile, pensò Luca. Si sedette nel tavolo in cui spesso loro due si erano incontrati per il caffè ristretto e la fetta di strudel, il ricettacolo delle loro confidenze più importanti, lì dove tante volte si erano fermati lasciando fuori le loro bici da corsa. Il dolore dell’uno aveva segretamente incontrato tante volte la colpa dell’altro su quelle sedie di alluminio, su quei tavoli di latta che avevano raccolto anche inevitabili lacrime. Accese il cellulare. Aprì la chat. Pierre non aveva più scritto. Ma aveva cambiato l’immagine del profilo: a una grande e bella foglia d’acero, simbolo d’amore e di passione, una foglia che cade danzando nell’aria, era affidato il suo commiato, come un monito: “Vai, Luca, c’è una persona che ti aspetta.” Ecco, quello era per Luca il vero significato di quell’ultimo sguardo, di quell’ultima immagine, a cui ora aveva parole da associare. Una lacrima, lentamente cadendo, bagnò lo schermo. Danzava felice, come una foglia, prima di cadere e di posarsi su quelle parole, su quelle immagini dell’anima, penetrando discretamente in quell’oggetto che si era come trasfigurato in un prezioso scrigno di inestimabili valori. E allora Luca fu attratto ancora dalla galleria delle foto sul cellulare e lo rivide in divisa bianca a azzurra, in divisa gialla e rossa; lo rivide appoggiato al cartello che indicava un passo dolomitico faticosamente conquistato, lo rivide mentre sollevava la bici in cima a un altro di quei valichi con i ghiacciai e le bianche cime sullo sfondo; ma lo rivide soprattutto in una foto recente, scattata in un bar di uno dei paesi delle loro colline e ne risentì la voce: “La bici mette allegria. Ce lo siamo detti spesso in queste soste. Sei stato davvero un grande, Luca, a volere che ci tornassi sopra in tutti i modi. La bici è stata il riscatto della mia vita. E lo devo a te. Ti piaccia o no, la responsabilità è tutta tua.”

Non dimenticarti, Luca! Che sia alla crema il bombolone!”, ribadiva il messaggio di Barbara.

Anche questo, sì, anche questo è inevitabile”, scrisse Luca come epilogo in quella chat con l’amico, che aveva dato un significato terribilmente rasserenante a quella notte appena conclusa. Lo scrisse sotto l’ineffabile bellezza dell’immagine di una silente foglia che, danzando felice nell’aria serena, discende nel profondo della sua anima, posandosi da ultimo su un morbido selciato; e questo basamento naturale assume piano piano la forma di un segreto covile di indelebili ricordi.

Si alzò. Andò al bancone. Vide il bombolone alla crema. “Lo porto via”. Se lo fece mettere in un sacchetto. Pagò. Quando stava già per incamminarsi verso l’uscita, sentì come un richiamo. Veniva da vicino, non da lontano. Veniva da lì, accanto a lui. Tornò indietro. Chiese una fetta di strudel e un caffè ristretto. Si sedette di nuovo, scattò una foto alla torta e la aggiunse al messaggio appena inviato al numero dell’amico: “Nulla cambia di ciò che è scritto.” Sapeva che Pierre lo avrebbe letto.

Con il bombolone nel sacchetto di carta uscì dal chiasso del bar nel silenzio della città. Riprese il telefono. Scrisse a Barbara: “Alla crema. Trovato. Sto arrivando.” “Notizie di Piero?” chiese lei. “Buone notizie. Adesso è qui con me.” Non l’aveva mai delusa in tanti anni. Mai. Del resto, lei era sempre stata uno dei due pilastri della sua vita, secondo la teoria dell’amico, da lui sempre condivisa e rispettata. Non le aveva mai mentito: e infatti quella non era una bugia, perché l’altro dei due pilastri, Pierre, il dolore, doveva rimanere perfettamente in piedi. Quel dolore e quell’amore, Pierre e Barbara, quelle due immagini così distanti tra di loro, esattamente speculari e parallele, reggevano insieme da anni la volta della sua vita. E Pierre, come sempre, anche in quell’ultimo messaggio gli aveva detto la cosa più semplice e più giusta allo stesso tempo. C’era una persona che lo aspettava. La volta sarebbe rimasta in piedi, più forte di prima: e l’energia segreta che la reggeva, quella che prima sarebbe stata la conquista di un valico in bici, o la recensione di un libro, ora era un bombolone alla crema.

