Firenze, 7 ottobre 2013

Stessa luce esterna intensa e tersa di quel giorno. Stesso modo di cadere delle foglie di quel giorno. Un gingko biloba disegna di giallo allo stesso modo il giardino condominiale qui in via Levico, come di giallo aveva disegnato il giardino condominiale allora sul lungarno. Unica differenza: allora studente di secondo anno di liceo classico stavo studiando pianoforte, adesso insegnante sto correggendo compiti di latino dei miei ragazzi di quinta, dell’ultimo anno.

Mi sono assopito ed estraniato dal mio lavoro pomeridiano. In questi momenti di silenzio, in questo appartamento al primo piano dalle grandi stanze, poco luminoso, tristemente tetro talvolta, è facile assopirsi e lasciarsi avvolgere dal passato. Per anni ho cercato di combattere queste tentazioni. Quando nella camera attigua c’è Laura che studia o che ascolta la musica o che guarda i suoi film in inglese sull’Ipad, la casa è viva, allegra, gioiosa, perché Laura la rende tale. Ma Laura cresce e dovrò prepararmi, perché ci sarà sempre meno a ravvivare queste stanze tetre.

Appoggio la penna, lo sguardo passa dalla scrivania di legno, che era stata quella di mio nonno, alla scrivania del Mac con l’immagine di fondo di un meraviglioso foliage autunnale. La fragilità della foglia induce facili collegamenti, ma è la sua bellezza nel momento della fragilità, il suo repentino trascolorare, la sua gioia prima di cadere che riporta l’anima indietro. Un colpo di vento improvviso agita gli alberi fuori della finestra e l’anima viene catturata. Le mani coprono il volto. Le immagini si assiepano in disordine. La memoria annaspa a caso nell’archivio.

Sono in sala, la musica degli studi del Czerny che esce dalle mie dita copre il traffico del lungarno, un autobus che ha scaricato turisti all’attiguo Hotel Mediterraneo con la sua mole di ombra impedisce alla luce del primo pomeriggio, intensa e tersa, di penetrare nella stanza. Le foglie dei gingko biloba del giardino, che vedo oltre il leggio del pianoforte, ingialliscono il letto alla loro base.

Scuoto la testa nel dormiveglia che ha vinto su di me. Appoggio la penna. Chiudo il portatile. Mi alzo dalla scrivania. La debolezza mi rende facile preda di un sonno non previsto. L’antidolorifico assunto per la forte tendinite la acuisce. L’ansiolitico, indipensabile ormai da anni per affrontare quelle lunghe, interminabili ore nel tetro silenzio di quell’appartamento mai amato, mi fa affondare presto in un abisso di memorie che non volevo mi avvolgessero con il loro manto nero di colpe. Nel dirigermi verso il letto, il ricadere più pesante del piede destro a terra, alla ricerca di quei centimetri in meno che un tempo lo avevano reso speciale in modo incommensurabile per me, ma non certo per altri, mi riporta a quel faticoso incedere di allora, sulle erte strade che da Oltrarno, oltre il ponte, oltre il fiume, mi conducevano ogni mattina a scuola, ogni pomeriggio a casa.

Non c’è nessuno in casa con me. Laura è andata in teatro alle prove del coro della Tosca, dove trascorre spesso il pomeriggio in questi giorni. Sono solo. In questi momenti non vorrei mai essere solo. Quel giorno di trentanove anni fa, in questo stesso mese di ottobre, la mia vita si è spezzata in due e mai più è stata ricostruita. Metà di essa è rimasta lì, in quella sala con la grande finestra sul lungarno, dove era il pianoforte e dove studiavo. Lì accanto, la cameretta mia e tua, dove tu, Fede, stavi studiando matematica: l’indomani sapevi che saresti stato interrogato. La musica degli studi di Czerny mi avvolge, l’esercizio sulla velocità della mano destra mi porta su e giù per le scale della tastiera con un ritmo vorticoso. I possenti accordi richiesti dalla sinistra ritmano quelle scale ossessive. Il pedale li trasforma in una ridda di note che isola la mente in un mondo di suoni ammalianti in cui null’altro che musica esiste.

