Il mio campione

A Emanuela

Ho appena terminato la salita in bici sul Paretaio, detto anche Faggiola. Dipende dal versante. Diatribe storiche tra valligiani. Per gli abitanti dell’alto Santerno è la Faggiola per quelli dell’alto Senio è il Paretaio. Sullo scollinamento sui 1000 m una ventata fresca mi avvolge in questa calda giornata estiva. Mi fermo. Mi copro, aspettando che il sudore, che mi ha abbondantemente accompagnato in salita, si fermi, in modo da potere con tranquillità affrontare una discesa abbastanza lunga e ripida, il più possibilmente asciutto. Passa una coppia di ciclisti. Si fermano. Sono di Borgo San Lorenzo. Ci inchiacchieriamo. Mi chiedono di dove sono: “Un po’ di qua, un po’ di là”, rispondo. È la verità. Se mi avessero chiesto da dove venivo, avrei risposto loro che venivo da Ravenna, ma, siccome mi hanno chiesto di dove sono, allora ho dovuto dire la verità: un po’ di qua, un po’ di là, un po’ di Romagna, un po’ di Toscana.

Vengo così da loro a sapere che in Mugello qualcuno ha pensato di ripristinare il memorial Gastone Nencini, noto anche come cronoscalata della Futa, un tempo gara per professionisti fino al 1988, sotto la forma di una granfondo amatoriale, in occasione del prossimo quarantennale della prematura scomparsa del campione toscano. Sono strane le circostanze della vita. Proprio mentre salivo, avevo ripensato a come mi ero avvicinato a quello sport e al ruolo che Gastone Nencini aveva avuto. Spesso in salita mi viene ancora in mente quel pomeriggio con mio nonno nel negozio di Gastone Nencini alle Sieci. Se la gamba perde potenza in salita, ricordare quel pomeriggio ha sempre avuto l’effetto di farmene trovare una piccola scorta d’emergenza. Non so se riuscirete a capire. Per me stesso talvolta è difficile darmi ragione di certe situazioni. Ora ci provo. Farò del mio meglio.

Chi lo cerca su internet trova di lui voci su Wikipedia, notizie su siti di storia del ciclismo, articoli di giornale, da cui apprende che fu vincitore di un Giro d’Italia nel 1957 e di un Tour de France nel 1960 e che perse il Giro del 1955 solo per una foratura nella penultima tappa con arrivo a San Pellegrino Terme. Chi lo cerca impara che era chiamato il “Leone del Mugello” e che a lui è dedicata una cronoscalata sul passo della Futa. Ai tanti che distrattamente su quel passo vedono il monumento al ciclista ricordo che quell’opera fu dedicata a lui. Parliamo di Gastone Nencini, di cui la storia del grande ciclismo nazionale non ha sicuramente parlato abbastanza, ma che per la Toscana resta un vero campione, ricordato spesso in varie manifestazioni, sportive e non solo.

Morì a soli 49 anni dopo una breve malattia. Era il 1980. Non abitavo più a Firenze. Ma volli andare ugualmente con mio nonno, suo amico di famiglia, ai suoi funerali nella chiesa della Santissima Annunziata. Rimasi stupito dalla partecipazione della città, una partecipazione numerosa, silente e commossa: tanti appassionati erano presenti con la bici e la divisa del proprio gruppo amatoriale o dilettantistico e riempivano quella che per me è la più bella piazza della città. Il feretro venne portato dagli atleti della squadra che portava il suo nome. Poche parole, tanto silenzio quel giorno. Negli occhi di tutti la dedizione di una vita ad una passione e il ricordo di un atleta che per me, per la personale e particolare esperienza che io avevo di lui avuto, non aveva nulla di quell’eroismo che poi su di lui, come su tanti altri, sarebbe a posteriori stato costruito. Per molti un campione, per tanti un serio e appassionato professionista, per alcuni un amico, per qualcun altro un paesano.

Gastone Nencini fu un eroe, perché vinse un Giro e un Tour. Ma Gastone Nencini fu un eroe anche per un’altra ragione. E la mia storia si è intrecciata con la sua in modo certamente non marginale per me.

