Il mio piede destro

Se uno vuole avere, deve essere in grado di dare. Questo è il modo di dire che spesso circola nelle raccolte di aforismi ad usum populi. Ma a me piace di più la personale rilettura che l’esperienza di vita in questi anni mi ha indotto a fare: se uno non può dare, non pretenda di avere.

La sofferenza implica tutta una revisione dei canoni attraverso i quali si dà una sostanza alla propria presenza nella vita, al proprio posto nel grande consorzio umano, ancor prima che nelle strutture della cittadinanza. Schopenhauer, che conobbe la sofferenza nella sua vita, disse più o meno che l’unico errore innato dell’uomo è quello di credere che il fine della sua vita sia la felicità. Ma il filosofo di Danzica soprattutto usò una celebre metafora quando disse che l’esistenza umana è come un pendolo che oscilla fra noia e dolore con brevi intervalli di gioia.

Ecco il pendolo.

Quando penso a lui, lo ricordo come una specie di pendolo. I 18 cm di differenza di lunghezza tra le due gambe, dovuti all’emimelia congenita del perone, facevano sembrare il mio piede destro qualche volta un pendolo, oscillante alla ricerca del terreno, ma tutto sommato apparentemente felice di stare anche lì dov’era, incurante della sua differenza anche perché fortemente estroflesso e sempre piegato in basso.

Il pendolo della mia vita toglieva tutte le certezze come fece quello di Foucault. La vita non è tesa alla felicità, perché non esiste una concezione universale della felicità. Per uno può essere la gioia e la soddisfazione di raggiungere traguardi elevati, per un altro può essere semplicemente il non soffrire e raggiungere comunque un traguardo a prescindere dalla posizione in classifica. Se la felicità come concetto assoluto non esiste, invece il dolore esiste. E in un modo o nell’altro tutti ci sbattiamo la testa prima o poi.

Non solo.

Lo amiamo tanto questo dolore che avvertiamo un irresistibile desiderio di condividerlo con gli altri e anche di infliggerlo agli altri, spesso pensando addirittura che, così facendo, daremo loro la felicità. Questa è la più gran corbelleria che sia mai stata detta, la più grande ipocrisia che ha alimentato una concezione pseudospirtituale del sacrificio, in nome della quale l’uomo ha prodotto mostri terrificanti nella sua breve presenza sulla Terra.

Abbiamo costruito le città, con l’avvallo di tanti pensatori greci che ci hanno detto che l’uomo è destinato ad essere ‘sociale’, a stare insieme ai suoi simili. Altra idiozia: le città hanno aiutato l’uomo prima di tutto a massacrarsi per dominarle. “La polis fu la grande conquista della civiltà occidentale”, leggiamo sui libri di storia che diamo, noi criminali, in mano ai nostri ragazzi nelle scuole. Ma quale grande conquista? “La democrazia realizzata dalla polis fu la grande conquista della civiltà occidentale”, ci sbrodoliamo addosso anche quando saliamo in cattedra. Ma quale grande conquista? Appena queste grandi conquiste sono state messe alla prova dei fatti, l’uomo ha iniziato a massacrarsi, sia dentro le città, sia tra città e città. In cattedra io sono costretto a salirci, perché è il mio pane; ma voi, che non avete alcun obbligo di servizio di salirci, evitate di dire queste sacrosante boiate.

L’uomo è destinato alla guerra, alla sofferenza, alla strage, al dolore. E tutti i giorni la stragrande maggior parte della persone lavora per la morte, non per la vita, per il dolore, non per la gioia, per la guerra, non per la pace.

La cosa peggiore che l’uomo abbia mai ordito per giustificare questa sua innata sete di male è stata istituzionalizzare la cosa più bella che ha, l’anima. E lo ha fatto attraverso i riti di stato, le religioni con canoni e gerarchie; lo ha fatto anche presumendo che l’anima possa avere delle regole sue attraverso cattedre universitarie, libri, teorie. Queste farneticazioni, queste assurde masturbazioni mentali hanno portato a credere che i grandi filosofi abbiano aperto la strada all’uomo. Poi magari scopriamo che, mentre elaboravano le loro grandi teorie, sulla base delle quali diamo dei 4 o de 5 nelle interrogazioni ai nostri ragazzi, nella vita reale erano dei gran figli di buona donna.

Lo spirito è la nostra libertà. Grazie allo spirito noi possiamo capire il valore vero della vita. Il resto è fuffa.

E lo spirito vive in noi. Ognuno ha il suo. Non c’è uno spirito, ci sono miliardi di spiriti, miliardi di spiriti liberi.