Su quelle scale resta affascinata la mia mente.

Su altre scale si sta compiendo una tragedia.

La musica mi conquista, mi assorbe totalmente in un vortice di scale in fortissimo e accordi in sforzato con entrambe le mani.

Su altre scale si sta compiendo una tragedia.

La musica prosegue in un sabba di fuoco, in cui la mente è preda e la ragione schiava, in cui tutto è turbinoso, vorticoso istinto, elevata tensione nervosa, indescrivibile commozione nel cuore, tra le scale frenetiche dell’op. 299 di Carl Czerny.

Su altre scale si sta compiendo una tragedia.

Le foglie cadono sempre incessanti. L’autobus parte e lascia che la luce illumini la sala. Alle mie spalle la luce entra.

Alle mie spalle una vita cade.

L’ultimo accordo malamente stonato ed esageratamente appesantito dal pedale mette fine a quella ridda di scale, mette fine ad una vita.

Urla, agitazione, confusione sul pianerottolo. Il campanello suona più volte, frenetico.

E mi risveglio. Torno al tavolo con quella terribile domanda a cui da trentanove anni non ho saputo dare risposta, io che ero solo in casa con te.

Solo in casa con te.

Stavo suonando. Perché sei uscito? perché con la carrozzina andasti fino alla porta di casa? perché l’hai aperta in silenzio, approfittando della mia musica? Il nonno ti aveva insegnato come usare i polsi per aprirti da solo la porta con le chiavi. Perché sei salito su quel terrazzo dal basso parapetto? perché sei caduto proprio alle mie spalle? quale altra ridda frenetica ha sconvolto anche la tua mente? perché? Questo perché mi urla dentro, mi rintrona giorno e notte, mi fa tremare, mi ha impedito per anni di andare avanti e ora mi riporta addirittura indietro. E mi fa tanta paura questo perché, Fede. Adesso, comincia a farmi veramente paura.

Un accordo stonato in fortissimo, malamente esagerato da un colpo di pedale sgraziato, aveva scritto fine al capitolo più bello della mia vita, lasciando metà di me inchiodato, crocifisso a quello sgabello, di spalle alla finestra.

Il compito della ragazza su cui avevo interrotto il mio lavoro di correzione è ormai inondato di lacrime. Non si esce mai da certi incubi. Dirò alla ragazza che mi si è rovesciata una tazza di tè.

Per te, Fede, che quel giorno ti abbandonai per studiare piano, ho sempre mentito, sempre taciuto, sempre conservato il mio ricordo e la mia colpa. Ma tu lo sai che da lì, da quello sgabello non sono mai più riuscito ad alzarmi e che quell’accordo finale stonato rintrona da anni nel mio cervello, mi impedisce di dormire, mi impedisce di agire, mi impedisce sempre di affrontare quell’ultimo chilometro della mia strada in eterna salita, mi impedisce di raggiungere traguardi, di prendere decisioni definitive. Da quel giorno, perdonami, Fede, il concetto di decisione definitiva è per me qualcosa di terribile da affrontare. È più forte di me. Lo so che sbaglio; eri tu l’elemento forte che mi sosteneva. Aiutami ad affrontare l’ultimo chilometro. Ti prego, Fede. Una volta tanto nella mia vita vorrei vincere una sfida e passare un ultimo chilometro. Il tuo pensiero mi ha sempre fermato sulla soglia, mi ha sempre bloccato all’ultimo esame, mi ha sempre lasciato con bozze di libri mai finiti, con progetti mai compiuti, con relazioni umane mai coltivate fino in fondo. Aiutami. So che tu lo vuoi. So che tu vorresti che io e te insieme continuassimo a vincere su tutto e su tutti, come per anni abbiamo al mondo dimostrato di saper fare insieme, perché in te trovai una forza immensa in quegli anni difficili anche per me. Aiutami, Fede!

La bellezza della foglia che trascolora mille volte prima di cadere è qualcosa di ineffabile. E una volta caduta, resta bella, bella, bella più di prima!

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