Conobbi Gastone, che era originario del Mugello, nativo di Barberino, perché era amico di famiglia del mio nonno Ugo, il nonno materno, originario di una frazione del comune di Londa, ai piedi del passo del Muraglione. Vallate limitrofe, destini comuni, passioni comuni, salite conosciute centimetro per centimetro sugli aspri contrafforti del versante meridionale di quell’Appennino, che avrebbe sempre tenuto la mia vita sospesa tra Romagna e Toscana, sospesa nel destino della vita, sospesa nel sangue con babbo ravennate e mamma fiorentina. Sento sempre agitarsi qualcosa nell’anima, quando con la bici da corsa mi trovo a passare spesso quel confine tra le due regioni, tra le due anime della mia vita, tra le due componenti del mio sangue. Sul Colle dei Tre Faggi, sul passo del Muraglione, sul valico della Calla, sulla Colla di Casaglia, sul passo del Mandrioli, sul valico del Verghereto, sul passo della Futa, non respiro ventate d’aria diversa, come molti invece sostengono; non avverto distinzione, perché mi sento parte di uno dei due versanti esattamente come dell’altro. Si tratta oltretutto di un confine particolare, che geograficamente si trova a non coincidere con demarcatori territoriali come fiumi o linee di spartiacque; è un confine singolare che vede una parte della Romagna essere a lungo appartenuta al Granducato e che vede tuttora alte vallate di fiumi del versante nord, come quelle del Santerno, del Senio e del Lamone, appartenere alla provincia di Firenze. È facile trovarsi, per chi ama questi paesaggi di confine e vive in se stesso una storia che lo ha visto segnare delle propria presenza entrambi i versanti, crescere su entrambi i versanti, conoscersi in entrambi i paesaggi, ascoltare in casa entrambi i dialetti, in una dimensione speciale.

In questa dimensione speciale, mosse dagli ingranaggi della memoria, anche le persone assumono, con il passare del tempo, evoluzioni in ruoli che prima non avresti mai immaginato potessero ricoprire. Cullarsi in certi ricordi, anche quassù a 1000 m d’altitudine, sul discrimine tra due vallate che per i locali sono due piccoli universi, può essere malinconia per qualcuno; non lo è invece, affatto per me; come cercherò di far capire, per me è riconoscente necessità.

Conobbi Gastone nel 1974. La condizione particolare in cui viveva la mia gamba destra, segnata da una grave malformazione congenita e considerevolmente più corta della sinistra, mi impediva di praticare la maggior parte degli sport, ma in bicicletta in qualche modo riuscivo ad andare. Andavo anche in piscina. Mi piaceva nuotare: non mi piaceva farlo in mezzo ad altri bambini affetti da disabilità ben più gravi della mia; avrei potuto benissimo nuotare insieme a quelli che avevano modi convenzionali per camminare. Non c’era bisogno di saper camminare in acqua; solo in un caso pare che nella storia sia stato necessario. Perciò il nuoto mi piaceva, non mi piaceva con chi ero costretto a nuotare. Dunque: la bicicletta. L’idea fu del nonno, da sempre in casa l’uomo del fare, dal senso pratico, colui che già aveva fatto e stava facendo il mondo anche per mio fratello Federico, da sette anni condannato su una carrozzina. Il nonno mi fece conoscere un giorno Gastone nel suo negozio in località Le Sieci, sulla ss 67 “Tosco-romagnola”, tra Pontassieve e Firenze. Mi ci portò insieme a Fede, di cui caricò la carrozzina in auto. Entrai nel negozio di bici con la mia andatura vistosamente claudicante. Fede mi seguì dietro in carrozzina. Il nonno, che praticava ciclismo amatoriale e conosceva bene la famiglia di Gastone, gli disse chiaramente dopo pochi convenevoli, come era di prassi tra gente di paese: “Gastone, questo ragazzo, che è mio nipote, ha per me la possibilità di andare in bici da corsa come tutti e solo tu sei in grado di riuscire a dargli questa opportunità, che è un diritto per lui. Lo so bene, perché ci conosciamo.” Era uomo di poche parole il nonno. Chi lo conosceva sapeva che, se parlava, non lo faceva a caso. Gastone era seduto nel suo negozio. Mi trattò come un giovane qualsiasi che intraprendeva il ciclismo. Mi prese le misure, per avere il dato dell’altezza e del cavallo. Quando vide la differenza di lunghezza della gamba destra, la forma del piede con tre sole dita, molto estroflesso e che anni di andatura distorta, poggiando solo la parte anteriore, avevano modificato, non batté ciglio. Mi diceva solo: “Cerca di stare fermo, perché devo misurare bene l’altezza al cavallo.” E mi aiutava lui a tenere la gamba destra nella posizione giusta per avere il dato più preciso. Poi mi volle togliere la scarpa, guardò bene il piede e disse al nonno: “Puoi tornare domani, Ugo? Ho un’idea, ma preferisco essere onesto e chiaro con te. Potete tornare domani?” Fede ricordò che l’indomani avevo una visita di preparazione ad un intervento nel primo pomeriggio. Fu preso l’appuntamento alla chiusura del negozio nel tardo pomeriggio. E poi quel gesto. Uno dei gesti che nella vita si fanno forse inavvedutamente, ma che possono rimanere nella memoria a lungo. Non solo: possono qualche volta anche imprimere una direzione ad una vita.

