Firenze, 7 ottobre 2017

Tu lo sai che la domanda di tutti gli anni è sempre la stessa, Fede: perché?

Quante volte ci siamo chiesti ‘perché?’ nel nostro letto a castello?

Ricordi quel giorno in cui andammo al gruppo in parrocchia e, ancor prima di entrare nel piazzale della chiesa, incontrammo la Rosa, l’animatrice dell’Azione cattolica? C’erano le piastrelle sul marciapiedi di via Gioberti, che tu odiavi, e io ti aiutai a spingere la carrozzina. Via Arnolfo, via Orcagna, Lungarno del Tempio, via del Ghirlandaio non avevano le piastrelle, avevano il marciapiedi asfaltato e tu andavi come un treno. Ma quella via Gioberti con quel marciapiedi stretto di piastrelle quanto lo odiavi! Rosa mi vide spingere la carrozzina e pronunciò quella frase che non ho mai capito a cosa o a chi si riferisse: “Voi due siete un dono del Signore!” Ce lo siamo chiesti, ti ricordi, Fede, che cosa fosse quel dono del Signore.

Ci facemmo tanti viaggi quella sera a letto su quella frase della Rosa, su quell’ennesimo perché della nostra vita. Tu avevi gli esercizi sulla prima declinazione greca da finire e ti avevo appena aiutato ad infilare la penna negli elastici del polso fatti dal nonno, perché tu potessi scrivere comodamente; io ero in terza media e per me era veramente greco quello che stavi facendo. Tu mi dicesti: “Ridi poco, che fra un po’ ti tocca!” Mai avrei pensato che mi sarebbe toccato vita natural durante.

Il dono del Signore … Io e te per la Rosa del catechismo eravamo il dono del Signore … mah. E pensare che ci consideravamo la sfiga del demonio. Altro che dono del Signore …

Forse tu potrai essere stato per me un dono del Signore. Forse io lo potrò essere stato per te. Ma io e te con la Rosa cosa c’entravamo? Che ne sapeva la Rosa di quello che stavamo vivendo io e te? A me la Rosa stava molto antipatica. So che a te non dispiaceva come animatrice del gruppo. Ma tu avevi una dote che io ti riconosco ancora: sapevi dialogare con tutti. Ti avevi un pregio che ti invidio ancora: non ti ponevi il problema dell’imbarazzo che la tua posizione seduta in carrozzina o che le tue mani inerti avessero potuto creare nel tuo interlocutore. Io invece lo guardavo sempre non negli occhi, ma attraverso gli occhi il mio interlocutore. E se vedevo stampata nella sua mente quella parola “poverino” riferita al mio piede destro, io quella persona la odiavo con tutta la forza del mio animo. Tu non credo avessi la forza di odiare nessuno, Fede. E questo ti faceva immenso.

Ti ho parlato tanto di me stesso. Tu sai tutto di me, Fede. E io oggi, con il più classico senno di poi, penso che con te accanto a me sarei molto diverso. Lo so che tu mi stai urlando di esserci lo stesso accanto a me, ma tu lo sai che io sono molto diverso da te. Tu non eri testone. Io sì. Purtroppo.

Ciao, fratellone.

Firenze, 7 ottobre 2017

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