La riconoscenza

In risposta ad una mia alunna che aveva apprezzato il fatto che avessi dimostrato commozione al ricordo di alcuni momenti del mio passato, leggendo alcuni articoli dal mio blog, mi capitò l’occasione anche di affrontare in privato con lei il tema del pianto, partendo da un assunto di base: ognuno interiorizza le esperienze vissute e lavora sulla memoria con diversa intensità e con diverso grado di commozione. Scrissi allora in chat a quella ragazza:

“Si dice che un uomo non dovrebbe mai piangere. Vengo da una famiglia con tradizioni militari. Mio nonno era colonnello pilota d’aeronautica e, quando ricordava la guerra, lo faceva piangendo. C’è chi sostiene che una lacrima è segno di debolezza. Lascio agli altri le interpretazioni. Ho combattuto battaglie che non auguro a nessuno e sono qui a raccontarle. Se qualcuno mi considera debole, perché un giorno mi sono commosso riandando con la memoria a certi momenti forti della mia vita, che facile non è stata, faccia pure. Non sarò certamente io, sostenitore della libertà come massima espressione della dignità della persona, a negargli questa convinzione. Non auguro a nessuno di vivere otto anni come quelli che ho vissuto io, non auguro a nessuno un’esperienza di dolore che non può essere descritta in alcun modo, ma sono convinto fermamente di una cosa: chi non si commuove, chi non cede alle lacrime ricordando momenti come quelli, mi spaventa davvero. Chi non si commuove di fronte a quell’indescrivibile sofferenza può essere un uomo? Perciò, quando, pensando a quegli anni piango, ricordo mio nonno, militare pluridecorato, medaglia d’oro al valor militare, comandante di corpo, quando pensava, piangendo, alla guerra, dicendo che non augurava a nessuno di rivivere quello che aveva vissuto lui. Mi spaventa assai chi NON piange di fronte a queste esperienze.”

Ieri pomeriggio con un amico siamo andati al cimitero a trovare i nostri genitori recentemente venuti meno, la sua mamma, il mio babbo. Mi sono seduto per terra a gambe incrociate accanto a lui, a mio babbo, tra i pini del bellissimo camposanto della mia città, ricavato in mezzo ad una specie di oasi di pineta rimasta tra porto-canale e zona industriale, uno spicchio di pace in mezzo alla frenesia del lavoro. “Mi sono accoccolato” in silenzio. Io e lui. Soli. Nel silenzio della pineta.

Abbiamo parlato a lungo. Le mie mani nascondevano le lacrime. Non volevo che tu le vedessi. Abbiamo ripercorso tanti momenti della nostra vita, del nostro legame stretto, dei dolori che ci hanno unito, i tuoi nel vicino presente, i miei nel più lontano passato. La tua foto sorridente, il tuo sorriso che cancellava sempre ogni sofferenza, il tuo sapere ridere ed esorcizzare sempre l’azione del male con una risata, con una battuta, mi ha fatto pensare a quanto siamo diversi io e te. Anche tu avevi i tuoi scatti d’ira, come è umano che sia. Ma raramente cedevi alla commozione e mantenevi nel dolore un controllo che invece io non ho mai saputo conservare. Leintensità con cui si maneggia il passato, con cui il nostro spirito lo manovra, lo manipola, lo plasma sono diverse, il modo in cui lavora la memoria è diverso. Anche nel metter giù queste righe la commozione prende il sopravvento e sulla tastiera cadono quelle lacrime che tu avresti saputo trattenere. Siamo diversi, molto diversi e per questo ti ammiro sempre di più, per questo scopro, ora che sei altrove e non soffri più, un aspetto del tuo carattere che con il tempo assume sempre più valore, proprio contrapponendosi al mio.

Una delle pagine più dolci del racconto che Odisseo fa ad Alcinoo nella reggia dei Feaci è quella in cui, mentre l’aedo ricorda le sua gesta e gli amici morti, l’eroe cede segretamente alle lacrime e solo il re Alcinoo se ne accorge, senza dire nulla. Una scena toccante, intima. Una scena che non può che ricordarne tante altre della nostra vita insieme, del nostro dialogo a occhiate, della nostra intesa che non necessitava di pleonasmi, di parole superflue. Lasciami piangere qui con te, babbo. Un giorno a Bologna, un amico ebraico, conosciuto ad un convegno di studi ai tempi della ricerca, si commosse al ricordo della recente morte della sua mamma e, quando gli posi una mano sulla spalla e lo strinsi a me, recitò un bellissimo antico proverbio yiddish, secondo il quale le lacrime sono per l’anima quello che il sapone è per il corpo. Quel proverbio mi è rimasto impresso, mi si è come stampato addosso, perché nella mia vita non ho alcuna vergogna di ammettere che di lacrime ne sono sempre scese tante. Dal mio punto di vista potrei dire di averne avuto le mie ragioni; altri, da altri punti di vista, potranno dare altre interpretazioni. L’intensità, il voltaggio dello spirito, la potenza erogata dal meccanismo emotivo non è regolabile, non risponde a norme canoniche. Concedimi questo ennesimo carme alla Differenza.

Qui tra i pini tu mi sorridi. Qui tra i pini a quel sorriso rispondo facendo quello che tu non vorresti che io facessi.

Eppure, tu dicevi sempre quella frase che ricordo spesso: u’j’ è sempar e’ su parché. C’è sempre il suo perché. E anche adesso tu lo sai che c’è il suo perché, ci sono tanti perché, tantissimi terribili e inquietanti perché. Né tu, né io abbiamo saputo dare una risposta. Tu hai dovuto fare rinunce importanti per la tua vita, proprio di fronte ai perché di quella dei tuoi figli. Come non ammirarti per questa tua immensità! Come non commuovermi per questa tua lezione!

Un flash, lì tra i pini. Eravamo in auto sulla superstrada di ritorno da Siena. Era domenica pomeriggio. L’indomani sarei dovuto entrare in ospedale per l’ennesima volta. Tu mi avevi fatto divertire per tutto il giorno, come tu solo sapevi fare. Tragedie e motivi di lacrime ce n’erano stati abbastanza. Fermasti l’auto in una piazzola e mi dicesti: “Con la mamma abbiamo deciso. Torniamo a Ravenna. Qua abbiamo sofferto abbastanza. Rinuncio a tutto, alla carriera e l’unica cosa che adesso mi preme è la vostra felicità, il vostro futuro.” Allora non capii cosa significasse tale decisione. A Firenze avevo i miei amici, pochi, ma ne avevo. Troncare non sarebbe stato facile e in effetti non lo fu. Ma tu lo facesti per il nostro bene. Quella città, quella casa evocavano ormai troppo male, troppo dolore. Fantasmi troppo cattivi si aggiravano ormai per quelle vie e per quelle stanze. Ora, a distanza di anni, quel gesto mi è chiaro: fu un gesto di amore infinito, di dedizione agli altri, di rinuncia alla propria carriera per la serenità di una famiglia, che già troppo dolore in poco tempo aveva sofferto.

Tu mi devi perdonare, babbo; ma se mi ricordi, qui, mentre sono accoccolato accanto a te, una cosa così bella, come faccio a non lasciar cadere sui sassolini bianchi del tuo tumulo pieno di fiori una lacrima? Non biasimarla questa lacrima. Scende da me e viene a te, diritta a te. Entra in te. È una lacrima di riconoscenza.

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