Nel silenzio anonimo della città ancora assopita comprese finalmente il significato di un altro silenzio, tutt’altro che anonimo: quello di una fragile foglia d’acero, che era scritto che dovesse cadere. Uscì dal quartiere portuale. Sapeva che forse ci sarebbe ritornato. Lì si passa per uscire in bici da corsa dalla città quando Pierre viene a casa sua e lì ci si ferma per la rituale colazione. Sapeva che avrebbe continuato il rito dello strudel e del caffè ristretto in nome di quel principio che aveva sempre accettato amaramente, ma alla resa dei conti sempre rispettato, che cioè nulla cambia di quanto scritto. Il sole ancora basso rendeva difficile distinguere gli elementi di un paesaggio urbano color ambra, il cui risveglio era lento e in un certo senso distensivo. Zone di luce abbagliante si alternavano ad altre nel buio totale. Da un lato il cemento degli alti condomini, dall’altro le macchie verdi del grande parco pubblico. Sopra l’oro della luce, sempre più splendente e sicuro di sé, sotto il grigio di un asfalto destinato a essere sempre per lui memore di oscure vicende e referente di una colpa indelebile. Una coppia di ciclisti arriva al termine della ciclabile e improvvisamente si ritrova sulla strada davanti a lui: Luca riesce a frenare all’ultimo momento, istintivamente arriva con la mano sul clacson, poi avverte come una mano invisibile che lo ferma; i ciclisti neanche si sono accorti del pericolo corso, procedono diligenti uno davanti all’altro, come se nulla fosse successo. Un uomo solo dall’altra parte della strada gli viene incontro. Arranca in un tentativo di camminata veloce, perché zoppica da una gamba. Luca rallenta. Arriva una notifica dal cellulare. Accosta in una piazzola di fermata per gli autobus e legge il messaggio di Barbara: “Se trovi una farmacia aperta prendimi uno spray nasale, per favore. Su internet ho visto che quella di turno è in viale Manzoni.” “Va bene. Ci vado.” Appena rimesso il cellulare nel taschino della giacca, arriva un secondo messaggio: “Mi ha appena scritto Grace. Ha detto che Piergiorgio si è rivelato molto interessante. Diglielo subito. Gli farà piacere. Ha detto che le piacerebbe conoscerlo meglio. Mi ha anche chiesto se per caso si sentisse imbarazzato per la sua gamba e vorrebbe sapere che cosa può fare per aiutarlo a superare l’imbarazzo. Grace è una ragazza giovane ed è anche sveglia, oltre che molto bella. Pensa che fortuna che sarebbe per lui.” Luca sentì gli occhi bagnarsi. Ma piangere non sarebbe servito più a nulla, se non a indignare di nuovo l’amico, che, anche quando aveva sofferto, mai aveva ceduto al lamento sterile o al pianto di sconfitta o di rassegnazione. Stava per mandare uno di quei messaggi con i quali si cerca di prendere tempo prima di rivelare contenuti troppo impegnativi. Non rispose. Mise in moto. Arrivò nel grande viale alberato dove era la farmacia. Scese dall’auto, dopo aver trovato un comodo parcheggio proprio davanti alla farmacia di viale Manzoni. Un improvviso colpo di vento scosse le chiome ingiallite e Luca, sentendosi ormai sereno in quell’ordine naturale delle cose, che discretamente mandava segnali alla sua vita, vide solo una fitta pioggia di foglie che da ippocastani, platani e aceri cadevano in silenzio tutt’intorno a lui. Rallentò il passo. Si fermò. Ne raccolse una, la più grande di tutte. Era d’acero. La guardò a lungo. Sorrise. La mise nella tasca della giacca. Era sereno quando aprì la porta ed entrò in farmacia. Ancor più sereno sarebbe stato quando, di lì a poco, a casa sua, avrebbe riassaporato l’ineffabile tenerezza dell’abbraccio di Barbara, giustamente riconoscente per il bombolone alla crema. 

 

© Stefano Tramonti. 2018

6 risposte a "Il silenzio della foglia che cade"

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  1. I do not drop a lot of remarks, but i did a few searching and wound up here Il silenzio della foglia che cade – Il nascondiglio.
    And I do have 2 questions for you if it’s allright.
    Could it be just me or does it seem like a few of these remarks come across like
    they are written by brain dead folks? 😛 And, if you are writing on other online sites,
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