Gastone mise una mano sulla spalla prima a Fede, poi a me.

L’indomani ci presentammo all’ora convenuta. Oltre a Gastone erano presenti due meccanici della sua squadra ciclistica e un altro omone pelato, alto e grosso in salopette da lavoro blu. Gastone presentò i due meccanici e l’altro come un calzolaio artigiano e disse al nonno: “Roberto e Luca sono gli artisti delle bici, Alex è l’artista dei piedi. Ha risolto tanti problemi. Forse può risolvere anche questo.”

Eravamo andati lì per mettere sulla bici da corsa me. Uscimmo da lì con due progetti: uno per mettere sulla bici da corsa me, uno per metterci addirittura Fede. I due meccanici avevano studiato un prototipo di quella che oggi sarebbe una una handbike, Alex aveva il disegno dello scarpino per il mio piede.

Passò un mese. E dopo questo mese Fede avrebbe avuto la bici speciale e io lo scarpino speciale per poter imprimere al colpo di pedale con il destro la stessa potenza del sinistro. Nessuno pose problemi. Nessuno disse parole superflue. Nessuno parlò mai di difficoltà. Nessuno fu mai attraversato dall’idea di fare un atto assistenziale per compassionevole pietismo. Lo avevo percepito il primo giorno da quella mano sulla spalla di tutti e due, di me e di Fede. Gente di paese, laboriosa, franca e diretta: se c’è un problema da risolvere, ci si rimbocca le maniche e si lavora. Era come se ci fosse stato detto: “Ho capito ciò di cui c’è bisogno. Combatteremo insieme e insieme vinceremo.” Gastone, i suoi due meccanici e Alex, il calzolaio artigiano dei ciclisti, furono grandiosi. Grazie a loro, cinque anni dopo, passati i lunghi e dolorosi momenti degli interventi più impegnativi alla mia gamba destra, potei coltivare una passione che durò una vita, ottenendo un riscatto dal valore impossibile da misurare, impossibile da descrivere, impossibile da far comprendere a fondo a chi non ha avuto l’immensa fortuna di poter capire il vero significato che quello sport avrebbe avuto per me. Non è facile capire quanto dolore ci sia dietro al riconoscimento di un riscatto, quante battaglie combattute; battaglie che sarebbe scorretto non riconoscere che non sempre sarebbero state vinte. Ma aver conquistato ancora una volta lo scollinamento del Paretaio è ancora una di quelle battaglie combattute nel nome del riscatto e in onore di Gastone, che fu strumento indispensabile di quello stesso riscatto. Non è facile far capire questo significato altissimo per me, un significato che tanti eroi, che hanno collaborato con il loro silenzioso lavoro, hanno conferito a questo riscatto. Non è soprattutto facile far capire il silenzioso accordo di spiriti che negli sguardi si creava in quei momenti e che io coglievo, che Fede coglieva, lì nell’officina meccanica alle Sieci, tra le cataste di bici nuove e vecchie, telai, cerchi, tubolari, ricambi vari, tutto in un ordinatissimo disordine in cui tutto si trovava sempre. Ma non è nemmeno giusto che questi momenti vengano dimenticati; perciò, provare a parlarne diventa importante esercizio di conservazione di una memoria bella, che uno intenderà in un modo, uno in un altro, ma sempre meravigliosa resterà. Perché parlarne significa anche inviare un messaggio: nulla è mai scontato di quello che abbiamo.