Il mio piede destro è il simbolo di una libertà solo potenziale, che a fin di bene è stata costretta alla sofferenza, ad una vita di dolore. Lui è stato indotto al sacrificio in nome del benessere. La scienza decretò che doveva soffrire per guadagnare la felicità, che doveva dare per avere, sacrificarsi. Lui che non soffriva e che nella sua differenza aveva trovato il suo posto nell’ordine naturale delle cose, lui che nella sua differenza aveva trovato un’alternativa per svolgere comunque la sua funzione, lui che nella sua differenza aveva capito la sua unicità e la sua personale grandezza e si era conquistato la mia fiducia, un giorno si è sentito dire che doveva rinunciare a tutto questo in nome di un credo assurdo: doveva essere uguale agli altri. E fu ingabbiato per anni in una macchina di tortura tra chiodi e tiranti che producevano un dolore che è da criminali chiamare vita. Anche perché, quando quella macchina di tortura fu tolta, iniziarono altri problemi, ci fu bisogno di un corollario ulteriore di dolore, che interessò prima il ginocchio, poi la caviglia, 15 anni dopo di nuovo il ginocchio e adesso ancora la caviglia.

Era 18 cm più in alto del suo fratellino sinistro. Ma il suo fratellino sinistro non solo non ha mai avuto nessun problema per il fatto che lui non arrivava a toccare terra tutto quanto, ma ci arrivava solo con la parte anteriore, non solo non ha patito nessun problema per il fatto che lui non era uguale a tutti gli altri, ma, se necessario, quando io mi fermavo, aveva anche imparato da solo a garantirmi l’equilibrio, senza dover costringere il suo diverso fratellino destro a sforzarsi; se necessario, quando proprio ero stanco di stare in equilibrio come una gru su una gamba sola, si piegava un po’ di lato e consentiva al destro di poggiarsi un po’. Non ho mai visto litigare i miei due piedi. Li ho visti sempre collaborativi. Sapevano che, se avessi cercato di toccare terra con tutto il piede destro, tutto quanto ne avrebbe sofferto; sapevano che così avrebbero fatto del male al bacino e alla schiena. E si erano adeguati al loro ruolo. Avevano trovato il loro equilibrio, il loro piccolo posto nel grande ordine naturale. In quarta ginnasio a Firenze, durante una prova scritta di italiano nella quale l’insegnante aveva proposto un raccontino creativo che avesse protagonisti noi stessi, ebbi un’idea. Andai un po’ fuori tema, ma provai ad immaginare in forma ironica, un po’ sul modello delle Operette morali di Leopardi, un Dialogo tra i miei due piedi: immaginai che, essendomi io bambino addormentato, i miei due piedini così diversi, sotto le coperte in silenzio, senza farsi sentire da me, iniziassero a tramare scherzi contro di me, perché il giorno dopo dovevano essere visitati dal dottore, da cui non volevano assolutamente essere portati. Ancora oggi non so come mi venne questa idea che mi valse una citazione e persino uno sprone ad una pubblicazione, che non sarebbe poi stata mai fatta. Però trovai una libertà spirituale per esprimere in forma divertente il valore della differenza.

Smettiamo di costringere l’umanità al conformismo, lasciamola libera di esprimere la sua anima, il suo spirito. L’uomo è già naturalmente finalizzato al dolore; non implementiamolo ulteriormente.

Smettiamo di alimentare l’idea che bisogna assolutamente dare per avere. Rovesciamo la frittata piuttosto: per poter dare occorre avere. Non tutti abbiamo. C’è chi non ha. Non importa. Troverà la sua soluzione alternativa, magari aiutato da altri. Ma la troverà con la sua libertà, se tutti gliela riconosciamo come un elemento fondante della sua dignità.

La vita mi ha insegnato di non pretendere mai di avere ciò che non si potrà mai dare. Non è facile. Tutt’altro. Bisogna avere la disponibilità a fare un grande esame di coscienza. Ci vuole una grande predisposizione alla riflessione e all’introspezione, che il dolore dà, senza se e senza ma. In questo esame di coscienza l’imperativo è capire fino a dove si può arrivare e imporsi quello come traguardo primo; poi, se si vuole andare avanti, piano piano si procede ponendosi nuovi traguardi, sempre nel rispetto delle possibilità. Ci sono dei paletti nella vita; alcuni possono essere spostati in avanti, altri no.

Ma se sappiamo leggere e interpretare correttamente l’esperienza di dolore che tutti in modo diverso viviamo, chissà, forse quel dolore potrà prima essere lenito, poi magari anche lasciare il passo ad un frammento di felicità, ad un sorriso. Da qui si parte, dall’umile considerazione che il dolore, non la felicità, è parte integrante della vita. Il dolore va vinto e trasceso nel rispetto dei limiti della persona, della sua dignità, del suo naturale spirito di libertà.

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