Quando mio nonno si presentò per pagare il conto del mio scarpino e della bicicletta speciale per Fede, Gastone gli disse: “Mi hanno già pagato i tuoi nipoti, sfrecciando poco fa qui e salutandomi sulla porta del negozio.” Il nonno fece a lui, ai meccanici e ad Alex un bel regalo a Natale insieme ai miei genitori.

La bici su cui corro e mi alleno oggi è una Moser che è stata acquistata nel nuovo negozio che gli eredi hanno portato a Calenzano, vicino all’uscita della nuova variante di valico dell’autostrada A1. I ragazzi del reparto ciclismo me l’hanno accuratamente preparata su misura, prendendomi accuratamente le misure come Gastone le prese allora a me, facendomi provare la bici nuova su fondo, su salita e su discesa, esattamente come Gastone volle che provassi il mio speciale scarpino che mi aprì alla vita. Capire forse non è facile per chi non prova, si dice spesso. Ma tacere su questi momenti forse è ancora peggio.

Oggi, il mio vero regalo a Gastone intende essere questo semplice ricordo, un ricordo di un momento di vita, di un momento di umanità e di generosità, di amicizia personale tra lui e il nonno, e poi tra lui e me, tra lui e Fede. Purtroppo la bici di Fede avrebbe avuto la stessa triste storia di lui.

E per me e per la mia non facile vita questo ricordo vale almeno come le vittorie al Giro d’Italia e al Tour de France per Gastone Nencini e per la sua breve e sfortunata vita. Quando sarò costretto ad appendere la mia bici da corsa al chiodo, so a chi sarà dedicata la mia ultima salita. Quella mano sulla spalla fu memorabile. Quel giorno diede alla mia vita un riscatto. La riconoscenza, che è indissolubile dalla memoria, deve essere sempre davanti a tutto. Chi sa riconoscere, saprà anche amare. Un ciclista mi vede a cavallo del cannone della bici con i piedi piantati per terra, le mani sul manubrio e la testa bacca; mi chiede se è tutto a posto. Faccio cenno di sì. Gli occhiali neri celano la commozione, perché sento bagnati gli occhi. “Dura, eh?”, mi dice riferito alla salita appena terminata. “Sì, ma se non la conquisti chilometro per chilometro, non la capisci,” gli rispondo, riferito ad ad altro, ben oltre quella salita.

Il ciclismo, da passione e amore per lo sport, diventa ora profonda riconoscenza nel momento in cui, ormai sicuro, lascio scorrere la bici giù in discesa verso Coniale. Sicuro. Sì. Sicuro perché ho sentito, al momento della partenza, appena agganciato anche il secondo scarpino, che è sempre il destro, il piano amato dei due, il più impegnativo, quella mano rassicurante sulla spalla che mi ha detto, come quel giorno fuori del negozio: “Vai, Stefano! Alé! Alé!”

Potrei concludere che questo testo è per tutti quelli che hanno bisogno di una pacca sulla spalla per andare avanti; potrei sbrodolare tante delle solite sciocchezze; eppure, pensate quello che volete, ma quella mano sulla spalla, anche se sono passati tanti anni, la sento ancora, ogni volta che, arrivato su una salita, avverto, prima di tutto, il dovere di una segreta riconoscenza e poi il significato vero di un riscatto, lì dove per tutti, arrivare allo scollinamento è solito il risultato di qualche chilometro di allenamento sui pedali. Ma non capirebbero, non avendo provato. Questo significato rimarrà nel dialogo segreto di sguardi in quell’officina, nell’amore coltivato in famiglia, in un mondo di valori che non finisce con -ismo come su un manuale scolastico, con non si incasella in uno schema preconfezionato, ma che ha plasmato una vita e le ha fatto capire qualcosa che altrimenti avrebbe ritenuto scontato.

Tutto si sconta vivendo queste intermittenze in un dialogo costante tra passato e futuro. Il dolore alimenta l’amore, rendendolo consapevole che senza di lui non sarà mai completo, esattamente come il senso di liberazione che dà una discesa non si comprenderà mai senza aver sofferto la salita. Ma è lassù, sul valico, che i veri valori assumono chiarezza. Può scapparci un po’ di commozione. È giusto così. Pensate quel che volete, ma quella pacca sulla spalla, l’ho sentita per davvero. “Alè, Alé!”

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